Atlantis 2/2022

Atlantis 2/2022 - ATLANTIS

Il secondo numero del 2022 dedica la sua attenzione agli scenari aperti dall'aggressione da parte della Russia all'Ucraina nel febbraio scorso.

In copertina, un'immagine surrele del ritratto del leader cinese, alleato della Russia.

Spazio, al CesMar, centro studi della Marina con il quale l'editore della rivista ha iniziato una collaborazione che ha dato i suoi primi frutti nel 2022 con il libro "Ostaggio  per Sempre" del già Vice presidente del Perù Luis Giampietri che è stato protagonista della giornata di formazione dell'ordine dei giornalisti a Venezia il 27 maggio per essere poi presentato in anteprima al pubblico  nella sede veneziana dell'Ufficio Italiano del Consiglio d'Europa..

All'attenzione del lettore uno degli articoli del libro Lettere sul Mondo, a cura del Circolo di Studi Diplomatici, dell'Ambascaiatore Roberto Nigido.

Continua la collaborazione con Sconfinare.

 

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

 

STRATEGIE PER UNA NUOVA GUERRA FREDDA

La guerra di posizione CINESE nel Pacifico va di pari passo con quella RUSSA contro l'occidente e le sue democrazie. L’occidente ha riscoperto il valore dell'unità dopo l'Ucraina. La partnership russo-cinese non risolleverà l'economia di Pechino né quella di Mosca. Perché è soprattutto ideologica e di convenienza, serve a screditare l'occidente, la Nato, l'America, e a offrire un modello d'influenza alternativo. La Russia è stata per anni maestra nella guerra ibrida, ha sfruttato come poteva tutte le occasioni di dialogo e di cooperazione con l'occidente e allo stesso tempo, man mano, ha costruito una realtà parallela di contrapposizione, ostilità e conflitto. L'obiettivo è aumentare il potere di una larga coalizione di paesi autoritari che hanno soprattutto una cosa in comune: l'odio per l'occidente e per l'America. Dopo le ripetute battute d’arresto della campagna ucraina, non è più la Russia la punta di diamante della coalizione antioccidentale. La propaganda cinese è spesso più sofisticata di quella del Cremlino, sfrutta le ossessioni occidentali. La globalizzazione, la fiducia nella diplomazia, nelle regole internazionali e nello stato di diritto. Diritti universali e democrazia, nella visione del mondo cinese, hanno altri significati, molto meno universali. Il commercio internazionale e il libero mercato si trasformano in armi di ricatto politico. L'Italia è da anni un terreno di prova per testare la destabilizzazione nei paesi sviluppati, industrializzati, la testa di ponte dentro alla coalizione dei paesi che si riconoscono nella democrazia e nello stato di diritto. La propaganda cinese ha lavorato molto bene in Italia, soprattutto negli anni subito prima del 2019, tanto da arrivare con una certa facilità e senza un vero, maturo dibattito pubblico al 23 marzo del 2019, quando c'è stato l'ingresso nella Via della Seta, il grande progetto strategico cinese che ha portato quasi nulla in termini di bilancia commerciale ma molto ha fatto per l'immagine della Cina nel mondo. Il governo di Mario Draghi, insediato all'inizio del 2021, ha cambiato completamente prospettiva. A Roma si è alzato per la prima volta un muro: il muro della sicurezza nazionale. "Credo che Draghi e l'Italia abbiano aperto gli occhi sulla Cina - ha detto la vicesegretaria di stato americana, Wendy Sherman - Capiscono come lavora in giro per il mondo e c'è un'intesa comune su quello che succede”. L'ambito di applicazione del Golden power si è ampliato, perché i metodi con cui Pechino aumenta la sua influenza all'estero sono molteplici. Il rischio è che la Cina faccia in moltissimi altri settori strategici quello che la Russia di Putin ha fatto con il gas. Nell'area del Pacifico la guerra d'aggressione della Russia ha fatto fare molti parallelismi con la Cina, con il suo tentativo di modificare lo status quo senza - quasi mai - sparare un colpo. "In questi ultimi dieci anni la Cina si è affermata oramai come una delle due grandi potenze mondiali, diventando di fronte agli Stati Uniti l'altra grande potenza che contribuisce a un ordine del mondo", ha detto l'ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri Massimo d'Alema, intervistato dal colosso della propaganda cinese, China Media Group, sui successi del Partito comunista cinese. "E ciò che è importante è che questa crescita cinese è avvenuta non a danno dello sviluppo di altri paesi ma in definitiva contribuendo a una crescita della ricchezza mondiale e a un aumento degli scambi, delle relazioni nel mondo globale". Questa affermazione, del tutto discutibile, la dice lunga sulla penetrazione propagandistica operata in Italia, attraverso generosi contributi a fondazioni, think tanks, università, Accademie di belle arti, etc. La velocissima crescita economica cinese è arrivata invece, anche grazie alla destabilizzazione dei sistemi internazionali, allo sfruttamento dei modelli occidentali, ed è andata di pari passo a una stretta sui diritti dei cittadini cinesi, alla repressione delle minoranze e alla limitazione delle libertà personali, soprattutto dopo l'arrivo alla leadership di Xi Jinping e la costruzione, reale, concreta, del suo Sogno Cinese. La pandemia prima e la guerra della Russia contro l'Ucraina poi sono stati due evidenziatori della leadership di Pechino che hanno apparentemente accelerato un percorso già intrapreso verso la costruzione di un nuovo ordine del mondo. Alla sua guida c'è la Cina, il copilota è la Russia di Putin. La nuova Guerra Fredda.

 

 

DIPLOMAZIA E GEOPOLITICA

DIPLOMAZIA E GEOPOLITICA - ATLANTIS

L’Europa affronta la sfida del nuovo ampliamento.
Ma non ha definito la rotta

Roberto Nigido


Hanno chiesto da tempo di aderire all’Unione Europea quasi tutti i Paesi dei Balcani occidentali: Albania, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord. L’Unione ha già riconosciuto loro lo status di Paese candidato: è l’atto formale dell’accettazione della domanda di adesione. I negoziati sono in corso con Serbia e Montenegro, ma non con Albania e Macedonia del Nord a causa dell’opposizione della Bulgaria. Hanno richiesto l’adesione più recentemente anche alcuni Paesi dell’Europa Orientale in passato facenti parte della ex Unione Sovietica: Ucraina, Georgia, Repubblica di Moldova. La reazione di alcuni Paesi membri è stata a lungo riservata. Ma “maiora premunt”.
Del resto rimane incerto l’orizzonte temporale per l’adesione di tutti i Paesi in questione: sia dei Balcani Occidentali che dell’Europa Orientale. È dubbio che loro condizioni giuridiche, istituzionali, politiche, economiche possano maturare in tempi compatibili, da un lato, con le loro aspettative e, dall’altro, con la loro partecipazione senza gravi tensioni a sistemi economici di consolidato stampo liberale, a istituzioni provatamente democratiche e a sofisticate procedure come quelle in vigore nell’Unione Europea. L’esperienza dell’ampliamento nei primi anni 2000 ai Paesi ex-comunisti dell’Europa Centrale è stata istruttiva e non è da ripetere. I danni provocati alla funzionalità e credibilità dell’Unione hanno dimostrato che l’adesione di alcuni di quei Paesi è stata prematura: è stata decisa nel 2003, molti anni prima che entrasse in vigore il trattato di riforma firmato a Lisbona nel 2007. Il trattato era stato concepito proprio per consentire un ampliamento senza traumi a numerosi nuovi membri portatori di tradizioni civili e politiche così diverse da quelle dei precedenti componenti dell’Unione. Nutro inoltre delle riserve sulla valutazione data a suo tempo in sede politica alla verifica delle condizioni richieste per l’accoglimento della domanda di adesione (come dimostra il caso della Polonia per lo stato di diritto).
I drammatici avvenimenti in Ucraina hanno convinto la Commissione e ora anche il Consiglio Europeo a ritenere prioritario il segnale politico da dare a Kiev, e a Mosca. Il Consiglio Europeo ha così deciso, nella sessione del 23 e 24 giugno, di concedere lo status di paese candidato all’Ucraina e alla Repubblica di Moldova. Contestualmente la prospettiva di Paese candidato è stata - per il momento - solo promessa anche alla Georgia e alla Bosnia-Erzegovina. Sono ancora in corso infatti le procedure per verificare il rispetto dei parametri - economici, giuridici e politici - decisi a Copenaghen nel 1993 per ottenere lo status di Paese candidato: capacità dell’economia di funzionare correttamente in un libero mercato integrato; esistenza dello stato di diritto (essenzialmente l’indipendenza della magistratura); osservanza delle regole democratiche e tutela dei diritti umani e delle minoranze.
Sono convinto che la decisione del Consiglio Europeo sia stata saggia e comunque dovuta. Il Consiglio Europeo mi è sembrato peraltro consapevole della contraddizione insita nel prendere due decisioni apparentemente inconciliabili: ulteriore ampliamento a Paesi ancora lontani dai parametri richiesti; e mantenimento dell’indispensabile unità intorno ai valori fondanti dell’integrazione europea. Nel tentativo di trovare un punto di equilibrio tra queste due scelte il Consiglio Europeo ha accolto la proposta presentata da Macron di creare una Comunità Politica Europea, della quale farebbero parte sia gli attuali che i futuri Paesi membri. L’obiettivo è offrire una “piattaforma di coordinamento politico per tutti i Paesi del continente” volta a promuovere il “dialogo politico e la cooperazione per affrontare questioni di interesse comune in modo di rafforzare la sicurezza, la stabilità e la prosperità del continente europeo”. Tale quadro non sostituirà “l’ampliamento e rispetterà pienamente l’autonomia decisionale dell’Unione Europea”.
L’idea di creare una associazione di Stati intorno all’Unione, come sala di attesa per far maturare nei Paesi candidati le condizioni per una adesione piena, non è nuova. Fu avanzata nei primi anni ’90, con contenuti non solo politici ma anche economici, da alcune menti lungimiranti, quando si pose il problema del primo ampliamento a Est. Allora non fu accolta. Nella situazione attuale la soluzione recepita dal Consiglio Europeo appare abile, ma rimane solo di facciata se non viene accompagnata da iniziative volte ad approfondire l’integrazione tra gli attuali Paesi Membri e a rafforzare l’efficacia dell’azione dell’Unione. Di tali iniziative non vi è traccia nelle conclusioni del Consiglio Europeo. La soluzione adottata consente all’Unione Europea di prendere tempo: sempre che i Paesi che chiedono l’adesione siano disponibili ad accettarla; e che non si trasformi in un ulteriore elemento di contestazioni e tensioni, in particolare nella complessa fase negoziale di concezione e definizione. Non affronta comunque il problema di fondo in questo momento cruciale per il futuro del progetto avviato 70 anni fa dai Padri Fondatori: quale destino intendono proporre all’Unione Europea gli europei di oggi?
Alla vigilia del Consiglio Europeo mi era sembrato infatti fosse doveroso per i suoi componenti offrire ai propri cittadini qualche prospettiva in merito agli sviluppi costituzionali dell’Unione. Ma nelle conclusioni relative ai seguiti da dare alla Conferenza sul futuro dell’Europa non ve ne è alcun cenno. Il Consiglio Europeo si è limitato a prendere atto delle proposte contenute nella relazione presentata dai tre copresidenti della Conferenza. Né vi è cenno alla richiesta di molti europei e del Parlamento Europeo di portare l’Unione a più elevati livelli di integrazione per promuoverne una evoluzione graduale auspicabilmente verso un orizzonte federale. La “reinvenzione” della Comunità Politica Europea - non inserita in un progetto più organico di riforma - nasconde, a mio avviso, la mancanza di visione e di capacità reattiva e innovativa dell’Unione Europea su questioni strategiche essenziali per il suo futuro e per la sua stessa sopravvivenza: la mia è una constatazione purtroppo fin troppo ovvia, in una Unione composta di 27 membri ormai così eterogenei e divisi. Concordo pertanto col commento di Adriana Cerretelli (Il Sole 24 Ore del 25 giugno), la quale ritiene che questa scelta, pur “seducente e obbligata”, possa tradursi nella “creazione di una piccola ONU, senza il peso né il nerbo dell’originale”, con la conseguenza di far scivolare gradualmente l’Unione “verso una irrilevanza senza ritorno”. Mentre “la sua proiezione geopolitica deve necessariamente passare per una auto-riforma e un salto integrativo radicale”.
Eppure la richiesta di progressi verso una Europa federale è stata recentemente condivisa dai leader di alcuni Paesi membri i quali si sono detti disposti - in dichiarazioni pubbliche fatte nei mesi scorsi - a promuovere la rinuncia all’unanimità per le politiche più rilevanti ai fini di dare una voce unitaria e credibile all’Europa nel mondo, come la politica estera e di sicurezza; così come per la politica fiscale, la cui armonizzazione a livello europeo è fondamentale per il funzionamento del mercato interno. Si tratterebbe di un passo decisivo, che segnerebbe il salto di qualità nel Consiglio da un sistema ancora sostanzialmente confederale a uno federale. Alcuni di questi leader hanno anche chiesto di completare l’unione monetaria mediante l’unione economica, di bilancio e della fiscalità, al fine di rafforzare la solidità economica dell’Europa. Mi sarei atteso quindi da questi leader qualche considerazione “a caldo” a commento delle conclusioni del Consiglio Europeo, in coerenza con le dichiarazioni espresse in precedenza. Ma non ne ho registrate, almeno finora. Provo a farne qualcuna io.
C’è da attendersi che, anche se il Consiglio convocasse una conferenza intergovernativa per la riforma dei trattati, come ha chiesto il Parlamento Europeo (è una decisione di procedura che il Consiglio può prendere a maggioranza semplice), diversi Paesi Membri si opporrebbero, nel corso dei negoziati della conferenza, a riforme anche non impegnative in senso federale, per le quali occorre comunque l’unanimità: tredici Paesi hanno già anticipato questa posizione. I Paesi desiderosi di partecipare a una integrazione più avanzata potrebbero istituire allora tra di loro una “cooperazione rafforzata” retta da regole specifiche (è sostanzialmente il caso dell’EURO) per la politica estera e di sicurezza e per la fiscalità, nelle quali la regola è l’unanimità; e eventualmente anche per altre materie che possono essere decise a maggioranza ma che continuano a essere frenate da un gruppo di Paesi costituenti una “minoranza di bocco”. Non è da escludere tuttavia che i Paesi contrari al rafforzamento della struttura federale dell’Unione in materia di politica estera blocchino la decisione del Consiglio volta ad autorizzare una cooperazione rafforzata in questa materia. Si tratta infatti di una decisione che, pur essendo di procedura, richiede l’unanimità, trattandosi di politica estera; mentre per decidere la costituzione di una cooperazione rafforzata in materia di politica fiscale vale la regola di procedura del voto a maggioranza qualificata prevista per le cooperazioni rafforzate in tutte le materie che non siano la politica estera.
L’abbandono dell’unanimità da parte dei Paesi partecipanti a una cooperazione rafforzata per le decisioni operative di quest’ultima è tra l’altro una condizione indispensabile per la sua funzionalità. I Paesi contrari all’iniziativa potrebbero utilizzare il loro potere di veto come arma di ricatto per imporre la loro partecipazione all’iniziativa stessa e poi per bloccarne le decisioni. Lo stesso ragionamento non vale invece per la politica della difesa: il trattato prevede infatti che, per autorizzare una cooperazione rafforzata in questo settore (definita “cooperazione strutturata permanente”), il Consiglio decida a maggioranza qualificata. Nel caso non fosse possibile instaurare una cooperazione rafforzata per le materie sopraccennate, si potrebbe ricorrere a un trattato di natura costituente ad hoc – nel quale includere eventualmente anche la difesa - tra i Paesi pronti a sottoscriverlo, nella speranza di estenderlo successivamente agli altri Membri. Lo si è fatto per Schengen e per il Fiscal Compact.
Il punto cruciale tuttavia è: quanti e quali Stati europei che contano ai fini di creare la necessaria massa critica intendono muovere insieme verso una Europa politica con un orizzonte federale? Nella attuale - e storica - contingenza, è una verifica da fare con urgenza. Mi auguro che il nostro Governo ne sia cosciente e che il Presidente del Consiglio decida di prendere l’iniziativa. A questo stadio, l’alternativa alle scelte coraggiose è la sconfitta definitiva del progetto europeo.

 

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