Atlantis 3/2018

Atlantis 3/2018 - ATLANTIS

 

Il TERZO numero di Atlantis del 2018 (AUTUNNO), dedica il Dossier alla Carta dei Diritti dell'Uomo 1948 con tutta la portata giuridica che storicamente ha comportato. Nel prossimo numero l'ultimo appuntamento con i grandi eventi storici degli anni terminanti in otto.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Pertosse.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato a Malta.

Tra le Eccellenze Italiane nel e per il Mondo, spazio alla montagna veneta con Cortina d'Ampezzo e ad un'azienda che è insieme una speranza e una splendida realtà per l'economia veneta e italiana la  TOWER SPA che ha festeggiato i 30 anni di attività.

Prosegue anche in questo numero la collaborazione permanente con la testata Report Difesa diretta dal collega Luca Tatarelli. Ai temi delle relezioni internazionali, del commercio estero, dei diritti umani e della geopolitica aggiungerà temi importanti nell'ambito degli affari internazionali quali la difesa e la sicurezza. 

 

 

La storia siamo noi

La storia siamo noi - ATLANTIS

Editoriale 

LA STORIA SIAMO NOI

 

La storia siamo noi. Ovvero la storia è fatta delle nostre scelte, delle nostre individuali responsabilità, del nostro rigore verso l’obbligo di obbedire ad una morale universale (sappiamo benissimo che esiste ma talvolta la scansiamo con una scusa oppure un’altra). La nostra sensibilità sulla difesa dei diritti umani si è affievolita fino a scomparire, inghiottita dalle regole e dalle ipocrisie e dal cinismo. Dobbiamo tenerci bene o male un Erdogan, pagato per tenersi i profughi della Siria. Ahmet Altan, nel libro «Non rivedrò più il mondo» ha fatto una chiara denuncia alla pubblica opinione occidentale L’amica e collega Marta Ottaviani ha scritto un ottimo libro “Il Reis, come Erdogan ha cambiato la Turchia” che abbiamo recensito su Atlantis, ma non sembra che il risultato sia una levata di scudi contro il regime illiberale del reis. Migliaia di dipendenti pubblici in Turchia sono stati licenziati con la scusa di una loro presunta partecipazione al golpe fallito del 2016. Tuttavia si fa finta di niente. Il caso Regeni è lì a dimostrare che mantenere buoni rapporti con il Cairo viene prima della verità: l’Egitto del resto garantisce un occhio di riguardo agli investimenti dell’italiana Eni. Il galantuomo siriano Assad, sostenuto da Putin, non è forse il «male minore» da lasciare in pace nella guerra contro l’Isis? E dovremmo commuoverci per la tragica sorte del popolo curdo, raccontata da Lorenzo Cremonesi? Il fatto è che stiamo diventando (o tornando) insensibili alla strage di diritti umani, all’incedere incontrastato di dittature feroci con cui vogliamo intrattenere solidi e «tranquilli» rapporti di reciproca non ingerenza. I tempi dell’«ingerenza umanitaria»? Archiviati. Le istituzioni internazionali si avvitano nella più patetica impotenza. Le Nazioni Unite, ostaggio di satrapi e tiranni, mettono nelle loro commissioni per i diritti umani esponenti di regimi che dei diritti umani fanno sistematica strage. Ci impressionano le immagini di tortura che hanno luogo nei centri libici di reclusione dei migranti, ma l’Onu non fa nulla perché quell’oscenità non abbia più luogo e noi interessa soltanto tenere lontani dalle nostre coste, quegli ospiti indesiderati. La responsabile degli affari esteri europea, Federica Mogherini, anti-israeliana sembra affascinata dalla teocrazia iraniana, dove le donne, esattamente come accade nell’Arabia Saudita, sono perseguitate e condannate a una condizione inaccettabile.  In Iraq, le donne che osano trasmettere loro immagini libere su Instagram vengono minacciate se non assassinate. Della sorte dei Rohingya, la popolazione musulmana massacrata dall’esercito di Aung San Suu Kyi, incredibilmente insignita dal più immeritato dei Nobel per la pace, si ricorda qualcuno? Almeno, Angela Merkel ha sfidato l’ira di Pechino stringendo la mano al Dalai Lama, rappresentante di un popolo, come quello tibetano, ancora oppresso. Il valore universale dei diritti umani, è spartito dall’agenda dei governi? I diritti umani calpestati non conoscono la geografia. Si ripetono identici anche in altri contesti, ma la nostra indifferenza è tutto ciò di concreto che resta. E non è che cambiando prospettiva e guardando in casa propria le cose vadano meglio. Se qualcuno si presenta al corpo elettorale proponendo il superamento della democrazia rappresentativa, il superamento dell’attuale stato di diritto, non nasconde di essere alleato con il partito guidato da dal presidente di uno stato straniero che sogna di disgregare l’Europa al punto di essere arrivato a finanziare alcuni partiti e movimenti anti europeisti (come provato in Francia), che si fa? Si resta in balia del torpore? Sveglia. La storia è fatta da noi.

 

La geopolitica come disciplina accademica

La geopolitica come disciplina accademica - ATLANTIS

Per decenni siamo stati abituati a un certo modo di vedere il mondo, privilegiando l’economia in quanto scienza. Oggi che la mondializzazione dell’economia è, a quanto pare, acquisita, si è costretti a constatare che l’atteggiamento degli Stati può essere guidato da altri fattori, al di là della ricerca del profitto o della conquista di terre fertili. Quale che sia la sua estensione territoriale e la complessità dei dati geografici, una situazione geopolitica si definisce attraverso delle rivalità di potere di maggiore o minor momento, e attraverso dei rapporti tra forze che occupano parti diverse del territorio in questione. Le rivalità di potere sono anzitutto quelle tra Stati, grandi e piccoli, che si disputano il possesso o il controllo di certi territori. Si tratta di individuarne la localizzazione precisa e le ragioni che ciascuno invoca per giustificare il conflitto, spesso in rapporto alle risorse, appropriazione di un giacimento minerario o di una zona sottomarina non ancora esplorata, ma talvolta anche a cause di più difficile discernimento, e che occorre nondimeno cercare di definire. Rivalità di potere, ufficiali e ufficiose, si sviluppano anche all’interno di numerosi Stati i cui popoli, più o meno minoritari, rivendicano la propria autonomia o indipendenza. Emergono poi i problemi dell’immigrazione, che in molti paesi sono divenuti geopolitici. Infine, in seno a una stessa nazione, esistono rivalità geopolitiche tra i principali partiti politici, che cercano di estendere la propria influenza nella tal regione o nel tale agglomerato, e di conquistare o conservare delle circoscrizioni elettorali. Per mostrare la ripartizione di queste forze diverse, anche negli spazi relativamente ristretti, occorrono delle carte chiare e suggestive, e in particolare delle carte storiche, che permettano di capire l’evoluzione della situazione attraverso i successivi tracciati delle frontiere, come pure di apprezzare “diritti acquisiti” su un determinato territorio, di cui si dotano con varie formulazioni diversi Stati. Inoltre, non dimentichiamo la disputa contemporanea della giurisprudenza in rapporto alla sovranità nazionale, alla ragion di stato, allo stato di diritto e al rispetto delle convenzioni internazionali in tema di democrazia e diritti umani. La geopolitica, possiamo riassumere, resta la guida più efficace per comprendere la realtà e i fenomeni contemporanei transnazionali. Chi ha deciso di puntare su tale fattore, in ottica multidisciplinare, facendo divenire la geopolitica argomento di insegnamento, studio, ricerca e approfondimento è la LUMSA Università. Anche quest’anno si è svolto, presso tale Università il Corso di perfezionamento dal titolo “Il Mediterraneo e il Medio Oriente oggi: problemi e prospettive”, ideato e diretto da Franz Martinelli e dal professore Gianpaolo Malgeri, che vede tra i docenti ambasciatori, personalità della diplomazia e delle organizzazioni non governative, analisti di Think tank, professori universitari ed esperti di diritti umani. La nascita dei Paesi arabi, l’attualità del Mediterraneo, la geopolitica dei conflitti del Caucaso e del mondo arabo, fondamenti e sviluppo dell’Islam nell’area mediterranea, il cristianesimo e l’islamismo nel Medio Oriente e in Africa settentrionale e tantissimi altri argomenti sono stati al centro delle lezioni. In una mia recente intervista al direttore e ideatore del Corso, Franz Martinelli, abbiamo avuto modo di approfondire l’importanza di tali lavori. Martinelli ha ribadito: “L’idea è nata dalla considerazione che l’area del Mediterraneo appare sempre più decisiva per l’interesse nazionale e le trasformazioni che attraversano oggi quest’ampio spazio geo-politico e geo-economico richiedono una formazione nuova e interdisciplinare. Ed è per questo che è stato fatto un accordo tra “Gi & Me Association” e Lumsa, grazie al contributo della Fonazione Terzo Pilastro – Internazionale, per lanciare un corso di perfezionamento dal titolo “Mediterraneo e Medio Oriente oggi: problemi e prospettive”, che è ora alla sua seconda edizione. L’obiettivo del corso è quello di formare esperti nelle relazioni economiche, giuridiche, politiche e culturali tra i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente e ciò in quanto l’area del Mediterraneo continua ad essere sempre più decisiva per l’interesse nazionale, dal punto di vista dello sviluppo economico, della sicurezza, dell’approvvigionamento energetico e del controllo dei flussi migratori. Una formazione nuova e interdisciplinare deve fornire gli strumenti storico-culturali di base e le competenze tecniche necessarie per corrispondere alle esigenze di un mercato, di una forma di civiltà, di un sistema di relazioni internazionali in rapido cambiamento. Il corso è rivolto a laureati di primo o di secondo livello e anche non, senza limiti d’età, sia italiani che stranieri. Il corso si è svolto nei mesi di luglio e settembre, presso la sede di Roma della Lumsa Università ed è consistito in 60 ore di lezione che sono state tenute da docenti universitari, esperti e professionisti operanti presso organizzazioni nazionali ed internazionali e manager del mondo delle istituzioni e della cooperazione internazionale”. Analizzando i fenomeni contemporanei più importanti, particolare attenzione è stata dedicata al terrorismo in ottica transnazionale e globale. Relatore di una delle prime lezioni, Gianfranco Varvesi, già ambasciatore a Vienna presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che ha trattato della comunicazione contemporanea in rapporto ai fenomeni terroristici. Social media, nuovi strumenti di comunicazioni e video caricati in rete risultano potenti strumenti per la propaganda del terrorismo. Il terrorismo è un atto di violenza. L’attualità vede i fenomeni moderni di “democrazia” e “comunicazione” legarsi al terrorismo e alle sue analisi. D’altronde: “è’ ormai chiaro che pur colpendo un’area specifica è implicata comunque l’informazione globale e se mentre l’approccio globale è giustificato dalla ragione può un approccio di prossimità essere considerato etico?”.  La realtà dei fatti porta a non considerare importanti atti di terrorismo che avvengono troppo lontani da casa e dalla nostra cultura e si tende a personalizzare la tragedia riconoscendola soltanto attraverso la decodifica di atti perpetrati verso i nostri simili per usi e costumi.  Tutto questo fa riflettere come ormai anche l’informazione abbia alzato l’asticella del “messaggio” e per farsi ascoltare il più a lungo possibil e ricorre ad azioni molto più vicine alla comunicazione. Risulta fondamentale catturare l’emotività del momento, ma questo atteggiamento porta verso il rischio di cedere alla propaganda del terrorismo, relegando l’informazione in secondo piano. Ad esempio, “rispetto agli avvenimenti inglesi di Manchester un’altra novità ha segnato un cambio di paradigma rispetto alla condanna delle azioni terroristiche da parte degli islamici moderati, sempre sulla scia dell’emotività che ha portato l’opinione pubblica a schierarsi pro o contro lo spot della compagnia telefonica Kwait Zain, oltre 3 milioni di visualizzazioni per il suo lancio coinciso nel giorno dell’avvio del Ramadan”, ha recentemente ribadito Letizia Di Tommaso, della Federazione Italiana Relazioni Pubbliche. Nel giugno 2018, l’Unesco ha ritenuto necessario scrivere e pubblicare un manuale per giornalisti: “Terrorism and the Media”, 110 pagine su come coprire gli atti di terrorismo. Si è dunque reso necessario, visto il momento storico, scrivere nero su bianco alcune linee guida di comportamento per i media che raccontano la storia contemporanea spesso legata a grandi atti di terrorismo. All’interno della pubblicazione si raccomanda un comportamento responsabile rispetto l’approccio alla notizia: mantenere un senso di proporzione, evitare un approccio ideologico moralista che tenda a sfumare la realtà, evitare di dare troppa visibilità ai terroristi, rispettare la dignità delle vittime e soprattutto dei bambini, trovare un equilibrio tra il dovere d’informazione e privacy, correggere  gli errori immediatamente ed in maniera visibile, pubblicare immagini essenziali senza ricorrere al sensazionalismo. L’Ambasciatore ha approfondito altre tematiche geopolitiche e storiche come la forma di “terrorismo politico” adottata da Mu’ammar Gheddafi e il finanziamento ai membri dell’Irish Republican Army, l’organizzazione militare clandestina sorta, con il nome di Irish Volunteers, nel primo decennio del Novecento per liberare l’Irlanda dal dominio inglese. Priorità del Corso resta l’analisi e la comprensione del mondo islamico.  Come ben descritto dalla professoressa Stefany Estephan la cultura di una scuola di pensiero è costituita dai suoi principi, dal suo credo e dalle azioni dei suoi membri fondatori. Pertanto, se si volesse studiare una particolare scuola di pensiero, occorre riferirsi a ciò che i suoi fondatori dicono. Un fenomeno contemporaneo oggetto di numerosi approfondimenti è il rapporto tra Islam e il ruolo della Donna. Dal punto di vista dei rapporti personali lo stato di subordinazione della donna musulmana non cessa mai durante la sua vita, bensì cambiano semplicemente le persone alle quali essa è soggetta (prima del matrimonio al padre, dopo il matrimonio al marito). Per comprendere il ruolo della donna nella cultura Islamica, occorre studiare quello che l’Islam e le sue guide religiose affermano a questo riguardo. Quasi duecento versetti del Corano si occupano di status, ruolo e responsabilità della donna negli aspetti individuali, familiari e sociali. Secondo il Corano, uomini e donne hanno uguali diritti sebbene, per certe questioni, tali diritti possano sembrare dissimili. La Legge Divina considera infatti che uomo e donna, pur ugualmente “umani” e con lo stesso fine nella Creazione, abbiano specifiche e peculiari esigenze ed attitudini. Almeno quindici punti rivelano tale approccio equilibrato, dimostrando come l’Islam non lasci spazio alcuno alla discriminazione sessuale. Ma la realtà giuridica del rapporto tra donna, discriminazione e parità di genere in innumerevoli paesi islamici resta davvero problematica. Dal punto di vista patrimoniale, invece, il matrimonio segna un momento di fondamentale importanza. Prima di esso la donna è priva di qualsivoglia capacità di agire (per ogni suo atto serve l’intervento del padre o di un tutore). Dopo il matrimonio essa acquista, entro certi limiti, la capacità di disporre liberamente dei suoi beni. Limite uguale agli atti di liberalità che non può superare 1/3 del suo patrimonio, altrimenti è richiesta l’autorizzazione del marito. L’unico istituto in cui la donna ha un riconoscimento esplicito e regolamentato è quello del matrimonio. Nel diritto musulmano il matrimonio è equiparato ad un contratto di compravendita avente ad oggetto due prestazioni:

– Il godimento fisico della donna;

– Il pagamento dell’uomo di una somma (mahr) come corrispettivo per il godimento fisico della donna.

Anche muovendo da un’analisi di quanto il Corano prescrive in proposito, è utile considerare come molti versi di contenuto etico-morale, considerati eterni e pronunciati alla Mecca tendano, in più occasioni, a garantire l’assoluta parità tra i sessi, determinando così una netta cesura rispetto alle civiltà pre-islamiche, in cui quella del genere femminile era, senza dubbio, una condizione di assoluta inferiorità e sottomissione. Un aspetto di indubbio interesse, che segna una diversità con la tradizione pregressa, è rappresentato dalla capacità della donna in tema di successioni. Nonostante queste considerazioni, è innegabile che nell’Islam, ed anche in quello contemporaneo, in talune situazioni particolari, la donna non ha raggiunto quella pienezza di diritti e facoltà che invece è assicurata negli ordinamenti occidentali. Se la condizione di parità tra uomo e donna assume un significato pregnante in riferimento alla comunità musulmana nel suo complesso, intesa quale comunità dei credenti, di diversa natura è la valutazione in ordine ai rapporti scaturenti dall’unione matrimoniale. In questo ristretto ambito, l’uomo gode di una posizione di sostanziale preminenza, cui si associa anche un rilevante potere correttivo nei riguardi della moglie, che trova la sua principale ratio nel sinallagma derivante dal negozio giuridico tra i coniugi. Ulteriore elemento di diseguaglianza attiene al campo del processo penale: la donna ha, infatti, una capacità di testimoniare ridotta rispetto a quella dell’uomo. La sua testimonianza vale la metà: se per la costituzione di una prova valida ai fini processuali è imposta la concordanza delle dichiarazioni rese da due testimoni maschi, ne servono invece quattro per raggiungere lo stesso risultato nel caso in cui vi sia disponibilità di soli testimoni di sesso femminile. Le varie società islamiche si erano fondate, infatti, su modelli tipicamente patriarcali tali, per cui sarebbe stato impossibile, da parte dell’intera collettività, riconoscere ad una donna autorevolezza e prestigio sociale in virtù delle parole da questa pronunciate. L’attualità del fenomeno merita la dovuta attenzione evitando di generalizzare ed estremizzare ma avendo chiaro lo status giuridico problematico della donna nei paesi islamici. Grazie ad uno specifico approfondimento sulle problematiche di genere e lo stato, inevitabile è la comprensione dei rapporti sociali contemporanei in rapporto alla sovranità nazionale, lo stato di diritto e l’universalità dei diritti umani, elementi che diventano oggetto di attenzione soprattutto nei paesi islamici dove una storicizzazione e una completa separazione tra le istituzioni pubbliche e la religione non è formalmente viva e concreta. Tali considerazioni e ipotesi di ricerca restano essenziali anche per l’Europa e per i numerosi cambiamenti che il continente vede attualizzarsi negli ultimi anni. Il rapporto tra stato di diritto e continente europeo è stato al centro di una lezione da parte del presidente della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, Guido Raimondi, in un approfondito dibattito con Francesco Bonini, rettore della Lumsa, Franz Martinelli coordinatore del corso e Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana dei Diritti dell’Uomo.  Una fondamentale linea di demarcazione, richiamata dal presidente Raimondi, è quella fra i diritti di cittadinanza e i diritti umani. Mentre i primi sono materia degli Stati, che possono stabilire i criteri per la concessione della cittadinanza stessa, i secondi – come evidenziato fin dalla Dichiarazione universale del 1948 – appartengono a tutti gli esseri umani in quanto tali, prescindendo da quale sia la loro cittadinanza o anche dall’assenza di cittadinanza – nel caso degli apolidi. Quindi non solo ogni Stato, ma anche le competenti istituzioni della comunità internazionale hanno il compito di proteggerli. In questo quadro, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, le cui sentenze in materia devono essere applicate da tutti gli Stati che aderiscono alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (elaborata dal Consiglio d’Europa e firmata a Roma nel 1950) ha un ruolo decisivo. Quando un governo (come l’attuale italiano, in particolare, o quelli di Ungheria e Polonia o molti altri) adotta provvedimenti che portano a ledere le garanzie previste dalla Convenzione, la Corte può intervenire, sia con sentenze in seguito a ricordi individuali (dopo che tutte i gradi di giudizio interno di un Paese siano stati esperiti), sia con sentenze “pilota” che non si limitano a ordinare un risarcimento a chi sia stato danneggiato da un esito giudiziario ingiusto ma chiedono ai governi di modificare una prassi amministrativa o una legge. L’Italia – come sappiamo – è stata spesso condannata dalla Corte europea per violazioni dell’articolo 3 (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”, con riferimento alle condizioni di detenzione spesso inaccettabili e continuamente denunciate da storiche organizzazioni non governative come “Nessuno tocchi Caino”) e dell’articolo 6 (sul diritto a un equo processo, con riferimento al mancato rispetto di termini di tempo ragionevoli) della Convenzione; ma ora la problematica delle migrazioni, ovvero dell’afflusso senza precedenti di persone che non godono dei diritti di cittadinanza ma non per questo possono essere private dei diritti fondamentali inerenti ad ogni essere umano in quanto tale (la vita, la salute, la sicurezza, la dignità, i rapporti familiari) richiede un ulteriore impegno della Corte e impone una più delicata interazione fra questa e i competenti organi nazionali. È bene – fra l’altro – tenere presente anche l’articolo 4 del Quarto Protocollo aggiuntivo alla Convenzione, che vieta le espulsioni collettive di stranieri. Come ha spiegato il presidente Raimondi, i principi costituzionali italiani (in particolare, agli articoli 10 e 11, che prevedono la possibilità di limitare la sovranità nazionale) e la giurisprudenza della Corte di Cassazione disciplinano l’adattamento del diritto italiano al diritto convenzionale e quindi l’applicabilità – diretta o indiretta e secondo meccanismi diversi a seconda dei casi – nell’ordinamento interno della Convenzione stessa. Nell’ipotesi in cui uno Stato non rispetti le sentenze della Corte europea, spetta al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa l’eventuale adozione di sanzioni. Quanto alla necessità di tutelare l’ordine pubblico, che è naturalmente un preciso obbligo degli Stati, vale ricordare che principio giuridico essenziale nel campo dei diritti umani è che le limitazioni debbano essere stabilite per legge, necessarie e proporzionate, per evitare qualsiasi arbitrio. Ulteriori postulati di approfondimenti sono stati evidenziati dall’editore e politologo Antonio Stango nel ribadire i rischi interni al nostro continente:  “I rischi mi sembrano molto concreti: già Stati come l’Ungheria e la Polonia, fra quelli dell’Unione europea, hanno adottato misure legislative che sono giustamente oggetto di forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani: basti citare la recente legge che in Polonia obbliga al pensionamento anticipato numerosi giudici della Corte costituzionale, nell’ambito di una manovra che definirei volta all’asservimento del potere giudiziario a quello politico. Nel Regno Unito, che pure – come ha ricordato il presidente Raimondi – è per molti aspetti all’avanguardia rispetto all’osservanza della giurisprudenza della Corte, qualche anno fa con il governo Cameron ci fu addirittura la minaccia di uscire dalla Convenzione per mantenere le tradizionali limitazioni molto estensive al diritto di voto dei detenuti, oltre che su questioni legate al fenomeno migratorio. Nella stessa Italia, alcuni esponenti del presente governo non solo criticano politicamente la Corte, ma mostrano di avere una cognizione molto scarsa di cosa sia il diritto internazionale. Tuttavia, sono la Federazione Russa e soprattutto la Turchia a tenere ormai in ben poca considerazione molti dei diritti fondamentali. Lo smantellamento del sistema di sicurezza e fiducia internazionale avviato fra l’altro dalla Russia di Putin, in particolare con l’annessione della Crimea, e le decine di migliaia di arresti, condanne, licenziamenti ed altre azioni arbitrarie nella Turchia di Erdogan sono estremamente inquietanti. La situazione è molto più grave che alcuni anni fa, essendosi a mio avviso interrotto il ciclo di evoluzione positiva del diritto internazionale che aveva portato, dagli anni Ottanta del Novecento al 2001 (anche con la nascita della Corte Penale Internazionale) al rafforzamento dei meccanismi di tutela dei diritti di libertà. Tuttavia, ho apprezzato il messaggio di relativo ottimismo che il presidente Raimondi ci ha rivolto rispetto al fatto che la Corte mantiene la sua capacità di azione e cerca anzi di rafforzarla, tanto che resta un faro di speranza pressoché unico nel mondo. Trovo, infine, positiva l’interazione crescente fra i meccanismi e la giurisprudenza della Corte europea e altre istanze di giurisdizione o quasi giurisdizione internazionale, quali la Corte Interamericana dei Diritti Umani, la Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli e il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite”. Il rapporto tra diritti umani e istituzioni statuali ha permesso di approfondire anche il legame giuridico e politico di numerosi stati e l’incrocio con la realtà religiosa vivente in tali contesti. Tra le tematiche attuali che la geopolitica non può ignorare vi è l’analisi dettagliata del fenomeno del multiculturalismo e del dialogo interreligioso. La contemporaneità politica e il fenomeno migratorio pongono nuovamente la problematica al centro dell’attenzione geopolitica di numerosi stati e i conflitti interreligiosi continuano a essere un problema importante in rapporto alla sfera politica, religiosa, sociale e psico-culturale. In tale contesto internazionale, complesso e frammentato, l’attualità multiculturale dell’Albania è un modello interessante di analisi, non solo per i Balcani e i fenomeni regionali interni ai Balcani, ma per l’intera Europa. Ad approfondire la tematica del rapporto Balcani, Albania e multiculturalismo sono stati Khaled Gianluigi Biagioni Gazzoli, Segretario Generale dell’Unione Islamica in Occidente e Yahya Sergio Yahe Pallavicini, Vice Presidente della Comunità Religiosa Islamica.  L’Albania rappresenta uno dei rari casi di un paese dove convivono religioni diverse, sostenitrici dell’integrazione con l’Unione Europea. Musulmani, sunniti e bektashi, cristiani, ortodossi e cattolici, vantano relazioni equilibrate e pacifiche. E ciò, oltre ad avere valore di per sé, ne assume di ulteriore se si considera quanto la religione al giorno d’oggi sia spesso, involontariamente o meno, fattore di scomposizione e frattura. L’Albania, grazie a questo modello plurale e dinamico, è un caso da analizzare e approfondire apprezzato e studiato. Papa Francesco vi si è recato in viaggio nel 2014, anche con l’obiettivo di rendere omaggio a questo tessuto multiculturale. Ad esempio, ascoltando le storie degli anziani di Scutari, durante il mese di Ramadan, si viene a conoscenza di come in tale periodo era solito per i mercanti cattolici chiudere i negozi, soprattutto, ristoranti e bar. Una forma di rispetto reciproco e fratellanza che ha generato una tolleranza concreta visibile oggi nell’armonia interregionale che vive tra cattolici e musulmani. L’azione politica pragmatica ha contribuito a tale clima di tolleranza. In uno dei più antichi bazar di Scutari, tra i più grandi dei Balcani, il giorno di mercato era la domenica. Ma essendo la domenica, giornata santa, ricca di significato per i cristiani e i rituali religiosi di tali credenti, le autorità stabilirono come giorno di apertura del mercato il mercoledì e il sabato. La tolleranza degli albanesi non risulta soltanto nella sfera religiosa, ma anche in quella linguistica ed etnica. Durante la Grande Guerra e il successivo secondo conflitto mondiale, l’Albania ha visto la presenza sul proprio territorio di numerosi eserciti. Sono innumerevoli i racconti militari che illustrano di come il popolo albanese abbia trattato con rispetto e assistito i soldati in difficoltà dei vari schieramenti, dando valore, innanzitutto, alla vita e alla dignità umana. Un fenomeno riscontrabile anche nella storia recente, come l’arrivo a Tirana di Giovanni Paolo II, nel 1993. Nelle strade di Tirana e di Scutari si riversarono migliaia di fedeli, non solo cattolici ma anche musulmani, svuotando le case e riempendo le piazze. Sebbene l’Albania sia un paese piccolo è stato protagonista religioso grazie alla presenza di due papi in poco tempo: Papa Giovanni Paolo II nel 1993 e Papa Francesco nel 2014. In entrambi i casi, oltre ai capi di stato, sono stati accolti anche dai leader della comunità musulmana di Albania, H. Sabri Koçi e H. Skender Bruçaj, rispettivamente, nel 1991 e nel 2014. Il comunismo dell’Albania combatté duramente le fedi. Molti religiosi, di tutte le confessioni, furono perseguitati. I luoghi di culto vennero distrutti o convertiti in cinema, depositi agricoli o altro. L’attualità politica, consapevole di tale fardello storico, ha deciso di separare nettamente Stato e religione, concedendo libertà e protagonismo a tutte le fedi della propria storia. Analisi opposta ci tocca fare per quello che riguarda il Medio Oriente e i tentativi, per ora falliti, di creare e strutturare un’unione tra le innumerevoli comunità cristiane dell’area. Un elemento caratteristico della presenza cristiana nella regione del Medio Oriente è senza dubbio la sua estrema frammentazione. L’unità si ruppe con le controversie cristologiche del V secolo. Fino ai dati del 2010, i cristiani autoctoni costituivano il 3% della popolazione complessiva. L’attualità politica, le problematiche legate ai conflitti in corso, successivamente alla denominata “Primavera araba”, e le persecuzioni mirate contro i cristiani, hanno determinato una notevole diminuzione. Don Francesco Baronchelli, segretario del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica ha ribadito l’essenzialità di parlare di cristianesimi, molti e variegati, in Medio Oriente e secondo questa ottica si deve analizzare la problematica che vivono i fedeli. I cristiani in Medio Oriente sono sempre più consci che le persecuzioni che li colpiscono oggi possono essere anche un’occasione provvidenziale per procedere verso l’unità di tutti i cristiani del Medio Oriente. La recente proposta del Patriarca Sako di riunire la Chiesa Caldea, quella assira d’Oriente e quella antica d’Oriente va in tale direzione. Potremmo assistere a probabili cambiamenti per il prossimo futuro. I cristiani sono presenti in tutti i paesi del Medio Oriente, sempre come minoranza in riferimento alla popolazione globale. I cristiani in Medio Oriente presentano un panorama vastissimo di confessioni: la Chiesa assira d’Oriente, le Chiese ortodosse orientali, le Chiese ortodosse calcedonesi, le Chiese cattoliche, la Comunità anglicana e molte comunità cristiane protestanti. Un fenomeno sempre presente, oggetto di profondi dibattiti all’interno di tutta la comunità cristiana, è la ricerca di comunione tra chiese formalmente separate. L’ecumenismo quale ricerca di incontro, collaborazione reciproca, sostegno e solidarietà contro le persecuzioni. Sono numerosi i predicatori, che soprattutto nell’ultimo periodo storico di comune sofferenza e persecuzione, percepiscono tutta la comunità cristiana come fratelli e sorelle della stessa famiglia, membri di un’unica comunità fondata intorno a Cristo. Tra le questioni centrali per le varie chiese vi è quella della comune data per le feste sacre, particolarmente per le due principali dell’anno liturgico, ovvero il Natale e la Pasqua. Quanto alla Pasqua, una commissione di esperti, composta da rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, si riunì nel 1997 ad Aleppo per studiare la questione e proporre una risoluzione comune. Non si riuscì a raggiungere un accordo. Nel 2013, Papa Tawadros, il patriarca dei cristiani copti, scrisse una lettera a Papa Francesco sulla necessità di individuare una data unica per la celebrazione della Pasqua per tutte le Chiese cristiane. Non si è ancora giunti ad un accordo. Tali aspetti non sono secondari in rapporto alle problematiche che vivono i cristiani, soprattutto con il recente avanzare dello Stato Islamico. Nei drammi recenti si sono moltiplicate le visite di solidarietà alle vittime da parte dei vescovi della regione. Visite compiute a prescindere dall’appartenenza rituale e confessionale, spesso accompagnate da aiuti concreti con beni di prima necessità. Molti sono gli appelli a favore della cessazione delle ostilità, della riconciliazione, del dialogo, della restituzione degli ostaggi e dei rapiti, appelli presentanti comunemente dai gerarchi delle varie Chiese. Papa Francesco durante il suo incontro col patriarca Bartolomeo a Gerusalemme, nel maggio 2014, ha toccato anche il tema dell’unità del martirio affermando: “Quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, si realizza l’ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa”. Ciò che è necessario ribadire è che la continua persecuzione nei confronti dei cristiani in Medio Oriente sta generando una sempre più richiesta unità da parte di tutte le chiese cristiane, a partire proprio dalla celebrazione e l’istituzione di una festa comune per i tutti i martiri delle Chiese d’Oriente. Dalla tragedia potrebbe generarsi uno spirito ecumenico di unione e comunione dei cristiani. Aspetti religiosi che diventano indubbiamente fondamentali nell’analisi geopolitica dell’attualità delle confessioni religiose in Medio Oriente. In tale ottica è essenziale sviscerare il rapporto tra istituzioni, strutture religiose e contesto sociale antropologico. Tra gli esempi virtuosi ritroviamo il Regno del Marocco. Tra i relatori più autorevoli della Summer School della LUMSA registriamo la presenza di Hassan Abouyob, Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia. La capacità del Marocco nel gestire il fenomeno dell’estremismo islamico, attuando riforme sociali in vari campi è stata eccezionale. In Marocco un nuovo diritto di famiglia, emanato dal re Mohammed VI il 10 ottobre del 2003, ha sostituito la vecchia mudawwana approvata nel 1957, all’indomani dell’indipendenza del Regno. Con questa riforma le donne marocchine hanno compiuto un grande passo in avanti sulla strada della parità. Il Marocco, con l’introduzione della nuova Costituzione avutasi nel 2011, sta lavorando per sviluppare una società solidale, garantendo la sicurezza e la libertà, l’uguaglianza delle opportunità, parità di genere e una giustizia giusta. La Costituzione ha prodotto un nuovo quadro giuridico con la ridefinizione dei poteri delle istituzioni e la messa in opera di una monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale. E’ una vera Carta dei diritti e delle libertà fondamentali, radicata negli standard universali dei diritti umani. Stabilisce il divieto di ogni discriminazione basata sul sesso, il colore della pelle, la fede, la cultura, l’origine sociale o regionale, la lingua o la disabilità. Prevede il primato delle convenzioni internazionali, regolarmente ratificate dal Regno de Marocco, sul diritto interno ed il consolidamento di diritti e libertà, visioni tipiche delle società democratiche avanzate.

 

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