Atlantis 1/2018

Atlantis 1/2018 - ATLANTIS

 

Il primo numero di Atlantis del 2018 (primavera), dedica il Dossier al Trattato di Vestfalia del 1648 con tutte le implicazioni che esso ha storicamento comportato nelle relazioni tra Stati Europei. Nei prossimi numeri si proseguirà con altri appuntamenti con la storia accaduti negli anni terminanti in otto.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Sindrome di Asperger.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato ad Israele.

Tra le Eccellenze Italiane nel e per il Mondo, spazio alla Costa degli Aranci e al Consorzio Riviera Borgo degli Angeli in provincia di Catanzaro (Calabria), la creatività dell'architetto Magda Piscicelli con il suo marchio di moda femminile Luce Majori, Enrico Monti e la sua sartoria made in Venice, Agnese Lunardelli e gli arredi in legno pregiato dell'azienda di famiglia e, lasta but not least, la formidabile offerta medico-sanitaria della Casa di Cura Giovanni XXIII di Monastier di Treviso.

 

Editoriale 1/2018

Editoriale 1/2018 - ATLANTIS

E' successo un quarantotto!

I modi di dire hanno spesso un’origine storica: ancora oggi si dice «è successo un quarantotto» per indicare una situazione di caos improvviso, di tumulto generale, di putiferio inaspettato. È lo stesso Mike Rapport, nella prima pagina del suo libro 1848. L’anno della Rivoluzione, a ricordare la provenienza di questa frase: furono infatti gli eventi rivoluzionari che si intrecciarono proprio nel 1848 a cristallizzarsi nell’immagine menzionata, fino a diventare l’archetipo – anche verbale – di un evento confusionario ma nello stesso tempo decisivo. In quell’anno, infatti, «una violenta tempesta rivoluzionaria si abbatté sull’Europa». Ma, spesso, gli anni che terminano con la cifra otto sono stati tutto meno che banali. Senza andare troppo indietro nel tempo, ecco l’entrata in vigore della Costituzione degli Stati Uniti d’America nel 1788; il Trattato di Berlino che sancì gli accordi tra Grandi Potenze dopo la guerra Russo-Turca nel 1878; la fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1918; l’entrata in vigore della Costituzione Italiana nel 1948. Tuttavia, per ovvie ragioni di spazio (i quattro numeri del 2018), gli argomenti annuali dei dossier sono stati scelti (in ordine cronologico) in questo modo: 1648 Pace di Westfalia; 1848 i Moti rivoluzionari in Europa; 1968 i Moti studenteschi  del 1968 (ma anche la Primavera di Praga) e la Crisi economica mondiale esplosa nel 2008.

Rispettando l’ordine cronologico, quindi, il primo numero dell’anno di Atlantis dedica il dossier alla cosiddetta Pace di Westfalia. La Pace di Westfalia segna per sempre la fine del feudalesimo e l’inizio di quel ricco periodo storico denominato “assolutismo monarchico” che porterà a vaste riforme sociali diffuse quasi ovunque in Europa e che chiamerà le classi prima escluse a dirigere parte della vita politica ed economica, non basterà più essere nobili per nascita per governare il bene pubblico ma si dovrà dimostrare al monarca (che incarna pienamente lo Stato) d’esserne capaci. Con ogni probabilità l’Europa moderna nasce proprio dalla Pace di Westfalia, perché la geografia del nostro continente cambia e non poco rispetto ai secoli passati e comincia a prendere forma lo sviluppo che oggi noi tutti conosciamo. Per la prima volta si riuniscono intorno a un tavolo comune monarchie assolutistiche, monarchie moderate e repubbliche (pur se oligarchiche) idealmente le prime rappresentate dalla Francia e le seconde dalla Svezia senza  che nessuno abbia dei privilegi particolari nelle discussione e nelle proposte. Alla creazione del nuovo “sistema di Stati Europeo” concorrono quindi sostanzialmente soluzioni riguardanti la religione, la riorganizzazione dei territori imperiali e la nascita di nuove nazioni dalle sue ceneri. Non dobbiamo pensare ai moderni congressi con presidenze, ordini del giorno, votazioni e presentazione di documenti finali, la portata è senz’altro più modesta, tuttavia è il primo vero passo per arrivare alla politica di “Balance of Power”, l’equilibrio di potere tra le nazioni europee che sarà il cavallo di battaglia inglese nella successiva Pace di Utrecht del 1714. Il ’48 del XIX Secolo è l’insieme di moti rivoluzionari scoppiati in Europa tra il gennaio del 1848 e la primavera del 1849. L’ondata rivoluzionaria si concludeva con la sconfitta delle forze progressive, al cui interno le posizioni democratiche e socialiste erano destinate a scalzare l’impostazione liberale fino ad allora egemone. Ponendo le basi per gli irrisolti problemi che sono evidenti anche nell’Europa odierna. La contestazione giovanile del 1968 ha una suo punto di partenza in Francia ma si manifesta in forme diverse e articolate in tutto il mondo (non solo occidentale): negli Stati Uniti la discesa in piazza dei contestatori si accompagnò alla crisi della Guerra del Vietnam, in Cina  Mao Tze Dong completò la rivoluzione culturale (in realtà la repressione del ceto intellettuale condannato al duro lavoro nei campi di recupero al socialismo, il 21 agosto 1968 i carri armati russi entrarono a Praga, spezzando il sogno riformista della cosiddetta Primavera di Praga, e, di fatto, mettendo fine alla costruzione dell’Internazionale Socialista guidata da Mosca. Se il non allineamenti di Tito aveva già dato un colpo forte alla guida sovietica, ora la credibilità dei successori di Stalin (da Kruscev a Brezgnev) era scesa al minimo anche per i partiti comunisti dell’Occidente (dalla Francia e dall’Italia matura l’idea di una sorta di riformismo socialista dello Eurocomunismo) mentre in Italia, la storia del sessantotto è rimasta monopolio degli  stessi sessantottini, la cui vulgata è solo positiva: contestazione anti classista, anti conformista, anti autoritaria. In realtà, la Matrice marxista del movimento non ha fatto altro che riprodurre una visione anti meritocratica della società italiana, favorendo un processo di scarsa produzione delle élites nazionali ancora oggi evidente. La Crisi, infine, del 2008 è forse ancora troppo vicina temporalmente (nonostante i 10 anni trascorsi) per essere analizzata con lucidità. Tuttavia, vale la pena di affrontarne il tema perché, non trattandosi di un fenomeno passeggero ma di una situazione che ha prodotto e produrrà effetti permanenti nell’economia e nella società occidentale, probabilmente segnerà come i precedenti citati un capitolo dei libri di storia dal XXI Secolo. Basti citare il libro Il Nostro Futuro di Alec Ross. È facile dimenticare quanto è cambiato il mondo negli ultimi decenni. Ed è ancora più facile non pensare a quanto cambierà il mondo nei prossimi anni, perché spesso la trasformazione è imprevedibile, inarrestabile e rischiosa. Alec Ross, consigliere dell’amministrazione Obama per l’Innovazione e docente alla Columbia University (ma ha studiato anche a Bologna), ha lavorato per anni alla frontiera del cambiamento, viaggiando in tutto il mondo. Ross ha affrontato tutti i temi più caldi dell’innovazione - dalla ricerca genetica alla cybersicurezza alla rivoluzione dei Big Data - evidenziando le sue ricadute sulle scelte di tutti noi. 

 

Non tutto il MALI vien per...

Non tutto il MALI vien per... - ATLANTIS

Il MALI, un paese di speranza?

di Francesco Ippoliti e Riccardo Zorzi

Il MALI, nonostante un significativo schieramento di forze di sicurezza internazionali, continua ad essere un paese insicuro con una forte presenza di estremismo islamico.

Dopo varie vicissitudini che hanno portato ad instaurare una precaria stabilità politica, ora gli obiettivi sono quelli di stabilizzare l’area, neutralizzare la presenza di terroristi islamici e provare ad avviare un progetto di sviluppo economico con il sostegno delle agenzie delle Nazioni Unite, dell’Europa e degli USA.

L’Europa guarda con attenzione il processo di crescita del paese e lo ha dichiarato anche il Presidente del Parlamento UE Antonio Tajani. Il Mali è stato definito un partner privilegiato, una priorità per Strasburgo, un paese importante per la politica di sviluppo e sicurezza europea.

Il Mali è un paese che soffre di una grave destabilizzazione di matrice jihadista, che trova le sue radici nella politica di abbandono delle aree a nord del paese, lasciate alle scorribande delle tribù locali. La guerra civile ha portato l’etnia Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad ad allearsi con le  frazioni fondamentaliste legate ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico – AQIM per l’indipendenza della regione dal governo centrale ed imponendo la sharia. 

In particolare Al-Mourabitoun (la sentinella) guidata da Mokhtar Belmokhtar e Adnan Abu Waleed al-Sahrawi è stato il gruppo terroristico che più ha agito con crudeltà e che nel 2015 si è rinominato Al Qaeda in West Africa, facendo trasparire mire espansionistiche in tutta la regione. 

Solo lo scorso anno vi sono stati oltre 250 attentati nel paese con numerose vittime e crudeli atrocità.

Spinti da un quadro di situazione catastrofico che stava per consegnare il paese in mano ad Al Qaeda, le Nazioni Unite, l’Europa, in primis con la Francia, e gli USA hanno cominciato ad interessarsi politicamente e militarmente del Mali.

Gli attori principali presenti nel Mali come forze di sicurezza sono:

- MINUSMA;

- EUTM – Mali;

- EUCAP Sahel;

- Operazione Barkhane;

- G5 Sahel Force.

 

MINUSMA (Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali)

La missione di peacekeeping delle Nazioni Unite è abbastanza consistente. Approvata per una forza massima di 16.500 uomini, dotati di armamento leggero, al momento è composta da circa 11.000 militari, 2.000 agenti di polizia e 1.200 civili. Il mandato principale è quello di supportare le parti in causa nel conflitto interno del Mali, per “raggiungere gradualmente il rispristino dell’autorità dello Stato”. Ad essa sono state affiancate altre agenzie dell’ ONU per ristabilire le minime condizioni di vita. 

EUTM – Mali

È la missione europea per aiutare il paese. La missione primaria è di incrementare le capacità e l’addestramento delle forze di sicurezza del Mali. Il Comando si trova in Bamako con uno staff di circa 150 uomini mentre il centro di addestramento con circa 400 uomini si trova in Koulikoro.

Esistono ulteriori 5 formazioni decentrate denominate CMATT (Combined Mobile Advisory & Training Team) che sono dislocate: 2 a Segou, 1 a Kati, 1 a Gao ed 1 a Sikasso.

EUCAP Sahel

È la missione civile dell’Unione Europea per una interrelazione tra le forze militari schierate nel paese e la compagine politica governativa. Il compito principale è l’aiuto al paese per garantire l’ordine democratico e costituzionale. Team di consiglieri politici operano a livello ministeriale per incrementare il sistema di risorse umane.

Operazione Barkhane 

È l’operazione delle Forze Armate francesi per attività militari a supporto del governo del Mali contro i gruppi terroristici e per il sostegno alla popolazione. Con una forza di circa 4.000 uomini pesantemente armati, hanno un mandato diverso da quello di MINUSMA, un compito più operativo e di combattimento piuttosto che di mantenimento della pace. Barkhane è il naturale seguito della Operazione Serval che ha portato alla riconquista dei territori acquisiti dagli islamisti nel 2012/2013.

G5 Sahel Force

È lo schieramento autorizzato dalle Nazioni Unite con il supporto dell’Unione Africana di una forza di sicurezza composta da 5 stati, Mali, Burkina Faso, Chad, Mauritania e Niger sotto la guida di esperti francesi. Nata nel febbraio 2014 ha avuto il mandato di combattere la minaccia del terrorismo in tutto il territorio del Sahel, un compito transnazionale e di contrastare i traffici illeciti nell’area, fonte primaria di finanziamento del terrorismo.

Una volta a regime potrà contare su una forza di circa 5.000 uomini dotati di un equipaggiamento medio. La principale fonte di finanziamento è dagli USA che forniscono anche un supporto intelligence ed una recce adeguata mediante i droni schierati nelle basi aeree di Agaddez in Niger e di Ouagadougou in Burkina Faso.

 

La situazione

Nonostante gli accordi di pace e la forte presenza di missioni internazionali civili e militari, i progressi di pace e di stabilizzazione rimangono lontani dagli obiettivi prefissati e dalle aspettative. Uno dei principali problemi è l’esclusione dagli accordi di pace di alcuni gruppi armati che continuano tuttora ad operare nel paese. 

Il processo di pace continua a ritardare e la percezione della popolazione e dell’opposizione governativa è quella di inefficienza delle procedure per finalizzare gli accordi.

Rimangono alte le tensioni etniche con piccoli conflitti locali e vari episodi di razzismo, specialmente tra i popoli del nord e del sud del paese. 

In questo fragile quadro di situazione, nel mese di marzo 2017 le quattro maggiori organizzazioni terroristiche islamiche si sono unite creando JNIM Jama’a Nusrat ul-Islam wal Muslim (Al Qaeda gruppo di supporto per l’Islam e per i musulmani). Sin dalla sua creazione JNIM ha dato priorità ad attacchi alle basi di tutte le forze presenti, in particolare quelle dell’ONU ed al rapimento dei cittadini stranieri. Inoltre sono stati colpiti numerosi centri di culto nella parte centrale del paese. 

JNIM non ha concentrato le sue azioni in aree particolari ma ha agito principalmente nel centro e nel sud del Mali con numerose punte verso nord. Quindi, da un’analisi degli eventi, si possono dedurre due aspetti, uno sembra che questa formazione terroristica si possa muovere liberamente nel paese, l’altro che i gruppi che compongono JNIM sono dislocati in tutta la nazione e non concentrati in particolari etnie, quindi più difficili da individuare.

Tali azioni hanno spinto le forze di sicurezza a rischierarsi repentinamente in diverse aree del Mali, prediligendo la parte centrale, al fine di poter velocemente intervenire in tutto il paese e cercar di garantire una adeguata cornice di sicurezza.

Se nei principali centri urbani esiste un minimo di percezione di sicurezza, nelle aree rurali questa sensazione è minimamente sentita con uno spirito di rassegnazione e di accettazione degli eventi.

 

Il contesto rimane complesso. 

Il Mali deve prima risolvere il problema interno dato dal vuoto del potere governativo, deve ricostruire e riformare le forze di sicurezza dando loro maggiori capacità operative ed un adeguato supporto tecnologico. Da quello che traspare sembra che al personale militare manchino le motivazioni per cercare di stabilizzare il paese e che si conti solamente sull’appoggio internazionale, obbligato ad investire nel Mali se non vuole far cadere quest’area in mano ai gruppi organizzati di JNIM.

Le forze internazionali presenti hanno la capacità di poter addestrare con professionalità le forze locali, mentre hanno alcune limitazioni nel controllo del territorio. Solo l’Operazione Bakhane può essere determinante per la neutralizzazione delle minacce presenti, ma ciò potrebbe richiedere un lungo tempo ed un ulteriore investimento di risorse da parte della Francia, con il significativo contributo USA. 

 

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