Atlantis 2-3/2021

Atlantis 2-3/2021 - ATLANTIS

Il secondo e il terzo numero del 2021 escono insieme. Un altra conseguenza della pandemia della quale ci siamo occupati diffusamente.

Spazio, naturalmente al Festival Internazionale della Geopolitica Europea che si è svolto a Jesolo (Venezia) nei giorni 6-7-8 maggio 2021, organizzato proprio dalla nostra rivista in collaborazione con numerosi altri soggetti, tutti di grande spessore istituzionale e culturale.

 All'attenzione del lettore uno degli articoli del libro Lettere sul Mondo, a cura del Circolo di Studi Diplomatici.

Immancabili i pezzi di Eleonora Lorusso e Domenico Letizia.

In questo numero prosegue anche la fondamentale collaborazione con il Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

Stato e Chiesa, Diritto e Teocrazia

È di questi giorni, l’uscita di un volume di scritti del già Pontefice Ratzinger. Coincidenza o destino? A pochi mesi dall’ingresso a Kabul dei talebani, Ratzinger affronta il tema - problema teologico e politico, di scottante attualità. “La matrice tipicamente europea - afferma il teologo - ci consente di concepire la dialettica Stato-Chiesa nella logica della distinzione e della reciproca influenza che contempla anche l’interferenza”. Ratzinger afferma che come cristiani dobbiamo rifuggire dalla tentazione teocratica. Il dominio della Chiesa sullo Stato è per lui un vaneggiamento. Ogni possibile soluzione confessionale, per l’ex Pontefice, come ogni possibile soluzione totalitaria deve essere scacciata sia in una sua versione confessionale che laica. Perché Ratzinger parla di fede cristiana ed Europa? Non si sa. Ma il tempismo è sorprendente e lo fa invitando ad andare alla radice dell’esperimento democratico, legando la democrazia al diritto. Ratzinger stabilisce che la platonica “EUNOMIA” e il concetto di Europa si debbano intendere non solo in senso geografico e geopolitico ma soprattutto culturale, essendo un messaggio universale, quello del “BUON DIRITTO”, proprio della civiltà europea. L’Europa, infatti, ha saputo riemergere dal buio di una dimensione violenta e liberticida, quello dell’inferno delle tirannie novecentesche, per affermare un sistema politico basato sulla limitazione dei poteri, il controllo e la trasparenza, distinguendo tra “FORZA”, “POTERE” e “AUTORITÀ”. La forza è la capacità di agire secondo volontà; il potere stabilisce la capacità di disporre della volontà altrui; l’autorità indica la legittimità dell’esercizio del potere che è tale solo quando è limitato, controllato e trasparente. La distinzione tra “FORZA”, “POTERE” e “AUTORITÀ” consente di interpretare in senso completo ed attuale il concetto di democrazia. Ratzinger sottolinea che il compito del cristiano non è quello d’innalzare il “Regno” ma di andargli incontro con l’opera della giustizia. Insomma, dal Papa Emerito una lezione teologica ma anche di filosofia politica, validissima anche per i non credenti, su di un concetto di liberal-democrazia, che “ci metta al riparo dalla tentazione del serpente di voler prendere il posto di Dio”.
Come non essere d’accordo?

Il declino economico e culturale degli italiani e l’erraticità della politica e

Il declino economico e culturale degli italiani e  l’erraticità della politica e - ATLANTIS

 

Il declino economico e culturale degli italiani e
l’erraticità della politica estera del nostro Paese negli ultimi vent’anni
Roberto Nigido
Lettera Diplomatica 1287 del 7 dicembre 2020
I dati relativi al declino economico degli italiani negli ultimi vent’anni sono noti, essendo stati ampiamente illustrati e commentati dagli organi di informazione. Ne cito due che mi sembrano particolarmente significativi. Il reddito pro-capite degli italiani nel 2019 è sostanzialmente uguale in termini reali a quello dell’anno 2000, avendo la sua crescita oscillato intorno allo zero in questo periodo; nell’insieme degli altri Paesi europei l’aumento complessivo in vent’anni è stato del 20%, con ampie variazioni dal +3% al -4%. Anche la produttività dell’insieme dei fattori in Italia non è aumentata rispetto all’anno 2000; negli altri Paesi europei l’aumento è stato complessivamente del 20%. La coincidenza tra i due parametri concernenti l’andamento del reddito e quello della produttività è significativa della loro stretta correlazione.
Nella sua lucida e, nei capitoli finali, drammaticamente preoccupante “Storia economica d’Italia dal 1796 al 2020” (Bollati Boringhieri, 2020), Pierluigi Ciocca ne attribuisce le cause all’interrelazione di vari fattori. Ne richiamo alcuni: aumento del debito pubblico complessivo nel periodo 2000-2019, dopo le correzioni operate negli anni ‘90; stagnazione degli investimenti pubblici anche per mancanza di risorse; ridotte dimensioni della maggior parte delle imprese italiane e conseguenti ostacoli alla loro capacità di innovazione; insufficiente qualità dell’insegnamento scolastico come causa dell’impreparazione degli italiani ad affrontare impieghi sempre più impegnativi in un contesto internazionale di crescente concorrenza dovuta alla globalizzazione e alle innovazioni tecnologiche.
Desidero soffermarmi in particolare su quest’ultimo aspetto perché mi sembra collegato, non solo all’accelerazione del declino economico del nostro Paese, ma anche alla conduzione della politica estera italiana negli ultimi vent’anni, che non esito a definire erratica, in particolare quando si è trattato di scelte fondamentali sulle quali è giusto si pronunci il governo nella sua collegialità.
I dati relativi al deterioramento della preparazione scolastica degli italiani sono meno noti al grande pubblico, perché non sono stati sufficientemente segnalati dai più diffusi mezzi di informazione. Sono comunque ben documentati e non difficili da reperire. Cito i più significativi, alcuni dei quali sono tratti dal libro di Luca Ricolfi “La società signorile di massa” (La nave di Teseo, 2019). Gli italiani fanno registrare il più elevato tasso relativo di analfabetismo funzionale tra i Paesi Europei: circa il 30%. Tra i Paesi OCSE ci precede solo la Turchia; in Europa il tasso di analfabetismo funzionale più basso è in Finlandia (11%). La Germania è nella media europea, che si colloca tra il 16% e il 18%. In termini statistici, per ogni analfabeta funzionale in Europa ce ne sono due in Italia.
Secondo l’UNESCO analfabeta funzionale è persona “incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. In sostanza: incapace di comprendere, analizzare logicamente e poi scegliere con coerenza razionale. Il numero dei laureati in Italia è in percentuale la metà che nella media dei Paesi Europei e quello dei diplomati inferiore del 20%. Secondo Ricolfi, uno studente universitario italiano oggi ha in media la stessa capacità di comprensione logica e della propria lingua di un diplomato di terza media degli anni ‘60. Non sorprende quindi che tra gli italiani si registri il più elevato tasso percentuale in Europa di giovani tra i venticinque e i ventinove anni che non lavorano, non studiano, non sono impegnati in processi di formazione: 30% (in Irlanda 6%).
Queste rilevazioni statistiche sono confermate da quelle empiriche riscontrate tra i suoi studenti dal Professore di Storia Moderna all’Università di Urbino Marco De Nicolò (“Formazione: una questione nazionale”, La Terza 2020). Secondo De Nicolò un professore universitario di storia, prima ancora che all’insegnamento della sua materia, deve applicarsi alla spiegazione del significato delle parole e dei concetti usati nelle lezioni e nei libri di testo, per colmare le lacune lasciate negli studenti dai precedenti anni di scuola. Di questa situazione io stesso ho avuto recenti, e almeno per me sorprendenti, conferme. Ho potuto così constatare che per un impiegato di banca addetto a un bancomat non vi è differenza di significato tra le espressioni temporali “tra” e “entro”; così come per un addetto alla sicurezza di un importante ospedale romano tra i verbi “indirizzare” e “raddrizzare”. Si tratta di convinzioni di impiegati di media categoria assunti dopo una selezione e che hanno studiato almeno fino a quattordici anni. Secondo Ricolfi le cause vanno ricercate nella demolizione della scuola pubblica avviata con la riforma della scuola media nel 1962 che, nell’estendere l’obbligo scolastico ai quattordici anni, ha però anche abbassato il livello di formazione e selezione per permettere a tutti gli studenti di accedere a un diploma di scuola media superiore (e poi quindi all’università), indipendentemente da capacità e preparazione. Aggiungo da parte mia, per averlo visto accadere negli anni ‘70, che il fenomeno è stato amplificato dall’assunzione come insegnanti di migliaia di giovani diplomati e laureati mal preparati e mal selezionati, per trovare loro un impiego, pur di toglierli dalle piazze e impedire che andassero ad arruolarsi tra le Brigate Rosse.
Cosa ci si poteva aspettare dal ricambio generazionale della classe politica avvenuto negli anni a cavallo del nuovo secolo quando, a una classe politica formata da un sistema educativo ancora di qualità e selezionata dalle scuole di partito allora esistenti, è succeduta una classe politica uscita dalle scuole e università del post 1962 e post 1968 e non più selezionata da responsabili corpi politici intermedi?
Parto dall’assunto - che mi pare difficile da confutare - che elettori per il 30% analfabeti funzionali, cioè “incapaci di comprendere e valutare per intervenire attivamente nella società”, siano anche poco capaci di scegliere razionalmente i propri rappresentanti politici. Vediamo allora cosa è successo nella politica estera del nostro Paese. I governi italiani che hanno posto le fondamenta della nostra Repubblica hanno individuato fin dai primi anni ‘50 tre punti cardinali di riferimento per orientare la politica estera italiana, basati sulla valutazione dei nostri permanenti interessi nazionali: atlantismo, europeismo, multilateralismo.
Comincio dall’atlantismo, cioè fedeltà nei confronti dell’Alleanza Atlantica, lealtà nei confronti dei suoi Paesi Membri e condivisione dei valori e dei principi sulla quale è fondata. Diversi governi italiani, pur doverosamente leali al nostro più importante alleato, non hanno esitato a distaccarsi dalla linea USA, se non sostenuta dalla NATO o dalle Nazioni Unite, quando hanno ritenuto che le circostanze lo richiedessero per interessi globali dell’Italia. Cito alcuni esempi: nel 1967 sulla guerra in Vietnam (l’Ambasciatore d’Italia a Washington si dimise perché la linea del Ministro degli Esteri non coincideva con quella degli Stati Uniti); ripetutamente negli anni ‘80 in Libia, in particolare nel 1985 (Sigonella) e nel 1986 (bombardamento USA di Tripoli); nel 1998 durante la crisi del Kosovo (quando Prodi chiese inutilmente una consultazione al massimo livello politico in sede NATO prima che fosse deciso l’intervento militare contro la Serbia). Negli anni successivi l’Italia è passata: dal totale allineamento su Washington nel 2003, quando gli Stati Uniti decisero di invadere l’Iraq senza nessuna copertura internazionale (solo l’intervento in extremis del Presidente della Repubblica impedì che l’allora governo italiano coinvolgesse l’Italia in quella insensata avventura); alle acrobazie dell’attuale governo, impegnato nel tentativo di individuare un improbabile punto politico di equilibrio per l’Italia tra Paesi alleati (Stati Uniti e gli altri Paesi NATO) e Paesi ormai tornati a essere apertamente ostili all’Occidente (Russia) o che potrebbero diventare ostili (Cina). Sulle sfide che presenta la Cina alle democrazie del mondo occidentale è utile fare riferimento al pertinente capitolo del recentissimo rapporto commissionato dalla NATO a un qualificato gruppo di esperti indipendenti: “NATO 2030”.
Fino a tutti gli anni ‘90 l’Italia è stata promotrice e attiva protagonista dell’integrazione europea, della quale gli italiani erano allora in stragrande maggioranza convinti sostenitori, e ha difeso con successo all’interno dell’Europa e grazie all’Europa i nostri interessi nazionali e globali, anche nella convinzione che il successo del nostro Paese passasse per quello dell’Europa. Negli anni successivi l’europeismo italiano si è raffreddato: in parte, come in altri Paesi europei, per l’insufficienza dimostrata dall’Unione - fino alla “conversione“ della Germania e alle coraggiose iniziative delle nuove Istituzioni europee all’inizio del 2020 - nel far fronte alla crisi economica e a quella migratoria; ma anche come conseguenza dell’incessante propaganda anti-europea e delle interferenze di Mosca in atto da anni in Italia e negli altri Paesi Europei, dopo le ripetute provocazioni ricevute dall’Occidente. Questa propaganda ha avuto maggior successo tra gli italiani che tra gli altri cittadini europei e ha contribuito alla crescita di forze politiche euroscettiche o apertamente anti-europee, le quali non hanno nascosto di essere sensibili alle sirene russe e più recentemente anche cinesi. Così alle ultime elezioni politiche nazionali ed europee i partiti euroscettici o anti-europei hanno raccolto in Italia oltre il 50% dei suffragi. Incapaci di scegliere una linea coerente e difendibile (basata sul non episodico rispetto delle regole europee in materia di bilancio e sulla conseguente credibilità nel chiederne la modifica se ritenuta necessaria), alcuni governi italiani hanno oscillato tra: prolungati inadempimenti; sterili recriminazioni; richieste di deroghe; “pugni sul tavolo”, controproducenti a Bruxelles ma ritenuti utili per rincorrere gli umori degli elettori; obbligati ritorni alle discipline europee sotto la reazione dei mercati.
Per un Paese di dimensioni medie, povero di risorse naturali, senza ambizioni nazionalistiche, con un’opinione pubblica pacifista, dai bilanci sempre in passivo e conseguentemente incapace di finanziare consistenti spese militari per una politica estera più “muscolare”, il ricorso al multilateralismo è una strada obbligata. L’Italia ha così sempre sostenuto l’azione delle Nazioni Unite in tutti i campi; ha assecondato con convinzione ogni iniziativa internazionale volta a promuovere la pace, la riduzione degli armamenti e lo sviluppo economico e sociale nel mondo; ha partecipato attivamente alla liberalizzazione e regolamentazione degli scambi commerciali mondiali; ospita con generosità le Agenzie delle Nazioni Unite specializzate in materia di alimentazione e aiuto alimentare. Ciò non significa a mio parere che il nostro Paese sia anche obbligato a rinunciare a ogni iniziativa nazionale quando quelle internazionali non siano disponibili o falliscano.
Così l’Italia nel 1997 ha lanciato un’ingente operazione militare in Albania per stabilizzare il Paese e se ne è assunta i rischi, all’inizio, con il solo prezioso sostegno della Francia. Negli anni più recenti, a fronte del fallimento delle iniziative delle Nazioni Unite e di quelle europee volte ad assicurare la pace, la stabilizzazione e l’unità della Libia, mi sarei atteso un intervento italiano più concreto e, nei modi opportuni, anche militare per aiutare il Governo di Tripoli, che ce lo aveva chiesto per far fronte all’offensiva del Generale Haftar: intervento che sarebbe stato utile anche per controbilanciare il sostegno della Francia a quest’ultimo e disporre di una credibile arma negoziale. Nell’illusione di poter contare sul successo dell’azione delle Nazioni Unite e dell’Europa, abbiamo lasciato la strada aperta alle iniziative di potere militare Mediterraneo e Medio Oriente della Turchia, Paese di ambigua lealtà all’Alleanza Atlantica della quale è peraltro membro. La Turchia detiene ora così le chiavi di quella parte della Libia che ci interessa maggiormente dal punto di vista del controllo sull’immigrazione clandestina, il terrorismo e la criminalità.
In conclusione, la politica estera italiana mi è apparsa negli ultimi vent’anni condotta in alcune cruciali occasioni da Governi che sembravano navigare senza una rotta chiara e senza strumenti di bordo nelle acque agitate del mondo di oggi. In queste condizioni, l’ausilio esperto dei servizi della Farnesina può fare opera di supplenza solo limitata. Fortunatamente vi sono state ampie eccezioni a queste derive, grazie all’opera di governi responsabili - incluso l’attuale governo per quanto attiene alle questioni europee - quando si sono trovati alla guida dell’Italia in alcuni periodi dell’ultimo ventennio. Il percorso è stato comunque discontinuo e non ha giovato alla credibilità della nostra politica estera: credibilità che può essere ricostruita solo con una coerente opera di lungo periodo. Per migliorare la qualità dei nostri governanti occorre innanzitutto migliorare la qualità culturale dei governati: investire nella scuola; rafforzarne le strutture; scegliere con attenzione gli insegnanti e, dopo l’assunzione, migliorarne e aggiornarne le competenze; adottare programmi rigorosi volti a trasmettere non solo conoscenze ma anche e soprattutto capacità di ragionare; selezionare gli studenti con rigore e indirizzarli verso gli studi superiori a loro più consoni; rafforzare gli istituti di formazione professionale così necessari per le nostre attività produttive. Questa è la strada scelta da molto tempo da Paesi europei di indubbio successo come la Germania e i Paesi Bassi: l’esperienza dell’emergenza Covid-19 ce lo ha dimostrato ancora una volta.
Dal libro Lettere sul Mondo 2021 Mazzanti Libri Venezia

 

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