Atlantis 1/2021

Atlantis 1/2021 - ATLANTIS

Il primo numero del 2021 inizia una nuova era: quella del Festival Internazionale della Geopolitica Europea che sarà organizzato proprio dalla nostra rivista in collaborazione con numerosi altri soggetti, tutti di grande spessore istituzionale e culturale.

Ecco, dunque, una presentazione dell'evento nella sua prima edizione, che pur svolgendosi in modalità on line avrà una regia stabile al teatro Antonio Vivaldi di Jesolo Lido, nei giorni 6-7-8 maggio 2021.

Spazio ad uno degli articoli di Pietro Calamia, tratti dal libro Scritti di Pietro Calamia, un ambasciatore al servizio dell'Italia e dell'Europa, presentato al festival alla presenza del past presidente del Circolo di Studi Diplomatici, Ambasciatore Roberto Nigido e dei due suoi co presidenti Ambasciatore Paolo Casardi e Ambasciatore Maurizio Melani. alla presentazione ha anche presenziato il direttore Generale del ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione socuale, Ambasciatore Elisabetta Belloni nonché l'ex Presidente del Consiglio dei Ministri e attuale Vicepresidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato.

Immancabili i pezzi di Eleonora Lorusso e Domenico Letizia.

In questo numero inizia anche la fondamentale collaborazione con il Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.

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Editoriale 

 Più Princìpi meno prìncipi

Il numero di primavera di questo 2021 ancora rattristato dalla pandemia ritrae in copertina Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Europea e dunque prima Cittadina d’Europa, inaugurando la sequenza annuale di dediche ai quattro principali leaders mondiali. Dopo Von der Leyen sarà la volta di Joe Biden poi di Xi Jinping ed infine Vladimir Putin. I quattro grandi della terra, insomma.

Il primo numero dell’anno, coincide con la realizzazione della prima edizione del Festival Internazionale della Geopolitica Europea a Jesolo (Venezia) nei giorni 6 - 7 - 8 maggio. Un appuntamento mancato lo scorso anno  a causa dello tsunami coronavirus e posticipato più volte fino alla ricollocazione nelle sue date già previste nel calendario della stagione degli eventi della città balneare veneziana che ha tenacemente voluto ospitare il festival. Un appuntamento che sarà tradizionale e ha quale fine principale l’approfondimento di temi e problemi legati al governo del mondo. Un appuntamento che metterà a confronto diversi mondi che spesso non si parlano né confrontano pur affrontando quotidianamente le fatiche del mantenimento della pace, della sicurezza, del rispetto dei diritti umani, della crescita economica, della lotta alla fame, del rispetto dello stato di diritto, della lotta al crimine e alla corruzione. Cioè il mondo della diplomazia e delle relazioni internazionali; il mondo dell’economia e della finanza; il mondo della difesa e della sicurezza e il mondo dell’informazione e della ricerca e della divulgazione del sapere non solo accademico. Il pubblico senza distinzioni di sorta, perché chiunque può ed anzi deve essere il percettore di questo messaggio, sarà quello degli studenti, dei ricercatori, dei giornalisti, degli imprenditori, dei diplomatici in carriera e a riposo e dei militari anch’essi in carriera e a riposo.

Tuttavia, la rivista non rinuncia anche in questo suo primo numero dell’anno 2021 a continuare ad essere un mezzo di diffusione e difesa del pensiero liberal-democratico pur in un momento di grande difficoltà generale, in particolare per quanto riguarda due grandi temi generali: il primo, la supposta maggiore efficenza di un governo autocratico rispetto ad uno democratico davanti alle grandi emergenze ed il secondo, il limite alla libertà individuale posto dall’esigenza della tutela della salute collettiva. Temi che affronteremo senza remore, consapevoli che l’apparenza inganna e vincenti sono le affermazioni dei principi e dei diritti piuttosto che la guida di uomini cosiddetti forti e/o ideologie liberticide.

 

Sulla diplomazia europea dell’Italia

Sulla diplomazia europea dell’Italia - ATLANTIS

 

Pietro Calamia, un Diplomatico di grande caratura

 Da Scritti di Pietro Calamia un Ambasciatore al servizio dell’Italia e dell’Europa

 Sulla diplomazia europea dell’Italia

Per comprendere un podi più quello che la diplomazia italiana ha fatto nel processo di integrazione oggi disponiamo di tre ottimi volumi – Silvio Fagiolo, Lidea dellEuropa nelle relazioni internazionali, Milano, Franco Angeli, 2009; Rocco Cangelosi, Il ventennio costituzionale dellUnione europea: testimonianze di un diplomatico al servizio della causa europea, Venezia, Marsilio, 2009; Roberto Ducci, Le speranze dEuropa (carte sparse 1943-1985), a cura di Guido Lenzi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007 – ciascuno dei quali dà un contributo a questa analisi, ma effettivamente forse qualche cosa di più bisognerà un giorno cercare di fare per valutare dallinterno quello che è stato il ruolo della diplomazia italiana nel processo di integrazione europea. 

Nel libro di Silvio Fagiolo c’è unanalisi assolutamente condivisibile sulle radici dellintegrazione europea, la riconciliazione franco-tedesca, e la confrontazione russo-americana messa addirittura prima della riconciliazione franco-tedesca. Una qualche giustificazione per questa affermazione c’è, se si considera (cito sempre dal libro di Fagiolo), che Altiero Spinelli, alla morte di Stalin nel 1953, si chiese se it processo di integrazione europea non si sarebbe fermato; cioè un federalista dello spessore di Spinelli vedeva anche lui tra la confrontazione Est-Ovest ed il processo di integrazione europea un legame che probabilmente sfuggiva ad altre personalità di quel periodo. Nel libro di Rocco Cangelosi c’è una testimonianza precisa ed esauriente del ruolo dellItalia anche se, e questo credo vada ad onore del diplomatico, ho trovato degli accenti più federalisti che diplomatici in alcune delle analisi. Non lo dico in senso critico, c’è una verniciatura federalista sul ruolo diplomatico dellItalia che merita di essere sottolineata. Nel libro di Ducci, se posso dirlo con sincerità, ho spesso limpressione che la mano dello scrittore prevalga su quella dello storico, e anche questo vuole essere un complimento. Citerò un passaggio del libro di Ducci che mi sembra il più fondamentale anche se, e questo per chi ha conosciuto Roberto Ducci non è un motivo di sorpresa, ci sono qua e là nel libro delle battute fulminanti. Non resisto al piacere di citarne una, tratta da uno scritto credo del 64: Kissinger pensa di mettere in imbarazzo de Gaulle chiedendogli come avrebbe fatto a impedire che la Germania dominasse lEuropa e de Gaulle, senza sorridere, gli rispose «par la guerre». Dimentichiamoci tutto questo, ma è tipico di quella testimonianza che Ducci è sempre stato in grado di fornire della sua visione e interpretazione dei rapporti fra le grandi personalità del nostro tempo. Torno quindi al ruolo della diplomazia; se allorigine ce lintuizione, la visione di tanti uomini, spesso di frontiera, come Adenauer, Schuman, De Gasperi, quello che vorrei sottolineare è che il processo di integrazione europea ha finora camminato con le gambe della diplomazia, del negoziato diplomatico. Per questo confesso che alle volte non comprendo alcune riserve nei confronti del processo diplomatico. Guido Lenzi ha parlato di arte della cospirazione, questo può alimentare dei sospetti; ma in realtà, negli equilibri complessi del nostro continente, senza un attento e discreto negoziato diplomatico probabilmente, anzi posso dire certamente, non saremmo arrivati dove siamo arrivati. 

Nella prefazione al libro di Rocco Cangelosi, il presidente Giorgio Napolitano a proposito dellatto unico scrive in modo significativo che alla sua conclusione venne considerato rinunciatario, ma che il giudizio successivo, per quanto riguarda la portata dellatto unico e le sue conseguenze politiche e istituzionali, ha completamente ribaltato quel giudizio. Faccio questa citazione perché, a parte lautorevolezza del presidente, a mio giudizio costituisce una ulteriore conferma di quella che è stata la validità del metodo diplomatico. Se si fossero dovute ascoltare le visioni più avanzate dei miei amici federalisti, per esempio, probabilmente non saremmo arrivati neppure alla firma dellatto unico nel 1986. E qui la citazione di Roberto Ducci mi sembra giustificata, scrive Ducci: 

«Leuropeismo non diventò mai espressione di volontà cosciente di uno o molti governi europei, nel senso che labdicazione ai massimi poteri sovrani dello Stato – nella difesa, nella politica estera, nella politica fiscale e di bilancio – a favore di un governo e di un Parlamento federale europei non ha mai fatto esplicitamente parte del programma di alcun governo in Europa». 

Credo che non ci sia bisogno di commentare. Diciamo che quando si analizza il ruolo della diplomazia nel processo di integrazione europea bisogna tener conto di questa valutazione che corrisponde alla realtà. Questo è uno scritto del 64, ma nel 2010 la situazione non si è modificata. 

Molto brevemente vorrei fare qualche ulteriore considerazione sul ruolo della diplomazia italiana. 

La prima: vogliamo ricordare che Roberto Ducci ha presieduto il Comitato di redazione per i trattati di Roma? Cioè che per latto fondativo dellavventura europea, i trattati di Roma appunto, è stato un diplomatico italiano che ne ha presieduto i lavori. C’è una pagina suggestiva, in parte citata nel volume, ma Ducci ci si è riferito con maggiori dettagli in unaltra occasione, quando al Castello di Val Duchesse, a Bruxelles, Spaak si rivolse a lui chiedendo se cerano altri problemi aperti da discutere sui trattati, che non erano ancora evidentemente di Roma”, e Ducci con una certa prudenza rispose «a mia conoscenza, no». Spaak dichiarò allora chiusa la discussione e i trattati approvati per la successiva firma a Roma. 

Seconda considerazione: alla fine degli anni Sessanta il Parlamento europeo non aveva nessun potere, neppure in materia di bilancio; la prima battaglia per dare al Parlamento europeo un limitatissimo potere di bilancio nel quadro del negoziato per le risorse proprie della Comunità, nel 69-70, fu di Aldo Moro che volle, insistette e ottenne che un minimo potere di bilancio al Parlamento europeo fosse assicurato, per le cosi dette spese non obbligatorie. Non è importante oggi sapere che cosa siano, basta sapere che erano soltanto un 5% del bilancio della Comunità e i paesi diffidenti in questo campo vollero che venisse messo agli atti del Consiglio che si valutava che le spese non obbligatorie (la lista Harmel) non superavano i 15% del bilancio della Comunità. Era il primo, piccolo potere di bilancio che veniva riconosciuto al Parlamento europeo, nel quadro delle risorse proprie. 

Terza considerazione: un altro momento fondamentale è stato quello della decisione per lelezione diretta del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo di Roma dell1 e 2 dicembre 1975 a Palazzo Barberini fu una riunione interminabile nella quale si scontravano due tesi assolutamente contrapposte. Rocco Cangelosi e Silvio Fagiolo lo hanno ricordato. Per gli Inglesi cerano Wilson e Callaghan che non accettavano lidea dellelezione diretta del Parlamento europeo. Wilson argomentava con grande forza obiettando su due piani: il primo che in Gran Bretagna le elezioni politiche non erano immaginabili a data fissa – prestabilita – naturalmente per fare unelezione allora nei nove paesi membri – ci voleva la data fissa – perché in Gran Bretagna solo il primo ministro ha il potere di scegliere la data e di indire le elezioni politiche. Questa era unobiezione politica che riguardava la Gran Bretagna. La seconda obiezione, invece, aveva una valenza politica generale: volete che indiciamo delle elezioni in tutti i paesi membri della Comunità per eleggere dei membri di un Parlamento che non ha poteri di bilancio, non ha poteri di codecisione legislativa, non ha poteri politici? Ma che senso ha eleggere un Parlamento che non ha poteri in nessuno di questi campi fondamentali, argomentava Wilson. La visione di Moro, che presiedeva il Consiglio europeo, su questo punto era molto più lungimirante di quella degli Inglesi: Moro con la sua calma continuava a ripetere che un Parlamento eletto i poteri avrebbe saputo conquistarseli. E poi con la sua sottigliezza aggiungeva che del resto non sarebbe neppure giustificato parlare di poteri da attribuire ad un Parlamento non eletto. Fu uno dei momenti più alti del dibattito politico europeo che si svolse a Palazzo Barberini e purtroppo fuori se ne è saputo sempre poco (e questa è colpa dei diplomatici italiani). Ma la decisione venne presa e gli Inglesi e i Danesi, che in un primo momento si astennero, poi si aggregarono. Quello che è accaduto successivamente ha dato ragione nel modo più completo alla visione di Aldo Moro. Il Parlamento, eletto nel giugno 79, ha bocciato il bilancio nel dicembre 79 e lasciato la Comunità senza bilancio fino al giugno 1980. Sui poteri e sul ruolo del Parlamento la lungimiranza e la capacita di capire è stata soprattutto dellItalia. Giscard dEstaing, ad esempio, ha certamente sostenuto Moro in questa circostanza, ma la Francia ha un regime presidenziale. Più convinto lappoggio i paesi del Benelux e della Germania. 

Si potrebbe continuare più a lungo, ma citerò molto sinteticamente listituzione della politica regionale. Certamente, rivendicare unazione della Comunità in materia di regioni arretrate favoriva in particolare lItalia, in quel periodo, ma era lidea politica di quella che doveva essere la solidarietà tra le regioni più ricche e le regioni meno ricche in una prospettiva anche di medio e lungo termine. La tutela dellinteresse in quel momento italiano va vista in una prospettiva di medio-lungo termine: come potrebbe oggi funzionare una Unione europea che non averse questo genere di politiche di solidarietà? 

Per concludere vorrei dire – forse ho tirato troppo la coperta dalla parte della diplomazia – che naturalmente ognuno ha fatto la sua parte e anche la spinta dei federalisti 6 servita per lazione diplomatica e politica del governo italiano. E lUnione europea potrà continuare a progredire in questo modo, anche nel futuro. 

 

LEuropa è difficile”: Il monito di Giuseppe Vedovato

Giuseppe Vedovato, uno spirito internazionale in unanima nazionale 

Vorrei anzitutto ricordare – da studente – il Vedovato della Facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri di Firenze, nellimmediato dopoguerra. La Facoltà venne riaperta alla fine del 1947, dopo che le iscrizioni erano state accettate «con riserva». Le principali correnti politiche e culturali del tempo erano pre- senti. Cerano i grandi liberali come Pompeo Biondi (Giovanni Sartori era suo assistente), i socialdemocratici come Giuseppe Maranini, cultore del sistema politico elitario” di Venezia (oltre che di quello americano), i cattolici come Vedovato. 

Dalla parte della Facoltà di Giurisprudenza, stesso piano, sempre a Via Laura, cerano Giorgio La Pira e Piero Calamandrei. Alla Facoltà di Lettere, a Piazza San Marco – vi erano dei corsi in comune con la Facoltà di Via Laura – si imponeva la figura ieratica di Lamanna: durante le sue lezioni, sempre affollatissime, non si sentiva, letteralmente, volare una mosca. Cerano personaggi come Momigliano e Spini. Allinizio degli anni Cinquanta, rientrò dagli Stati Uniti anche Gaetano Salvemini. 

Ricordo personalmente – siamo nella Biblioteca che porta il suo nome – la prima lezione, davanti al corpo accademico al completo e agli studenti, di Giovanni Spadolini, chiamato a 26 anni, nel 1951, sulla cattedra di Storia contemporanea, prima tenuta da Carlo Morandi, improvvisamente scomparso. 

Non erano professori che andassero tutti daccordo tra di loro! Ma quali stimoli, quale formazione rappresentava questa diversità per gli studenti. 

Vedovato era infaticabile, faceva in quegli anni due corsi di Diritto internazionale e uno di Storia dei trattati. Dirigeva la sua adorata «Rivista di Studi Politici Internazionali», era presente a tutti i dibattiti, specie di politica internazionale, di Firenze. 

Ricordo un cupo pomeriggio dellautunno 1950, quando ledizione pomeridiana del «Nuovo Corriere» usci con un drammatico titolo a nove colonne La Cina comunista è entrata in guerra in Corea; e, nellocchiello, un agghiacciante La terza guerra mondiale e già cominciata. In una riunione serale per la presentazione di un libro – mi pare di Giuliano Zincone – la stessa tesi venne evocata. Vedovato, che era in sala, intervenne coraggiosamente per contraddire la tesi, sostenendo, con lo spirito del giurista internazionalista, che erano «volontari cinesi», che non si poteva parlare di guerra, ne, tantomeno, della terza guerra mondiale. 

Se dovessi esprimere un giudizio sintetico su Giuseppe Vedovato, sarei tentato di riprendere le parole che egli ha scritto di un suo grande amico, Andrea Cagiati: «uno spirito internazionale in unanima nazionale». 

La cosa che più colpiva in Vedovato era il suo desiderio di fare. Lo praticava anche con i suoi studenti. Quando gli chiesi di fare la tesi di laurea sul diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che era un tema di grande attualità – i giornali intitolavano in prima pagina, praticamente ogni giorno, sui veti dellURSS, in particolare per la Corea – rispose che me lavrebbe fatto fare, a condizione che avessi proposto la soluzione del problema. 

Era una visione ottimistica della questione, ma si può immaginare lo stimolo che lobiettivo poteva rappresentare per uno studente di venti anni. Ma quando, dopo avere letto tutto quello che esisteva allora in argomento alla biblioteca della London School of Economics (le Nazioni Unite esistevano solo da cinque anni e lItalia non ne era ancora membro), gli documentai che nella Carta delle Nazioni Unite non cera il diritto di veto bensì il principio dellaccordo tra le grandi Potenze per adottare una decisione valida si rassegnò a farmi cambiare il titolo della tesi (Il sistema di votazione nel Consiglio di sicurezza) e ad abbandonare lambizione di proporre una soluzione. 

Sapeva essere ragionevole. La passione per il fare, che mostrava negli anni lontani dellUniversità di Firenze, lo ha accompagnato tutta la vita. E impressionante vedere quanto sia ancora riuscito a promuovere (e a scrivere) fino agli ultimi giorni della sua vita. È stato ricordato la settimana scorsa alla Gregoriana con la pubblicazione del quarto volume del Seminario permanente che porta il suo nome. 

DellEuropa era un sostenitore un podeluso, che trovava lenta” la costruzione dellunificazione europea. Giudicava ingiustificati i ritardi nel progresso in settori chiave, come quelli della politica estera e della difesa, dubitava che si potesse giungere ad una effettiva integrazione politica in una cerchia così allargata di paesi. Era deluso, ma continuava a dare il suo contributo allideale dellEuropa unita. 

Lanalisi di Vedovato resta sostanzialmente valida. Ma è una costante del processo di integrazione europea che le intese che si raggiungono siano spesso, se non sempre, parziali rispetto agli obiettivi da perseguire. Vengono però successivamente riprese e migliorate. Lultimo esempio riguarda il Trattato di Maastricht. 

Era prevedibile, non solo perché lo chiedevano Delors ed il suo Comitato, che lUnione monetaria, senza uno stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri (la gamba economica”) sarebbe stata zoppa”, ma i principali paesi membri, a partire dalla Francia e dalla Germania, oltre alla Gran Bretagna, respinsero allora tale ipotesi. La Presidenza olandese, nel settembre 1991, aveva presentato – senza successo – un progetto più avanzato di integrazione economica e politica. 

A seguito della crisi degli ultimi anni, il volet dellintegrazione economica è stato ripreso e, dopo le precedenti intese di dicembre 2011, si è giunti alla formulazione di un nuovo trattato, il Patto di bilancio, il 30 gennaio scorso. La firma ha avuto luogo allinizio di marzo. 

Dal 1991 al 2012 per arrivare al volet economico dellUnione monetaria. Qualcosa di analogo accadde nel 1985, con lAtto unico, quando non si trovò laccordo per iscrivere la codecisione legislativa Consiglio-Parlamento nel trattato, che pur comportava grandi progressi politici ed istituzionali, come lestensione del voto a maggioranza per gran parte delle misure necessarie per la realizzazione del mercato interno, la maggiore partecipazione del Parlamento alladozione degli atti di adesione e di associazione di nuovi paesi, il rafforzamento dei poteri di esecuzione della Commissione. 

La codecisione legislativa è stata sostanzialmente realizzata solo con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009. 

Credo che le intese imperfette” – criticabili e criticate – del 1985 e del 1991 siano servite a far progredire lintegrazione. Sono questi i tempi del faticoso processo democratico europeo, stretto tra le ambizioni dei visionari” di una non ben definita Unione politica e le riserve dei difensori della – sempre più limitata – sovranità degli Stati nazionali. 

Anche oggi, sul patto di bilancio del 2012, che cerca di colmare le lacune di Maastricht, vi sono voci critiche. C’è in particolare chi vorrebbe un contestuale progresso politico-istituzionale dellUnione. 

A mio giudizio, si sottovaluta la portata politica del Patto che, modificando la natura degli impegni degli Stati membri in materia di politica economico-finanziaria, pone le premesse per ulteriori decisivi progressi sul piano dellintegrazione politica. Una volta globalmente assestati i conti pubblici dei paesi membri, si porrà, in termini concreti, la questione della emissione di Eurobond (cioè di obbligazioni non più riconducibili a singoli paesi membri) e della stessa gestione in comune – in tutto o in parte – del debito pubblico. 

Si tratta di problemi di spessore politico, che richiedono adeguati tempi di maturazione da parte dei governi e delle opinioni pubbliche dei singoli paesi. La posizione e il contributo della Germania e della cancelliera Merkel devono essere valutati in questo contesto. 

C’è naturalmente da conciliare i tempi della politica e quelli dei mercati. E tener conto, nei tempi più brevi, dei crescenti segnali di disagio sociale che si manifestano nei nostri paesi. 

Ma mi pare che vi sia una crescente consapevolezza della necessità di affrontare con urgenza questi problemi. Trovo incoraggiante la volontà di reagire alla crisi e di lavorare insieme di- mostrata da tutte le parti: Consiglio, Commissione, Parlamento, Stati membri. Merita di essere sottolineata liniziativa presa dallItalia – con la Gran Bretagna e lOlanda e sostenuta da altri nove paesi membri – per invitare it presidente del Consiglio europeo Van Rompuy e quello della Commissione Barroso a promuovere azioni nel campo della liberalizzazione dei servizi, della creazione di un unico mercato digitale, della realizzazione di un mercato energetico interno efficace, per un maggiore impegno nel campo della ricerca e dellinnovazione, per un mercato del lavoro che aumenti le opportunità di occupazione, in particolare per i giovani. 

Senza entrare nel merito delle tematiche evocate, vorrei osservare che suggerire delle azioni che possono favorire la crescita economica va nellinteresse di tutti. Per una politica di crescita non c’è bisogno di modificare ulteriormente i trattati. Abbiamo le istituzioni, gli strumenti tecnici per farlo, se ce lintesa politica sulle iniziative da prendere prioritariamente. Che si tratti di progetti infrastrutturali, di energia, di ricerca ed innovazione, di politica estera, di immigrazione bastano decisioni politiche a livello comunitario. E il governo Monti, con la sua autorevolezza sul piano europeo, ha dimostrato di sapersi porre nella migliore tradizione dellazione italiana per la costruzione dellEuropa. Della quale lItalia – lo testimonia anche Vedovato – è stata, dalle origini, tra i più convinti sostenitori.

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