4/2016

4/2016 - ATLANTIS

ATLANTIS

Rivista di Affari Internazionali

4/2016 ISSUE 

 

Questo numero di Atlantis, l’ultimo del 2016, dedica il Dossier al tema dell’Informazione (e della disinformazione), con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Prestigiosa intervista con il Vice Ambasciatore di Israele a Roma.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con il Diabete.

ll Focus paese è dedicato al Brasile.

Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di Riccardo Palmerini e dei nuovi arrivati Serena Antoniazzi, Stefania Bozzo e Antonio Gesualdi.

Arricchisce il numero un articolo dello storico Ennio Savi.

Pezzo importante quello del Generale Marco Bertolini.

 

 

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

Democrazia e Liberalismo

 Globalizzazione e Società Aperta.

Il tema affrontato da Angelo Panebianco è: “ha senso fare decidere il «popolo» sulle faccende pubbliche? Non sarebbe meglio, almeno in certi frangenti, mettere da parte l’ambiguo mito della sovranità popolare? Per dare ordine a una discussione piuttosto confusa bisogna distinguere fra i due significati della parola «democrazia». Stiamo parlando della democrazia rappresentativa (l’elezione di rappresentanti a cui vengono affidate le decisioni collettive) oppure della democrazia diretta (sono gli elettori che prendono le decisioni collettive)? Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono cose diversissime, modi antitetici di governare la cosa pubblica. Con l’eccezione della piccola Svizzera, con la sua particolare storia, in nessun Paese occidentale la democrazia diretta ha un peso e un ruolo paragonabili a quello della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa, al di là del mito, è il miglior meccanismo per contare le teste anziché tagliarle, per assicurare ricambi pacifici nelle élite di governo. È uno strumento, forse insuperabile, di risoluzione non violenta dei conflitti politici. Non richiede da parte del cittadino - elettore particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma o, quanto meno, una prova d’appello, oppure che occorra sostituirli senza indugi con qualcun altro il quale poi, a sua volta, dovrà essere messo alla prova. Il popolo non decide sulle questioni pubbliche, fa una scelta tra coloro che, dicendo il vero oppure millantando, asseriscono di sapere prendere decisioni sagge.

Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa non richiede uguaglianza di reddito o di livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge. Impagabile strumento di risoluzione pacifica dei conflitti, la democrazia rappresentativa ha anche un’altra virtù: è il migliore habitat per la protezione delle libertà personali. In teoria, quelle libertà potrebbero anche essere assicurate, entro certi limiti, da un dispotismo illuminato e, inoltre, le democrazie corrono sempre il rischio di degenerare, di diventare democrazie autoritarie. Tuttavia, l’esperienza storica mostra che la democrazia rappresentativa è, in genere, il miglior baluardo a difesa di quelle libertà.

La democrazia diretta è un’altra cosa. Qui agli elettori è richiesto un minimo di conoscenza delle poste in gioco. Ma ciò li consegna mani e piedi ai vari gruppi di élite che hanno il potere di trasmettere tali conoscenze.  Ed è anche evidente che le varie utopie circolanti sulla «democrazia del web», la democrazia diretta in salsa informatica, non prefigurano chissà quali nuovi luminosi traguardi democratici ma incubi totalitari ove il massimo di manipolazione del «popolo» da parte di ristrettissimi gruppi si accompagnerebbe al massimo di retorica sull’ormai raggiunto obiettivo della «vera democrazia». La democrazia diretta non è la migliore risposta a problemi complessi, anche se può essere un strumento assai utile quando si tratta di decidere su temi relativamente circoscritti (come fu il caso del divorzio in Italia). Sfortunatamente, il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere. Un espediente che a volte ha successo ma a volte aggrava il male. Naturalmente, vanno esclusi da questo discorso i referendum costituzionali. In questo caso, «l’appello al popolo», come insegna la dottrina costituzionalista, serve a dare la più ampia legittimazione alla nuova costituzione. Non si devono commettere due errori. Pensare che siccome solo in pochi, per ragioni di mestiere, sono addentro ai problemi, hanno sufficienti conoscenze per farsi un quadro abbastanza chiaro (ma mai completamente chiaro) delle varie poste in gioco, allora tanto vale lasciarli decidere senza neppure controlli ex post. Il secondo errore, se e quando la democrazia diretta dà esiti che riteniamo insoddisfacenti, consiste nel gettare discredito anche sulla preziosa democrazia rappresentativa”. Questo dice Panebianco su Democrazia rappresentativa e Democrazia diretta.  E ora, veniamo a definire un’idea di liberalismo in chiave moderna, da consegnare a figli e nipoti per questo nuovo millennio. Premesso che non è un’ideologia (lo abbiamo più volte ricordato) ma un complesso di avvertenze (e poi norme) che definiscono la limitazione del potere (pubblico e privato), la finalità è il raggiungimento e la difesa della libertà individuale e collettiva. Come sottolinea Alec Ross nel suo Il Nostro Futuro, “se una vita resta a un livello più basso di quello che potrebbe raggiungere a causa della mancanza di opportunità, la responsabilità – in un contesto liberale e democratico – è di chi ha posizioni di potere (e quindi anche di privilegio) e non formula  politiche in grado di estendere a quanti più individui possibile tali opportunità”. Lo strumento, oltre che quello classico dello Stato di Diritto è l’adesione ad uno schema di pensiero contrapposto alla chiusura. Cioè l’apertura. Non a caso Popper parlò di Società Aperta. Nel ventesimo secolo, il dualismo è stato tra capitalismo e comunismo. Nel ventunesimo sarà (anzi è già) tra aperto e chiuso, democrazia e autocrazia, libertà economica e libero commercio e dominio centralista e protezionismo. La globalizzazione è un frutto liberale e non una malattia egoistica. In pochi anni ha portato al risultato che il numero dei cinesi che sono usciti dalla povertà è pari al numero di abitanti di Europa e Stati Uniti d’America. Ed è vero che ci sono ancora 805 milioni di esseri umani che soffrono la fame (una persona su nove al mondo) ma negli ultimi vent’anni, 100 milioni hanno visto risolto il problema della sussistenza, grazie al libero commercio e all’impiego della scienza e della tecnologia nel campo del cibo, dell’agricoltura, dell’impiego dell’acqua, della medicina, della sanità (che farà passi giganteschi con la genomica e la robotica applicata). I popoli accorceranno le distanze tra loro grazie all’impiego di traduzioni simultanee di ottimo livello. Le religioni, soprattutto, quelle integraliste saranno costrette ad un’evoluzione “tollerante” di dialogo interreligioso  per non essere messe nel dimenticatoio dal superamento dell’analfabetismo generalizzato in molte regioni del mondo.

 

 

Sicurezza Internazionale: Intervento del Generale Marco Bertolini

Sicurezza Internazionale: Intervento del Generale Marco Bertolini - ATLANTIS

 

Italia e “Comunità Internazionale” 

analisi di una crisi

Attorno a noi, nell’area euromediterranea della quale rappresentiamo il centro, il punto nel quale dalla società romana prima e cristiana poi è nata l’idea stessa di occidente, si stanno verificando crisi di portata epocale che consegneranno ai nostri figli un mondo diverso e molto più difficile e pericoloso di quello nel quale abbiamo vissuto noi, figli della guerra e spettatori della guerra fredda.

E’ una realtà che ormai si sta imponendo alla consapevolezza generale, anche se spesso prevale la tentazione di limitarsi a una microanalisi delle singole situazioni di crisi, nell’illusione di venirne a capo. Così facendo, però, si perde la visione d’insieme di quello che continua a riproporsi come il solito scontro tra gli interessi statunitensi e russi, di antica memoria, che non ci lascia che il ruolo rassegnato delle comparse, e spesso delle vittime, delle frizioni tra i due giganti.

Questa situazione è particolarmente pericolosa per un paese come l’Italia, esposto geograficamente come nessun altro e che nonostante questo pare avere optato entusiasticamente per il rifiuto di individuare “originali” interessi nazionali da difendere.  Al contrario, preferisce di norma appiattirsi su quelli di una Comunità Internazionale (CI) volubile, volatile e difficilissima da definire. 

Gioca un ruolo chiave in questo approccio passivo una impostazione costituzionale che sembra fatta apposta per tagliarci fuori dalla realtà. 

L’esempio dell’inutile articolo 11 della Costituzione è emblematico: al di là dell’inconsistenza di un “ripudio” (della guerra) che non può che essere solo retorico, tale presa di posizione impedisce all’Italia di fare i conti (almeno a parole) con una costante della storia e toglie dignità agli strumenti militari dei quali continua comunque ad essere dotata (le Forze Armate). Conseguentemente, al nostro paese non resta che mettersi disciplinatamente al seguito di coloro che tali remore non nutrono e che continuano ad essere ben determinati a perseguire i propri interessi – ovviamente travestiti da interessi “comuni” - con tutti i mezzi, inclusi quelli bellici. E non parlo di qualche dispotico regime africano o centro asiatico, ma di paesi come la superpotenza statunitense, nonché di Russia, Gran Bretagna e Francia, per rimanere all’ambito europeo. Quanto alla Germania, non si pronuncia in merito per ovvie ragioni, ma continua da tempo a mantenere in salute e in esercizio uno strumento militare decisamente importante che sta ulteriormente potenziando.

Comunità Internazionale sopra tutti e prima di tutto, quindi. Ma di cosa stiamo parlando? L’idea di Comunità che nei desideri di molti illusi dovrebbe assicurare dignità a una nostra supposta vocazione alla passività in campo internazionale è quella che si dovrebbe concretare in una profonda comunanza di valori e di interessi, primo fra tutti quello della pace. Pace innanzitutto, anzi. Ma è effettivamente così? No, e lo confermano proprio le crisi che ci circondano.

Iniziamo da quella più vicina a noi e per la quale stiamo pagando un prezzo notevolissimo, la Libia. La CI fu quella che, smentendo platealmente tutte le precedenti iniziative italiane in quel paese, nella sua connotazione anglo-francese, pseudo-NATO e para-EU, nel 2011 decise unilateralmente di intervenire, prescindendo assolutamente dai nostri interessi e addirittura dal nostro parere di principale vicino a quell’area. C’è da chiedersi se si sarebbe comportata nella stessa maniera, vale a dire mettendoci di fronte al fatto compiuto, se nello Stivale ci fosse stato un altro Stato, non necessariamente uno di quelli rammentati in precedenza. Ma tant’è: in ogni caso, ci ha poi concesso la grazia di saltare sul suo carro di esportatori di democrazia e progresso fino a renderci compartecipi o complici della creazione della situazione che ci sta deliziando da oltre un lustro. In sostanza, la CI ci ha scalzato da una posizione molto favorevole nel mercato degli idrocarburi libici, ha messo a rischio molte nostre imprese che dopo decenni di buio erano riuscite a reimpiantarsi in Libia e ci espone ora ad un flusso migratorio epocale, dal quale gli ottimi rapporti con Gheddafi ci ponevano al riparo. 

Oggi, nella sua rappresentazione europea (EU) ci sta supportando nella ciclopica opera di salvamento delle centinaia di migliaia di migranti economici che prendono mare clandestinamente dalla costa della Tripolitania verso le nostre coste, facendo comunque molta attenzione a farli sbarcare solo da noi e a mantenerli confinati al sud delle Alpi. Gran bella prova di solidarietà! 

Quanto alla situazione politica in Libia, nella sua rappresentazione ONUsiana la CI, dopo aver supportato a lungo il parlamento di Tobruk e il suo Generale Haftar (uomo degli USA, si diceva), si è esibita nel classico salto della quaglia, passando all’appoggio di Serraj, neo Primo Ministro a Tripoli, a sua volta supportato dalle milizie simil-islamiste di Misurata. Ed è soprattutto a questo punto che la Comunità ha smesso di essere tale: si è divisa infatti in due, con una parte capeggiata da ONU e USA al fianco di Serraj puntando ad una Libia unita e presumibilmente sotto tutela ONU/USA/NATO (la EU si adeguerà), mentre un’altra parte continua ad appoggiare Tobruk. Quest’ultima non nasconde l’aspettativa di una divisione del paese che apra alla Francia la possibilità di sfruttare i giacimenti della mezzaluna petrolifera, consenta alla Russia di evitare un altro paese sotto tutela americana, magari riservandole un ulteriore sbocco mediterraneo alternativo o complementare a Tartus, e non faccia tramontare le mire territoriali egiziane nell’est del paese, almeno a livello di ingerenza. L’Italia, ovviamente e giustamente, si inquadra nel primo gruppo e c’è da chiedersi quanto questa sua collocazione strategica sia collegata alla strana ostinazione con la quale ha iniziato a cavalcare il caso Regeni dopo un lungo periodo di corte spietata all’Egitto,  negandogli ora ogni possibilità di scampo onorevole, stretto come l’ha in un angolo fatto di accuse che se sono difficili da provare lo sono altrettanto da confutare. 

Sul fronte europeo, la CI subisce fortemente il peso degli interessi globali degli USA che spingono NATO e conseguentemente la sua rappresentazione virtuale locale, l’EU, a una forte contrapposizione con il loro competitor russo. Da qui, il rafforzamento del fianco nord, con la scusa di tacitare le preoccupazioni delle Repubbliche baltiche e della Polonia ma soprattutto per consentire agli US di spostare molto più a destra la propria presenza in quello che vent’anni fa era il territorio del Patto di Varsavia. Poco più a sud, invece, incombe la spaventosa crisi ucraina, per la quale non si vedono ancora vie d’uscita. In questo paese, infatti, balena da un lato una ghiotta opportunità per gli statunitensi di escludere per sempre la Russia dal Mar Nero, privandola delle basi in Crimea, mentre da parte Russa al contrario continua a materializzarsi il rischio di essere tagliata fuori definitivamente dall’Europa e da ogni forma di presenza nel Mediterraneo. Quindi, uno sviluppo da non farsi sfuggire da parte americana e una  opposta minaccia da evitare in campo russo che ha portato alla situazione di stallo armato attuale.

Ed ecco, a questo punto, ricomparire la stessa CI, nelle sue manifestazioni NATO ed EU, più che mai determinata a tagliare le unghie all’orso russo utilizzando uno dei più classici strumenti di pressione di sempre, le sanzioni. Peccato che con esse, che non intaccano assolutamente l’economia degli USA che le hanno fortissimamente volute, oltre alle unghie dell’orso cadano pure i denti del resto dell’Europa – e soprattutto dell’Italia – legate alla Russia da stretti vincoli economici e commerciali ora messi a rischio, nonché da una continuità territoriale che al contrario non c’è con “l’isola americana” (un oceano a ovest, uno a est e una munitissima recinzione a sud).

A ben vedere, tale situazione è strettamente collegata a quanto accade anche nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla Siria, dove la Russia è intervenuta per mettere una pezza ai guai fatti da un’ipocrita idiosincrasia occidentale per le “dittature”, ma soprattutto per mettere al riparo le sue residue possibilità di essere presente nel Mediterraneo dopo i rischi corsi in Ucraina. La base navale di Tartus, infatti, è il punto di approdo tradizionale delle navi della Flotta russa del Mar Nero, basata a Sebastopoli in Crimea, e la sua perdita rappresenterebbe un vulnus micidiale. Insomma, la Russia non può ritirarsi dalla Siria per buona parte delle ragioni per le quali non può lasciare la Crimea (e l’Ucraina). In tale contesto si inquadra anche l’attivismo russo volto a ricavarsi altri spazi nel bacino, dopo la richiesta statunitense al Montenegro di entrare nella NATO (il Montenegro nella NATO!), riducendole al lumicino la possibilità di trovare altri approdi in paesi non ostili nel Mare Nostrum. La recente apertura egiziana per l’uso a tal fine della base di Sidi el Barrani potrebbe rappresentare un importante punto di svolta a suo favore.

Non c’è quindi dubbio che il punto più dolente di questa epocale tensione politico-militare è rappresentato dal Medio Oriente (o meglio, Vicino Oriente, per noi), con particolare riferimento a Siria e Irak. Per la prima volta dalla crisi di Cuba, infatti, soprattutto in Siria si corre un rischio concreto di scontro diretto tra statunitensi e russi che potrebbe portare ad una conflagrazione generale. La Russia, per i motivi sopraindicati, è infatti intervenuta militarmente, bloccando l’avanzata dell’ISIS e di Jabath Al Nusra (Jabath Fatah al Sham, dopo una recente operazione di cosmesi terminologica per occultarne le antiche radici qaediste) ma soprattutto congelando il tentativo statunitense (e saudita e turco ed emiratino e qatarino e israeliano e francese e ....) di sostituire Assad con un regime favorevole. E ora, di fronte alla prospettiva di una vittoria siriana (e russa e iraniana ed Hezbollah) con la liberazione di Aleppo dai terroristi come in precedenza avvenuto a Palmira (evento importantissimo da un punto di vista non solo simbolico ma stranamente ignorato da tutti i media), compare sgradevole la prospettiva di un Mediterraneo con una forte presenza della Russia, determinata a giocare ancora alla potenza globale. La campagna mediatica (STRATCOM - Strategic Communication) tesa a presentare come crimini di guerra i tentativi russi e siriani di sgomberare Aleppo est dai terroristi e l’improvviso attivismo contro Mosul, dopo anni di souplesse militare, non possono togliere il dubbio che il tutto sia soprattutto finalizzato ad impedire che di qua a qualche mese ci sia un solo vincitore sul campo, la Russia coi suoi alleati, con le conseguenze del caso per  “l’Occidente”, costretto da tempo a considerare alcuni di essi “terroristi”.

Tornando agli interessi nazionali, anche in questo caso non sussiste alcuna significativa coincidenza tra quelli italiani e quelli della Coalizione a guida US. Il regime di Assad è notoriamente molto vicino alle numerose comunità cristiane del paese, cosa che non dovrebbe essere indifferente per quella patria del cristianesimo che è ormai a torto considerata l’Italia, e alle Forze Armate siriane, con il significativo contributo di Hezbollah, si deve la liberazione e la messa in sicurezza di numerose e antichissime comunità cristiane locali. Inoltre, non c’è dubbio che la caduta di Assad ad opera dei terroristi non comporterebbe la fine della guerra ma il probabile inizio di una nuova fase, con curdi, turchi, sunniti e sciti tutti in guerra tra di loro, appassionatamente; senza contare le ovvie ingerenze statunitensi, israeliane, francesi e britanniche da mettere in conto. Le conseguenze di una situazione del genere nel vicinissimo Libano, che è appena riuscito a eleggere un Presidente della Repubblica dopo oltre due anni di crisi, sarebbero devastanti e dalla costa orientale del Mediterraneo potrebbe iniziare un traffico migratorio verso le nostre coste capace di far impallidire quello epocale in atto dalla Libia.

Insomma, è proprio un bel pasticcio. 

Per concludere, una riflessione sul gran parlare che si fa in Italia di “Esercito Europeo”, trasposizione militare dell’innamoramento per l’idea stessa di Comunità Internazionale che non si capisce da cosa derivi, visti i precedenti. Si tratta di un tentativo per coinvolgere i paesi europei nei problemi di sicurezza continentale, con soluzioni valide per tutti. In realtà si limita ad una discussione sterile, priva di possibilità di realizzazione per la differente percezione che i singoli paesi hanno di se stessi, nel contesto internazionale. Come mettere d’accordo, ad esempio l’attivismo militare francese nel sud Sahara e in Medio Oriente, o quello britannico nell’ambito della Comunità “five eyes” in tutto il mondo, con l’atteggiamento ripiegato sui propri problemi interni del nostro paese? 

Si tratta, a mio modesto avviso, di un tentativo ingenuo e maldestro di conferire dignità al nostro “costituzionale” disinteresse per le questioni militari e inerenti alla difesa; una specie di disperata offerta ad altri della nostra “sovranità militare”, visto il fastidio col quale per mille motivi (tutti assurdi) non ce ne vogliamo far carico da decenni.  Si tratta, infine, di un modo per rinforzare una vocazione allo “stare in gruppo” che al contrario non ci possiamo più permettere, vista la pervicacia con la quale “gli altri” pensano prima di tutto ai fatti loro. Ci accontenteranno, magari, con un Comando multinazionale in Italia, come già fatto in passato a Firenze, nel quale fare svernare a rotazione qualche Generale o Colonnello a fine carriera. Ma sulle questioni sostanziali, che incidono sul futuro delle prossime generazioni, le loro generazioni, certamente tutti terranno le carte ben coperte, come sempre. 

Invece, è necessaria una riflessione sulla peculiarità dei nostri interessi, selezionando attentamente i paesi in grado di condividerli, se necessario riconsiderando i dettagli di alleanze come la NATO e l’EU se si dimostreranno eccessivamente a trazione atlantica e nord europea. Ciò si renderà necessario e di vitale importanza qualora tali alleanze continuino a non dimostrarsi sensibili alle nostre particolari esigenze, come avvenuto anche nel passato recente, con particolare riferimento a Libia, Siria e Ucraina in primis, senza dimenticare i Balcani, trasformati in un coacervo di staterelli ostili tra di loro e alla mercè dei movimenti jihadisti che durante la guerra alla Serbia si sono radicati nell’area. Oggetto di particolare riflessione dovrebbero essere anche i rapporti con la Russia, come noi interessata, anche semplicemente per mere questioni geografiche, ad avere stabilità  nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e a prevenire processi migratori dall’Africa come quelli che stiamo subendo. Non si tratta di tradire l’alleanza atlantica, ma di convincerla che gli interessi del nostro continente non possono essere definiti e decisi solo da 6000 km di distanza, oltreatlantico. 

Ma la vedo dura!

 

Protagonisti: Intervista al Vice Ambasciatore Israeliano Dan Haezrachy

Protagonisti: Intervista al Vice Ambasciatore Israeliano Dan Haezrachy - ATLANTIS

 

La recente astensione dell’Italia all’Unesco sulla risoluzione che nega nuovamente il legame millenario tra gli ebrei e i luoghi sacri di Gerusalemme, è stata aspramente condannata dall’ex premier Renzi. Un commento?

Quanto accaduto in sede Unesco, rappresenta la dimostrazione di quanto Israele denuncia da anni: l’incapacità delle Nazioni Unite di rappresentare un attore equo nel conflitto israelo-palestinese. Israele ha sempre denunciato l’uso dell’ONU e delle sue agenzie – in primis l’Unesco – per delegittimare non solo lo Stato di Israele, non solo l’ideologia alla sua base (il sionismo), ma l’intera storia ebraica. Ovviamente, il caso di Gerusalemme è stato uno dei più clamorosi e tristi. Il problema, però, è generale: la stessa creazione dell’UNRWA, un’agenzia responsabile solamente della questione dei profughi palestinesi, è uno dei problemi del conflitto stesso: l’agenzia permette la trasmissione dello status di profugo perpetuamente, al contrario di quanto avviene per i profughi del resto del mondo, sotto responsabilità UNHCR. Cosi facendo, da meno di un milione di potenziali rifugiati, la stessa UNRWA ha contributo a rendere il problema dei rifugiati praticamente insolvibile. Tornando all’UNESCO devo dire che, scegliendo l’astensione, molte diplomazie Occidentali non hanno solamente permesso la negazione del rapporto tra Gerusalemme e l’ebraismo, ma anche quella tra la Città Santa e lo stesso cristianesimo. Un errore di cui, come noto, si è accordo lo stesso ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi che, pubblicamente, ha rigettato l’astensione italiana e dichiarato che Roma si impegnerà direttamente nel cambiare la sua posizione e quella di altri Paesi europei. Purtroppo, a solo una settimana da quella risoluzione, una nuova risoluzione simile è stata approvata da un’altra Commissione Unesco. In questo caso, l’Italia non era tra i 21 Paesi votanti. Nonostante questo, spero davvero che l’Italia sarà in prima linea in questa battaglia contro la delegittimazione di Israele, soprattutto perché proprio a Roma vive la più antica comunità ebraica d’Europa, erede della deportazione degli ebrei dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani (basti pensare all’Arco di Tito vicino al Colosseo). 

 

Indipendentemente dalla posizione espressa in sede Unesco, quali sono le attuali relazioni Israele – Italia?

Israele e Italia hanno dei rapporti ottimi in ogni settore. Gli israeliani sentono una particolare affinità culturale con il popolo italiano e annualmente centinaia di loro scelgono proprio le regioni italiane come mete turistiche. Le basti pensare che, secondo i nostri dati, il 4% degli israeliani visita annualmente l’Italia. Per un Paese di otto milioni di persone, si tratta di una percentuale altissima. Le relazioni tra Roma e Gerusalemme, però, sono sviluppate in tantissimi altri settori, in particolare nel settore accademico, in quello tecnologico e in quello di sicurezza e militare, oggi particolarmente importante per l’instabilità che sta attraversando l’area del Mediterraneo. Mi faccia aggiungere che, di recente, è nata anche l’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia – Israele, presieduta dall’On. Bernardo. In poco tempo, questa associazione ha ottenuto l’adesione di oltre 170 parlamentari, praticamente di tutti gli schieramenti politici. Ritengo che sia un ottimo segnale politico e siamo sicuri che questa associazione aiuterà ad approfondire le relazioni tra i due Paesi. 

 

Come possiamo descrivere lo stato attuale dei rapporti economici tra Israele e l’Italia?

Come suddetto, direi che il rapporto è ottimo. Come suddetto, in questi anni, Israele e Italia collaborano hanno stretto accordi per la collaborazione in settori chiave quali lo spazio – dal 2013 esiste una collaborazione tra l’Agenzia spaziale israeliana e quella italiana. Nel 2017 la nostra agenzia spaziale supporterà la missione italiana Prisma. A sua volta, l’Agenzia Spaziale Italiana continuerà il supporto alla missione SHALOM, per la messa in orbita di satelliti per l’osservazione della Terra con tecnologie iperspaziali. Nel settore militare, Finmeccanica ha realizzato l’aereo M-346, usato dalle forze dell’aeronautica israeliana per l’addestramento. Per quanto riguarda l’economia, Le basti sapere che l’interscambio bilaterale ha superato i 3,178 miliardi di euro, con un aumento delle esportazioni italiane verso Israele del 5,8% negli ultimi anni (per un totale di 2,275 milioni di euro). A sua volta, l’Italia importa da Israele prodotti per un totale di 902 milioni di euro. Tutto questo senza dimenticare il settore accademico: gli atenei italiani hanno stipulato oltre 90 accordi ci cooperazione con gli atenei israeliani. 

 

Israele sta investendo in innovazione e in tecnologia applicata allo sviluppo e ai servizi, che futuro possiamo intravedere per Israele e quali opportunità di investimento italiane? 

Prima della scoperta della presenza di importanti risorse energetiche offshore davanti alle coste di Israele, lo Stato ebraico ha dovuto far fronte solamente sulle sue forze intellettuali e manuali per poter crescere. Da questa consapevolezza, nasce l’innovazione israeliana: un successo che ha portato numerosi esperti a definire Israele una vera e propria “Start-up Nation”. Oggi, continuiamo a credere che l’innovazione sarà il motore portante del futuro e per questo riteniamo la condivisione delle informazione e del know how fondamentale. In questo contesto, le opportunità per le imprese italiane sono e saranno innumerevoli, in ogni settore possibile. 

 

Considerata la posizione strategica di Israele, che importanza ha oggi il quadro di alleanze comuni per la stabilità dell’area medio-orientale?

Non le devo descrivere io quanto sta accadendo in Medioriente. In questo contesto, la geopolitica della regione sta mutando radicalmente e, almeno per ora, non possiamo certo delineare conclusioni definitive. Posso dirle sicuramente che Israele vede nell’Iran e nell’islamismo jihadista (sciita e sunnita), i pericoli principali. Per noi, Teheran resta il pericolo numero uno, non solo per il suo carattere antisemita e per l’espressa volontà di distruggere Israele, ma anche perché dietro molto dello stesso jihadismo sunnita, c’è la longa manus. Le basti pensare al ruolo iraniano nel finanziamento del terrorismo sunnita nella Striscia di Gaza, in particolare ad Hamas e alla Jihad Islamica. Nel quadro delle alleanze, riteniamo fondamentali gli accordi con l’Egitto e la Giordania. La stabilità e la crescita economica di questi Paesi rappresentano un successo anche per Israele e per questo siamo direttamente impegnati con accordi di cooperazione economica e militare. Alle nostre porte, quindi, c’è il dramma siriano: una vera e propria tragedia che ha nell’Iran uno dei maggiori responsabili. Israele non prende parte al conflitto, nonostante i numerosi tentativi dell’esercito siriano di costringersi ad entrare direttamente in guerra. Il nostro esercito si limita militarmente a reagire agli attacchi contro il nostro suolo e garantire che il Golan siriano non diventi una base per i Pasdaran iraniani, per Hezbollah e per i jihadisti sunniti. A livello umanitario, invece, ci sentiamo direttamente coinvolti: per questa ragione Tzahal (il nostro esercito), seguendo il suo codice morale, interviene aiutando i feriti che raggiungono il confine, senza chiedere se siano combattenti – e per quale fazione – o civili. Il nostro solo compito è la salvezza della vita umana, secondo i principi più importanti dell’ebraismo stesso. A dispetto del marasma che stiamo vivendo, voglio dire che ogni crisi ha anche delle importanti opportunità: in questo senso le basti pensare al dialogo che si è aperto tra Israele e il mondo arabo moderato. Opportunità che Israele sta facendo di tutto per cogliere, cercando di creare, se mi permette questo paragone, “una limonata dai tanti limoni” (nel senso di giungere ad accordi stabili e proficui per tutta la Regione). 

 

L’esperienza maturata in termini di sicurezza e terrorismo da Israele potrebbe essere molto utile all’Europa. Quali collaborazioni ci sono o potrebbero essere attivate?

Dopo gli attacchi di Isis in Europa, particolarmente quello all’aeroporto di Bruxelles, si è parlato tanto del modello di sicurezza israeliano nei luoghi particolarmente sensibili (in particolare aeroporti e stazioni dei treni). Purtroppo, l’esperienza importante che Israele ha in questo settore l’ha maturata proprio a causa degli attentati terroristici subiti nel corso degli anni. Indubbiamente Israele è disposto a condividere questa esperienza, al fine di migliorare la sicurezza dei cittadini europei. Si tratta di mettere in atto un delicato equilibrio fra la necessità di aumentare i controlli e quella di rispettare la privacy dei cittadini. Non è semplice, soprattutto perché spesso deve essere cambiata un’intera mentalità. Allo stesso tempo, sono sicuro che - con una buona organizzazione e la capacità di spiegare le ragioni che determinano la necessità di aumentare i controlli – sarà possibile far accettare alcuni piccoli sacrifici a beneficio della sicurezza dell’intera collettività. Mi permetta di concludere dicendo che, in questo contesto, Israele è molto fiero di aver mantenuto una vibrante democrazia, nonostante la necessità di convivere con la guerra e il terrorismo sin dalla nascita. 

Per terminare, desidero porgere a tutti i lettori di Atlantis i migliori auguri per un sereno 2017. 

 

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