Atlantis 2/2018

Atlantis 2/2018 - ATLANTIS

 

Il SECONDO numero di Atlantis del 2018 (ESTATE), dedica il Dossier alle Rivoluzioni Nazionali del 1848 (e non solo) in Europa con tutte le implicazioni che esse hanno storicamento comportato. Nei prossimi numeri si proseguirà con altri appuntamenti con la storia accaduti negli anni terminanti in otto.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Malaria, purtroppo tornata di attualità anche in Italia.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato all'Albania.

Tra le Eccellenze Italiane nel e per il Mondo, spazio alla costa veneziana con Bibione e ad un'azienda che è insieme una speranza e una splendida realtà per l'econimia veneta e italiana la  

Inizia, da questo numero la collaborazione permanente con la testata Report e Difesa diretta dal collega Luca Tatarelli. Ai temi delle relezioni internazionali, del commercio estero, dei diritti umani e della geopolitica aggiungerà temi importanti nell'ambito degli affari internazionali quali la difesa e la sicurezza. 

 

 

Editoriale 2/2018

Editoriale 2/2018 - ATLANTIS

Dal vecchio ordine internazionale liberale al nuovo ordine internazionale liberale

Carlo Mazzanti

Analisi. Inutile negare che tormento di ogni analista liberaldemocratico: è un ritorno agli anni Trenta del Novecento quello che stiamo vivendo in Occidente? Gli anni Trenta non si ripeteranno nello stesso modo: non siamo ancora a quel punto - ha detto Robert Kagan, commentatore conservatore, che sta per pubblicare il suo ultimo libro intitolato The jungle grows back. La gente, però, dimentica che l’ordine del Secondo dopoguerra è stato un’eccezione politica (aberrante) che faceva affidamento solo sull’America per restare coeso. Con Trump stiamo ritornando a un mondo di competitività multipolare. Si tratta di un mondo assai diverso e di gran lunga più pericoloso di quello nel quale siamo cresciuti. 

Gli anni Trenta continuano a tornare sempre più in mente per la loro pertinenza. I tentativi di Trump – e quelli dei populisti europei – di sbaragliare l’integrazione prendono in prestito molte tattiche di quel decennio famigerato. Di scenario che passa dall’unicameralismo al multilateralismo - parla Vittorio Emanuele Parsi nel suo recente libro Titanica, l’affondamento dell’ordine liberale - nel quale il professore milanese affronta molti temi: rapporto tra capitalismo e democrazia, Sotto wesftaliano e Stato welfariano, schema neo isolazionista di Trump, populismo indennitario e sovranità acuito dalla tendenza alla diseguaglianza politica ed economica del globalismo finanziario (che riporta alla mente l’intervento di Luigino Rossi ad un nostro recente convegno veneziano nel quale ha tuonato: più impresa meno finanza speculativa). Tuttavia, molti autori liberali sono convinti che in questa fase di onda impetuosa del rancore (Giuseppe De Rita), l’unico rimedio sia il controbilanciamento di politiche coraggiose. Il sistema internazionale, infatti, tende a scaricare sui sistemi statali nazionali, le instabilità: crisi economiche, flussi migratori incontrollati, costi militari. La reazione populista riporta dall’interno degli Stati nazionali all’esterno i problemi non risolti e crea a sua volta instabilità nel sistema internazionale dove l’Unione europea è il soggetto più debole. In ogni caso se Sparta piange neanche Atene ride. E la strada per trasformare il rancore individuale e poi collettivo è coniugare democrazia e mercato. Putin che porta l’età pensionabile a 65 anni in un paese con aspettative maschili di vita di 72 non gode delle fiducia precedente e lo stesso Xi Jinping dovrà fare i conti con un modello economico che cera una classe di ricchi e una di lavoratori ma in mezzo non ha nulla che faccia da cuscinetto sociale come la classe media. Nessuno nega le responsabilità delle elites (come ha spesso fatto Obama mettendole di fronte all’obbligo morale e politico di non lasciare indietro nessuno come è scritto nel motto dei Marines americani) ma è anche indispensabile fronteggiare la manipolazione della percezione di paura e di frustrazione verso il blocco dell’ascensore sociale. Ma come si combatte il fronte populista-sovranista? Magari attendendo con pazienza e altrettanta calma che si smonti l’entusiasmo per lo sdoganamento dell’ignoranza e si vedano all’opera le nuove èlites del popolo per il popolo e con il popolo (figuriamoci…). Ponendo tutta la fiducia verso la competenza e la dlistinzioni dei ruoli sociali (economia, servizi, burocrazia, difesa, sicurezza, etc). Riablitando vecchi ma preziosi concetti dell’armamentario liberale: la democrazia parlamentare è il peggior sistema politica ad eccezione di tutti gli altri (Churchill) e la democrazia diretta è la premessa del giacobinismo e della ghigliottina (Rousseau & Casaleggio jr). Glia antidoti al veleno politico sono: ironia, cultura, buon gusto, discrezione. Una società aperta che privilegi libertà e non  verità è migliore di una società chiusa (identitaria). Per i credenti (e non) si raccomanda una visita a Christ Church, prima chiesa episcopale degli Stati Uniti d’America, fondata dal vescovo William White, dove è scritto: ai pellegrini di ogni religione, che ci visitano, si ricorda che la libertà è di ispirazione divina e che qui possono fermarsi a pregare e a meditare. Libertà non Verità. Un nazionalismo sano (Galli della Loggia) come quello che ha portato alla costruzione degli Stati liberali nell’Europa del XIX secolo è la premessa per un’Europa politica meno debole e consapevole delle singole identità (e interessi) locali e non va confuso con il nazionalismo guerrafondaio. Altri antidoti alla minaccia di affondamento dell’ordine liberale internazionale (tutti perseguibili a livello nazionale) sono: più educazione e civismo meno leggi, pari opportunità fondate sul merito, fiducia nel futuro, fiducia nella innovazione, fiducia nei giovani, più responsabilità individuale meno assistenzialismo corporativo, fare non ostacolare lo sviluppo, progetti per non veti contro. Solo la democrazia può salvare il capitalismo dall’avidità dei capitalisti (Marchionne e Zingales). Già il titolo… A novembre si terranno le elezioni di midterm americane e nel 2019 si rinnoverà il parlamento europeo. Una ottima premessa per fondare il nuovo ordine internazionale liberale.

Hamas ha perso

Hamas ha perso - ATLANTIS

Un’altra marcia di protesta contro Israele naufragata nell’assenza più totale dei palestinesi 

Francesco Ippoliti

Un’altra serie di azioni violente contro il popolo di Israele finite con la morte di alcuni facinorosi palestinesi, guidati da un ideale finito, surclassato e utopistico, quale la distruzione di Israele, che porta solo morte e distruzione.

Hamas, acronimo arabo che significa “Movimento di resistenza arabo”  ha perso, ha perso il suo carisma, l’ideologia e la sete di rivendicazione che lo ha animato per anni.

Hamas deve deporre le armi e deve pensare al popolo palestinese di Gaza che soffre per la cieca visione illusoria di poter combattere Israele fino alla sua distruzione.

La Striscia di Gaza è un’area di 365 km2 che conta oltre 2.2 milioni di persone, di queste il 42% sono disoccupati o vivono di espedienti, circa il 40% vive in un regime di povertà, non che gli altri stiano molto meglio, e vi è carenza di alimenti e di acqua.

Gli aiuti provengono principalmente dall’assistenza umanitaria e in particolare dalle Agenzie delle Nazioni Unite, che fanno transitare ogni giorno dal valico di Rafah ben 250 camion di beni primari. Tali aiuti sarebbero gestiti da Hamas, al dispetto degli accordi che ne prevedevano il controllo da parte dell’Agenzia dell’ONU per i palestinesi UNRWA.

Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007 quando si scontrò violentemente contro il partito al-Fatah del presidente Mohamud Abbas, sostenendo di incrementare l’economia e debellare la corruzione e l’inefficienza fin ora viste.

Ha un’ala armata, violenta e di matrice terroristica, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Queste sono le principali protagoniste delle minacce e delle violenze contro Israele. In tali brigate esiste la componente operativa, quella addestrativa ma soprattutto quella tecnologica, in grado di sviluppare e migliorare la componente missilistica, il maggior pericolo per Tel Aviv.

Il 30 marzo scorso, il Land Day dei palestinesi, Hamas ha esortato alla popolazione palestinese a ribellarsi ad Israele mediante la “Marcia del Ritorno”. Ogni venerdì, al termine della preghiera la popolazione in massa sarebbe dovuta andare ai confini con Israele e protestare fino al giorno 15 maggio, giorno della “Nakba”, la catastrofe, ove i palestinesi avrebbero dovuto attraversare i confini di Israele e tornare nelle proprie abitazioni, lasciate nel maggio del 1948. I palestinesi si sarebbero dovuti ribellare e “cacciare” gli ebrei dalla Palestina.

Il risultato è stato un penoso scontro di poche centinaia di persone, talvolta qualche migliaio che venivano respinti dai gas lacrimogeni delle truppe di sicurezza israeliane. Molti i feriti, i pochi morti che ci sono stati o hanno tentato di assalire le barriere del confine oppure hanno avuto scontri a fuoco con i soldati di Tel Aviv, quindi sono principalmente attivisti di Hamas.

Alcuni elementi delle Brigate Qassam avrebbero anche tentato di entrare in Israele mediante i tunnel scavati al di sotto del confine. Ampiamente respinti.

Una ingloriosa manifestazione di mera debolezza, assunta anche con minacce alla popolazione se non si fosse piegata alla volontà di Hamas.

Quindi alle manifestazioni al confine con Israele sono state notate persone animate da spirito di rivendicazione, terroristi, ed elementi costretti dalla forza, ma comunque una minima percentuale del popolo palestinese.

E gli atti non si sono fermati. Hamas ha continuato con le provocazioni e con le minacce.

Hamas è stato incolpato dalla propria gente di non pensare al popolo palestinese, di non seguire un piano di sviluppo economico e sociale, di non essere vicino alla popolazione ma di seguire i propri scopi terroristici anche a costo di vedere tra le sue fila vittime innocenti che li giustifica considerandoli martiri della jihad.

Hamas rivendica gli aiuti internazionali per continuare la lotta contro Israele e chiede il più ampio supporto degli amici arabi.

Per parlare degli aiuti ricevuti giova ricordare che vari progetti sono stati accolti per aiutare il popolo palestinese. 

Dopo il conflitto del 2014, scatenato dalla cieca visione di Hamas di colpire insistentemente Israele, da ricordare il rapimento dei tre soldati israeliani, e ricevendo una sonora sconfitta e che ha ridotto a macerie il proprio paese, prezzo pagato esclusivamente dai palestinesi (2 mila morti e 10 mila feriti), la comunità internazionale ha stanziato 3.5 mld di dollari per la ricostruzione (di cui immediati 450 mln di euro dall’Unione Europea). Al 1 marzo scorso la Banca Mondiale ha dichiarato che di tale somma stanziata, sono stati erogati ben 2 mld di dollari. 

Ancora, nello scorso marzo per il progetto di desalinizzazione e quindi per fornire acqua potabile a tutta la Striscia di Gaza, sono stati raccolti ulteriori 456 mln di Euro (560 mln di dollari) dei quali 77 mln di euro dalla sola EU.

In merito il Ministro della Difesa Israeliano ha dichiarato che mai Israele si è opposto ai progetti internazionali per la Striscia di Gaza, ma ha richiamato la comunità internazionale al dovere di controllare l’utilizzo dei fondi, visto che Hamas, secondo fonti intelligence, ha recentemente investito 260 mln di dollari per la realizzazione di razzi e tunnel contro il popolo israeliano. Inoltre Hamas avrebbe l’energia elettrica a completa disposizione per le proprie strutture terroristiche, relegando invece a poche ore tale beneficio per il proprio popolo.

Interessante è la relazione di Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale per il processo di pace nel M.O., che ragguaglia il Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 23 maggio scorso sulla situazione in Gaza.

Comincia con il dichiarare che Gaza è sull’orlo del collasso e che la popolazione è disperata. Sottolinea che bisogna evitare un’altra guerra ed alleviare le sofferenze alla gente rimandando al Governo Palestinese le proprie responsabilità.

Inoltre dichiara che, Hamas, che ha il controllo di Gaza, non deve usare le proteste per coprire le proprie azioni di piazzare esplosivi sulle barriere di confine e creare provocazioni, le sue azioni non devono essere nascoste dietro pacifiche proteste e porre a rischio la vita dei civili.

Conferma che le strutture di Gaza sono al collasso, per principale carenza di luce e acqua, che potrebbe portare a epidemie.

Sottolinea che IDF, le forze israeliane, hanno distrutto da ottobre 10 tunnel che da Gaza avrebbero portato azioni terroristiche in Israele.

Alla fine però non condanna esplicitamente Hamas per gli errori di governo, in 11 anni di potere ha distrutto Gaza portando la propria gente alla disperazione.

Infine, il 1 giugno scorso, gli USA hanno posto il veto su una risoluzione del Kuwait che chiamava ad una protezione internazionale per i palestinesi di Gaza, ma declinava di menzionare il ruolo di Hamas che attualmente governa la Striscia. Hamas avrebbe dovuto essere parimenti condannato per il ruolo svolto e per la suo fisionomia terroristica. La risoluzione avrebbe minato la credibilità del Consiglio di Sicurezza, come giustamente ha affermato l’ambasciatore USA Haley.

In sintesi, Hamas dovrebbe avere il coraggio di deporre le armi ed arrendersi, arrendersi ai fatti che hanno portato il popolo palestinese al collasso.

I morti, le epidemie, le sofferenze dei palestinesi hanno un indirizzo solo, la gestione ipocrita di un gruppo di persone che non hanno a cuore il proprio popolo. E non vi saranno ulteriori vie, non vi saranno ulteriori soluzioni, ogni compromesso sarà destinato a fallire se Hamas non si ritira, sconfitto e colpevole di numerose vite perse per un ideale estinto, utopistico e presumibilmente solo una scusante per giustificare il proprio ego, nascosto anche da una dubbia visione della religione.

Solo la fuoriuscita di Hamas potrebbe portare un barlume di speranza per il popolo palestinese, un nuovo orizzonte, di contro, il collasso porterà indubbiamente a nuovi sanguinosi scontri contro le IDF e nuove distruzioni. Fino a quando la comunità internazionale sarà disposta a sopportare (e finanziare) gli errori evidenti di un’organizzazione criminale? 

 

 

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