2/2016

2/2016 - ATLANTIS

ATLANTIS

Rivista di Geopolitica e Competizione Economica

2/2016 ISSUE 

 

Questo numero di Atlantis, il secondo del 2016, dedica il Dossier al tema dello Sport, con tutte le sue implicazioni strategiche globali, nella stagione estiva delle Olimpiadi in Brasile.
Nella rubrica Una Nuova Europa, intervista al leader liberal-democratico belga Guy Verhofstadt.
Ancora attenzione al convegno su Europa 2.0 Migranti e Diritti Umani, organizzato dall’associazione Ancislink che ha stretto con la rivista un accordo di collaborazione continuativa.
Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con l’Alzheimer.
ll Focus paese è dedicato all’Azerbaigian. Intervista all'Ambasciatore in Italia Ahmadzada di Domenico Letizia.
Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di romano Toppan, di Luca Baraldi e di Riccardo Palmerini.
Arricchisce il numero una bellissima recensione libraria di Maurizio Bonanni che inizia così una collaborazione permanente.
 

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La copertina di questo numero è dedicata allo sport.

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

W&W (We and the World)

Atlantis e la zuppa di sasso

 

 

La rivista Atlantis mi ricorda la storia della zuppa di sasso. 

La conoscete? No? 

Allora: c’era una volta un viandante (della vita?) che forse o magari era un giornalista appassionato di relazioni internazionali e geopolitica.

Era tardi e si trovò a risolvere il problema della cena. Ma non aveva nulla. Allora prese un bel sasso, rotondo, a forma di globo, lo lavò nel torrente e lo mise in pentola sul fuoco insieme a un bel po’ di acqua. Di lì a poco passò qualcuno che chiese cosa ci fosse in pentola e lui rispose: zuppa di sasso. Ed è buona? Chiese il passante. Con una cipolla sarebbe meglio. E poco dopo l’uomo torno con un paio di cipolle. Passarono altri e fecero tutti la stessa domanda del primo. E lui rispose: certo, con sedano, carota, qualche patata ed altri ortaggi sarebbe perfetta ma è buona anche così. E tutti portarono gli ortaggi: ora mancava il sale ma presto ci fu anche quello. 

Alla fine, la zuppa fu offerta a tutti quelli che avevano portato volontariamente gli ortaggi ed anche a quelli che avevano semplicemente fame. 

Atlantis è così: acqua e sasso, poi alcuni ingredienti: conoscenza, competenza, passione. 

La zuppa di sasso/Atlantis, una volta cotta, è liberale, tollerante, cosmopolita, internazionale, aperta. Corroborante, insomma. Affronta e approfondisce temi e problemi locali, nazionali ed esteri. E sfama tutti coloro che credono che per decidere liberamente si debba essere informati e non indottrinati.

Sicurezza Globale

Sicurezza Globale - ATLANTIS

SI VIS PACEM..

di Leonardo Leso

 

Il vocabolario definisce la strategia come la branca dell’arte militare che studia, imposta e coordina nelle grandi linee le operazioni di guerra. Ma noi siamo davvero in guerra contro il terrorismo che minaccia la pace mondiale? Vi è una strategia per vincere questo scontro sempre più drammatico e coinvolgente o, almeno, per orientarci nelle difficili decisioni da prendere? 

Il primo passo dovrebbe essere quello di prendere finalmente coscienza che si tratta di una guerra e trarne le conseguenze. Una guerra globale, a volte subdola, con avversari difficili, non solo da identificare, ma anche da indicare, con amici talvolta più scomodi degli stessi nemici, combattuta in segreto, ma anche in diretta televisiva, subita, temuta, mai dichiarata, anzi negata, non voluta, né sentita dagli Italiani, ma che ha già impegnato ampiamente e duramente i nostri soldati ed i nostri servizi di sicurezza e d’informazione in vari teatri operativi: nei Balcani, in Medio Oriente, in Asia ed anche sul nostro territorio nazionale. Una guerra iniziata da tempo contro l’Occidente, senza regole, con i metodi della propaganda, della guerriglia e del terrorismo su vari fronti, non solo con eclatanti e sanguinosi attentati, ma sfruttando anche una penetrazione migratoria, che cresce in modo esponenziale e sta cambiando dall’interno l’identità etnica e quindi culturale delle nostre comunità. Un ideale brodo di cultura di cellule terroristiche ispirate dall’odio, dall’integralismo religioso, dal parossismo suicida, predicati ed instillati nelle menti dei giovani islamici nelle scuole coraniche, le “madrasse”, e in molte moschee in Europa ed in tutto il mondo. Un odio storico alimentato sino ai giorni nostri dalla difficile e mai compiuta integrazione degli immigrati musulmani nelle società occidentali, dal loro disagio sociale, dal loro disprezzo per i nostri costumi troppo liberi e permissivi, dagli eccessi del materialismo della civiltà consumistica.

La pace oggi non può che essere una pace “armata”, da intendersi quindi come la continuazione della guerra con altri mezzi, in pratica una lettura in senso inverso della nota formula di Clausewitz.

La contesa di fondo è tra l’Occidente, che cerca l’equilibrio, la stabilità, il consolidamento e la diffusione del benessere acquisito, e le diverse multinazionali del terrore, alleate nella “guerra santa” contro il comune nemico “cristiano”, ma anche in lotta tra loro. Gli Sciti ed i Sunniti, due delle maggiori fazioni religiose islamiche, infatti, si contendono già da secoli il primato nel mondo musulmano in una contrapposizione, non solo religiosa ed ideologica, ma anche politica e militare, che non attenua o limita la truculenta ferocia dei gruppi terroristici e fondamentalisti di diversa ispirazione, ma anzi la esalta in un’assurda gara di spietatezza.

Questi gruppi si sono organizzati da tempo come milizie transnazionali con il palese sostegno ed aiuto di alcuni Stati definiti “canaglia”, con cui condividono l’interesse politico alla destabilizzazione del Medio Oriente e dei Paesi arabi, in aree strategicamente vitali per le risorse energetiche. Operano quindi con modi, logiche ed assoluta mancanza di scrupoli, tipici o molto simili a quelli delle organizzazioni criminali, talvolta interagendo o identificandosi con esse, controllando o gestendo attività e traffici illegali (armi, droga, immigrazione clandestina, etc.), usandone i proventi per finanziarsi in una perfetta simbiosi operativa e totale comunanza di interessi.

Il terrorismo a livello planetario, con l’efferatezza degli attentati suicidi, le decapitazioni, le stragi indiscriminate, mira a scuotere dalle stesse fondamenta le nostre società, minaccia il nostro sistema di vita e ci rende insicuri con la guerra della paura, una guerra mediatica e psicologica, ancor prima che militare, condotta attraverso un uso sempre più sofisticato della rete Internet, in particolare contro gli Stati Uniti ed i loro alleati, ma non solo loro. Lo scopo dei terroristi, e di chi li sostiene e finanzia, è quindi quello di destabilizzare e creare le premesse per rovesciare i governi, più o meno moderati e democratici, allineati o vicini alle potenze occidentali, di assumere il controllo di importanti fonti energetiche, di condizionare l’economia mondiale, insomma di conseguire il potere globale, in nome del proprio fanatismo religioso.

Per conseguire i loro scopi aggiornano costantemente e tempestivamente le loro strategie, come sinora hanno fatto in Iraq, in Afghanistan ed ora in Pakistan, portando i loro attacchi in maniera preordinata ed organizzata con un sistema che possiamo definire dei “vasi comunicanti”, perché sposta e concentra la massima capacità offensiva da una zona all’altra, da regione a regione. Scelgono di colpire nel luogo e nel momento in cui ritengono l’obiettivo più remunerativo ed appariscente, la situazione politica più delicata e le forze avversarie numericamente insufficienti e quindi meno potenti, costringendole a continui cambiamenti di tattiche e strategie difensive politiche, militari e di polizia. Le conseguenti azioni di contrasto, risultano così spesso tardive e poco efficaci, qualche volta, addirittura controproducenti. Traggono inoltre vantaggio dall’impraticabilità di alcune regioni e approfittano della precarietà e debolezza dei governi locali, condizionati ed infiltrati da estremisti e fondamentalisti.

Gli Italiani, pur apparentemente preoccupati dal crescente fenomeno terroristico transnazionale, sembrano averne ancora una visione piuttosto miope e distaccata, come se la questione li riguardasse poco o niente. Come se fosse un problema di politica estera. Non pare vi sia l’esatta percezione di ciò che è realmente in gioco: la nostra sicurezza, i nostri sistemi politici ed economici, la nostra libertà e lo stesso nostro modo di vivere. Non ci si rende conto, per esempio, di quanto questa situazione possa incidere negativamente anche sulla sicurezza interna del nostro paese e non solo in relazione al pericolo di gravi attentati, sempre possibili se non probabili, ma anche al nostro quotidiano come, ad esempio, un improvviso blocco dei rifornimenti energetici, il recente vertiginoso aumento del consumo di eroina che, proveniente dall’Afghanistan, viene venduta in grandi quantità, pura e a basso costo, e sta così saturando il nostro mercato interno e quindi provocando numerose vittime tra i nostri giovani per overdose. Ecco allora che l’illusione che quanto accade in paesi lontani in fondo non ci riguardi, è una grossolana sottovalutazione del pericolo, le strade di Kabul o di Baghdad sono molto più vicine a noi di quanto pensiamo, il volano della globalizzazione ci avvicina alle aree di crisi a dispetto della geografia. Rinunciare ad un ruolo attivo nella risoluzione di quelle controversie significa non solo l’impoverimento della nostra politica estera, ma soprattutto significa compromettere la sicurezza del nostro paese, esponendolo comunque ai rischi del terrorismo transnazionale.

Questi sono i criteri e concetti molto semplici, gli stessi che derivano dai principi generali dell’arte della guerra, utili per raggiungere nel modo più rapido ed efficiente un qualsiasi obiettivo o scopo e che costituiscono da sempre i primi elementi di strategia e tattica insegnati nelle scuole militari di tutto il mondo. 

La dottrina dell’Esercito Italiano, ad esempio, ne individua nove, anche se il loro numero, importanza e quindi ordine di priorità può variare a seconda degli obiettivi e delle diverse scelte per conseguirli: 

a. la chiarezza dello scopo, che si vuole e si deve perseguire, condizione irrinunciabile per assumere decisioni ed iniziative coerenti e sinergiche, e che deve essere perfettamente noto e chiaro a tutti coloro che vi lavorano, anche per indirizzarne e riunirne gli sforzi;

b. l’unitarietà di comando che prescrive che tutte le forze e risorse destinate ad una operazione siano sotto l’autorità di un unico comandante responsabile;

c. il morale, inteso come motivazione e condizione psicologica, fattore fondamentale di successo, in grado di esaltare o deprimere la volontà di vincere e quindi la capacità operativa del singolo o del gruppo, la nostra o quella dell’avversario;

d. la mentalità offensiva assolutamente necessaria per acquisire e mantenere l’iniziativa e la libertà d’azione e viceversa costringere il nemico sulla difensiva;

e. la sorpresa come arma psicologica da usare sempre, per cercare di disorientare l’avversario, per celargli le proprie azioni ed intenzioni e per ridurne/annullarne l’efficacia delle reazioni, come moltiplicatore di potenza per sopperire all’inferiorità di forze. I fattori che la favoriscono sono il ritmo dell’azione, un’efficace attività d’intelligence, l’inganno e la sicurezza;

f. la massa intesa come la capacità di concentrare ed usare rapidamente la forza nel momento e nel luogo decisivo;

g. l’economia delle forze, complementare al principio della massa, che consiste in un impiego e distribuzione oculati delle forze disponibili, non potendo essere forti ovunque e dovendo quindi scegliere dove e quando esserlo, calcolando anche il rischio di sguarnire parte delle proprie difese;

h. la sicurezza che si ottiene attraverso l’adozione di tutte le misure di protezione attive e passive, la conoscenza del nemico, delle sue strategie, tattiche, procedure ed intenzioni, mantenendo nascoste le proprie;

i. la semplicità che deve caratterizzare ogni piano preparato per fronteggiare minacce sempre più complesse ed eterogenee, rendendone l’attuazione facilmente comprensibile, flessibile e rapidamente adattabile ad emergenze nuove ed impreviste. 

Principi molto teorici, però utili per valutare l’efficacia, la tempestività, l’aderenza, la coerenza e l’attualità delle nostre strategie di difesa che non possono, o almeno non dovrebbero essere condizionate da posizioni ideologicamente preconcette ma, al contrario, senza derogare da sacrosante considerazioni umanitarie, dovrebbero essere improntate a sani criteri di pragmatica concretezza e sicurezza.

L’alternativa alla stabilizzazione, assicurata da una pace giusta ma vigilata e difesa con le armi, è infatti con ogni probabilità una escalation di attacchi e rappresaglie che, nello sforzo di piegare o, almeno, resistere all’avversario, alla fine, potrebbero degenerare in una guerra totale con l’uso più o meno discriminato (ammesso e non concesso che sia un aggettivo possibile in questo caso) delle armi più potenti, comprese quelle di distruzione di massa.

Strategia quindi come metodologia per ricercare soluzioni o comunque linee guida: non una scienza esatta da studiare dogmaticamente, non una speciale astrologia per divinare il futuro, ma piuttosto un modo di pensare, organizzare ed agire per conseguire e mantenere la pace più giusta e duratura possibile, cercando di prevedere ed anticipare le mosse di chi ci minaccia, sia in modo palese che occulto: tutti i nemici della pace, sia quelli dichiarati che i molti altri, che se ne fanno scudo per scopi molto meno nobili di quelli evocati.

Il problema non sarà chi alla fine potrà prevalere, che si può ritenere quasi scontato, ma il modo in cui lo farà e le conseguenze che potranno esserci sulle relazioni tra le grandi potenze: l’Occidente, ricco ed evoluto, malgrado le proprie debolezze, molto difficilmente si lascerà piegare e sottoporre ad un improbabile processo di islamizzazione, secondo le folli teorie fondamentaliste. Se messo alle strette e seriamente minacciato nella sua integrità culturale ed economica, potrebbe infatti reagire molto più duramente e coralmente di quanto fatto sinora, avvalendosi della superiorità militare di cui ancora dispone, come alcuni hanno già fatto intendere molto chiaramente.

In ogni caso non bisogna farsi illusioni; sarà una lotta durissima, lunga e difficile, senza quartiere ma che, insieme ai nostri alleati, possiamo vincere, specie se la combatteremo con decisione, senza esitazioni, ma anche con la massima discriminazione, proporzionalità, equilibrio e rispetto dei diritti umani. Limitazioni assolutamente indispensabili, non solo per giuste motivazioni umanitarie, ma anche per rendere credibili i nostri sistemi, acquisendo il massimo consenso possibile, in particolare da parte di chi sarà l’obiettivo delle nostre azioni di pacificazione.

La vittoria è quindi la stabilizzazione, ottenuta anche con la deterrenza ed un uso selettivo, discriminato e proporzionato delle armi, senza repressioni e rappresaglie inutili, con risposte accuratamente mirate e giustificate dalle esigenze di autodifesa e riconoscibili come tali dall’opinione pubblica internazionale: la forza e la fermezza guidate dalla ragione e dalla consapevolezza. Solo così, forse, si potrà evitare una deflagrazione e un’escalation incontrollata dello scontro, le cui conseguenze sarebbero inevitabilmente catastrofiche per tutti. 

 

Protagonisti

Protagonisti - ATLANTIS

Intervista a Guy Verohfstadt

Presidente del Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa al Parlamento europeo.

 

Dopo una lunga marcia di avvicinamento, l’Europa politica di fatto esiste. Ma è sufficiente l’attuale Unione europea, fondata sui trattati di Maastricht e di Lisbona? 

No. Certamente no. L’Unione europea deve trasformarsi in vera unione politica, economica e fiscale; in un’Europa federale se vogliamo che sopravviva; perché uno Stato può esistere senza moneta, ma una moneta non può esistere senza Stato.   L’attuale struttura decisionale dell’Unione europea favorisce il fiorire e il rafforzamento della politica estremista, del populismo, del nazionalismo con il pretesto della ingerenza nella sovranità nazionale. Ma quale sovranità? La sovranità significa riuscire a proteggere i propri cittadini, ad affrontare le sfide della globalizzazione, e non dipendere dai mercati finanziari internazionali. In un mondo globalizzato, gli Stati europei singolarmente non sono più in grado di assicurare questa sovranità.

 

Quanto è auspicabile un’Europa più politica?

Solo un’Europa federale ci permetterà di ritrovare la sovranità in un mondo globale e permetterà ai suoi cittadini di essere artefici del proprio destino. Le prossime elezioni europee sono importantissime; c’è il pericolo che prevalga una maggioranza euroscettica, xenofoba, populista mentre deve prevalere una maggioranza pro-europea riformista e liberale. Noi liberali e democratici raggruppati nell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (Alde), lavoriamo politicamente da anni per questo e ci presenteremo il più possibile uniti e omogenei nella proposta di programma nei vari Paesi europei alle prossime elezione del 2104.

 

Sarebbe augurabile e fattibile che al Parlamento europeo si realizzasse una fase costituente per stendere una Costituzione da sottoporre all’approvazione dei cittadini?

È certamente auspicabile. I cittadini europei dovrebbero potersi esprimere su una Costituzione europea.

 

Le piacerebbe che il Parlamento europeo fosse composto da un numero di membri qualificato, ma limitato nel numero per contenerne la spesa, e fosse in grado di superare gli sprechi, l’elefantiasi e l’inefficienza di alcuni Stati nazionali?

Il Parlamento e gli organi europei, come sottolineato di recente anche da Emma Bonino, potrebbero svolgere meglio il loro lavoro, evitando di occuparsi di argomenti e regolamentazioni francamente non prioritari. Inoltre, nel dare una spinta federale all’Europa sicuramente non si dovranno duplicare gli organi, al contrario, è auspicabile uno snellimento. Sicuramente è importante limitare la spesa per la politica, ma bisogna ricordare che il Parlamento europeo, quale secondo parlamento più grande al mondo dopo quello dell’India, ha 751 deputati per rappresentare 500 milioni di cittadini europei.

 

Le piacerebbe che si avviasse un percorso, simile a quello compiuto dai federalisti Jay, Hamilton e Madison in America, per costruire gli Stati Uniti d’Europa, o ritiene realistica una costruzione istituzionale centralizzata?

Credo che ogni Paese e ogni Continente abbia il suo percorso evolutivo, ma io non sono contrario a un approccio ‘americano’ in base al quale una convenzione viene gestita con una rappresentazione dei Stati membri e il Parlamento europeo forgia le nuove istituzioni europee di cui abbiamo disperatamente bisogno.

 

Ritiene possibile e magari auspicabile che i singoli Stati nazionali cedano i propri poteri a un Governo Federale Europeo in materia di Politica economica, di Politica estera, di Difesa, di Politica dell’ambiente e dell’energia, di Lavoro e di Fisco e finanze e, ultimo ma non ultimo, Telecomunicazioni?

Non soltanto possibile e auspicabile ma necessario.

 

Robert Kaplan, parla di Europa Carolingia e Ulrich Beck di Europa germanica. Non è attualmente troppo alto il baricentro politico europeo?

L’Europa ha una diversità che è molto più complessa di Nord contro Sud o “germanico” contro “latino”, ma allo stesso tempo le nostre somiglianze e le cose che ci legano sono incredibilmente forti. Per esempio gotico e architettura Art Nouveau a Londra e Bruxelles, ma anche a Tallinn e Riga. Da Est a Ovest e viceversa, condividiamo l’architettura, la filosofia, la letteratura, la musica e molto altro. Quindi: no, non credo che il nostro punto focale sia troppo alto. Dobbiamo essere più ambiziosi di quello che siamo oggi. Ci possiamo unire nella diversità. E questo è esattamente ciò che l’Europa dovrebbe fare per mantenere il suo livello di prosperità.

Ha mai pensato che attraverso la costruzione di una Federazione di Stati, l’Europa può ritornare ad essere forte e contrastare l’attuale disparità fra i singoli Stati o la ritiene una utopia?

L’Europa ha ancora il primato economico, deve trasformarlo in forza politica.

 

È possibile affermare che gli Stati Uniti d’Europa, una potenza importante e democratica, una potenza mondiale a tutti gli effetti, sarebbero in grado di rapportarsi ai nuovi colossi Brics e Mint e che ruolo avrebbe un’Europa forte nello scenario internazionale?

Se continuiamo con questo tipo di Europa, nemmeno la Germania sederà più negli anni a venire al tavolo del G8. Solo se sapremo dare una sola voce all’Europa, essa potrà essere presente e decisiva su tutti gli scenari internazionali.

 

L’uso ufficiale della lingua inglese permetterebbe più facilità di informazione, comprensione e integrazione tra cittadini europei o sarebbe un danno alle culture locali e nazionali?

Si dovrebbe davvero prendere in considerazione l’uso della lingua inglese da un punto di vista pratico. L’ “entry level” di questa lingua è molto basso, se non il più basso di tutte le lingue. Ma all’interno dell’Ue, rimane in primo luogo una lingua di lavoro. Allo stesso tempo, è necessario sapere che l’Unione europea ha 24 lingue ufficiali in cui tutti i documenti e discorsi vengono tradotti. A tale riguardo, l’Unione europea è forse la migliore garanzia per la difesa delle culture nazionali e locali.

Se si guarda alla storia recente del nostro continente, erano gli Stati nazione e il loro desiderio di omogeneità culturale e linguistica a minacciare e anche sradicare lingue e culture locali.

Come vedrebbe l’elezione diretta del Presidente europeo?

Bene, naturalmente. Un presidente eletto direttamente dell’Europa darebbe maggiore legittimità per l’Ue, ma non sarà sufficiente da solo. Dobbiamo ridisegnare tutte le istituzioni europee e renderle più trasparenti e democratiche.

 

Non ritiene che la stampa italiana (tranne rari casi) sia provinciale e poco attenta alla politica estera?

La stampa italiana è molto ampia e diversificata. È difficile giudicarla come un tutto unico. Prima di tutto, non c’è niente di male se alcuni giornali o televisioni hanno il loro obiettivo principale focalizzato sui problemi locali o nazionali. In secondo luogo, penso che una dimensione troppo provinciale è qualcosa che si nota in un sacco di Media di tutto il mondo, non solo in Italia. Questo è certamente deplorevole, ma non vedo una soluzione rapida per questo problema. 

Da quello che ho capito dai rapporti internazionali è che la stampa italiana soffre di una mancanza di indipendenza giornalistica. A me, sembra sia questo il problema più grande che dovrebbe essere affrontato al più presto.

 

Le piacerebbe leggere un giornale europeo, ascoltare una radio europea, guardare una tv europea? O ritiene sufficiente l’informazione internazionale attuale?

Abbiamo già un sacco di iniziative informative europee, come Euronews o European Voice, ma considero i media come The Guardian, Bbc World e France 24 ugualmente europea. Mettiamola in questo modo: come liberale credo che l’offerta dei media europei seguirà la domanda.

 

Qual è il libro preferito di un autore europeo?

“La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper.

 

E il film?

“Una giornata particolare” di Ettore Scola, una storia d’amore politicamente significativa.

 

E la musica?

L’artista belga Arno. La mia canzone preferita del suo repertorio è “Les yeux de ma mère”.

 

Quali benefici o svantaggi potrebbe trarre l’Italia Meridionale da un nuovo assetto federale europeo?

Penso che il Sud Italia abbia molto da guadagnare con un nuovo accordo federale in Europa, proprio come qualsiasi altra regione. Si creerà una forte stabilità fiscale all’interno degli Stati membri e delle loro regioni. Eventuali cali economici saranno meglio controbilanciati, la disciplina e la solidarietà strutturale saranno incorporati e una maggiore mobilità dei lavoratori all’interno dell’Ue senza che questo comporti una erosione della base fiscale comune.

 

E l’Italia in generale?

Come sopra.

 

Il nuovo cittadino europeo: un latino germanizzato o un nordico più mediterraneo?

Penso nessuno dei due. Il cittadino europeo non dovrebbe cambiare. Gli euroscettici cercano di far credere che per avere un’Europa federale, gli europei dovrebbero cambiare. Essi non dovrebbero, le istituzioni europee dovrebbero cambiare, ma l’Europa può mantenere la diversità che ha oggi e semmai espanderla. 

 

 

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