Atlantis 1/2022

Atlantis 1/2022 - ATLANTIS

Il primo numero del 2022 dedica la sua attenzione all'aggerssione della Russi di Vladimir Putin all'Ucraina.

In copertina, un'immagine surrele del ritratto del despota russo.

Spazio, al CesMar, centro studi della Marina con il quale l'editore della rivista ha iniziato una collaborazione che darà i suoi primi frutti nel 2022 con il libro "Ostaggio  per Sempre" del già Vice presidente del Perù Luis Giampietri che sarà protagonista della giornata di formazione dell'ordine dei giornalisti a Venezia il 27 maggio per essere poi presentato in anteprima al pubblico alle ore 16,30 nella sede veneziana dell'Ufficio Italiano del consiglio d'Europa..

All'attenzione del lettore uno degli articoli del libro Lettere sul Mondo, a cura del Circolo di Studi Diplomatici, dell'Ambascaiatore Morabito.

Immancabili i pezzi di Eleonora Lorusso e Domenico Letizia.

Presentazione del Festival Internazionale della Geopolitica Europea nella sua seconda edizione Jesolo 5-7 maggio 2022.

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

 

NON C’È PACE SENZA LIBERTÀ

 

Non siamo stati entusiasti di gettarci nella mischia di chi diceva la sua sulla guerra - chiamiamola con il suo vero nome - scatenata dalla Russia di Putin verso la sovranità ucraina. Non lo siamo stati per timore di approfittare di una tragedia umanitaria per metterci al centro dell’attenzione (pure noi…). È scattata una sorta di riservatezza e pudore, dati anche gli storici legami della nostra rivista con gli amici ucraini. Legami testimoniati dalle molteplici collaborazioni intercorse, ad esempio, con l’ambasciata generale di Roma e dall’amicizia (con relativo timore per la loro sorte) di alcuni diplomatici. 

Tuttavia, ora è il momento di alcune considerazioni.

La prima, “il conflitto riguarda tutta l’Europa e neutralità non significa indifferenza”. Sono parole del governo svizzero, che ha preso con decisione una posizione chiara.

È una guerra che ha rinsaldato e completato il processo di unità europea.

È una guerra che accelera la difesa comune europea, pur affermando e confermando la necessità della Nato.

È una guerra che conferma l’opportunità di politiche energetiche occidentali almeno coordinate e solidali.

È una guerra che pone l’accento sull’uso di strumenti difensivi innovativi in termini di intelligence e  cybersicurezza, dato che ormai è confermato che si combatte non solo sul campo ma anche sugli schermi e sui social.

Ma è anche una guerra che si gioca sui fronti nazionale interni: un italiano su cinque, nei sondaggi, apre alla ragioni della Russia. Questo 20 per cento va dalla sinistra venero-comunista alla destra nazional-populista, legate dalla comune matrice hegeliana.

Le stesse marce per la pace, assumono il segno dell’ambiguità. Pertanto urge richiamare alcuni concetti basilari di filosofia del diritto e della politica. Ad esempio, quello di pace insufficiente. 

“Considerare la pace come bene insufficiente vuol dire che la pace da sola non è in grado di assicurare una vita sociale perfetta (…). La pace è considerata di solito come una delle condizioni, per la realizzazione di altri valori, considerati superiori, come la giustizia, la libertà, il benessere.  Si può dire della pace, come del diritto, in quanto è la tecnica sociale indirizzata alla realizzazione della pace, che essa evita il massimo dei mali (la morte violenta) ma non persegue il massimo dei beni. Il bene che la pace persegue è il bene della vita. Ma la vita è il massimo dei beni? A parte il fatto che non esiste in assoluto il massimo dei beni, la vita viene continuamente messa a confronto con altri beni, come la libertà, l’onore personale e di gruppo, il benessere della collettività e nel confronto non sempre ha la meglio. Là dove nel confronto con un altro bene, come la libertà, viene considerato superiore alla vita (si ricordi il ‘meglio morti che rossi’ con cui fu risposto alla provocazione di Bertrand  Russell ‘meglio rossi che morti’) la pace non è più un valore supremo e può trasformarsi, in talune circostanze, addirittura in un disvalore”. (Norberto Bobbio)

QUALE LEZIONE TRARRE DALLA CRISI UCRAINA?

QUALE LEZIONE TRARRE DALLA CRISI UCRAINA? - ATLANTIS

 

DIPOLOMAZIA E GEOPOLITICA

L’evoluzione della crisi ucraina, con l’invasione russa che molti non si aspettavano - almeno in queste proporzioni - pone due ordini di problemi. Il primo è come uscirne, nel rispetto del diritto internazionale, evitando che la situazione sfugga di mano e permettendo a tutti di salvare la faccia; il secondo è avviare una riflessione su cosa ci ha portati fino a questo punto. Questa Lettera vuole formulare alcune osservazioni preliminari su questo secondo aspetto. Una riflessione va fatta, per cercare di capire come si possa prevenire in futuro crisi così drammatiche e come neutralizzare - per quanto sia ancora possibile - gli effetti di quella attuale. A prescindere dall’esito di negoziati tra Mosca e Kiev, prima o poi un dialogo stabile con la Russia dovrà riprendere (magari partendo da uno Stato neutrale come la Svizzera o attraverso i buoni uffici della Santa Sede). Se la diplomazia è l’arte di prevedere le crisi e le situazioni critiche, qui ha evidentemente clamorosamente fallito. Se è anche l’arte di risolvere i conflitti è ora che si rimetta all’opera. Non si può dialogare solo quando si è sicuri che i propri interessi (e non quelli degli altri) saranno salvaguardati. La porta al dialogo va sempre lasciata aperta perché parlarsi è sempre meglio della guerra, e se la guerra è in corso, non parlarsi può solo peggiorare le cose. Come sappiamo è molto facile raggiungere punti di non ritorno e questo va assolutamente evitato. 

La guerra in Ucraina è di gran lunga il più grave scontro tra Paesi occidentali e Russia dalla dissoluzione dell’URSS. Ci si è arrivati perché negli ultimi quindici anni c’è stata incomunicabilità tra l’Occidente e la Russia. Non credo di peccare di ingenuità se dico che questa crisi, una volta avviata a soluzione, dovrebbe costituire per noi il pretesto per voltare pagina e superare il clima di rissa permanente che ha caratterizzato negli ultimi 

anni i rapporti tra l’Occidente, Unione Europea e Stati Uniti da una parte, Russia di Putin dall’altra. Un clima che ci ha portati dove siamo ora. La storia è piena di esempi di guerre che sono scoppiate senza che nessuno lo volesse veramente o di incidenti che hanno portato a conflitti non desiderati. Il meccanismo che ha portato alla Prima Guerra Mondiale lo conosciamo tutti: un concatenarsi di mobilitazioni generali che ha avuto come conseguenza una guerra che tutti pensavano sarebbe finita prima di Natale ed invece sono stati quattro i Natali passati al fronte. Oggi rifiutare l’ineluttabilità della guerra e lavorare per la pace deve essere ancora più esplicito: con l’abolizione della coscrizione obbligatoria le guerre sono diventate più facili da fare; più facili, ma non meno letali, soprattutto per l’elevato numero di civili coinvolti e le enormi distruzioni che comporta. Certo il punto al quale siamo arrivati rende tutto più complicato anche perché, se è vero che va evitata una “escalation” difficile da controllare, è altrettanto vero che per essere credibili dobbiamo essere uniti. 

1. Non sono in grado di dire se all’epoca della riunificazione della Germania ci fu un’intesa verbale con Gorbaciov in base alla quale i Paesi occidentali – Stati Uniti in primis - si sarebbero impegnati a non allargare il perimetro della NATO, evitando di includere sia gli ex satelliti europei dell’Unione Sovietica sia gli Stati che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica prima della sua dissoluzione. Comunque sia le cose sono andate diversamente ed oggi, di trenta Stati membri della NATO, quasi la metà (14) sono ex appartenenti al blocco comunista. Fuori dalla sfera della NATO e ai confini o in prossimità dei confini dell’Unione Europea sono rimaste la Bielorussia, la Moldavia, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Georgia e appunto l’Ucraina. 

Anche se non abbiamo certezza di un impegno a non allargare la NATO fino a lambire i confini della Russia, si tratta pur sempre di un impegno plausibile. Tutti ricordiamo che allora molti, a cominciare dalla Francia, temevano una Germania unita. Un timore ben sintetizzato dalla famosa battuta di Andreotti (che peraltro parafrasava una frase detta anni prima dal francese Mauriac): “Amo talmente la Germania che ne preferivo due”. Se non ci fu una decisione politica in tal senso, questa però era nella logica delle cose, per non dire nell’interesse dell’Occidente. D’altronde era viva la speranza che il crollo dell’URSS avrebbe potuto avviare una inedita fase di collaborazione con la Russia per costruire un mondo di pace e privo dalla minaccia di guerra nucleare che aveva caratterizzato gli anni seguenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’invito al Presidente Eltsin di partecipare al G7 di Napoli (1994) e il Vertice NATO di Pratica di Mare con la firma della Dichiarazione di Roma (2002) rientravano in questa logica e facevano ben sperare, anche perché non avendo sciolto la NATO, qualcosa andava fatto. Qualcuno si è domandato: perché la NATO non si è dissolta, visto che la sua ragion d’essere era venuta meno con la fine del Patto di Varsavia? In realtà la storia ci insegna che le Organizzazioni Internazionali tendono a perpetuarsi e non scompaiono a meno che non ci sia un evento drammatico, come una guerra mondiale. D’altro canto nuove minacce alla sicurezza si profilavano e lo strumento NATO appariva idoneo a far fronte ai rischi per la sicurezza di un mondo non più bipolare. Infine un ipotetico scioglimento della NATO avrebbe rischiato di spezzare quel legame transatlantico diventato elemento fondante della politica estera della maggior parte dei Paesi europei. 

Qualcosa si è inceppato in quella che doveva essere la nuova era dei rapporti con Mosca. Da un lato la Russia, passato lo stordimento iniziale seguito al crollo dell’URSS, ha cercato di recuperare un ruolo di grande potenza sullo schacchiere mondiale; dall’altro i Paesi occidentali, in primis gli 

Stati Uniti, hanno voluto stravincere (corsi e ricorsi della storia: si pensi alla pace di Versailles) o voluto dare l’impressione di stravincere, il che non cambia molto. Nei fatti si è realizzata una politica tendente ad ignorare e ad emarginare la Russia, relegata a rango di “potenza regionale”, per usare l’infelice espressione del Presidente americano e Premio Nobel per la pace, Obama (certe cose si possono pensare, ma perché dirle?). Emblematica a tale riguardo è la posizione presa dall’Europa e dagli Stati Uniti allo scoppio delle crisi balcaniche. Certo c’era una Russia debole, ma si è fatto la scelta di ignorarla nonostante i rapporti storici che aveva nella regione, in particolare con la Serbia. 

2. Dal mancato coinvolgimento della Russia, si è passati ad una politica di contrapposizione che sta rischiando di portarci ad una situazione di non ritorno, anche per l’improvvida decisione di Putin di invadere l’Ucraina (cosa diversa dalla Crimea). Gli storici avranno modo di valutare come si è arrivati fino a questo punto. Poco importa vedere di chi è la colpa (o la colpa maggiore) di questa situazione. Quello che invece importa è salvare la pace e mettere in piedi meccanismi e prassi che non ci portino più vicini ad una guerra con la Russia, o comunque ad una guerra in Europa. Magari esaminando, dossier per dossier (e sono tanti!), tutte le questioni che ci separano dalla Russia. Più complessa di quanto si possa pensare è anche l’adozione di sanzioni, che si prendono quando non si vuole fare la guerra. Le sanzioni si sono rivelate sovente uno strumento poco efficace, colpiscono prevalentemente le classi sociali meno favorite e danneggiano gli stessi Paesi che le promuovono ed alcuni più di altri (nel caso di specie, gli Stati Unti molto meno dei Paesi europei e questi ultimi non nella stessa misura). Il problema è che al punto al quale siamo arrivati le sanzioni, almeno nell’immediato, appaiono l’unica vera risposta realistica alla Russia, in attesa di una apertura di negoziati. 

A prescindere dall’Ucraina, vale la pena interrogarsi sulle conseguenze di anni di incomprensione e di contrapposizione tra Russia e Occidente. Mi limito qui a citarne due. Una prima è il riavvicinamento di Mosca a Pechino. I rapporti tra la Russia e la Cina hanno avuto alti a bassi nella storia, ma i due grandi Paesi, quando hanno voluto, sono riusciti sempre a trovare un’intesa, come avvenne con i Trattati di Nercinsk (1689) e di Kiachta (1727) che definirono i confini tra i due Paesi e introdussero il libero commercio, cosa che in Europa era di là da venire. Fu il genio di Kissinger a spezzare quello che durante la guerra fredda era un vero e proprio incubo per gli Occidentali, l’alleanza tra due grandi Paesi comunisti, uno armato fino ai denti, l’altro il più popoloso Paese della terra, allacciando relazioni diplomatiche con Pechino. Invece oggi abbiamo fatto un favore alla Russia ed alla Cina, aiutandole ad uscire dal loro rispettivo isolamento. Gli Stati Uniti, che dopo il crollo dell’URSS erano riusciti ad evitare il sorgere di una nuova potenza euroasiatica, si trovano ora a dover combattere (per il momento solo in senso metaforico) su due fronti: quello europeo e quello del Pacifico. Una seconda conseguenza è la crescente assertività della Russia in politica estera. Mosca, avendo pessimi rapporti con l’Occidente, gioca a tutto campo, sentendosi più libera di muoversi in autonomia sullo scacchiere internazionale e scegliendo di volta in volta i suoi partner. Meritano una riflessione a parte i rapporti Russia – Turchia, un Paese quest’ultimo sovente rivale della Russia, ma nei confronti del quale Mosca è riuscita ad instaurare una sorta di modus vivendi con un almeno apparente reciproco vantaggio. L’impegno di Russia e Turchia in Libia e Siria sono a tale riguardo eloquenti. 

3. Mario Giro, parafrasando Papa Francesco ha scritto: “Lo schiamazzo bellico sposta l’ordine delle priorità globali”. Al di là dei lutti e dei danni che comporta un conflitto, sia pur limitato, e delle conseguenze anche psicologiche che ingenera e che si perpetuano per anni a conflitto terminato, il rischio è che una guerra metta tutto in secondo piano, esattamente il contrario di quello di cui il mondo di oggi ha bisogno. La pandemia ci dovrebbe aver insegnato che non possiamo più fare tutto da soli e che vanno rilanciati 

dialogo, multilateralismo (purché serio ed efficace) e cooperazione internazionale. Le grandi sfide internazionali - cambiamento climatico, lotta alle diseguaglianze, salute, migrazioni - ci impongono di collaborare anziché distrarci con inutili conflitti. 

È fin troppo evidente che l’apertura in futuro di un dialogo e di un negoziato a tutto campo con la Russia, a cominciare dalla riduzione degli armamenti che sembra finita nel dimenticatoio, partirà a dir poco in salita. Non abbiamo però altra scelta. Da dove cominciare? La prima cosa da fare sarà abbandonare quel linguaggio da guerra fredda che per troppi anni ha caratterizzato le nostre relazioni con Mosca: da una parte gli Stati democratici, dall’altra gli Stati autoritari. Non dobbiamo dimenticarci che tra i dodici Stati fondatori della NATO c’era il Portogallo del dittatore Salazar (mentre la Spagna pur facendo di fatto parte del blocco occidentale è entrata nella NATO nel 1982). Tra gli Stati autoritari, a parte la Russia e la Turchia (che è membro della NATO), oggi annoveriamo la Cina che più che uno Stato autoritario è una vera e propria dittatura retta da un partito unico. Sono membri dell’Unione Europea, Stati, come la Polonia e l’Ungheria, che definire modello di democrazia sarebbe un po' troppo. Si potrebbe continuare all’infinito. Quello che conta non è vedere chi ha ragione e chi ha torto, ma ridare voce alla diplomazia e ascoltare di meno chi propone opzioni militari. D’altronde in politica estera non vi sono buoni e cattivi, vi sono interessi confliggenti che vanno composti con pazienti e faticosi negoziati. Ci vuole però una politica estera puntellata da forti consensi interni e da una “deterrenza credibile”. Meglio ancora una deterrenza accompagnata da un “soft power”, basato su un’apertura al mondo, contrapposta alla chiusura nella quale ci siamo fatti imprigionare dalla pandemia, e caratterizzata da un impegno più generoso e lungimirante nei confronti degli Stati meno favoriti (a cominciare dalla riduzione del debito e dalla lotta al cambiamento climatico). In questo modo la stessa Unione Europea diventerà sempre di più un interlocutore indispensabile in campo internazionale. 

Infine, abbiamo bisogno di una diplomazia discreta, non “urlata”. Quest’ultima è la peggiore perché mira a venire incontro agli umori dell’opinione pubblica distraendola dai problemi di politica interna, oltre ad essere generalmente sprovvista di strategie per il futuro. L’opinione pubblica va coinvolta, ma non come faceva Trump per compiacere gli operai della “rust belt”, bensì spiegandole bene e motivando perché dalla collaborazione internazionale tutti ci guadagniamo. 

Si sente spesso parlare di “grandi questioni di principio” che vanno ad ogni costo salvaguardate: io credo che la questione di principio più importante sia quella di evitare nuove guerre. Anche se siamo convinti che il nostro modello di società sia superiore (ma qual è il nostro modello, quello cosiddetto “renano” o quello nordamericano?), dovremmo rifuggire dalla tentazione – o dal dare l’impressione - di imporlo; la cosa veramente importante è che non impongano a noi modelli di società che non ci piacciono. 

4. Senza avere neanche lontanamente la pretesa di essere esaustivo, a prescindere dalla crisi ucraina, i vantaggi di un dialogo con la Russia sono molteplici. In primo luogo, c’è la questione cinese. La Cina di oggi non è quella povera e rinchiusa in sé stessa di Mao. È un Paese che compete con gli Stati Uniti nei settori ad alta tecnologia e che appare destinato a diventare in pochi anni la prima potenza economica mondiale ed in prospettiva militare. Soprattutto la Cina compete con successo in settori che sono fondamentali per lo sviluppo dell’industria del futuro, a cominciare dalle energie rinnovabili, dalla digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale, dalle automobili elettriche. In questo contesto una solida intesa sino – russa potrebbe essere un serio problema. Noi abbiamo bisogno di concentrarci sul rinnovamento del nostro apparato industriale, raggiungere l’autonomia strategica in settori che giudichiamo essenziali per la nostra economia e la nostra sicurezza e non dimostrarci impreparati di fronte a grandi sfide come la transizione energetica che a loro volta hanno implicazioni geopolitiche (basti solo pensare alla disponibilità di terre rare). 

In secondo luogo la politica di contrapposizione alla Russia, se sembra aver compattato la NATO e gli europei, a lungo andare potrebbe far emergere quelle divisioni che l’acuirsi della crisi ucraina ha fatto passare in secondo piano. Ne risentirebbero le relazioni transatlantiche ritornate in auge dopo l’eclisse trumpiana. Finora il fronte anti russo è rimasto solido, ma non è detto che sarà così in futuro. Già oggi in Italia i “filo Putin” o “filo russi” che dir si voglia, scomparsi all’inizio della crisi, cominciano piano piano a far capolino ponendo dei distinguo. Non possiamo dimenticare che Germania ed Italia hanno bisogno più di altri di fonti energetiche sicure e la Russia è primaria fornitrice di gas, idrocarburo indispensabile nella fase di transizione verso le energie rinnovabili (il gas emette meno CO2 del petrolio che a sua volta ne emette meno del carbone). 

In terzo luogo, la mancanza di dialogo con Mosca ha lasciato libera la Russia di perseguire azioni di politica estera che a loro volta si stanno rivelando un volano di destabilizzazioni regionali. Dovunque si apra uno spazio, Mosca tende a riempirlo. La Francia ha abbandonato l’operazione Barkhane in Mali, necessaria per contrastare il terrorismo e l’immigrazione clandestina – temi che preoccupano in primis l’opinione pubblica europea - lasciando il campo ai mercenari russi della Wagner. In Libia è successo lo stesso, e accanto a russi e turchi sono intervenuti i loro comprimari non europei. 

In quarto luogo, qual è l’interesse dell’Unione Europea? E quello della NATO? L’Unione Europea non può certo tornare indietro nel processo di allargamento, ma ha veramente interesse ad allargarsi fino a comprendere l’Ucraina? Abbiamo interesse a far diventare membri Paesi che finiscono con il minare il processo di integrazione europea e costarci un sacco di soldi? Volendo potremmo sempre aiutarli con accordi ad hoc di cooperazione. Lo stesso dicasi per la NATO: un’eventuale inclusione dell’Ucraina ci farebbe importare insicurezza, mentre l’apporto delle Forze Armate ucraine alla nostra sicurezza sarebbe minimo. Si tratta di questioni che non appaiono più all’ordine del giorno, ma che fino allo scoppio della crisi ucraina aleggiavano creando un clima di incertezza sulle relazioni internazionali. Per converso la crisi ucraina offre l’opportunità all’Unione Europea di dimostrare che non soltanto dal 1945 in poi è stata in grado di evitare la guerra tra i suoi membri, ma sa essere un continente che esporta pace, oltre ad essere un punto di riferimento per i valori che incarna: economia sociale di mercato, rispetto delle libertà fondamentali, rifiuto della pena di morte. 

Non è poi affatto detto che in prospettiva l’interesse dell’Ucraina sia di legarsi strettamente alla UE ed alla NATO, ma potrebbe essere quello, ad esempio, di replicare il modello Finlandia in voga durante la guerra fredda. Kiev avrebbe tutto da guadagnare da rapporti sereni con il suo grande vicino una volta risolto il contenzioso delle regioni russofone. Certamente la mossa di Putin rimette tutto in discussione. Gli accordi di Minsk, oltre a non essere stati attuati, erano imperfetti. Si era pensato ad un modello Alto Adige per il Donbass. Si tratta però di operazioni finanziariamente costose e nel caso ucraino la popolazione che avrebbe potuto essere coinvolta, quella delle regioni di Donetsk e di Lugansk, è effettivamente numerosa (mentre gli altoatesini sono meno dell’1% della popolazione italiana). Però pensare a modelli che tutelino i diritti, a cominciare da quelli economici, culturali e linguistici, delle minoranze, potrebbe essere utile in altri contesti geografici prima che si presentino situazioni come quella che abbiamo vissuto con l’Ucraina. 

Da una ripresa del dialogo ci guadagnerebbe sicuramente la Russia. Ha un forte esercito, è ricca di materie prime di cui il mondo ha assoluto bisogno, ma ha un’economia che non è riuscita a rinnovarsi come avrebbe dovuto ed una popolazione in declino. Gli stessi numeri elevati di morti per covid sono indice di un sistema sanitario con molte falle. Quindi anche la Russia ha bisogno di normalizzare i rapporti con l’Occidente e non potrà contare certo sulla sola Cina che fra l’altro a lungo andare rischia di fagocitarla. Inoltre la Cina non ha interesse, come non lo aveva Mao Zedong, ad appiattirsi sulle posizioni di Mosca, fra l’altro rischiando di mettere a repentaglio i suoi ambiziosi disegni di penetrazione economica e commerciale a livello mondiale. È stato scritto che la Russia ha bisogno di esportare gas più di quanto l’Europa abbia bisogno di importarlo. Vero o non vero, uno dei problemi della mancata modernizzazione dell’economia russa risiede proprio nella eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Le privatizzazioni attuate in Russia non hanno contribuito a sviluppare un’industria moderna e ad attrarre cospicui investimenti occidentali come sono riusciti a fare gli ex satelliti dell’Europa orientale (sia pure fortemente aiutati dai fondi strutturali europei). La Russia ha bisogno dell’Europa e degli Stati Uniti, a meno che non voglia tornare alla logica del confronto Est-Ovest, che è finito come è finito, e soprattutto partiva da basi ideologiche diverse da quelle attuali (il consolidamento del “socialismo in un solo Paese” come premessa per la sua esportazione nel resto del mondo). 

La Russia avrà bisogno però di sentirsi rassicurata e non circondata dalla NATO o da Paesi potenzialmente ostili o ritenuti tali. Non andrà isolata. Avrà bisogno di sentire che conta ancora nel mondo, che viene coinvolta sulle grandi decisioni e che la sua voce è ascoltata. Due invasioni da Ovest, Napoleone e Hitler, hanno lasciato il segno. La sindrome dell’accerchiamento, giusta o sbagliata che sia, dura dall’epoca degli zar. Tutto è possibile, ma riesce difficile prevedere che Putin, con la sua nostalgia di una Russia, allora Unione Sovietica, che pesava nel mondo quasi alla pari con gli Stati Uniti, voglia riprendere la politica espansionista che è stata di Lenin e che Stalin ha proseguito e realizzato con lo scellerato patto Ribbentrop- Molotov. Del resto, un’occupazione permanente dell’Ucraina oltre ad avere degli effetti devastanti e del tutto imprevedibili sul piano internazionale, sarebbe troppo costosa in termini di perdite per i russi, che non dimenticano che fu proprio tra gli ucraini che le truppe tedesche di invasione trovarono sostegni che avrebbero potuto essere ben maggiori senza la politica della terra bruciata realizzata da Hitler (parimenti i russi non si sono dimenticati che se ne sono dovuti andare via dall’Afghanistan anche a causa delle perdite elevate e ritenute non più sopportabili tra le loro truppe). 

La Russia dovrebbe riflettere sulle conseguenze di un prolungarsi del conflitto in Ucraina, non soltanto dal punto di vista economico e finanziario (crollo del rublo e della borsa di Mosca, rischi per gli investimenti russi nel mondo e freno agli investimenti stranieri nell’economia russa, ecc.). L’opinione pubblica internazionale ha reagito in maniera inaspettata alla guerra: manifestazioni in tutto il mondo con centinaia di migliaia di manifestanti solo a Berlino, mentre la Comunità di Sant’Egidio dal canto suo ha organizzato veglie di preghiera e manifestazioni dove è presente con le proprie comunità (persino in Africa: Burundi, Mali, Lesotho, Malawi, Sudafrica, Mozambico, ecc.); le sanzioni oltre ad avere un impatto sui portafogli di chi viene colpito hanno anche un impatto simbolico, in termini di immagine negativa per i russi; vi sono poi delle sanzioni che potremmo definire “informali”, che nascono da reazioni spontanee della società civile: a titolo di esempio, il Teatro la Scala che si rifiuta di accogliere l’orchestra di Mosca; la finale di Champions League che da San Pietroburgo viene spostata a Parigi; Sotheby’s che non vuole più lavorare con i russi, ecc. Tutti fattori che impattano su una Russia che non è la Corea del Nord (e nemmeno l’Unione Sovietica) e che ha una opinione pubblica informata e abituata a viaggiare (le città d’arte italiane, come Roma e Firenze, sono penalizzate soprattutto dalla scomparsa dei ricchi clienti russi...). Lo stesso fronte interno russo, compresa la dirigenza, starebbe mostrando delle crepe (qui dovremmo forse già porci il problema dell’incognita di una destabilizzazione del regime russo: forse è meglio il diavolo che si conosce...). Le manifestazioni di protesta contro la guerra che si sono svolte in Russia, persino a Novosibirisk, sono eloquenti in proposito. 

Guardando agli europei, le conseguenze immediate della crisi ucraina potrebbero 

essere: un’accelerazione della diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico (USA, Qatar) ed in Italia una riduzione dei tempi biblici per le autorizzazioni a realizzare impianti eolici e fotovoltaici (speriamo!); un rinnovato interesse per una politica europea di difesa, a cominciare dalla standardizzazione degli armamenti (che presuppone una politica industriale che avrebbe il duplice vantaggio di interessare settori ad alta tecnologia e potrebbe avere ricadute positive sulla modernizzazione dell’industria europea); una politica di maggiore attenzione verso la Cina, non monopolizzata però dalle questioni economiche; un rafforzamento dei legami tra Francia, Germania ed Italia. Quest’ultimo punto non è da poco, anche perché da una rinnovata intesa tra questi Paesi - dopo la Brexit ed alla luce del Trattato del Quirinale – potrebbe partire quella spinta che da tempo attendiamo per un rilancio del processo di integrazione europea che tenga però seriamente conto, più del passato, dei bisogni e delle aspettative di una opinione pubblica resa vulnerabile da una globalizzazione non controllata. 

La diplomazia italiana, nell’ambito delle alleanze delle quali fa parte, avrà le sue carte da giocare come Paese tradizionalmente vocato al dialogo e attento all’ascolto. Aiuta, come si diceva, un’opinione pubblica tradizionalmente avversa alla guerra (lo era anche nel giugno del 1940, ma purtroppo le cose sono andate in altro modo). La società civile, a prescindere dalla questione russo – ucraina, è sensibile al tema della pace. Si è svolto nei giorni scorsi a Firenze un incontro dei Sindaci e dei Vescovi del Mediterraneo. Il focus era sul Mediterraneo, altra regione martoriata dai venti della guerra, ma quello che è interessante notare è che tale evento si è tenuto sulla falsariga dei Colloqui Mediterranei che Giorgio La Pira lanciò alla fine degli anni Cinquanta. La Pira fu considerato un visionario, quasi un pazzo, però non si lasciò scoraggiare ed il suo esempio, dialogare con chi detestiamo, potrebbe servirci oggi. 

LETTERA DIPLOMATICA 

n. 1328 – Anno MMXXII Roma, 1° marzo 2022 

Giuseppe Morabito 

 

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