Atlantis 1/2020

Atlantis 1/2020 - ATLANTIS

 

Il PRIMO numero di Atlantis del 2020 (PRIMAVERA),coincide con il periodo pandemico e l'emergenza sanitaria causata dal Coronavirus 19, al quale è dedicata la rubrica Malattie nel Mondo.

il Dossier è intitolato:Convergenze e divergenze degli interessi dei maggiori paesi europei nel Mediterraneo, in Africa e nel Medio Oriente da Lettera dell' Ambasciatore Maurizio Melani attraverso la prestigiosa collaborazione con il Circolo di Studi Diplomatici di Roma del quale è Copresidente. 

Quest'anno, le copertine saranno dedicate ai grandi protagonisti del pensiero razionale Occidentale, si comincia con Galileo Galilei.

ll Focus paese è a firma di Domenico Letizia.

 

 

LA LIBERTÀ AL TEMPO DELL’EMERGENZA

LA LIBERTÀ AL TEMPO DELL’EMERGENZA - ATLANTIS

 

Editoriale 

 La recente emergenza sanitaria dovuta prima all’epidemia e poi alla pandemia scatenata dal diffondersi del cosiddetto Coronavirus o Covid - 19 ha aperto - soprattutto nell’area degli addetti ai lavori più attenti (e non certo presso il pubblico e l’utenza dei social) un intenso e approfondito dibattito sul confine - a volte indecifrabile - tra libertà individuale e interesse collettivo.

Le drastiche misure prese da alcuni governi subito o quasi, a cominciare da quello italiano sono state dapprincipio commentate con scetticismo e preoccupazione deliberati e libertari. A volte opponendo solide argomentazioni giuridiche a oltre brandendo la spada polemica per amore di opporsi a tutti i costi.
I provvedimenti italiani hanno radici storiche profonde. Molto lontane e risalenti a tempi abbondantemente preunitari.
Se il 1258 fu l'anno in cui a Venezia iniziò ad essere affrontata dal Governo la regolamentazione dell'attività delle Arti dette di medicina e quella degli speziali, (i farmacisti), il 1348 non va dimenticato perchè, in occasione della terribile epidemia di peste nera che colpì la città, fece la sua prima, come d'uso provvisoria, apparizione un nuovo organo burocratico, destinato però a divenire col passare del tempo una delle più ammirate e più famose magistrature civili europee: si trattava dell'ufficio dei Savij a la Sanità.Composto da tre nobilomeni ed istituito con il compito principale di provvedere alla salvaguardia della salute pubblica, in quel momento seriamente compromessa dal morbo, risoltasi alfine l'epidemia, l'ufficio venne prontamente abolito per poi essere nuovamente reintrodotto, sempre con il carattere di provvisorietà, all'insorgere di nuove epidemie di peste che nel corso dei secoli flagellarono la città.
Così la Repubblica di Venezia.
Quando una nave arrivava - scrive in Il burocrate e il marinaio Carlo Cipolla - doveva accogliere a bordo le guardie della sanità, che avevano il compito di scoprire eventuali irregolarità nel carico o tra l'equipaggio (...). Le guardie restavano a bordo della nave per tutto il periodo dell'anti purga e della quarantena rigorosa, terminato il qual periodo dovevano passare un ulteriore periodo di quarantena al lazzaretto. Tutto questo era a spese degli inglesi che, oltre a pagare le guardie per il loro incomodo, dovevano provvedere loro il vitto». È chiaro che gli inglesi bestemmiavano, ingaggiando un braccio di ferro secolare con il governo toscano.
Così Firenze per il Porto Mediceo di Livorno.
Nella vicenda Coronavirus, finalmente, sono ricomparse sulla scena politica italiana due componenti fondamentali della vita pubblica: la competenza (scientifica) e la responsabilità e il ruolo di scelta (politica). E piaccia o no, la cittadinanza (alla faccia dell’antitalianismo) ha recitato la sua parte dimostrando sufficiente educazione civica.
Inevitabilmente, le polemiche tra fazioni politiche non sono del tutto cessate, sottolineando l’appartenenza di alcuni partiti e schieramenti al modo di sentire occidentale e liberal-democratico e di altri al modo di ragionare autocratico, illiberale e propagandistico.
Lo stesso tentativo (grottesco) di narrazione cinese della vicenda è esemplare. Il morbo si manifesta in Cina. Viene minimizzato per un tempo troppo lungo perché possa essere debellato per tempo, dopodiché l’autocrate capo del partito comunista nonché presidente del Paese Xi Jinping incolpa i funzionari locali prendendosi tutto il merito dell’eroico fronteggiare la crisi (non li aveva nominati il partito comunista cinese quei funzionari? Non fa parte di un sistema privo di controlli parlamentari di opposizione e di una liberà di stampa tutto ciò inevitabilmente come sempre ?). Quando la malattia si espande nel mondo e soprattutto in Italia, si assiste alla spiacevole narrazione di una Cina che accorre in aiuto con le sue mascherine e i suoi respiratori (in realtà per nulla regalati ma venduti sulla base di semplici transazioni commerciali). Insomma, bisogna salvare l’idea di Via della Seta a suon di sorrisi e di firme davanti a telecamere e flash dei fotografi. E chi sono i pifferai di questa gigantesca farsa comunicativa e politica, fin da subito denunciata con veemenza e fermezza dal nostro Ambasciatore (collaboratore storico di Atlantis) Giulio Terzi di Sant’Agata?
Quegli stessi che stavano dalla parte della bandiera rossa a tutti i costi “un altro emblema del Novecento basato sulle tombe di decine di milioni di persone… In particolare in Russia e in Cina … Bisogna fare una specie di acrobazie mentali per ignorare i gulag e il terrore e dire che complessivamente il comunismo è stato un’esperienza positiva- Ma ancora adesso dopo l’apertura degli archivi sono sempre in tanti a non accettare l’idea che la fede di una vita possa avere contribuito a un eccidio di massa. Pochi potrebbero affermare che complessivamente il nazismo con il pieno impiego e la costruzione delle autostrade abbia fatto del bene alla Germania ma quando ci sono di mezzo la falce e il martello, scattano le suddette acrobazie mentali. (Tim Marshall).
Infine, l’emergenza sanitaria ha termine e comincia quella politica. Anzi geopolitica.

 

 

Dossier:Convergenze e divergenze degli interessi dei maggiori paesi europei nel

Dossier:Convergenze e divergenze degli interessi dei maggiori paesi europei nel - ATLANTIS

Dossier

Maurizio Melani. Lettera Diplomatica 12 febbraio 2018

Da Lettere sul Mondo edizione 2019, Mazzanti Libri, Venezia

Interessi comuni e differenziati 

Con i nostri maggiori partner europei abbiamo convergenze e divergenze nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Africa. Nel complesso credo comunque che siano decisamente più le prime che le seconde. 

Innanzitutto sul piano della sicurezza abbiamo tutti un interesse a condizioni di pace e stabilità in queste aree, alla sconfitta dei gruppi jihadisti e al controllo dei fenomeni migratori. In Europa possiamo litigare sulla distribuzione e sulla mobilità dei migranti, ma rispetto ai paesi di origine e di transito l’interesse è lo stesso. 

La Francia ha senza dubbio il vantaggio di una radicata presenza politica, militare ed economica in tutta la fascia saheliana che intende mantenere. Il suo ruolo in Africa, assieme alle capacità militari ed in primo luogo alla deterrenza nucleare e al seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è una costituente essenziale del suo preteso status di grande potenza. 

L’uranio nigerino in particolare fornisce gran parte del carburante della sua industria elettro-nucleare che copre ancora circa il 70 per cento della produzione di energia elettrica, sia pure destinata a ridursi al 50 per cento nel 2025 e a decrescere ulterior- mente negli anni successivi, che in parte importiamo anche noi, nonché della sua «force de frappe». La Francia non può però fare tutto da sola e vuole coinvolgimenti dei partner europei nei contributi alla stabilizzazione della regione sottoposta oggi all’attacco dei gruppi jihadisti che sfruttano anche una nuova assertività touareg, intrecciandosi ad ampi fenomeni di criminalità organizzata transnazionale che gestisce ogni tipo di traffici. 

La Germania e l’Italia non pretendono né avrebbero motivo di alterare lo stato di cose che vede la centralità del ruolo francese nel Sahel e sia pure con riluttanze collaborano in vista di interessi comuni. La Germania ha risposto all’appello di inviare forze in Mali dopo i grandi attentati terroristici a Parigi. L’Italia non lo ha fatto, anche perché aveva altri impegni in Iraq per la lotta al terrorismo, e questo ha determinato malumori in Francia. Ora l’Italia sta inviando un contingente in Niger a sostegno di una forza africana perché il paese è centrale per il controllo del traffico di esseri umani. Una temporanea incomprensione di comunicazione con il Governo nigerino che aveva anche fatto pensare a malumori francesi è stata superata. Non vi sono perplessità francesi perché i nostri obiettivi sono chiari e convergenti. Non vogliamo certo sottrargli l’uranio (a questo ci pensano Cina, India e Corea del Sud) che a noi serve oltretutto assai poco e se mai ci servisse gli approvvigionamenti sarebbero comunque garantiti nel quadro di quanto del Trattato Euratom è stato assorbito nel Trattato di Lisbona 

 

Italia e Francia nel Mediterraneo 

Nel Mediterraneo, oltre a quelli comuni che abbiamo con gli altri paesi europei sulla sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori, nostri interessi specifici sono in Algeria, in Tunisia e in Libia, oltre che per ragioni diverse in Egitto. 

Dall’Algeria, via Tunisia, riceviamo attualmente circa un quarto del nostro approvvigionamento di gas, in passato di più, il cui bisogno rimane rilevante nella transizione verso la decarbonizziione cui ci siamo avviati. Dalla Libia importiamo circa il 10 per cento. I pericoli di interruzione dei flussi, che per noi sarebbero assai gravi, provengono dall’instabilità politica in quei paesi e non dalla Francia che, anche a seguito della lezione libica, ha come noi interesse ad una stabilità sostenibile e quindi basata su assetti politici e sociali inclusivi e consensuali. 

Certamente Eni e Total possono essere, e a volte sono, concorrenti in varie situazioni, ma in altre si alleano come spesso accade alle grandi multinazionali globalizzate. 

In Libia in particolare appare poco probabile, difficilmente realizzabile e inutile che i francesi possano o vogliano scalzarci dal controllo del gas di Wafa, nel sud-ovest del paese e che da qui va via tubo sulla costa a Mellitah e poi in Sicilia. 

Per il petrolio vi è più concorrenza. E l’iperattivismo di Sarkozy nel 2011 contro Gheddafi fece temere attacchi alle istallazioni dell’Eni. Il pericolo fu sventato dalla nostra partecipazione all’operazione e dalla richiesta, aiutata dagli americani ed esaudita, che il comando dell’operazione passasse alla NATO e quindi ad un sistema di direzione strategica, comando e controllo in cui eravamo pienamente presenti. 

In Egitto l’Eni è bene insediato nei nuovi giacimenti off shore di gas, come negli altri più a nord-est nel Mediterraneo Orienta- le, con parziali concorrenze e alleanze con Total e problemi con la Turchia per le trivellazioni nelle aree di pertinenza di Cipro. Una parte consistente della produzione di fronte al delta del Nilo andrà in Egitto e dovrebbe contribuire allo sviluppo economico e sociale del paese, ma una volta realizzate le infrastrutture necessarie (via tubo e quindi via Creta e la Grecia o con impianti di liquefazione e rigassificazione) vi sarà anche più approvvigionamento per l’Italia. Per la realizzazione di queste infrastrutture l’Eni ricorrerà al mercato e non è detto che utilizzi imprese italia- ne dopo che si è separata dalle sue capacità nel downstream (Saipem, Snam e Nuovo Pignone, quest’ultima ceduta fin dal 1993 alla General Electric) essendosi concentrata nel core business dell’esplorazione e dell’estrazione e mantenendo un diminuito ruolo nella raffinazione in Italia. 

Di fronte alle esigenze di diversificazione delle fonti e di sicurezza degli approvvigionamenti è importante la realizzazione del gasdotto TAP per il trasporto del gas dall’Azerbaijian. Esso riduce la dipendenza dal gas russo che a causa delle successive crisi in Ucraina e della realizzazione del North Stream arriva in Italia soprattutto dalla Germania con un aggravio di costi per gli utilizzatori italiani. 

La realizzazione del South Stream attraverso il Mar Nero, attualmente non all’ordine del giorno, risolverebbe parzialmente questo problema, ma aumenterebbe la dipendenza dalla Russia. 

Rivalità industriali e azione comune per la stabilita in Medio Oriente 

Nelle infrastrutture e nell’energia, nel Mediterraneo e in Medio Oriente, concorrenze vi sono soprattutto con imprese tedesche che con le italiane o comunque con produzioni in Italia anche se con proprietà straniere detengono l’eccellenza in questo campo. Questo accade in Iraq, nei paesi del Golfo, in Turchia, in Egitto e potenzialmente in Iran. 

In Iraq imprese italiane collaborano in vari progetti con grandi imprese cinesi del conglomerato China National Petroleum Corporation (CNPC), che hanno capitali e voglia di investirli. hanno come committenti, oltre al Governo iracheno, società petrolifere europee (tra cui Eni), asiatiche e americane. 

Sempre in Iraq l’esigenza di riabilitare la grande diga di Mosul, il cui possibile collasso a causa di danneggiamenti aggravatisi 117 nel tempo sarebbe disastroso, ha visto per anni in concorrenza una impresa italiana, la Trevi, e una tedesca, la Bauer, che sono tra quelle che nel mondo sanno meglio fare certi lavori in situazioni di particolare difficoltà idrogeologica. In coincidenza con l’accelerazione imposta dal pericolo che l’ISIS si impadronisse della diga o la facesse saltare ha prevalso la Trevi. Il Governo italiano ha deciso di inviare una forza di 450 uomini a protezione dei lavori e ha finalizzato l’utilizzo di parte di un credito di aiuto disponibile per l’Iraq a complemento di finanziamenti della Banca Mondiale a favore di un Governo iracheno debilitato dalla guerra e dal basso prezzo del petrolio. 

Un settore nel quale vi è una diretta rivalità con la Francia, ben- ché parziale considerate le trasversalità anche in questo cam- po, è quello delle forniture di aerei militari nel quale vi è invece un’alleanza con altri paesi europei. Qui la concorrenza è in particolare tra l’aereo multiruolo francese Rafale, l’Eurofighter rea- lizzato da un consorzio anglo-italo-tedesco-spagnolo nel quale vi è peraltro una partecipazione di Airbus seppure tramite la sua componente tedesca di Defence and Space, e l’F35 nel quale vi è una componentistica italiana. 

La vendita di velivoli militari e di altri sistemi d’arma dei paesi mediorientali in contrasto tra loro, come l’Arabia Saudita e il Qatar, se da un lato risponde all’esigenza di mantenere la sostenibilità delle industrie europee della difesa, dall’altro rischia di complicare i conflitti nella regione con effetti negativi sul piano della sicurezza e degli esodi delle popolazioni. 

È questo un tema che i processi di integrazione 

in materia di sicurezza e difesa europea anche per gli aspetti industriali ed esportativi dovrebbero affrontare per dare coerenza e unità alle nostre politiche nei diversi campi. 

In Medio Oriente siamo tutti interessati alla stabilizzazione, come lo è peraltro la Cina la cui dipendenza energetica da 118 quell’area (dalla quale dovrebbe anche transitare una parte del fascio di corridoi logistici della nuova via della seta) è ormai comparativamente assai maggiore della nostra. Siamo insieme ai francesi nel Libano meridionale, ove è da auspicare che rispetto agli ultimi gravi sviluppi in Siria si mantenga una posizione comune, e a francesi 

e tedeschi in Iraq. Pur non essendo direttamente parte dell’accordo per bloccare lo sviluppo militare delle capacità nucleari iraniane abbiamo le stesse posizioni per il suo mantenimento di fronte agli attacchi da fronti diversi ma convergenti dell’Amministrazione Trump, degli ambienti più conservatori iraniani, del Governo Netaniahu e dell’Arabia Saudita, sostenendosi da parte italiana anche l’esigenza di un ruolo più forte delle istituzioni europee e in particolare dell’Alta Rappresentante. 

Vi sono indubbiamente in Medio Oriente ed in particolare in Siria tentativi di protagonismi nazionali francesi, ma la risposta a questi tentativi deve essere un continuo richiamo a quanto detto dallo stesso Presidente Macron e all’esigenza di condurre tutte le iniziative in un ambito europeo, con una voce europea e con strumenti di stabilizzazione civili e militari europei. 

 

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