Home » 1/2019

1/2019

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

Scarica la versione per iPad!

Scarica la versione per iPad! - ATLANTIS

Se vuoi godere appieno della tua rivista internazionale di geopolitica e di competizione economica,  scarica la versione gratuita per iPad direttamente da AppStore!

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Sara Bianchi

Ricercatrice Parco Regionale Veneto Delta del Po.

 

Lucio Bonato

Ricercatore Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua.

 

Eriberto Eulisse

Direttore Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua.

 

Francesco Ippoliti

Generale dell’Esercito Italiano.

 

Domenico Letizia

Analista geopolitico per l’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI).

 

Stefania Schipani

Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata.

 

Luca Tatarelli

Giornalista.  Direttore Responsabile della rivista on line www.reportdifesa.it.

 

Annalisa Triggiano

Ricercatrice.

 

Francesco Vallerani

Docente Università Cà Foscari di Venezia.

 

Fabio Vignola

Generale di Brigata Carabinieri (RIS).

 

Oscar Zampiron

Ricercatore Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua.

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

Master sui crimini transnazionali e la giustizia 

4 febbraio 2019 Torino

Imparando dal passato: sfide e opportunità per prevenire il genocidio

Presso il Campus delle Nazioni Unite di Torino, si terrà la cerimonia di apertura dell’edizione 2018/2019 del Master in Diritto sui crimini transnazionali e la giustizia.

Il Master è organizzato dall’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (UNICRI) in collaborazione con l’Università per la Pace (UPEACE).

 

Settimana contro il razzismo e la discriminazione razziale 

21-27 Marzo

La giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale viene celebrata ogni anno il 21 marzo.La data del 21 marzo è stata scelta per ricordare quando il 21 marzo del 1960, in Sudafrica, in pieno apartheid, la polizia ha aperto il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore uccidendone sessantanove e ferendone 180. Questo, è tristemente ricordato come il massacro di Sharpeville.

 

Le Nazioni Unite celebrano la Giornata mondiale 

dello sport 

6 aprile 2019

Per promuovere il valore dello sport nella coesione sociale e nello sviluppo.

 

Giornata mondiale contro la Malaria 

25 aprile 2019

La Giornata mondiale contro la Malaria è stata dichiarata nel maggio 2007 durante la sessantesima sessione dell’Assemblea mondiale della salute dal consiglio della World Health Organization (Organizzazione mondiale di sanità).

 

Prospettive demografiche del mondo

Roma (Italia), 

13-17 maggio 2019

Si prevede che la popolazione mondiale aumenterà di poco più di un miliardo di persone nei prossimi 13 anni, raggiungendo gli 8,6 miliardi nel 2030 e aumenterà ulteriormente fino a 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi entro il 2100. “(Prospettive demografiche del mondo: la revisione del 2017 New York: Nazioni Unite). Questi cambiamenti demografici sono strettamente interconnessi con le questioni dell’accesso a cibo sufficiente, economico e salutare.

 

 

2019 Anno della Tavola Periodica

Nel 2019 ricorreranno infatti 150 anni dall’invenzione da parte di Dmitrij Mendelev del sistema periodico e della Tavola, un capolavoro della scienza per classificare gli elementi chimici, ancora in fase di completamento poiché il numero degli elementi conosciuti continua ad aumentare (gli ultimi 4 elementi sono stati inseriti nel novembre 2016). La decisione delle Nazioni Unite intende riconoscere l’importanza della chimica per la promozione dello sviluppo sostenibile e per la ricerca di soluzioni alle sfide globali in svariati settori (quali energia, educazione, agricoltura, salute).

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

L’acqua e i patrimoni liquidi

Il patrimonio liquido e la visione di una nuova geopolitica dell’acqua che guardi alla sostenibilità, all’ecoturismo e ai diritti umani fondamentali 

La globalizzazione della società rende, apparentemente, più semplice comprendere i fenomeni sociali e geopolitici della nostra epoca creando un legame tra il protagonismo delle istituzioni, le organizzazioni internazionali, la tutela ambientale e il rispetto della dignità umana. Esempio concreto di tale approccio è ciò che possiamo riscontrare nel Corno d’Africa, una penisola diventata nell’ultimo quindicennio protagonista di fenomeni e dinamiche politico-economiche rilevanti a livello globale, tali da renderla estremamente importante. In questo tratto di mondo, nel corso degli ultimi anni, il protagonista dei fenomeni sociali in mutamento è il patrimonio liquido e la tutela ecologica dell’acqua e del suo rapporto con le comunità locali. Nel 2018 gli allagamenti che hanno interessato parte della Somalia e del Sudan hanno causato lo sfollamento rispettivamente di 50.000 e 230.000 persone. Per il Corno, però, siccità, carestia e inondazioni non sono gli unici pericoli climatici. Anche l’incremento del livello del mare è sempre più una minaccia per gli insediamenti costieri in Sudan, Eritrea, Gibuti e Somalia. L’Intergovernmental Panel on Climate Change prevede che il livello del mare si alzerà tra i 18 e 59 cm nel corso dei prossimi decenni. Soprattutto a Gibuti, dove la maggior parte della popolazione presente nella capitale si trova a ridosso del mare, l’innalzamento dell’acqua comporterebbe danni significativi. L’unica opzione per i paesi del Corno, responsabili in modo marginale delle problematiche ambientali legate all’uso massiccio di combustile fossile, sembra essere quella di adattarsi all’inevitabilità del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Insomma, parola d’ordine diviene adattarsi al nuovo palcoscenico climatico e idrico. Se provassimo anche a comprendere, studiare, prevenire e trasformare in vantaggi tali fenomeni? Al centro ritroviamo l’acqua e il patrimonio liquido. Nonostante il nostro pianeta ne sia in gran parte ricoperto, molti paesi sono privi di questa risorsa vitale o comunque non ne dispongono in modo sufficiente. A causa dei cambiamenti climatici e dei periodi di siccità sempre più frequenti anche territori con abbondanza di fiumi e laghi stanno scontando il problema della penuria di acqua. Avere abbondanza di un bene non significa averlo a disposizione per sempre. Per cui è opportuno tutelare un bene come l’acqua ed è urgente pensare ad un miglior utilizzo. La scarsità d’acqua è fattore di instabilità economica e politica. I paesi che stanno vivendo in pieno il boom demografico, con fonti di approvvigionamento idrico molto limitato sul proprio territorio nazionale, devono affrontare quotidianamente il problema. In queste zone la disponibilità d’acqua potabile, reti fognarie e servizi igienici è ancora molto lontana da uno standard accettabile, soprattutto nelle aree rurali, dove meno del 60 per cento della popolazione dispone di acqua potabile e meno della metà di servizi igienici. Tutto questo determina una totale violazione della dignità umana e dei diritti fondamentali riconosciuti universalmente, innescando quello che Marco Pannella ha denunciato per decenni: “Dove vi è strage di diritto vi è strage di popolo”.  Il controllo dei bacini idrografici potrebbe far scoppiare in qualunque momento un conflitto armato in zone dove già si registrano tensioni politiche. Alcuni esempi di tale scenario sembrano provenire dal contienitene asiatico e mediorientale.  Solcata da oltre 5000 corsi d’acqua che hanno garantito per secoli i trasporti e le comunicazioni, la Cina ospita per lunghezza il terzo fiume più lungo al mondo dopo il Rio delle Amazzoni e il Nilo. Il fiume Azzurro è il più esteso dell’Asia. Se la civiltà cinese è nata grazie ai fiumi, il Fiume Azzurro è uno dei padri della Cina. Primo fiume cinese, spina dorsale di un enorme sistema di canali di irrigazione e di navigazione, grande produttore di elettricità, il Fiume Azzurro è però anche pericoloso: le sue piene, prodotte dai monsoni, hanno fatto centinaia di migliaia di vittime e da secoli gli uomini tentano di controllarle. Nasce dalle montagne tibetane e sfocia nel Mar Cinese nella gigantesca Shanghai, metropoli con più di 25 milioni di abitanti. Questo vasto territorio ha subito un rapido processo di urbanizzazione ed uno sfruttamento costante da parte dell’uomo che sta mettendo a dura prova la salute di questo enorme bacino. Un altro potenziale focolaio di conflitti per il controllo delle fonti di acqua la ritroviamo tra Turchia, Iraq e Siria che condividono il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. In questa regione, già epicentro di numerose problematiche, la lotta per il controllo delle risorse idriche può ulteriormente esasperare la conflittualità esistente. Vi sono però nuove organizzazioni e progetti sensibili al tema idrico e ambientale e su questa linea si è recentemente svolto in Cina il Convegno Internazionale Great Rivers Forum (GRF 2018), organizzato dall’Ufficio UNESCO di Pechino, dal Museo della Civiltà del Fiume Azzurro e dal governo municipale di Wuhan. Il Forum ha rappresentato una preziosa opportunità di confronto e scambio per lo sviluppo di buone prassi, per sensibilizzare e consolidare opere di riqualificazione fluviale, mettendo in rete i principali attori a livello internazionale interessati all’universo Acqua. Gli esperti partecipanti al Forum hanno sottolineato la necessità di avviare nuove strategie per la riqualificazione dei fiumi, coinvolgendo diversi e autorevoli esponenti di svariate discipline accademiche. Fra i protagonisti dei lavori del Forum troviamo Karl Matthias Wantzen (Università di Tours), Eriberto Eulisse (Università di Venezia) e Katri Lisitzin (consulente UNESCO per i patrimoni culturali), che hanno presieduto le tre sezioni su cui era strutturato il forum: servizi ecosistemici dei fiumi, musei dell’acqua e nuove strategie di pianificazione urbana. La sessione sui musei dell’acqua, presieduta da Eriberto Eulisse (coordinatore del Global Network of Water Museums dell’UNESCO e project manager del Water Museum of Venice) ha dedicato particolare attenzione alla storia, alla cultura e all’architettura delle acque fluviali e dei contesti urbani che si sviluppano intorno ad essa, rilanciando una stimolante prospettiva antropologica, un’attenzione alla conoscenza e alle “storie d’acqua” delle comunità autoctone e indigene che vivono ancora in tali luoghi. Storie e culture da integrare nella didattica dei musei, per riuscire ad offrire diverse prospettive di ricerca e programmi educativi differenziati. L’acqua, sostanzialmente, da problema e incubatore di conflitti deve divenire risorsa, strumento per comprendere i fenomeni sociali e politici e un nuovo approccio al patrimonio liquido è essenziale sia per il suo rapporto con la comunità degli uomini, sia per valorizzare, tutelare e prevenire i cambiamenti climatici che sono intimamente legati all’acqua e alla sua diffusione. Basti pensare ai nuovi scenari provenienti dall’Artico per comprendere a fondo ciò che potrebbe innescare il futuro e la lotta alla supremazia della politica dell’acqua.  Grazie al Programma Idrologico Internazionale dell’UNESCO, le sfide per gestire meglio i fiumi del pianeta e le risorse idriche a disposizione, tutelando maggiormente gli ecosistemi fluviali necessari a rigenerare la qualità di tutte le acque, vengono rilanciate a livello mondiale grazie all’approvazione lo scorso mese di giugno di una Risoluzione UNESCO. L’idea è quella di diffondere nuovi approcci interdisciplinari che sposino turismo, economia, sociologia e scoperta storica attraverso il progetto del “Global Network of Water Museums” che in Italia trova la sua prima e fondativa manifestazione nel Water Museum of Venice. Un progetto che mira a mettere insieme le testimonianze più significative dei frammentati patrimoni e “universi liquidi” grazie ad una piattaforma on-line innovativa, volta a facilitare la localizzazione, la scoperta, la storia e la visita dei siti. Il Water Museum of Venice – voluto da UNESCO Venice Office e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – è anche un progetto di museo “diffuso”: un museo volto a creare una rete di istituzioni e soggetti che gestiscono i patrimoni tangibili e intangibili plasmati dall’uomo in luoghi dove l’acqua è l’elemento dominante, valorizzando e facendo conoscere l’importanza di tale elemento vitale. In tale modo l’acqua assume anche connotazione turistica, generando capitale ed occupazione, in linea con lo sviluppo sostenibile e l’ecologismo. Unire sensibilizzazione e tutela del paesaggio ha un valore aggiuntivo se ad una visione etica del turismo aggiungiamo la valorizzazione e la conoscenza di un bene fondamentale ed essenziale per tutti gli esseri umani, quale è l’acqua. La scoperta del territorio va inserendosi all’interno di meccanismi di tutela ed educazione ambientale applicando una riduzione dei consumi con l’introduzione di una metodologia “eco-turistica” e valorizzando le peculiarità di ogni singolo territorio.  L’Italia è un patrimonio idrico fluviale da scoprire. Mari, fiumi e laghi. Il successo delle attività turistiche passa oggi più che mai attraverso l’acqua. Il tema della gestione delle risorse idriche rappresenta un elemento fondamentale che può decretare il successo o meno della stessa capacità attrattiva delle aree da valorizzare. Diversi sono gli aspetti da considerare: dalla tutela della balneazione, che può richiedere adeguate infrastrutture fognario depurative oltre ad una gestione ad hoc, alla presenza di un adeguato numero di fontane e case dell’acqua, sino alla creazione ed al mantenimento delle zone umide, capaci di attirare un flusso turistico con forti motivazioni ambientali e naturalistiche nei limitrofi, benché solo apparentemente meno “attraenti”, entroterra costieri. In questo scenario, la questione della gestione delle risorse idriche, diventa una questione globale, proprio come lo è il turismo. I due fenomeni non possono essere considerati indipendenti: le iniquità nel consumo dell’acqua nelle località turistiche, sono spesso caratterizzate dalla privazione delle comunità locali dell’acceso e uso dell’acqua; dalla mancata tutela e protezione dei diritti sull’acqua da garantire alle popolazioni residenti; dallo spreco e da un consumo sproporzionato alle necessità, a fronte di milioni e milioni di persone sulla Terra senza accesso all’acqua potabile. Far divenire protagonisti della scoperta e della conoscenza diffusa canali e corsi d’acqua è una ricetta fondamentale per contrastare la crescente e inarrestabile cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, il fenomeno di perdita degli invasi idraulici e la conseguente velocizzazione di tutte le acque, che tanto contribuiscono ad aumentare i fattori di rischio idraulico e la vulnerabilità del territorio, in particolare quello di montagna. L’insostenibilità della situazione creatasi negli ultimi decenni ha fatto maturare la necessità di ricercare un nuovo equilibrio tra uomo e territorio, tale da portare a ripensare i corsi d’acqua nell’ottica di dotarli di più spazio, recuperando la naturalità come mezzo primario per ridurre il rischio idraulico, in alternativa ai soliti e costosi interventi di “artificializzazione” e cementificazione delle sponde dei fiumi. È sorto così un modello innovativo di pianificazione territoriale, ispirato al rispetto della funzionalità specifica dei corsi d’acqua e da cui si possono trarre grandi vantaggi in termini di sicurezza ambientale, di mitigazione del rischio idraulico e per creare strutture ricettive turistiche. Pur trattandosi di una ricetta inequivocabilmente più lungimirante, medio e lungo periodo, di tanti approcci adottati in passato, in quanto ridà spazio e ossigeno ai fiumi, potenziando la loro specifica funzionalità nell’ecosistema, va sottolineato che questo modello trova ancora difficoltà a diffondersi, a causa dei diversi interessi in gioco, non sempre attenti alla tutela dei beni comuni. Promuovere un turismo ecologico, rispettoso e sostenibile, che può certamente favorire la creazione di posti di lavoro, sostenere l’economia locale e ridurre la povertà. E non ultimo, applicare conoscenza, ricerca storica e antropologica per far rivivere agli studenti e ai visitatori la storia vera e vissuta dei nostri “patrimoni idraulici” – ovvero come ogni comunità si sia relazionata con il proprio ambiente e le sue trame liquide con approcci unici e peculiari, intessendo i capisaldi di una civiltà dell’acqua che rappresenta ancor oggi un’avventura culturale che allarga la mente, un’insostituibile esperienza conoscitiva dell’ambiente in cui si vive. Il corso d’acqua, il fosso, la siepe, l’area umida, la palude, il bosco, il prato stabile, il percorso ciclabile compongono infatti la struttura d’integrazione più congeniale per l’esplorazione e la riscoperta del paesaggio architettonico, culturale e rurale. Vi sono dunque ragioni ambientali, paesaggistiche, di sicurezza idraulica, ecologiche, economiche e socio/antropologiche che pongono il corso d’acqua al centro dei futuri processi di pianificazione territoriale. La tutela integrale del corso d’acqua è il principio cardine per uno sviluppo sostenibile e consapevole del territorio. Incidere su strumenti di “alfabetizzazione al patrimonio liquido” permette di generare una nuova educazione all’acqua preparando i cittadini a dedicare il giusto peso alle scelte politiche internazionali e locali legate alla tutela e allo sviluppo del nostro bene più prezioso. D’altronde se pensiamo alla situazione delle acque italiane riscontriamo dati allarmanti: solo il 43% dei fiumi è in un “buono stato ecologico”, come richiesto dalla Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), mentre il 41 per cento è ben al di sotto dell’obiettivo di qualità e un 16 per cento non è stato nemmeno classificato. Ancora più grave la situazione dei laghi, di cui solo il 20 per cento è “in regola” con la normativa europea. Nel tentativo di invertire tale situazione, in tutta Europa, sono circa 100 le Organizzazioni Non Governative europee, a cui si aggiungono quelle della Coalizione “Living Rivers” Italia, che chiedono alla Commissione europea di ribadire l’efficacia della Direttiva Acque. La campagna è stata denominata #ProtectWater e chiede a tutti i cittadini di farsi sentire per difendere le risorse idriche ed i fiumi europei: “La direttiva Quadro acque 2000/60/CE è uno strumento fondamentale per garantire la tutela della risorsa idrica e la scala di intervento più efficace per tutelare i nostri corsi d’acqua e garantire la sicurezza”, si legge nell’appello lanciato dal sito del WWF. “L’acqua dolce è una delle risorse più preziose e non rinnovabili del nostro pianeta. Nonostante il ruolo fondamentale, solo l’uno per cento dell’acqua mondiale è dolce e accessibile, e quell’1% è a rischio. Secondo gli ultimi dati, il 60% di fiumi, ruscelli, laghi e zone umide europee non è in buona salute” denunciano gli attivisti. “La distruzione delle risorse idriche non può essere fermata senza una legislazione efficace. In Europa, abbiamo una legge molto forte che protegge fiumi, ruscelli, zone umide, acque costiere e falde acquifere: la Direttiva europea sulle acque. Questa direttiva, inoltre, prevede che le acque già danneggiate siano riportate ad uno stato di buona salute al massimo entro il 2027. Ma purtroppo, i governi europei vogliono cambiare la legge, indebolendola. Tutto questo potrebbe avere degli effetti devastanti per le nostre risorse idriche, e tutto, compresa la nostra stessa vita, dipende da loro”, denunciano gli attivisti, lanciando come primo obiettivo una campagna di raccolta firme a livello europeo. A tale denuncia si affianca quella degli esperti Unesco poiché la distruzione del patrimonio idrico comporterebbe anche la scomparsa di progetti legati all’ecoturismo. L’importanza di una nuova visione dell’acqua, come ribadita dalla progettualità dell’Unesco, è stata anche rilanciata da un’Enciclica scritta da Papa Francesco, dal titolo “Laudato sì. Sulla cura della casa comune”. Papa Francesco riconosce che nel mondo si va diffondendo la sensibilità per l’ambiente e per la risorsa acqua e la preoccupazione per i danni che esso sta subendo. Tuttavia mantiene uno sguardo di fiduciosa speranza sulla possibilità di invertire la rotta: “L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici … Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande iniquità”. Ritorniamo efficacemente ai diritti fondamentali e quindi all’approccio politico e alla pressione da esercitare presso le organizzazioni internazionali e statuali, ripensare, in poche parole, alla geopolitica dell’acqua. 

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

L’acqua e i suoi paesaggi in Veneto 

Dalle fonti al museo diffuso.

Quali discipline e fonti sono d’aiuto per censire, interpretare e valorizzare i paesaggi dell’acqua in Veneto, onde consentirne un’adeguata promozione in chiave museale e turistica? A partire dagli ultimi decenni del secolo scorso la rete idrografica del Veneto è stata ampiamente considerata da varie discipline per ricostruirne le dinamiche evolutive attraverso l’individuazione e lo studio di molteplici tipologie di fonti documentarie. Archeologi, storici, geografi e urbanisti, assecondando le loro specifiche procedure metodologiche, hanno preso in considerazione l’ampia messe di documenti, cartografie storiche e fotografie conservate negli archivi del Veneto. A queste abbondanti memorie documentarie si affianca una altrettanto cospicua eredità ambientale, costituita non solo dai tracciati fluviali ma anche dal complesso sedimentarsi di manufatti idraulici in grado di narrare l’antica familiarità delle genti venete con i corsi d’acqua, grandi e piccoli, le lagune e gli ambiti costieri.

Tra il rilievo alpino e il litorale adriatico il Veneto si presenta infatti come un territorio ricco d’acque superficiali, i cui deflussi alimentati dalle montagne hanno consentito la formazione della vasta pianura alluvionale che degrada con pendenze sempre meno accentuate verso la fascia costiera. Questa pianura è il risultato del costante accumulo di materiali trasportati dai numerosi fiumi che scendono dall’arco alpino e prealpino. La prossimità al mare è certamente un aspetto da non trascurare, sia perché conferisce una netta personalità geografica a questi territori rispetto alle più ampie estensioni della pianura padana a ovest dell’Adige, sia per la presenza di suggestive connessioni idrografiche tra aste fluviali e il susseguirsi di un peculiare interfaccia anfibio. Un interfaccia che connota il litorale veneto, dal Delta Po alle lagune di Caorle, come la più estesa area umida del Mediterraneo.

La complessa e secolare evoluzione dei quadri antropici se da un lato ha ridotto il libero espandersi delle dinamiche naturali, dall’altro ha determinato una suggestiva morfologia per l’uso delle opportunità offerte dai fiumi. Dalle fonti archivistiche emerge una strettissima relazione tra rete idrografica e dinamiche socio-economiche, con particolare riguardo ai progressi dell’ingegneria idraulica, finalizzati alla redenzione agronomica di vaste plaghe paludose, vera e propria costruzione della campagna antropizzata, in cui le fasi progettuali e operative non riguardano mai solo l’ambito produttivo e insediativo, ma anche i processi culturali, sociali e simbolici che giustificano e spiegano il ruolo della comunità nell’evoluzione ambientale. Ciò spiega la straordinaria abbondanza della documentazione fotografica conservata presso gli archivi dei consorzi di bonifica del Veneto che in molti casi giace, purtroppo, in un polveroso disordine e con il rischio di dispersione, in attesa di una pietosa salvaguardia e catalogazione. Da questi archivi possiamo partire per recuperare una prima serie di documentazione. Si tratta per lo più di scatti ripetitivi e senza alcuna pretesa estetica, ma che comunque svolgono il compito prezioso di tramandare lo straordinario impegno profuso per la trasformazione del territorio, prosciugando migliaia di ettari di paludi. In questo caso l’acqua è il nemico da sconfiggere, sollevare e allontanare verso i collettori grazie alle pompe idrovore. Gli argini dei canali navigabili sono trasformati in banchine dove poter comodamente attraccare le barche da carico. Ma i vasti e piatti orizzonti del delta del Po si distinguono soprattutto per il pregio di paesaggi acquatici la cui componente naturalistica regna sovrana. Senza voler annoverare fra le nostre fonti l’ormai copiosissima e originale filmografia riferibile al grande fiume...

L’azione antropica sull’idrografia veneta si palesa anche con la diffusa costruzione di manufatti quali rogge irrigue o sigilli acquei, per rafforzare le funzioni protettive delle fortificazioni. In questi casi i tracciati idraulici si intersecano spesso con l’edificato storico producendo pregiate unità di paesaggio, come ad esempio avviene con la roggia Contarina a Piazzola sul Brenta. Altrettanto affascinante è il connubio tra idrografia e edilizia militare, efficace dimostrazione di come l’elemento idrografico – spesso combinato con la pratica secolare della navigazione per acque interne - svolga un ruolo strategico nella localizzazione di cinte murarie e castelli: il castello del Catajo, la rocca di Monselice e il castello di Valbona che sorgono lungo i canali euganei ne sono la prova. Ma le fonti fotografiche hanno anche un importante ruolo memoriale, dimostrando come in tanti casi l’interramento degli alvei abbia purtroppo cancellato per sempre la presenza dell’acqua e dei suoi paesaggi. Numerose fotografie del secolo scorso rappresentano una fonte preziosa in grado di restituire le situazioni alterate dall’espansione urbanistica e dalle trasformazioni socio-economiche. Sono testimonianze che anticipano il distacco affettivo e funzionale tra gli abitanti e i loro fiumi o spazi acquei. Ne consegue che il ricorso alle fotografie del passato è ormai riconosciuto in molti contesti urbani d’Oltralpe come il primo passo per la ricucitura di antichi legami con la presenza dei corsi d’acqua, alla base di sempre più diffuse operazioni di recupero degli affacci fluviali (i cosiddetti waterfronts) a cui in genere fa seguito il risanamento ecologico dei corpi idrici. Così ad esempio è avvenuto in Inghilterra, Francia e Olanda, anche grazie al coinvolgimento attivo di associazioni, cittadini e volontari che hanno contribuito fortemente al recupero delle vie d’acqua.  

In tal senso è interessante considerare le potenzialità intrinseche al progetto pilota del Water Museum of Venice, che trova le sue radici a Padova e nasce per valorizzare e promuovere i paesaggi dell’acqua e i manufatti idraulici in ottica di “museo diffuso”. La torre della Specola e gli spazi acquei che la circondano, il porto fluviale del Portello e le ampie porzioni di spazi urbani attraversati dall’anello idraulico e dal Piovego hanno ancor oggi il potere evocativo di restituire antiche suggestioni liquide. Padova in effetti ha perso buona parte del suo carattere di città d’acqua dopo lo sciagurato interramento del naviglio interno, conclusosi nei primi anni Sessanta del Novecento. Oggi con il mutamento delle percezioni collettive e il rilancio di numerose progettualità lungo le mura cittadine una simile proposta sarebbe certo improponibile. D’altra parte non bisogna dimenticare il reticolo di canali navigabili che dal Medio Evo collega la città del Santo ai vicini colli Euganei; una rete artificiale di vie d’acqua, usata nei secoli a scopo di drenaggio ma anche per il trasporto di truppe, merci e trachite – la grigia pietra vulcanica proveniente dai colli di cui è pavimentata Venezia. 

Ben diversa è la situazione a Treviso, dove anche negli anni più frenetici della speculazione edilizia il suo carattere acquatico è rimasto indenne offrendo, a partire dalle placide acque del Sile e dai paesaggi che disegna con i suoi numerosi affluenti di risorgiva, una cesura meno drammatica. D’altra parte l’Adige a Verona, senza dubbio il più imponente assetto di idrografia urbana d’Italia dopo il Po a Torino, svela un’ampiezza di orizzonti acquatici e scenari di respiro europeo, tanto da richiamare alla memoria il vedutismo settecentesco di Bernardo Bellotto. Mentre Belluno e le sue vallate, incastonate dalle acque della Piave, trovano con le zattere e il commercio del legname un porto naturale di destinazione a Venezia. 

Infatti è Venezia e la sua laguna che attirano fin dagli inizi l’attività dei fotografi, attivandosi nella ricerca dell’autenticità popolare, allontanandosi dalla consueta preminenza della monumentalità urbana per soffermarsi sui pescatori, gli ortolani, gli squeri, le barche e le loro vele. Sarebbe opportuna un’accurata esplorazione di come la fotografia abbia ampiamente contribuito alla consacrazione iconica del Veneto d’acqua, soffermandosi inizialmente sul pittoresco di maniera rinvenibile tra le barene, i casoni e le isole della laguna di Venezia meno conosciuta, come ben documentato a fine Ottocento negli scatti di Carlo Naya e Tommaso Filippi o in quelli raccolti nei cataloghi di Ongania e di Alinari, per poi dirigersi i seguito verso l’immenso diramarsi di vie d’acqua, canali, mulini, porti, banchine rinvenibili tra la maglia idrografica di terraferma.

Ma un discorso sulle relazioni tra paesaggi d’acqua e fonti documentarie fotografiche non può prescindere dal progressivo consolidarsi di un gusto estetico verso condivisi e convinti apprezzamenti per i paesaggi dell’acqua, che si potrebbero far partire almeno dagli elogi petrarcheschi delle chiare, fresche et dolci acque. Apprezzamenti estetici che man mano si diffondono con il consolidarsi del controllo idraulico di fiumi, risorgive e lagune. I paesaggi dell’acqua diventano così un suggestivo patrimonio di scenari in grado di esprimere il complesso interagire tra condizioni naturali e interventi umani, tanto da costituire in tutta la cultura occidentale uno dei più ricorrenti temi iconici rinvenibili nella pittura paesaggista. 

La costruzione di uno specifico immaginario anfibio da cui avviare una efficace lettura dell’entroterra di Venezia trova infatti ampio riscontro nell’evoluzione iconografica della pittura veneta a partire dalla fine del Quattrocento quando, cogliendo le potenzialità degli studi prospettici, si attribuisce grande importanza alla restituzione di accurati paesaggi che fanno da sfondo al prevalere delle scene religiose. E tra i lineamenti delle unità di paesaggio rinvenibili nelle tele di Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Giorgione fino a Jacopo Bassano non mancano ampie citazioni di ruscelli, sponde, fiumi, laghi, ma anche porti, città, mulini e zattere che, nei ben noti affreschi attribuiti alla scuola di Paolo Veronese, a decoro del piano nobile nella villa dei Barbaro a Maser, assumono quasi il compito di resoconto tipologico di specifiche geografie idrauliche.

A questo riguardo sarebbe di grande utilità un accurato studio dedicato all’evoluzione della presenza di soggetti anfibi nella storia della pittura veneta,  fino ai più recenti esiti artistici dei pittori dilettanti che ancora oggi collocano il loro cavalletto in riva a un fiume o sopra un argine, attratti dal carattere pittoresco del deflusso che lambisce il vario susseguirsi di quinte arboree, talvolta interrotte dalla sagoma elegante di una dimora rustica, o dalla sempre più rara presenza di una imbarcazione tradizionale all’ormeggio, evocante il fascino di antiche consuetudini nautiche. Rinvenibili dal Sile al Po, dalla Riviera del Brenta ai canali Euganei, dove è ancora possibile scorgere l’elegante sagoma di una qualche imbarcazione tradizionale in legno.  

Non è facile fare un resoconto della mole immensa di lavoro dedicato dai fotografi odierni ai paesaggi fluviali del Veneto, potendo infatti disporre di una vasta bibliografia di monografie dedicate a singoli corsi d’acqua con ampi e significativi apparati fotografici, di svariati articoli su patinate riviste di viaggi, di guide escursionistiche alla riscoperta del territorio e di pieghevoli finalizzati alla promozione turistica delle località rivierasche. Altrettanto significativa è la divulgazione di iconografie popolari che celebrano la qualità fisionomica dei paesaggi rivieraschi attraverso la stampa di calendari, cartoline e manifesti di sagre paesane. Si tratta di una sorta di consacrazione iconica di emergenze ambientali “minori” che è possibile identificare ai margini delle consuete destinazioni, come la fascia costiera, i rilievi dolomitici e le città d’arte, tanto celebrate dalla consolidata domanda turistica nazionale e internazionale. 

Da qualche decennio si assiste anche a un allargato riscatto dei segmenti fluviali minori e dei relativi patrimoni idraulici, dei bacini artificiali creati a seguito del prelievo di inerti, dei fossati a ridosso di cinte murarie antiche, dei sistemi scolanti che attraversano le piatte distese dei paesaggi di bonifica e dei siti anfibi attorno alle numerose risorgive della media pianura. Questa distribuzione pulviscolare di naturalità residuali si trova frammentata e vulnerabile tra i territori “emergenti” dell’urbanizzazione produttiva, della dilagante residenzialità, tra le sempre più ingombranti infrastrutture commerciali e viarie. 

Da tali riflessioni sul frammentato universo veneto dei paesaggi dell’acqua e sui connessi patrimoni idraulici, tangibili e intangibili, anche “minori”, si è partiti per sviluppare in collaborazione con l’Ufficio UNESCO di Venezia la piattaforma di un museo digitale denominato Water Museum of Venice. Dopo accurato censimento patrimoniale eseguito su un’area pilota si è scelto di procedere selezionandone le eccellenze, così da promuovere in primis l’idea di un vero e proprio museo dell’acqua “diffuso”. Tale da comprendere e rappresentare, nel suo prolungamento ideale, i patrimoni di civiltà dell’acqua delle Tre Venezie. Un museo diffuso capillarmente nel territorio, in quanto somma di luoghi, esperienze, manufatti e paesaggi. E tale da rispecchiarne le infinite potenzialità escursionistiche, turistiche e di svago. 

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

Per uno sviluppo più sostenibile

Dal Water Museum of Venice alla Rete Mondiale UNESCO dei Musei dell’Acqua.

Lo scorso mese di giugno l’UNESCO ha battezzato a Parigi la nuova alleanza tra il Programma Idrologico Internazionale (IHP) e i musei dell’acqua. Un’apposita Risoluzione approvata dal Consiglio Intergovernativo UNESCO-IHP ne sancisce l’esistenza allo scopo di diffondere al più ampio pubblico la necessità di adottare nuovi paradigmi di sostenibilità. Per risvegliare le coscienze. A partire dagli usi dell’acqua che, dicono gli esperti, sono al centro dei 17 obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (SDGs)  da raggiungere entro il 2030. 

Ma cosa insegnano oggi i “musei dell’acqua”? E quale ruolo possono svolgere nel conseguimento degli SDGs? Hanno dimensioni e forme diversissime. Si trovano in ogni angolo del mondo e raccolgono patrimoni e conoscenze raffinati nel corso di secoli. E anche se non fanno notizia per un giornalismo dai titoli d’assalto, sono attivi da decenni per educare milioni e milioni di giovani a un ambiente più salubre e a un mondo migliore. Alcuni si esprimono con il linguaggio delle scienze naturali, altri con quello dell’archeologia, dell’etnografia o delle scienze geo-storiche. Vi sono poi musei degli acquedotti, musei della navigazione o della bonifica; musei della scienza, ecomusei e pure “musei digitali”: piattaforme on-line che mettono in rete una serie di beni idraulici “minori” – eppure fondamentali per capire l’evoluzione del territorio e del paesaggio. Luoghi e ambienti modellati nel corso di secoli, ma che oggi spesso stiamo distruggendo in pochi anni, ignari del loro valore. Incapaci di comprenderne il senso e la funzione. Se non quando è troppo tardi. Per questo è necessario conoscerli di più: per preservarli, gestirli e tramandarli. 

C’è sempre molto da imparare dagli errori commessi in passato - e ciò vale anche nel caso delle buone pratiche di gestione dell’acqua. Ecco perché non possiamo dare per scontato che i giovani conoscano i nomi dei corsi d’acqua o degli antichi canali che passano dietro casa o scuola. E ne scoprano l’esistenza solo quando straripano o sono a secco, con tanto di titoli cubitali sulla stampa! È l’antitesi di una gestione accorta e quotidiana. E del buon senso. Oggi è necessaria più cultura: cultura della prevenzione. Ne abbiamo bisogno come il pane oggigiorno - in quanto è la perfetta antitesi della “cultura dell’emergenza” – quella praticata oggigiorno da non pochi politici, anche perché foriera di lucrose speculazioni. 

Seppure con diversissimi approcci narrativi ed espositivi, tutti i musei aderenti all’ambizioso pro-

getto di Rete Globale UNESCO hanno come filo conduttore un elemento irriducibile: l’acqua, nelle sue molteplici e svariate espressioni. Documentano tecniche e modelli con cui l’umanità ha tratto beneficio da questa, generando abbondanza, ricchezza e persino raffinati prodotti artistici e architettonici. Illustrano i modi in cui si è cercato di tenere a bada la furia dell’elemento liquido, per limitare il più possibile gli eventi calamitosi. Adattandosi agli ambienti più diversi ed estremi - dal deserto ai rigidi climi polari. Escogitando ovunque soluzioni geniali, con pratiche testate nel tempo, a basso impatto ambientale e pensate per il beneficio di più generazioni – dunque “sostenibili” per definizione.  

È dunque l’insieme di questi musei dell’acqua, sparsi nelle più diverse latitudini del globo, che consente di formare un compendio ideale degli storici “mondi d’acqua” con cui l’umanità ha vissuto per secoli. Ciò che espongono e tramandano è indispensabile per consolidare un approccio “olistico” - una dimensione necessaria a pianificare un futuro migliore, frutto del dialogo e della fusione fra i diversi specialismi disciplinari. Ecco perché l’UNESCO ha voluto amplificare la visibilità di una siffatta Rete Mondiale: per mettere a confronto civiltà e “mondi d’acqua”, facendo dialogare passato e presente. Per parlare di futuro mostrando esempi concreti e buone pratiche di sostenibilità: ai giovani, ai politici, ai funzionari e agli amministratori. Perché nell’era in cui viviamo non c’è più tempo da perdere.

Molti, troppi leader a livello mondiale preferiscono ignorare o, peggio, negare ciò che è sotto gli occhi di tutti: la perdita drammatica di biodiversità, le bizzarrie del clima, il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacciai - fenomeno che abbiamo tristemente sotto gli occhi a partire dalle nostre Alpi - con il conseguente innalzamento dei mari. Eventi climatici estremi che vedono proprio nell’acqua il fulcro dei mutamenti dolorosi a cui dovremo sempre più abituarci. Con periodi più prolungati di siccità, ondate di calore e conseguente desertificazione, ovvero perdita di fertilità dei suoli. Ma anche con piogge torrenziali e alluvioni, tsunami e altre imprevedibili anomalie - come quella che nel novembre 2018 ha sradicato milioni di alberi nelle montagne bellunesi e trentine. Fenomeni esacerbati da inquinamento e cementificazione progressivi. E il risultato non può che essere univoco. 

Se oggi l’UNESCO ha dunque deciso di puntare sui musei lo fa per diffondere la criticità della situazione a cui siamo arrivati. E per mostrarci con esempi diretti e concreti – quelli tramandati da tanti piccoli e grandi musei di tutto il mondo – come sia possibile coinvolgere il pubblico per attuare un deciso cambiamento di rotta. 

Per uscire dalla crisi ecologica oggi non basta più approfondire i problemi con ulteriori studi scientifici, i cui risultati si accumulano sugli scaffali senza produrre risultati concreti. Bisogna diffondere più capillarmente nella società i risultati raggiunti dalla scienza. Rendendo più consapevoli il maggior numero possibile di persone. Proprio come fanno i musei dell’acqua, ricostruendo e narrando quell’insieme di conoscenze, tecniche e patrimoni – passati e presenti - legati alla gestione e al controllo delle acque e dei fiumi. Le conoscenze moderne devono oggi confrontarsi con i saperi antichi, con le pratiche tramandate, con la geniale creazione di paesaggi dell’acqua “unici” e non omologati. Un esempio su tutti: Venezia e la sua laguna. Saremmo forse in grado di ricrearla oggi con i nostri saperi e le tecniche moderne? 

È da questi presupposti che bisogna ripartire per pianificare un uso più lungimirante del bene acqua. Per ridurre sprechi e inquinamenti. Per far rivivere fiumi e preziosi ambienti acquatici. Per fondare una nuova coesistenza con l’acqua! In questo senso gli esperti dell’UNESCO parlano di una “nuova cultura dell’acqua”, chiedendo anche ai musei di usare e diffondere questo nuovo linguaggio.  

L’Italia è un paese straordinariamente ricco di culture e testimonianze di civiltà dell’acqua, forse come poche regioni al mondo. Eppure sembra che oggi la nostra sensibilità verso certi temi sia inversamente proporzionale all’eredità ricevuta! Paradosso singolare. 

In antitesi alla scarsa sensibilità di chi ci governa verso gli SDGs, non è forse casuale che l’ideazione e la realizzazione del progetto di Rete Mondiale dell’UNESCO nasca proprio in Italia. La Rete Mondiale trova le sue radici a Padova, grazie alla fase pilota denominata Water Museum of Venice e realizzata dal Centro Internazionale per la Civiltà dell’Acqua in collaborazione con l’Ufficio UNESCO di Venezia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. I “patrimoni liquidi” messi in rete dal progetto, inizialmente 35, sono diventati circa 70 grazie alla nuova fase che include oggi anche il Po e il suo smisurato delta. Possiamo così finalmente conoscere meglio e ammirare le eccellenze dei patrimoni naturali e culturali, tangibili e intangibili, di tali territori attraverso una piattaforma unica: www.watermuseumofvenice.com 

In questo museo digitale troviamo ovviamente i classici musei, grandi e piccoli, che raccolgono in un edificio delle collezioni attinenti l’acqua. Dall’Orto Botanico di Padova al Museo di Geografia, entrambe gestiti dall’Università di Padova; dal Museo della Navigazione Fluviale di Battaglia Terme al Museo delle Idrovore di Santa Margherita a Codevigo; dal Museo Archeologico Nazionale di Adria all’omonimo di Fratta Polesine; dal Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo al Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin a Porto Viro…

Musei, ma non solo. Il concetto di “museo digitale”, come dimostra questo progetto, coincide e si identifica con quello di “museo diffuso”. Includendo luoghi, contesti, ambienti e paesaggi dell’acqua, con i relativi patrimoni idraulici. Il museo coincide dunque con il territorio. Dagli spazi urbani di Prato della Valle, a Padova, disegnati dall’inconfondibile tocco dell’elemento fluido, alle fontane storiche e ai giochi d’acqua realizzati nel sontuoso giardino barocco di Villa Barbarigo, a Valsanzibio; dall’ameno Porto fluviale del Portello, immortalato nelle pitture del Canaletto, allo sfarzoso complesso termale romano di Montegrotto; dalla Via delle valli di Rosolina al faro di Punta Maistra sul fiume Po; dalle acque sacre e curative del Santuario della Madonna Nera del Pilastrello, a Lendinara, ai monasteri benedettini impegnati per secoli in pazienti opere di bonifica, con le Abbazie di Pomposa, Praglia e Correzzola; dalla Golena Ca’ Pisani di Porto Viro al Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri;

dalle ingegnose vie d’acqua navigabili realizzate dalla Serenissima per il trasporto di merci e soldati a ridosso dei Colli Euganei o lungo la fascia del Delta del Po ai poderosi castelli costruiti per presidiarle (Este, Monselice, Battaglia Terme e Valbona); dai borghi rivieraschi sorti lungo avite tratte di navigazione interna (Porto Levante, Loreo, Badia Polesine, Battaglia Terme, Bovolenta, Pontelongo, Pontemanco…) alle eleganti ville venete che riflettono, proprio nell’acqua, tutta la loro magnificenza. Patrimoni unici che sorgono, non a caso, in prossimità e in ragione dell’acqua. 

A questo museo dell’acqua “digitale” ma “diffuso” nel territorio si è voluto aggiungere, infine, un ultimo tassello: quello della contemporaneità. Incorporandovi i più recenti esempi di “cultura dell’acqua” creati dal sapere scientifico e tecnologico attuale. Come si traduce infatti il sapere contemporaneo in concrete buone pratiche per un uso più sostenibile dell’acqua? Per questo motivo troviamo inclusi nella piattaforma digitale, accanto ai patrimoni ereditati dal passato, anche alcuni modelli odierni di gestione dell’acqua. Con gli esempi e le buone pratiche da tramandare al futuro: progetti di riqualificazione fluviale, ricarica delle falde, promozione dei paesaggi acquatici attraverso nuove pratiche di ecoturismo sostenibile... Quante e quali buone pratiche di “civiltà dell’acqua” si producono oggi in Veneto? E chi ha il dovere di censirle, sostenerle e diffonderle?

L’altra dimensione non secondaria è quella turistica. Solo partendo dalla consapevolezza delle nostre origini anfibie riusciremo a trasmetterla alle comunità e ai giovani per coinvolgere ed entusiasmare i turisti anche verso patrimoni “minori”. Visitatori che hanno forse il vantaggio di apprezzare meglio i patrimoni unici che abbiamo sotto casa e che spesso diamo per scontati. Abbandonandoli e rendendoli invisibili, come nel caso delle vie navigabili interne realizzate dalla Serenissima. Tanti tasselli di un mosaico idraulico disperso e sempre più frammentato, ma unico e irripetibile. E con un potenziale turistico decisamente inesplorato. Gli esempi di rigenerazione delle vie d’acqua navigabili di Inghilterra, Olanda, Germania e Francia insegnano. 

Water Museum of Venice. Nome di un progetto che è dunque al contempo un programma di lavoro, volto a censire e promuovere l’insieme dei patrimoni naturali e culturali di civiltà dell’acqua per stimolare approcci nuovi e creativi. Ben oltre la città storica di Venezia di cui porta il nome, ma con l’intento di abbracciare tutta l’area delle Tre Venezie: dal Delta del Po a Trieste, dalle Alpi Giulie al lago di Garda. Un’area dunque che comprende oltre a Venezia (e alla sua Laguna, anch’essa iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO) il vasto territorio che, attraverso piccoli e grandi corridoi fluviali, tocca i diversi bacini idrografici dell’entroterra costiero nord Adriatico. Regioni in cui la Serenissima ha impresso, nei secoli, un’impronta indelebile e innegabile. Basti ricordare i nomi dei principali fiumi che Venezia ha governato, deviandone il corso naturale, per tutelare i propri interessi. Dal Sile alla Piave, dal Bacchiglione alla Brenta (con la sua rinomata Riviera), dalla Livenza al fiume Po, il cui principale ramo deltizio fu deviato dalla Repubblica nel 1601, a Porto Viro, a scapito degli Estensi di Ferrara. 

Con questa impostazione il Water Museum of Venice ha costituito, di fatto, la fase sperimentale del progetto di Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua che l’UNESCO ha voluto far propria. La scintilla è scoccata nel 2017 quando 29 musei provenienti da tutto il mondo si sono incontrati a Venezia per costituire un network permanente, che oggi conta quasi 80 membri. Secondo Philippe Pypaert, portavoce del progetto per l’UNESCO, questo non è che il nucleo di una famiglia ben più estesa. Basti pensare che la sola rete cinese dei musei dell’acqua – nata anch’essa su stimolo del Water Museum of Venice – ha da poco censito ben 105 musei dell’acqua in tutta la Cina. Fra questi spicca il National Water Museum of China, con sede ad Hangzhou. Inaugurato nel 2010 con una superficie espositiva di 60 mila mq, svetta con i suoi dodici piani di altezza su un’oasi naturalistica e un waterfront riqualificato lungo il Fiume Azzurro, con richiami architettonici allo stile delle pagode tradizionali. Al suo interno si possono ammirare le storiche conquiste idrauliche della Cina per governare le acque dei fiumi, sviluppare un’agricoltura fiorente e domare alluvioni distruttive. Oltre a esporre le ricostruzioni di manufatti ingegnosi, di grandi e piccoli opifici idraulici e dei tipici borghi fluviali, un tempo popolati da una miriade imbarcazioni, il museo ripercorre più di tre mila anni di storia illustrando tecniche e invenzioni che hanno rivoluzionato la vita di milioni di persone. 

Nello spettacolare Museo delle Civiltà del Fiume Azzurro sono invece ricostruiti e illustrati, grazie a tecnologie interattive di ultimissima generazione, i diversi e preziosi ecosistemi fluviali che ne caratterizzano il corso lungo i suoi oltre 6.000 km di lunghezza. Oltre agli aspetti naturalistici, raccoglie le più svariate testimonianze di civiltà sorte lungo le sue sponde: dalle pratiche agricole alle pregiate manifatture realizzate negli antichi opifici ad acqua, dai manufatti archeologici a quelli artistici, dalla religione alla musica. Inaugurato nel 2015, è stato visitato in media da un milione di persone all’anno. Nell’annessa area espositiva (inaugurata nel luglio 2018), che raccoglie la donazione di un mecenate americano, è esposta la più grande collezione al mondo di animali che vivono negli ecosistemi dei dieci fiumi più lunghi al mondo: Rio delle Amazzoni, Nilo, Fiume Azzurro, Fiume Giallo, Mississippi, Colorado, Congo, Danubio… Attraverso diverse e suggestive ambientazioni in scala naturale il visitatore attraversa ghiacciai, foreste, savane, steppe e deserti popolati da piccoli e grandi mammiferi tra cui dinosauri, pinguini, giraffe, rinoceronti, tigri, struzzi ed elefanti, ma anche rettili, pesci, uccelli, insetti. Un mondo denso di forme, colori, suoni ed emozioni. 

Va poi ricordato il Museo Sommerso di Baiheliang, a Fuling, nella parte più a monte del fiume Azzurro. Oltre a sculture, dipinti, mappe e disegni storici, espone una preziosa collezione di calligrafie incise nei secoli sulle rocce lambite dal fiume. Furono realizzate accanto a una delle più antiche stazioni idrologiche al mondo: poderosi blocchi di pietra scolpiti a forma di pesce servivano per registrare, come un nilometro, i livelli del fiume e predirne i futuri andamenti ciclici. Le raffinate calligrafie su roccia tramandano storie, aneddoti, poesie e massime filosofiche e religiose sui mutevoli cicli di vita del fiume e sul destino dei suoi abitanti. Non meno affascinate è il percorso che compie il visitatore a 14 metri di profondità per esplorare i fondali del fiume. L’innalzamento delle acque è dovuto alla costruzione della diga delle Tre Gole, la più grande al mondo. È come essere in un sommergibile mentre si scrutano dagli oblò le eleganti calligrafie sommerse, tra il guizzo di gamberi e pesci, mentre grosse navi da trasporto galleggiano sopra la testa dei turisti.

Questi musei cinesi educano ogni anno milioni di persone sui temi dell’acqua e della sostenibilità: sono un indicatore interessante del colosso asiatico. Fanno intravedere i nuovi valori che stanno emergendo in seno alla Cina, dove finalmente troviamo in testa alle scale di priorità anche la protezione ambientale e la transizione energetica verso fonti di energia rinnovabile. Nel 2017 la Cina ha montato oltre la metà di tutta la potenza fotovoltaica installata nel mondo. È forse l’inizio di una nuova era, che vede anche nei musei dell’acqua dei validi ambasciatori di nuove sensibilità e attitudini?

Ma i membri della Rete Mondiale non si limitano ovviamente alla Cina. Gli fanno eco, dall’altra parte del mondo, testimonianze e modelli non meno interessanti. Lo Yaku Parque Museo de l’Agua è attivo a Quito, in Ecuador. Costruito su una vecchia centrale di depurazione delle acque di inizio Novecento, offre esibizioni interattive che attraggono ogni anno migliaia di visitatori. È un museo particolarmente attivo con le comunità indigene per studiare e preservare le buone pratiche di gestione sociale dell’acqua. Oltre agli ambienti acquatici, nella loro complessità. Come ricorda la curatrice Paulina Jauregui “non è possibile separare l’acqua dall’ambiente”. Per questo nei suoi giardini accoglie, con orgoglio, le piante che si sono estinte in ogni altro angolo della capitale.

In Canada troviamo il Museo del Vapore e della Tecnologia di Hamilton, presso Toronto. Raccoglie impressionanti macchine e manufatti idraulici che hanno segnato il decollo industriale del paese a cavallo fra Ottocento e Novecento. Oggi il museo è molto attivo anche in ambito artistico e dello sviluppo sostenibile: lavora con artisti sensibili e attenti ai temi della sostenibilità e del cambiamento climatico. Per mettere assieme scienza, natura e cultura, afferma Ian Kerr-Wilson, il museo deve offrire una visione “olistica” e non settoriale.

In Europa, un esempio di museo che mette al centro un simile patrimonio industriale legato all’acqua viene dall’Inghilterra, che aderisce alla rete con il Museo Nazionale delle Vie d’Acqua di Ellesmere, presso Liverpool. Qui la rivoluzione industriale di fine Settecento fu resa possibile grazie alla rete artificiale di vie d’acqua navigabili che consentivano di trasportare le merci più svariate in tutto il paese, per poi giungere nel resto del mondo. Il Museo racchiude una collezione unica di imbarcazioni storiche e manufatti che attestano la vita effervescente che un tempo animava i canali. Benché abbandonati dopo la seconda guerra, queste vie d’acqua hanno fatto registrare nelle ultime due decadi una vera rinascita, grazie ai lungimiranti progetti di riqualificazione che oggi producono introiti turistici da capogiro. Come afferma il direttore Graham Boxer “i musei valgono solo se hanno qualcosa da dire al presente e al futuro. Per questo bisogna trovare modi sempre nuovi per raccontare le storie che hanno visto l’acqua come protagonista”. 

Nel vecchio continente troviamo poi svariate tipologie di musei: da quelli di scienze naturali, con in testa il MUSE di Trento, a quelli delle comunità, con il Tribunale delle Acque di Valencia, a quelli degli acquedotti: Museo de l’Agua di Lisbona, Musée des Egouts di Parigi, Water Museum of Lemesos (Cipro), Museo dell’Acqua di Cluj (Romania), etc. In Russia il Museo Etnografico Nazionale di San Pietroburgo ha appena inaugurato un’affascinante mostra sulle popolazioni e sulle culture tradizionali sviluppatesi lungo il fiume Volga. In Iran il Museo dell’Acqua di Yazd racconta invece la genesi delle più antiche forme civiltà della mezzaluna fertile, nata non solo grazie al controllo dei grandi fiumi, Tigri ed Eufrate, ma anche - e soprattutto – grazie alla capacità di creare e gestire un numero sterminato di canali sotterranei. Sono il frutto delle più avanzate scienze idrauliche dell’epoca su scala planetaria. Migliaia di km di gallerie drenanti sotterranee furono indispensabili per sviluppare una florida agricoltura e alimentare prospere città in un ambiente semidesertico. Anche Egitto e Marocco ospitano musei dedicati a Qanats e Foggara, sistemi analoghi per l’utilizzo parsimonioso dell’acqua, laddove essa è scarsa in natura. 

In Africa, nel Burkina Faso, il Musée de l’Eau di Ouagadogou si focalizza sui temi dell’igiene e della sanità: qui l’altissimo tasso di mortalità infantile è ancora dovuto a uno scorretto uso dell’acqua. Così come nel Musée de l’Eau “Arche de l’Alliance” di Kinshasa, in Congo. Il Living Waters Museum che ha sede in India è invece un museo digitale, che ha generato una piattaforma analoga a quella di Venezia. La curatrice Sara Ahmed, vista l’assenza di un museo nazionale sul tema, ha deciso di iniziare a raccogliere, digitalizzare e far conoscere le più diverse storie d’acqua del subcontinente indiano, prima che spariscano per sempre. 

Dal sito www.watermuseums.net si possono scoprire altre storie curiose e affascinanti sui caratteristici “mondi dell’acqua”, sulla sostenibilità e sulle buone pratiche di gestione a cui potersi ispirare nell’epoca della crisi globale dell’acqua. Storie preziose e che è fondamentale trasmettere alle future generazioni. Soprattutto quando sono sull’orlo di sparire a causa di una globalizzazione omologante, dell’abbandono dei manufatti idraulici o dell’indifferenza verso quel patrimonio di conoscenze e saperi che hanno plasmato, nei secoli, luoghi e paesaggi dell’acqua che l’UNESCO considera, a ragione, unici e irripetibili. 

Come contrastare allora un degrado che sembra inarrestabile? Con queste parole d’ordine: prevenzione, adattamento, mitigazione e diffusione dei saperi sull’acqua. Perché l’epoca che viviamo non fa più sconti a nessuno. E il fatto che la si chiami “antropocene” dimostra come la crisi idrica globale sia in larga misura riconducibile al modo in cui l’uomo gestisce l’acqua, più che ai capricci di una natura “matrigna”. Tale è il senso dei 17 SDGs e delle 169 tappe propedeutiche al loro raggiungimento. Per questo bisogna investire nella prevenzione e scommettere sulle culture dell’acqua che i musei custodiscono e trasmettono. Per non rischiare di trovarci alla fine, dopo decenni di indifferenza e degrado dei nostri patrimoni naturali e culturali, con un conto troppo salato da pagare. 

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

Museo come territorio

Il patavino fra vie d’acqua, borghi fluviali, ville, castelli e abbazie.

Il progetto del Water Museum of Venice nasce nel 2016 con una fase pilota che prende come ambito geografico di riferimento e studio il territorio della provincia di Padova. Un contesto ambientale alquanto diversificato e articolato, che si estende dalla fascia delle risorgive dell’alta pianura fino alle zone umide della Laguna Veneta e che comprende elementi paesaggistici di pregio come i verdi rilievi dei Colli Euganei, i corridoi fluviali della Brenta, del Bacchiglione e dell’Adige, le antiche idrovie di origine medievale, le suggestive aree palustri e le valli da pesca in prossimità degli specchi d’acqua lagunari. Un ambito che racchiude quindi contesti naturalistici di spiccato valore, dove le secolari attività dell’uomo hanno contribuito alla creazione di un paesaggio unico, fra abbazie e monasteri, castelli e fortificazioni medievali, ville venete e borghi rivieraschi. Senza dimenticare la città di Padova, dove architettura ed elemento liquido si integrano e raggiungono esiti sublimi, come nel celebre Prato della Valle o nel Porto Fluviale del Portello.

Siti di interesse naturalistico, patrimoni idraulici - sia tangibili che intangibili, spazi museali, paesaggi culturali dell’acqua e, infine, buone pratiche odierne di gestione dell’acqua: queste le categorie chiave considerate nel processo di realizzazione del “museo digitale” che nasce da Padova con l’obiettivo di arrivare ad abbracciare le Tre Venezie. L’analisi e il censimento del patrimonio territoriale hanno presupposto la definizione di queste sei macro-categorie per far emergere le realtà, le esperienze e i luoghi più emblematici connessi all’elemento liquido. 

Nella categoria dei paesaggi culturali dell’acqua troviamo anzitutto Villa Contarini a Piazzola sul Brenta: splendido complesso di origine cinquecentesca sviluppatosi intorno al progetto originario di Andrea Palladio e divenuto emblema dell’influenza della Serenissima in terraferma, con il perfetto connubio tra eleganti architetture, canali, specchi d’acqua e ampi giardini. Spostandosi dalle sponde del Brenta ai pendii dei Colli Euganei si incontra un’altra eccellenza architettonica, il maestoso Castello del Catajo, edificio sorto a ridosso delle sponde del Canale Battaglia per il controllo del traffico fluviale e dei relativi commerci. In esso si condensano le forme di un’imponente fortificazione e i tipici elementi di un’elegante residenza signorile di epoca rinascimentale. 

Quello dei rilievi euganei è un ambito collinare in cui paesaggio naturale e patrimonio storico artistico trovano una sintesi esemplare nel caso del magnifico Giardino Monumentale di Villa Barbarigo a Valsanzibio: concepito nei suoi percorsi di visita e nel labirinto che ospita come metafora di un percorso metafisico e  salvifico, fu progettato dall’architetto pontificio Luigi Bernini, fratello del celebre scultore Gian Lorenzo. Al suo interno conserva suggestive scenografie acquatiche e arboree, costituite da peschiere, fontane, scherzi d’acqua e statue allegoriche. Fra i luoghi più suggestivi del giardino troviamo il Labirinto di Bosso e il Portale di Diana, antico accesso via acqua alla pregiata tenuta di caccia dei Barbarigo. Valsanzibio sorge nel territorio di Galzignano Terme, una delle località che assieme ad Abano e Montegrotto formano il comprensorio termale euganeo. Le acque benefiche infatti sono al centro di due siti adiacenti: la Fonte della Madonna della Salute di Monteortone, con la sua sorgente calda e miracolosa, e l’imponente area archeologica del sontuoso Complesso termale romano a Montegrotto. 

A Teolo, all’estremità settentrionale dei colli, si incontra un altro splendido esempio di architettura religiosa, l’Abbazia di Praglia, complesso monastico benedettino sorto in età medievale in funzione delle operazioni di bonifica del territorio circostante. Nell’ambito collinare patavino l’elemento idrico è parte integrante del paesaggio e trova la sua massima espressione nella Riviera Euganea, che coincide con i tracciati del Canale Battaglia e del Canale Bisato: storiche vie d’acqua che fanno parte del sistema dei Navigli Medievali dei Colli Euganei. Si tratta di antichi canali artificiali realizzati dalle signorie di Padova e Vicenza, funzionali al trasporto di merci, persone ed eserciti durante le frequenti e sanguinose dispute anteriori al dominio della Serenissima. Non a caso, lungo la riviera sorgono importanti opere di difesa e fortificazione, erette a controllo della via di comunicazione fluviale: oltre al già citato Castello del Catajo, il Castello di Monselice con la scenografica Rocca e il Mastio Federiciano, il Castello Carrarese di Este, sede del Museo Nazionale Atestino e il Castello di Valbona, in posizione strategica al confine fra i territori di Padova, Vicenza e Verona. Il centro rivierasco in cui è ancora tangibile il forte legame con la tradizione antica della marineria fluviale è sicuramente il Borgo fluviale di Battaglia Terme: vero e proprio “museo diffuso” che racconta l’epopea della navigazione commerciale e dei barcàri, tra imponenti opere idrauliche e scorci tipicamente veneziani. Nel nucleo storico di Battaglia Terme si trova il Museo della Navigazione Fluviale che attraverso iconografie, utensili originali, modelli in scala di antiche imbarcazioni e manufatti idraulici rievoca la tradizione della navigazione interna tipica del Veneto e dell’Italia settentrionale. La presenza delle vie d’acqua è stata determinante per lo sviluppo di altri due borghi fluviali, più a sud: quello di Pontemanco, sito molitorio lungo il Canale Biancolino, e quello di Bovolenta, alla confluenza fra Canale Vigenzone e Bacchiglione, storico snodo commerciale da e verso l’Adriatico. Più a valle, lungo la via del sale e dello zucchero che segue il corso del Bacchiglione, si trova Pontelongo, comunità fluviale e sede del noto zuccherificio, dove ogni anno si celebra la tradizionale Processione del Voto, suggestiva cerimonia religiosa che trova il suo culmine sulle rive del fiume. La processione fa parte di quel patrimonio immateriale legato all’elemento liquido che si estrinseca in altri eventi molto sentiti: la Vogalonga Euganea, che si svolge annualmente lungo il Canale Bisato con natanti tradizionali spinti con la tecnica della voga alla veneta, e la Remada a Seconda, manifestazione aperta a qualsiasi tipo di imbarcazione a remi, finalizzata alla salvaguardia, alla promozione e alla rivitalizzazione delle vie d’acqua patavine. 

Proseguendo sulle sponde del Bacchiglione e avvicinandosi al mare si raggiungono le terre di bonifica prossime alla laguna. Qui si incontra la monumentale Corte Benedettina di Correzzola, fulcro di un ambizioso progetto di regimentazione idraulica e riorganizzazione del paesaggio agrario portato avanti dai monaci in epoca medievale. Le attività della bonifica integrale effettuate tra Ottocento e Novecento sono invece raccontate nel vicino Museo delle Idrovore di Santa Margherita a Codevigo: all’interno del futuristico impianto di sollevamento, realizzato a fine Ottocento e tuttora funzionante, è stato ricavato un centro di documentazione con fotografie e filmati storici. Un modellino in scala della storica ruota “a schiaffo”, icona della fase primigenia della bonifica meccanica, è conservata fra macchinari suggestivi e perfettamente conservati. Il territorio di Codevigo, affacciato sulla Laguna Veneta, è una realtà geografica di grande valore naturalistico e al suo interno si trovano altri due siti del Water Museum of Venice: l’Oasi di Ca’di Mezzo, un bacino di laminazione funzionale per la fitodepurazione delle acque e Valle Millecampi, ampia zona palustre della Laguna Sud, ideale per le attività ricreative e sportive fra barene, casoni e valli da pesca.

Anche nel capoluogo euganeo le vie d’acqua sono un elemento paesaggistico ben visibile e hanno avuto nei secoli un ruolo determinante nella formazione del tessuto urbanistico. Il centro storico cittadino è infatti circondato dall’Anello idraulico di Padova, composto dal duecentesco Canale Piovego, dalle diramazioni del Bacchiglione e da altre idrovie artificiali. Lungo le acque urbane patavine sorgono poi alcuni fra i luoghi più suggestivi della città, come la Torre della Specola, l’antica Torlonga del Castello Carrarese oggi sede del Museo dell’Osservatorio Astronomico, e il Porto Fluviale del Portello, storico approdo del Burchiello immortalato in un pregevole dipinto del Canaletto. All’elemento liquido sono legati anche due siti posti nel cuore di Padova: il Prato della Valle, una delle piazze più grandi del mondo, frutto di un’efficace opera di ingegneria idraulica che ha trasformato una zona acquitrinosa in un mirabile connubio tra acque e architetture, a cui diede il suo contributo anche un giovane Antonio Canova, e l’Orto Botanico dell’Università di Padova, istituito in epoca rinascimentale per coltivare e studiare le piante officinali, oggi iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO in quanto sito “all’origine di tutti gli orti botanici del mondo”. L’orto storico è composto da un nucleo delimitato da un muro con quattro portali posti ai punti cardinali, chiamato “Hortus cinctus”. A tale patrimonio si aggiunge oggi una spettacolare sezione inaugurata nel 2014, dove trovano posto circa 1300 specie, ospitate all’interno di architetture avveniristiche con ambienti omogenei per temperatura e umidità. Visitandole, si compie un vero e proprio viaggio nelle più diverse zone climatiche del pianeta: i biomi terrestri – il giardino della biodiversità.

Nelle immediate vicinanze della città si trovano infine due pregevoli realtà museali che ben raccontano il territorio e le sue acque, facendo particolare riferimento ai ritrovamenti archeologici rinvenuti nell’alveo dei principali fiumi patavini e nelle zone limitrofe: il Museo Archeologico del fiume Bacchiglione, posto all’interno della splendida cornice del Castello di San Martino della Vaneza, e il Museo Archeologico Ambientale delle Acque di Padova, situato sulle sponde della Brenta, che conserva pregevoli rinvenimenti subacquei databili a partire dal periodo paleoveneto, tra cui spicca uno splendido esemplare di punta di lancia in bronzo datato al 1180 a.C. circa (coevo dunque alle prime incursioni di natanti greci che risalivano i fiumi veneti).

A valle del nodo idraulico di Limena, presso la deviazione del Canale Brentella, sorgono due imponenti manufatti idraulici, unici nel loro genere: i Colmelloni. Si tratta di due chiuse monumentali, poste a guardia e a regolazione dei canali navigabili medievali di Padova e dei loro livelli.

Risalendo il corso della Brenta, si raggiungono due luoghi esemplari per le buone pratiche odierne di gestione dell’acqua: il Bacino di Isola Mantegna, un invaso oggetto di un progetto di riqualificazione ecosistemica da parte del Consorzio di bonifica Brenta, e il Bosco Limite a Carmignano di Brenta. Questo progetto è un’area boschiva artificiale creata per incrementare le risorse idriche degli acquiferi e ridurre le emissioni di anidride carbonica, grazie all’azione degli esemplari arborei selezionati e inseriti nel sito da ETIFOR, attivo spin-off dell’Università di Padova.

Nell’alta pianura padovana sono situati la suggestiva oasi naturalistica della Palude di Onara, fra fresche e chiare acque di risorgiva e prati stabili, e la Golena Draganziolo, un’area umida funzionale alla fitodepurazione naturale del rio che la attraversa. Si tratta di un progetto di riqualificazione voluto e realizzato dal Consorzio di bonifica Acque Risorgive anche per contenerne le naturali esondazioni. Un progetto esemplare perché restituisce alla comunità locale un segmento fluviale anche per le attività di svago e il tempo libero. Un modello perfettamente replicabile in ogni parte del territorio. Non lontano sorge infine il Museo della Centuriazione Romana di Borgoricco che, per mezzo di un recente e suggestivo percorso espositivo, descrive gli aspetti pae-

saggistici, archeologici e storico culturali del territorio unico in cui è inserito: quello del graticolato romano, riferibile alla centuriazione a nord-est di Padova. A tratti ancor oggi visibili all’occhio esperto, in quest’area è possibile esplorare e conoscere le sopravvivenze dell’agro centuriato d’età romana e delle antiche vie commerciali che lo attraversavano.  

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

Il Museo diffuso del Grande Delta

Da sempre la presenza di fiumi e corsi d’acqua ha visto la nascita di città e luoghi abitati, rappresentandone la principale fonte di sostentamento e ricchezza. L’acqua come principio di tutte le cose fu anche il dogma alla base della filosofia di Talete di Mileto che intuì l’insostituibilità, la necessità e la forza dell’elemento oggi chiamato “oro blu”. 

La vita lungo il fiume appare oggi ai nostri occhi come un’esperienza romantica e bucolica. In realtà, la storia insegna come sia una vita particolarmente dura e che richiede una notevole sensibilità e abilità nella gestione e nel controllo delle acque. Capacità e sensibilità che sono il frutto di conoscenze che si tramandano nel tempo attraverso le generazioni, ma che spesso rischiano di essere dimenticate, comportando perdita e oblio di saperi e patrimoni. 

La Mesopotamia italiana si trova in Veneto, in provincia di Rovigo, dove il Tigri e l’Eufrate sono l’Adige e il Po. Questo è il Polesine, una terra conquistata con fatica e costanza dalle sue genti. Un paesaggio costruito con pazienza dalla mano dell’uomo. Un territorio quindi in cui la civiltà dell’acqua ha forme ed espressioni che si materializzano in luoghi unici e particolari, offrendo l’opportunità di riscoprire e studiare il rapporto tra uomo ed elemento liquido. I fiumi ma anche la vicinanza al mare hanno rappresentato nella storia di questa terra un vantaggio che l’ha posta al centro di operosi traffici commerciali, generando un patrimonio idraulico peculiare. La seconda fase progettuale del Water Museum of Venice, avviata nel 2018, si concentra proprio su queste aree. 

Le origini della città di Adria, vero crocevia commerciale e culturale del mondo antico, ci portano a scoprire un lembo di terra proteso verso il mare, a cui ha conferito il proprio nome (Adriatico). Adria era un importante snodo di intensi traffici via terra e le sue strade erano un prolungamento del porto, collegando la città attraverso la via Popillia (oggi strada Romea) e la via Annia. Una visita al Museo Archeologico Nazionale di Adria permette di ammirare le tracce della storia antica del Delta del Po. Le sue sale sono ricche di reperti archeologici preistorici, greci, gallico-etruschi, dell'età romana e medievali, con ceramiche, monete, corredi funerari, oggetti preziosi e gioielli d’ambra. Fra questi spicca la famosa “Tomba della biga”: tre scheletri di cavalli di eccezionali dimensioni assieme ai resti di un carro da guerra a due ruote. Di passaggio ad Adria merita visitare anche la Basilica della Tomba, simbolo di cristianità e primo faro del florido porto del Delta, che sembra prendere il nome da un antico cimitero romano e racchiude in sé le origini del borgo fluviale, quale snodo commerciale sorto, non a caso, sulle sponde sicure e protette del fiume Po.

Per comprendere il rapporto delle civiltà e dei popoli con i propri corsi d’acqua merita fare una visita al Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo. Ospitato presso l’antico Monastero degli Olivetani di San Bartolomeo, il museo vanta un allestimento concepito come un’esperienza per entrare in contatto con le antiche civiltà del delta e i loro usi e costumi. Le tecnologie disponibili offrono all’utente una migliore fruizione del percorso espositivo con ricostruzioni di antiche scene di vita quotidiana attraverso oggetti d’uso comune. Il museo presenta reperti archeologici provenienti da ricerche condotte nell'area dell'Alto e del Medio Polesine ed esposti in cinque ambiti storico tematici: l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro, L’Età Romana, Il Medioevo e Il Rinascimento. Periodi in cui la presenza di fiumi e corsi d’acqua plasma in modo incisivo ogni umana attività. 

Un approfondimento della tarda Età del Bronzo è allestito nelle barchesse di una splendida dimora palladiana, Villa Badoer, che oggi ospitano il Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine. Qui si possono ammirare le testimonianze dei primi villaggi palafitticoli sorti lungo l’antico corso del Po. Il nucleo principale dell’esposizione è costituito dai ritrovamenti di un complesso archeologico oggi ritenuto fra i più rappresentativi a livello europeo dell’Età del bronzo finale (XII - X secolo a.C.): quelli del villaggio di Frattesìna e delle sue necropoli.

Ma le testimonianze degli intensi traffici e del fermento che animava le terre del Delta del Po in epoca antica si ritrovano anche dispersi in  vari luoghi sul territorio. Primo fra tutti il piccolo villaggio di San Basilio, frazione del Comune di Ariano nel Polesine, che un tempo ospitava un’antica mansio romana (Mansio Hadriani), luogo di sosta per i viandanti. Oggi la gestisce un centro culturale che espone materiale archeologico rinvenuto durante diverse campagne di scavi. A fianco si trova una chiesetta romanica, eretta nel IX secolo dai monaci benedettini, che custodisce al suo interno un'antica colonna marmorea citata in alcuni documenti storico-ecclesiastici come “miracolosa”. Sembra infatti che la colonna trasudasse una sostanza gelatinosa che aveva il potere di ridonare il latte alle puerpere. Acque guaritrici. 

Non è questa l’unica leggenda del territorio che vede come protagonista l’acqua miracolosa. La chiesa di Lendinara è legata infatti alle vicende di una statuetta lignea: il 1509 è l’anno in cui si fanno risalire i primi miracoli legati alle acque della piscina del Santuario della Madonna Nera del Pilastrello, con la sua immagine scolpita ai piedi di una sorgente chiamata il Bagno della Madonna. Acque cristalline, che la stessa Vergine avrebbe fatto sgorgare miracolosamente.

Storie, immagini ed emozioni legate al grande fiume, il Po, sono invece al centro dell’installazione “immersiva” Un Po di Storie, attualmente ospitata dal centro congressi di Rosolina Mare. Realizzata dal Centro Civiltà dell’Acqua nel 2015 in concomitanza con Expo Venice, grazie al recupero di preziosi filmati d’epoca questa installazione consente di fare in pochi minuti un vero e proprio viaggio nel passato, con proiezioni multiple e suggestivi disegni animati all’interno di una postazione immersiva. Si possono così ammirare luoghi e paesaggi tipici del Po con gli occhi di chi per secoli lo ha navigato, rivivendo le voci del fiume e delle sue genti. 

Ciò che rende unico al mondo questo territorio è anche la presenza di un parco naturale, gestito dall’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po. Si tratta della più vasta zona umida d’Italia e fra le maggiori d’Europa, riconosciuta nel 2015 Riserva di Biosfera UNESCO nell’ambito del Programma MAB (Man and Biosphere) che ha lo scopo di migliorare il rapporto tra uomo e ambiente e ridurre la perdita di biodiversità. Le Riserve di Biosfera rappresentano luoghi in cui, attraverso un’appropriata gestione del territorio, si coniugano la valorizzazione dell’ecosistema e l’attività di sviluppo socio-economico, favorendo la possibilità di svolgere funzioni territoriali multiple improntate allo sviluppo sostenibile. Le Riserve di Biosfera, quali il Delta del Po, sono quindi aree di sperimentazione ed elaborazione di nuove proposte di sviluppo, per un’economia e un turismo più sostenibili a beneficio delle comunità locali.

Il Delta è una terra tutta da scoprire, da percorrere lentamente, lasciandosi incantare dagli incontri che si possono fare all’improvviso. Come quelli con i caratteristici Ponti di Barche, immersi fra vaste distese di terre e labirinti d’acqua, e sospirati legami tra genti di sponde diverse, che consentono di capire meglio la conformazione di un paesaggio in continuo divenire fra acque dolci, salmastre e suoli stabili. Oppure l’incontro che si può fare in quella che oggi si mostra come immobile e profonda campagna: qui troviamo, a sorpresa, i Cordoni di dune fossili di Ariano nel Polesine, Porto Viro e Rosolina. Questi cordoni segnano le antiche linee di costa disegnate dal mare e oggi ospitano rari esemplari di flora, preziose isole sopravvissute allo scempio dell’edilizia. Ecco poi gli argini e le golene, veri scrigni di biodiversità, in alcuni casi divenute oggi oasi protette, come la Golena Ca’ Pisani a Porto Viro, un tempo dedita agli allevamenti ittici, o la Golena di Panarella, a Papozze. Ambienti acquatici suggestivi che riecheggiano il mito greco della fuga dell’imprudente Fetonte con il carro del sole. Una bravata giovanile a cui Zeus pose fine provocando la caduta del figlio di Apollo nel fiume Eridano, il Po, e trasformando le sorelle piangenti in pioppi lungo i suoi argini. 

Troviamo quindi le valli da pesca, dove è possibile scoprire la maestria dei valligiani nel gestire i flussi instabili delle acque salmastre e gli allevamenti di pesce, percorrendo una delle vie ciclabili più affascinanti d’Europa: la Via delle Valli. E le lagune, con i loro “orti di mare” e le sacche. Tra queste, la più produttiva è la Sacca di Scardovari in cui si coltivano prelibate cozze, vongole e ostriche. Tra gli scanni – effimeri lembi di terra periodicamente sommersi dai flutti marini - il più suggestivo e romantico è certo Scano Boa, soprannominato “l’isola che non c’è” per il fascino selvaggio che continua ad attrarre registi e poeti. Un’escursione qui regala momenti unici e ricordi indelebili. 

La pesca è un’attività molto redditizia nel Delta, con origini e tradizioni antiche. In passato ha determinato la nascita di diverse attività artigianali, dando vita a veri e propri villaggi di pescatori, come il Borgo di Santa Maria in Punta, piccola frazione nel Comune di Ariano nel Polesine; oppure il Borgo di Porto Levante, a Porto Viro, da cui oggi ancor partono i pescherecci; o la cittadina di Loreo, antico porto fluviale d’età romana, poi divenuto importante snodo commerciale della Serenissima. Proprio qui nel Seicento fu deciso il Taglio di Porto Viro: una poderosa opera idraulica che modificò per sempre il corso del Po, deviando il fiume per proteggere la laguna di Venezia dai sempre più consistenti sedimenti fluviali che ne minacciavano l’inesorabile interramento. Il Portus Lauretis era uno snodo cruciale dei commerci veneziani. A sua testimonianza rimane oggi un ceppo in marmo, con incisa e ben leggibile la tabella degli importi dei pedaggi sui carichi di transito, nei pressi dell’antica conca di navigazione di Tornova.

Quanto alla flora del Delta, essa costituisce un raro esempio di commistione tra vegetazione di pianura, ambienti umidi e ambienti marini. Si alternano così paesaggi ricchi di vegetazione rigogliosa, con boschi e pinete, e altri spogli e bruciati dalla salsedine; quindi distese di pioppi, di canneti o di salicornia, che in autunno tinge di rosso intere lagune, fino a incontrare rare specie di orchidee. Diversi giardini spontanei popolano il Delta e il corso del Po ma il più importante e rappresentativo è certo il Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri, che permette di scoprire le evoluzioni e gli adattamenti della flora lungo la linea di costa. Inoltre si potrà ammirare, a Porto Viro, l’Oasi di Volta Grimana, nei pressi di un’antica conca di navigazione: vero paradiso per il birdwatching, attrezzato con numerose torrette d’avvistamento. L’Oasi di Ca’ Mello a Porto Tolle un tempo era il bacino di foce di un ramo scomparso del Po; oggi invece è una stazione di monitoraggio internazionale sull’avifauna. Più all’interno troviamo invece i Gorghi di Trecenta, alimentati da acque di risorgiva che la tradizione locale narra essere un castigo divino per punire gli abitanti malvagi di antiche città sommerse dalle alluvioni: di notte, se ne udirebbe ancora il suono delle campane.

Il Delta ha ispirato anche artisti e scrittori. Ben lo attestano i romantici versi dedicati alla donna amata dall’inglese Lord Byron, ospite della dimora storica Ca’ Zen a Taglio di Po, o quelli del premio nobel Eugenio Montale, rimasto affascinato dal panorama che si ammira dalla sommità del Faro di Punta Maistra. Lo scrittore Luigi Salvini fu invece rapito dal sogno bucolico della Tamisiana Repubblica di Bosgattìa, da lui fondata negli anni Quaranta del secolo scorso sull’Isola del Balutìn: lo stato “libero” dove si viveva principalmente con quanto offriva liberamente la natura e che arrivò persino a coniare moneta e francobolli per proclamare la propria indipendenza.

Una terra, il Delta, che dunque non esisterebbe senza il paziente intervento dell’uomo e delle opere di bonifica. Opere spesso iniziate in epoca medievale, grazie all’instancabile lavoro dei monaci benedettini. Ad esempio quelli dell’antico Borgo Fluviale di Badia Polesine, sorto su un territorio circondato da un reticolo di fossati, appositamente creato per consentirne l’accesso solo tramite tre ponti levatoi, vere e proprie porte d’ingresso al borgo. L’Abbazia di Pomposa, nel Comune di Codigoro (Ferrara), svetta lungo l’antica via Popillia con il suo elegante e artistico campanile, marcando un altro luogo cardinale delle bonifiche benedettine. Oltre alla fervida preghiera, qui si praticavano ricerche e studi tanto che questa abbazia è nota per avere messo a punto niente meno che la scrittura della musica basata su sette note, anziché sei. Le stesse note che compongono armoniose melodie oggi suonate dalle ocarine, piccoli strumenti in argilla fluviale plasmati dalle mani esperte della famiglia Fecchio, che gestisce il Laboratorio e Museo dell’Ocarina nella frazione di Grillara.

Infine non si possono dimenticare le idrovore: i guardiani di questa terra attraversata da acque sempre mutevoli. Prima fra tutte l’imponente Idrovora di Ca’ Vendramin, sede del Museo della Bonifica che con il suo enorme camino svetta incontrastato marcando l’orizzonte fra il ramo del Po di Goro e quello di Venezia. L’ottocentesca idrovora Amolara è invece sede del Museo Septem Maria: custodisce i manufatti storici che narrano il non sempre facile rapporto fra uomo e acqua, fonte di calamità oltre che preziosa risorsa. La Via delle Idrovore è una sorta di museo en plein air: un percorso che collega affascinanti edifici ormai dismessi, che un tempo accoglievano possenti macchinari per la trasformazione del territorio, con altri ancora funzionanti. A ricordo che qui, nel Delta, la terra è il frutto non solo della natura, ma anche della paziente opera dell’uomo.

Dossier

Dossier - ATLANTIS

Innovazione, sfide e opportunità per la rete museale patavina

“Il miraggio di un approdo, che ha attratto i primi naviganti dalla Magna Grecia (…) come nel caso del troiano Antenore, che pone fine alla sua odissea marina adocchiando ancora in mare aperto la rassicurante sagoma dei colli, punto di riferimento per la successiva risalita di uno dei rami del Medoacus” (il Brenta odierno). Oltre a essere testimonianza di un remoto passato degno d’elogio per il territorio padovano, questa citazione consente di sottolineare due parole chiave sui possibili scenari evolutivi del progetto Water Museum of Venice, offrendo l’occasione per riflettere sulle sfide che molti di questi siti hanno affrontato o devono fronteggiare. 

Partiamo dal primo verbo evidenziato, “attrarre” - dal latino attrahĕre: dunque attirare, tirare a sé. Un tempo il territorio patavino con i suoi ricchi corsi d’acqua ha attirato grandi personaggi che hanno fatto la storia, esplorando e abitando questi luoghi. E poi la parola “riferimento”. In un’epoca dove è sempre più fragile il rapporto tra uomo e natura, caratterizzata da una “crisi valoriale” centrata sul consumo fugace, la cultura e la conoscenza delle proprie radici diventano punto di riferimento irrinunciabile per la crescita della società civile. 

In relazione agli obiettivi di sostenibilità perseguiti dall’UNESCO, l’opportunità di poter visitare e scoprire i siti del nostro patrimonio storico di civiltà delle acque designa la conoscenza, in primis, come imprescindibile elemento educativo nella formazione delle nuove generazioni. Ma quale attrattività esprime oggi questo patrimonio territoriale “liquido”, con le sue storie e tradizioni? Quali innovazioni devono perseguire siti e musei - e quali sinergie è preferibile invece attivare in “rete”, onde riaffermarne l’importanza strategica per l’odierna società in termini di uno sviluppo più sostenibile? 

Oggi siamo attratti sempre più da ciò che è bello e coinvolgente: ciò che regala un’emozione o un’esperienza e lascia un segno nella nostra vita, dandone un senso e un’appartenenza identitaria. In questo contesto epocale è indispensabile dunque che i siti e i musei dell’acqua sviluppino nuove capacità attrattive per dialogare con le comunità locali sulle tradizioni e sui saperi legati alla gestione dell’acqua consolidando questo senso di appartenenza. Per poter attrarre anche i giovani. Conoscenze e luoghi che dunque devono tornare a essere riferimento: perché parlano del legame antropologico con il proprio territorio, con la storia e la conoscenza delle proprie radici, esaltando l’ingegno escogitato nei secoli per sopravvivere e integrarsi con la natura. 

Ma i tempi e i bisogni umani sono cambiati. Siamo tempestati continuamente da informazioni, siamo più selettivi, la velocità è aumentata, la capacità dell’attenzione diminuita, le aspettative sempre più alte. In questo contesto attrarre e trasferire senso e conoscenza diventa sempre più arduo. Per questo la necessità di innestare innovazione nei siti e nei musei dell’acqua, anche attraverso nuovi percorsi esperienziali e interattivi, diviene di fondamentale importanza. Sperimentare e toccare con mano il “cos’era e il com’è” per immaginare il futuro prossimo e il “come potrebbe essere”. Più sostenibile? E vicino ai bisogni della gente?

Coniugare discipline e competenze diverse attraverso nuove aree espositive, avvicinando le persone e i giovani con l’uso della tecnologia e dei social; diversificare con l’arte, il design, le musiche e i colori per rievocare con creatività le suggestive atmosfere del passato. Sono tutte tappe di un percorso che va costruito e monitorato anche in ottica di “rete”. Essere versatili nella funzionalità, offrendo spazi a usi differenti, organizzando eventi, laboratori e corsi, creando collaborazioni e sinergie con aziende, associazioni, istituti di ricerca, scuole e università. Ecco quanto è richiesto ai siti e ai musei dell’acqua di un territorio, per coniugare la propria mission con quella dell’UNESCO. 

Il valore aggiunto del Water Museum of Venice è certo offrire al visitatore un quadro unitario d’insieme dei diversi siti: da considerare non più come singole entità slegate tra loro ma connesse dalla cultura materiale, da elementi narrativi e storie d’acqua. In prospettiva di consolidare la rete. Solo così è possibile collegare attraverso un fil rouge di evidenze storiche diversi e suggestivi itinerari di visita, di modo che quando ne termina uno vi è sempre un “altrove” che invita ad avvicinarsi a scoprire un nuovo mondo d’acqua. Per questo essere in rete è cruciale al giorno d’oggi. È questo uno dei princìpi che ha ispirato il progetto di museo digitale e “diffuso” Water Museum of Venice, che illustra il divenire storico dei rapporti tra uomo e acqua. 

In questo contesto sono molti gli esempi da citare quali buone pratiche innovative realizzate da enti e istituzioni che gestiscono i siti aderenti al progetto. Di seguito si prenderà come riferimento l’ambito patavino, che è quello definito nella fase iniziale di progetto. Far conoscere a un vasto pubblico di tutte le età in che modo il patrimonio della biodiversità sia legato all’elemento liquido e al tema della sostenibilità è l’obiettivo dell’Orto Botanico dell’Università di Padova. Nel suo giardino della biodiversità vengono simulate in modo suggestivo le condizioni climatiche dei biomi più caratteristici del pianeta: in Asia, Oceania, America, Europa. In un’epoca di gravi e profonde perdite in termini di biodiversità, il pianeta viene raccontato in termini di sfide alla sopravvivenza grazie a pannelli informativi, tour virtuali, filmati ed exhibit interattivi. Oggi l’Orto registra circa 200mila visitatori all’anno e rappresenta, grazie al suo innovativo impianto espositivo, un connubio unico tra storia, modernità, scienza, natura e tecnologia. 

Nel segno dell’avita tradizione si muove invece l’Abbazia di Praglia. Questo complesso monastico ha saputo rinnovarsi nel tempo anche offrendo ai visitatori un’ampia gamma di prodotti naturali di qualità: dalle tisane alle erbe aromatiche, dalle creme ai saponi, dagli olii ai prodotti alimentari. La recente inaugurazione del giardino dei semplici, in prossimità delle storiche peschiere abbaziali, attesta l’agognato recupero della secolare tradizione di coltivazione delle piante aromatiche. 

Un esempio lungimirante di conservazione e valorizzazione delle zone termali è il Giardino Monumentale di Villa Barbarigo, concepito a Valsanzibio in epoca barocca e conosciuto anche come la “Piccola Versailles”. Con il suo suggestivo labirinto protetto da due ettari di alberi secolari, perfettamente conservati, è tra i pochi giardini veneziani rimasti praticamente integri nei secoli. Ideato dall’architetto Luigi Bernini si propone come esempio di sostenibilità ante litteram, grazie al riciclo continuo dell’acqua usata per alimentare eleganti fontane, tra statue allegoriche e scherzi acquatici. La svolta gestionale nel 2014. La famiglia che ne è proprietaria dal 1929 decide di puntare su elevati standard internazionali di qualità e sull’ecosostenibilità. Nell’ambito delle vie cicloturistiche diventa punto di ricarica per le e-bike. Guide in cinque lingue e un efficace lavoro sui social la fanno diventare in poco tempo un modello unico nel suo genere, ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. 

Sempre alle pendici dei Colli Euganei, non meno innovativo ed esemplare è il percorso evolutivo dell’antica dimora del Castello del Catajo. Con la sua maestosa architettura, si è trasformato in pochi anni da luogo emblematico dell’abbandono a modello di ripristino e valorizzazione. Dopo la vendita, un investimento privato gli ha dato nuova vita, sì da scongiurare per sempre - o almeno così si spera - la minaccia di un deprimente centro commerciale a ridosso delle sue nobili architetture. Grazie anche a un efficace lavoro sui social, nel 2017 è stata la dimora storica privata più visitata del nordest, con quasi 42mila visitatori. Le diverse iniziative di successo che organizza – in primis quella sui vini “vulcanici” - sono il frutto di un intenso lavoro di progettazione, che lo distingue per la capacità di attrarre anche un pubblico giovane. 

In prossimità del fiume Brenta la splendida Villa Contarini a Piazzola sul Brenta, di proprietà della Regione Veneto, si concede con i suoi specchi d’acqua e i suoi giardini a molteplici usi culturali e ricreativi. Oggi è animata da un ricco programma d’iniziative. Dal percorso didattico “ragazzi in villa”, per avvicinare i più giovani e le famiglie tramite arte, cinema e concerti, agli eventi congressuali e meeting aziendali. Dal 2013 ad oggi ha visto un incremento di oltre 10mila visitatori arrivando nel 2017 a superare i 30mila visitatori paganti. Fra le più recenti iniziative si ricorda la mostra fotografica “Paesaggi d’Acqua nel Veneto”. Difficilmente si sarebbe potuto trovare un contesto espositivo più idoneo, dove l’elemento liquido si fonde con paesaggio, natura e architetture di palladiana memoria. 

Un paradigmatico lavoro di rilancio è stato fatto negli ultimi anni dal Museo della Navigazione Fluviale di Battaglia Terme, grazie all’ associazione che lo gestisce, TVB - Traditional Venetian Boats. Chiamato anche il museo dei barcari, è un sito unico nel suo genere che celebra l’epopea dei marinai d’acqua dolce e la tradizione oggi sconosciuta delle antiche pratiche nautiche fluviali. Un sito web ridisegnato, una sinergica collaborazione con le comunità locali, una ricca programmazione di eventi all’insegna dei bambini con attività ludiche e ricreative fanno di questo piccolo museo civico un modello emblematico di rilancio. Mantenere vive e vitali le annesse vie d’acqua navigabili d’origine medievale, ripristinandole nei loro valori estetici e di biodiversità, è invece l’impegno della Remada a seconda: storica manifestazione che da oltre 40 anni è in prima linea per stimolare e condividere uno sviluppo più sostenibile, indissolubilmente legato alla qualità dei nostri corsi d’acqua. E che dire del tenace impegno delle associazioni remiere e degli operatori commerciali di navigazione che negli ultimi anni ha contribuito a cambiare radicalmente la percezione delle antiche vie navigabili della Serenissima, oggi forse non più abbandonate all’oblio dalle istituzioni?

Altro pregevole esempio è costituito dal Museo della Centuriazione Romana di Borgoricco: l’innovativo complesso architettonico, di recente costruzione, fonde nei suoi spazi i concetti di comunità e memoria collettiva. Un tour virtuale nell’epoca delle centuriazioni romane è reso possibile grazie a innovativi approcci espositivi e a un’App che supporta ricostruzioni in 3D e visite interattive con audio- e videoguide. 

Esemplari azioni innovative, in termini di sviluppo sostenibile, sono infine testimoniate dalle quattro buone pratiche contemporanee di gestione dell’acqua censite all’interno della rete patavina. L’Oasi di Ca’ di Mezzo, a Codevigo, è un depuratore naturale delle acque inquinate del fiume Bacchiglione, opera dell’omonimo Consorzio di bonifica, che si conferma come valida alternativa ai ben più costosi (e talora meno efficienti) depuratori artificiali. Il Bacino di Isola Mantegna è un caso esemplare di rigenerazione ecosistemica e di creazione di un percorso naturalistico per attività ricreative e didattiche all’insegna di uno sviluppo più sostenibile. Il Bosco Limite a Carmignano di Brenta è un progetto all’avanguardia volto a ricreare una foresta planiziale ricaricando, al contempo, le falde acquifere: azione non banale, in un contesto di crescente scarsità globale. La Golena Draganziolo, realizzata sull’omonimo rio, è un progetto di riqualificazione fluviale teso a depurare le acque dai carichi inquinanti ma anche a prevenire allagamenti ed esondazioni. Restituendo alle comunità locali preziosi spazi verdi per le attività ricreative. È una buona pratica di riferimento, realizzata dal pluripremiato Consorzio Acque Risorgive, in quanto tipo di riqualificazione facilmente replicabile in ogni corso d’acqua e su larga scala. Non è forse proprio da qui che bisogna ripartire per promuovere uno sviluppo più sostenibile?

Sono solo alcuni esempi di quanto si può scoprire di nuovo e stimolante nei siti dalla rete patavina. Ben più numerose sono ovviamente le attività organizzate dalle istituzioni che li gestiscono, suggerendo come oggi sia necessario muoversi in un’ottica collaborativa, al passo con i tempi e per rispondere ai nuovi bi-sogni di cittadini e visitatori. 

Le vie del “navigare” alla scoperta dei diversi patrimoni idraulici fanno intravedere molteplici rotte possibili per raggiungere tali destinazioni. Per attrarre e tornare a essere, come un tempo, punto di riferimento. Specialmente per le nuove generazioni che dovranno tutelare, preservare e valorizzare ulteriormente i patrimoni ereditati. 

 

Dossier

Dossier - ATLANTIS

I numeri della nostra acqua

L’acqua, un bene sempre più prezioso che trascuriamo. Un bene di cui non sappiamo cogliere il valore insetimabile. Il nostro Oro Blu che lasciamo scorrere senza interessarci di quanto sia importante.

Se vedessimo rotolare per le strade pietre preziose, ci affretteremmo a raccoglierle, metterle da parte, tesaurizzarle. E invece. Con le pietre non si ha la vita, con l’acqua viviamo.

Quanta ne usiamo e quanta ne buttiamo qui in Italia. I numeri, e gli sprechi, sono impressionanti. 

I dati Istat colmano questa informazione con valori che dovrebbero preoccuparci soprattutto alla luce di quanto avvenuto nel 2017, l’anno della crisi idrica, che ha colpito anche il nostro territorio, la peggiore degli ultimi anni. Una crisi che ha risucchiato i quattro principali bacini idrografici italiani dei fiumi Po, Adige, Arno e Tevere asciugandoli di ben il 39,6% rispetto alla media del trentennio 1981-2010. Fiumi ricchi di acqua, in grado di garantire flora e fauna e che si sono ritrovati nel secondo semestre del 2017 in uno stato sempre “estremamente secco”. Una carenza di acqua che non è facile da recuperare. 

Ma sicuramente noi italiani non eccelliamo nell’uso di acqua. Preleviamo per uso potabile ben 156 metri cubi di acqua per abitante, più di tutti i Paesi dell’Unione europea a 28. E certo non perché ne beviamo di più, ma semplicemente perché non la gestiamo in modo corretto. In totale si arriva ad un prelievo di 9,49 miliardi di metri cubi (2015, anno di riferimento dell’Ultimo Censimento delle acque).

Si avvicinano ai nostri valori soltanto l’Irlanda che usa 135 metri cubi di acqua per abitante e la Grecia con 131 metri cubi. E pensare che invece Malta preleva per uso potabile soltanto 31 metri cubi pro capite (cosa fanno? non bevono?).

Eppure problemi per le acque permangono in molti Stati dell’Ue e, secondo quanto emerge dal rapporto dell’AEA «Acque europee - valutazione della situazione e delle pressioni 2018», nonostante gli  sforzi notevoli per migliorare la qualità delle acque, trattamento delle acque reflue, riduzione del deflusso di inquinanti dai terreni agricoli, misure per consentire ai pesci migratori il superamento delle barriere, ripristino di ecosistemi acquatici degradati, ecc., le falde acquifere  godono di buona salute, ma solo il 40 % di laghi, fiumi, acque costiere ed estuari ha raggiunto almeno lo stato ecologico «buono» o «elevato» della direttiva quadro dell’UE sulle acque (periodo di monitoraggio 2010-2015).

Tornando ai problemi italiani, infrastrutture con scarsa manutenzione e inefficienti sono all’origine di gran parte delle perdite di acqua della rete idrica. Le perdite sono rappresentate dalla differenza tra l’acqua immessa nella rete e quella  erogata alla popolazione per i diversi usi. 

Così scopriamo che la quota di acqua immessa nella rete ma che non arriva agli utenti finali, raggiunge il valore di circa il 41,4% del totale nazionale, quasi 3,45 miliardi di metri cubi che vengono dispersi (anno 2015), un valore enorme. 

Di tutte queste perdite, quelle che come detto sono dovute al cattivo stato della rete, quindi corrosione, deterioramento, rotture delle tubazioni o giunzioni difettose, inefficienze, risultano pari al 38,3%, mentre le perdite idriche definite come “apparenti”, riconducibili ai consumi non autorizzati ed errori di misura, sono il 3,1% dell’acqua immessa in rete. Qui entra direttamente in gioco la questione di una governance inadeguata del sistema idrico che non fa i necessari investimenti e non realizza un’adeguata modernizzazione della rete idrica. Fra i comuni capoluogho di provincia si va da valori assurdi di perdite del 75,4% di Frosinone al valore minimo di Macerata con perdite inferiori al 10% (2015).

E veniamo ad un’ultima informazione: la depurazione delle acque reflue urbane. 

Il 95,7% dei comuni italiani (7.705 nel 2015) si avvale del servizio di depurazione, ma ancora in 342 comuni, in cui risiede circa 1 milione 400 mila abitanti, in prevalenza nel Mezzogiorno, è totalmente assente il servizio di depurazione delle acque reflue urbane e tutto è ancora da fare: strutture, organizzazione, ecc.

Insomma in questo contesto non proprio entusiasmante non ci resta che farci un bel bagno a mare approfittando della qualità eccellente di gran parte delle nostre acque balneabili (94%) in continuo miglioramento. 

 

Ricorrenza in nove

Ricorrenza in nove - ATLANTIS

La morte di Pericle 429 a.C.

L’Epitaffio di Pericle

“Amiamo il bello, ma con compostezza, e coltiviamo il sapere, ma senza debolezza; della ricchezza ci serviamo più per opportunità di azione che per vanto di discorsi; la povertà poi non è cosa vergognosa per alcuno ad ammettersi, mentre è cosa più vergognosa non evitarla nei fatti.

 

In noi stessi è innata la cura degli affari privati e al tempo stesso di quelli pubblici, ed anche se siamo rivolti ad altre attività, abbiamo una conoscenza non certo manchevole degli interessi pubblici; infatti noi soli consideriamo chi non si interessa di tali problemi non già ozioso, ma inutile, e noi stessi o giudichiamo almeno o ponderiamo convenientemente le varie questioni, non ritenendo che i discorsi siano un danno per le azioni, ma piuttosto il non esserne informati con la discussione prima di andare di fatto incontro a ciò che bisogna; poiché anche in questo noi ci comportiamo diversamente: siamo gli stessi assolutamente e nell’osare e nel ponderare quello che ci accingeremo a compiere; mentre in questo per gli altri l’ignoranza comporta temerarietà e la riflessione incertezza”. . (Tucidide)

 

L’Atene di Pericle

Pericle a capo del partito democratico ateniese diresse la vita della città per trenta anni, trasformandola nella maggiore potenza dell’Antica Grecia.

 

Egli pur venendo da una delle famigli più ricche e nobili, operò per rafforzare la componente popolare (demos) , infatti, trasferì tutti poteri alla Bulè (consiglio di 500 uomini: 50 di ognuna delle 10 tribù fondate da Clistene)e l’ Areopago (consiglio di tutti gli ex arconti) si ridusse a giudicare solo i crimini più gravi come i delitti  di sangue. 

Inoltre introdusse un’indennità per chiunque partecipasse al tribunale o all’assemblea come giudice.

 

Pericle era un uomo di vasta cultura e favorì lo sviluppo delle arti r delle scienze. Molti intellettuali divennero suoi amici e iniziarono a riunirsi in un circolo animato dalla sua compagna Anaspasia. 

Egli promosse la costruzione di splendidi edifici monumentali che avrebbero trasformato Atene in un museo. Pericle fece edificare l’acropoli distrutta dai persiani, perché simbolo delle istituzioni sia politiche sia religiose ateniesi , e per dimostrare la grandezza e la potenza della città fece erigere il Partenone in onore di Athena Partenone . 

Svuotando però le casse della Polis, l’unico modo per trovare altro denaro era conquistare nuove città e obbligarle a versare dei tributi ad Atene. 

 

Malattie nel Mondo: Legionellosi

Malattie nel Mondo: Legionellosi - ATLANTIS

Legionellosi

La Legionellosi è un’infezione polmonare causata da un batterio ubiquitario che si diffonde attraverso le condotte cittadine e gli impianti idrici degli edifici

 

La Legionellosi, detta anche Malattia dei legionari, è un’infezione polmonare causata dal batterio Legionella pneumophila. 

È stata identificata per la prima volta nel 1976, a seguito di una grave epidemia (221 persone contrassero questa forma di polmonite precedentemente non conosciuta e 34 furono i decessi) avvenuta in un gruppo di ex combattenti dell’American Legion (da qui il nome della malattia), che avevano partecipato ad una conferenza in un Hotel di Philadelphia, negli Stati Uniti. La fonte di contaminazione batterica fu identificata nel sistema di aria condizionata dell’albergo.

La legionella è un batterio presente negli ambienti naturali e artificiali: acque sorgive, comprese quelle termali, fiumi, laghi, fanghi, ecc. Da questi ambienti essa raggiunge quelli artificiali come condotte cittadine e impianti idrici degli edifici, quali serbatoi, tubature, fontane e piscine, che possono agire come amplificatori e disseminatori del microrganismo, creando una potenziale situazione di rischio per la salute umana.

Essendo il microrganismo ubiquitario, la malattia può manifestarsi con epidemie dovute ad un’unica fonte, con limitata esposizione nel tempo e nello spazio all’agente eziologico, oppure con una serie di casi indipendenti in un’area ad alta endemia o con casi sporadici senza un evidente raggruppamento temporale o geografico.

Focolai epidemici si sono ripetutamente verificati in ambienti collettivi a residenza temporanea, come ospedali o alberghi, navi da crociera, esposizioni commerciali ecc. I casi di polmonite da Legionella di origine comunitaria si manifestano prevalentemente nei mesi estivo-autunnali, mentre quelli di origine nosocomiale non presentano una particolare stagionalità.

 

Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi

Approvato in Conferenza Stato-Regioni, nella seduta del 7 maggio 2015, il documento intende riunire, aggiornare e integrare tutte le indicazioni riportate nelle precedenti linee guida nazionali e normative: ‘Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi’, pubblicate in G.U. del 5 maggio 2000; “Linee guida recanti indicazioni sulla legionellosi per i gestori di strutture turistico-recettive e termali” e  “Linee guida recanti indicazioni ai laboratori con attività di diagnosi microbiologica e controllo ambientale della legionellosi” (G.U. n 28 del 4 Febbraio 2005 e G.U. n 29 del 5 Febbraio 2005).

Le linee guida sono state  aggiornate alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, con l’ausilio tecnico-scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità e di figure istituzionali esperte del settore. 

A cura di Ministero della Salute

Filitalia International

Filitalia International - ATLANTIS

Paesi di Calabria, 

culture dell’abitare di ieri e di oggi

La mostra temporanea “Paesi di Calabria, culture dell’abitare di ieri e di oggi”, presentata dalle organizzazioni Club Sannicolese, Comunità di Filogaso e Mammola Social Club di Toronto, Ontario - Canada, è un progetto promosso dalla Regione Calabria attraverso il Decreto Regionale 54/2012 e il piano di intervento annuale, volto a migliorare e promuovere la regione in tutto il mondo.

Questa iniziativa comprende tre tappe internazionali situate in tre diversi paesi: Canada, Stati Uniti d’America e Cuba. Il progetto è ideato da Maria Loscrì, Presidente di Vibo Valentia Unesco Club e Medexperience, e sarà realizzato da Rosario Chimirri, Professore di Storia dell’Architettura presso la DINCI, Università della Calabria, con il coordinamento di Nicola Pirone, Direttore di “Calabresi Nel Mondo” WebTv - www.kalabriatv.it.

Questi tre eventi saranno realizzati con la collaborazione di Associazione MedExperience, Unesco Club, Filitalia International Chapter di Vibo Valentia e KalabriaTV. Questa non è una scelta casuale, dato che Toronto è la terra dell’immigrazione calabrese, così come il sito di tre organizzazioni partner, e Filadelfia è la sede di Filitalia International, un’organizzazione no profit fondata dal dott. Pasquale Nestico, noto cardiologo di origine calabrese Inoltre, L’Avana è legata alla Calabria attraverso una particolare devozione a San Francesco di Paola, patrono della Calabria. Per questo motivo, la mostra di L’Avana sarà dedicata a questa figura di spicco e al cinquecentesimo anniversario della fondazione capitale.

Riguardo all’evento: La mostra temporanea, realizzata attraverso pannelli multimediali e autoportanti, include due volumi “Paesi di Calabria - Insediamenti e culture abitate”, edito nel 2017. Sarà mostrata un’interpretazione dei tipici insediamenti calabresi con una prospettiva multidisciplinare, seguendo l’evoluzione culturale, storica e architettonica, dal Medioevo ai tempi moderni, con una visione più profonda dei diversi modi di concepire luoghi legati allo stile di vita.

Lo scopo è quello di migliorare la conoscenza e l’apprezzamento di splendidi paesaggi e monumenti in Calabria, portando non un semplice contenitore di capolavori ma un capolavoro stesso. Trattandosi di una mostra sui villaggi storici, argomento di grande attualità, riteniamo che questo evento sia rilevante, potente ed entusiasmante poiché il contenuto include un gran numero di aree residenziali in Calabria. In particolare, vedendo diversi tipi di vicoli, strade, cortile, potremo mettere in scena il ricordo dei nostri ospiti e coinvolgerli con la loro origine lontana.

 

Date e luoghi dell’esposizione:

TORONTO, ONTARIO - CANADA

Columbus Center

901 Lawrence Ave West

Martedì 13 febbraio, dalle 17:00 alle 19:00

Mercoledì 14 febbraio 09:00 - 20:00

Club Sannicolese

180 Winges Rd, Vaughan, ON

Venerdì 17:00 - 20:00

 

FILADELFIA, PENNSYLVANIA - USA

Storia del Museo italiano dell’immigrazione

1834 East Passyunk Avenue

Domenica 17 febbraio, 16:30 - 17:30 (apertura)

Lunedì 18 febbraio, 9:30 - 18:00

Martedì 19 febbraio, 9:30 - 18:00

 

L’AVANA - CUBA

Istituto di Cultura Italiana “Dante Alighieri”

Callejón de Jústiz # 21 - Città Vecchia, L’Avana

Venerdì 23 febbraio, 18:00 - 20:00

Sabato 24 febbraio, 9:00 - 18:00

Report Difesa

Report Difesa - ATLANTIS

Perché la Turchia difende Al Qaeda?

 L’intervento della Turchia nel Nord della Siria è sempre stato sostenuto dal vertice turco come difesa dei confini contro la minaccia terroristica curda.

Invece i fatti dimostrano, al momento, che si tratta di una invasione della Siria e di uno spostamento di etnie al fine di favorire la sicurezza dei confini turchi. 

Infatti, sotto la veste di lotta al terrorismo, è stato giustificato l’intervento nella regione di Afrin che ha comportato la capitolazione delle forze curde di YPG e YPJ presenti ed un esodo di circa centomila persone della stessa etnia verso dei campi profughi nell’area di Aleppo, sotto un vago controllo governativo siriano. 

Nell’invasione della regione di Afrin, le principali forze schierate contro i curdi erano quelle regolari turche che hanno supportato, per il lavoro “sporco”, quelle delle FSA (Free Syrian Army), le milizie legate ad al Qaeda (HTS – Hayat Tahrir al Sham) ed ulteriori gruppi armati sunniti. Nell’operazione, denominata “Olive Branch” (ramoscello d’ulivo), queste forze erano state schierate in territorio turco, lungo l’asse Kirikhan e Akbez, e da lì sono entrate nel territorio curdo con direzione Afrin, milizie ben equipaggiate e con palese dimostrazione del supporto tecnico, finanziario e logistico fornito da Ankara.

Da fonti locali e fonti ufficiali turche, la maggior parte delle famiglie curde presenti sono state rimpiazzate da quelle di religione sunnita; oltre 162.000 siriani sono arrivati sia dai vari campi profughi presenti in Turchia che da veri e propri spostamenti etnici come quelli delle aree di Ghouta e Douma. 

Ma il solo controllo dell’area di Afrin, spogliata dalla presenza curda, non è ancora sufficiente per eliminare quella minaccia che i turchi continuano a considerare: cioè la continua presenza delle ben addestrate milizie curde ai loro confini meridionali. 

Per il raggiungimento di questo obiettivo Ankara pone in secondo piano ogni altro aspetto e considerazione di minaccia; fornisce il supporto quotidiano alle milizie, almeno una parte delle quali si riconoscono sotto la bandiera di al Qaeda, esaltate dall’alleanza turca ma destabilizzanti e inaffidabili per il loro credo e per gli obiettivi territoriali e fondamentalisti che si prefiggono. 

Con le recenti dichiarazioni del Presidente Trump sul ritiro delle forze USA dalla Siria, il governo di Ankara ha sicuramente visto la possibilità di porre in essere i più volte paventati piani per la conquista dei territori settentrionali della Siria, lungo la direttrice Manbij, Ain Issa e Al Hasakah, e la cacciata definitiva delle forze curde dai confini turchi. 

Ankara non ha mai nascosto le mire di volere un territorio-cuscinetto al confine meridionale profondo almeno una quarantina di chilometri, retto da milizie fedeli e da una popolazione pro turca che possa un domani essere eventualmente annessa. 

Per una immediata azione al pensiero del Presidente Trump, le Forze Armate turche hanno ammassato nell’area di Gaziantep numerose unità meccanizzate e corazzate, di provenienza anche dalle forze schierate nella Turchia europea. 

Parimenti, anche le forze ribelli hanno ammassato in area Qabasin, (area sotto controllo turco nel dispositivo Euphrates Shield) e Kobane numerose unità legate al Free Syrian Army, gruppi armati dai nomi che incutono timore e minaccia, ma che in realtà sono solo un insieme di raggruppamenti più o meno numerosi di milizie dotate di mezzi leggeri per il movimento e di armi pesante montate. 

In particolare sono state schierate le unità come: la 1^ Legion, 3^ Legion, Samarkan Brigade, al-Hamza Brigade, Ahrar al- Shariqiya, 9^ Brigade, al-Rahamn Corps, 13^ Division, 132^ Brigade, Muntasir Billah Brigade, Sullyman Shah Brigade, Fatih Sultan Mohmet, Jaysh al Sharqiyah, ed altre minori. 

Molti di essi hanno ricevuto, mediante numerosi convogli ferroviari, nuovi mezzi come SUV, pick-up dotati di cannoni binati, equipaggiamento, supporto logistico ed anche armi pesanti.  

Di contro, lo spostamento di numerosi miliziani legati a FSA ha lasciato alquanto sguarnito l’area di Idlib, in mano alle forze alqaediste di HTS.

L’area di Idlib è una zona ove convivono le forze FSA e HTS, con i confini garantiti da vere e proprie FOB (Foward Operational Base) di forze regolari turche che si fronteggiano contro parimenti FOB russe ed iraniane, poste in territorio controllato dalle forze governative di Assad.

Quindi la sicurezza delle forze ribelli è, di fatto, garantita dall’apparato governativo turco così come di quelle siriane filo-governative lo sono dagli apparati russo e iraniano.

Nello scorso settembre, quando veniva paventata un’azione governativa siriana per la conquista di Idlib, Putin e Erdogan ebbero un meeting in Sochi per stabilire le condizioni per evitare un bagno di sangue. Una delle condizioni era la creazione di una buffer zone di 15-20 km tra le forze ribelli e quelle governative, ove era vietata la presenza di armi pesanti e di forze estremiste (proprio ad esempio HTS).

Condizioni che la Turchia non è mai riuscita ad assicurare o per mancanza di volontà o per incapacità di imporsi sulle forze islamiche estremiste.

Per evidenziare la totale non affidabilità delle forze ribelli vanno sottolineate le recenti azioni delle milizie di al Qaeda di HTS che, a seguito del succitato spostamento delle unità del FSA, hanno condotto azioni per avere il controllo dell’area di Idlib.

In particolare HTS ha rafforzato la sua presenza prendendo il controllo di numerose località, considerate strategiche nella regione di Idlib.

HTS ha colpito con forza un altro gruppo/coalizione di ribelli, il NFL (National Front for Liberation), formato da oltre 10 fazioni e da forze di altri gruppi forse jihadisti, tra cui Nur al-Din al-Zanki (o Zenki) e Ahrar al-Sham, riducendogli il controllo sul territorio (specie nella regione di Hama) e facendoli capitolare in numerosi villaggi. Il NFL è una formazione che si avvale del supporto diretto da parte dell’apparato governativo e difensivo turco.

HTS ha ora un considerevole controllo della regione di Idlib, tale da poter influire sulle decisioni del Governo di Salvezza che amministra l’area.

Infatti, con la conquista di dozzine di villaggi, ora si valuta che HTS abbia il controllo di oltre l’80% della regione di Idlib, tale da essere l’ago della bilancia nelle decisioni governative.

Di recente HTS ha di fatto sciolto la polizia locale, istituita dal vecchio apparato governativo Governo Siriano ad Interim, costituito a Gaziantep (Turchia) nel 2012. La polizia è stata sostituita dalle milizie armate di HTS.

Inoltre, sempre nella regione di Idlib, sono sorti altri gruppi legati ad HTS ed al Qaeda, in particolare i “Guardiani della Religione”, gruppo che impone le legge coranica della sharia ed incita i “credenti” a combattere.

In sintesi, le milizie ben organizzate di HTS hanno ormai preso il controllo dell’area di Idlib, area garantita dall’apparto governativo turco.

HTS è guidato da Abu Muhammad al-Juliani (anche al-Jawlani), il primo ed unico emiro di al-Nusrah (con una taglia di 10 mln di dollari), che ha giurato fedeltà ad al Qaeda nel 2016. Al-Nusrah cambiò nome in Jabhat Fath al-Sham e, con altri gruppi, formò HTS agli inizi del 2017.

HTS è nelle liste dei gruppi terroristi sia dal Dipartimento di Stato USA che dalla Turchia che dalla Russia. 

HTS ha dimostrato il proprio credo integralista islamico e destabilizzante nella regione siriana di Idlib, un credo che non potrà mai portare a colloqui di pace per il consolidamento della Siria.

La Turchia è la nazione che ha il potere di incidere sulle decisioni della regione di idlib, in quanto sta agendo in essa come protettorato e come garante.

La questione è capire fino a quando Ankara potrà sopportare questo rapporto ambiguo con le milizie sunnite fedeli e quelle integraliste opportuniste. Fino a quando la Turchia potrà “non vedere” quello che accade alla popolazione di Idlib, sottomessa alla sharia, fino a quando “deve” provvedere al supporto logistico e finanziario delle milizie locali che inevitabilmente si rifanno ad al Queda e fino a quando potrà difendere l’indifendibile credo terroristico di HTS.

Solo la Turchia, stato membro della NATO, dotato di principi democratici, potrà uscire da quel fango che è il supporto diretto ed indiretto di al Qaeda, organizzazione terroristica internazionale che ha le mani sporche di sangue innocente e minaccia sia l’occidente che la stessa Turchia.

E non vi è rimasto molto tempo, dopodiché anche Ankara dovrà sottomettersi alle milizie di al Qaeda o combatterle in un bagno di sangue. 

Gen. B (aus) EI

 

Report Difesa

Report Difesa - ATLANTIS

Israele e Iran, una sfida che dura da decenni il premier  Netanyahu alla prova del voto di aprile.

Sono cinque i punti cardine emersi, oggi pomeriggio a Roma nel corso della presentazione del dossier di Rebecca Mieli, giovane analista geopolitica e firma anche di Report Difesa, sulla sfida con l’Iran, vista da Israele, pubblicato dal Centro di Studi Politici e Strategici Machiavelli.

L’analista ha evidenziato come la storica rivalità tra Iran e Israele si sia intensificata a seguito delle attività logistiche e della crescente influenza di Teheran in Siria. Ha anche registrato la forte preoccupazione del Governo Netanyahu sul programma nucleare iraniano. “I dirigenti israeliani - spiega la ricercatrice - hanno chiarito che Gerusalemme non permetterà all’Iran di costituire roccaforti militari nei pressi del Golan. Per scongiurare uno scontro diretto, Israele ha rafforzato il dialogo con i principali attori della regione (Giordania ed Egitto) e con i Paesi del Golfo, che condividono le sue preoccupazioni circa le aspirazioni egemoniche dell’Iran”.

Ci sono poi le relazioni tra Israele e l’amministrazione Trump che si sono rafforzate ulteriormente a seguito dell’uscita di Washington dal Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo sul nucleare iraniano a cui Gerusalemme si è opposta sin dall’inizio. Ma anche con la decisione del Presidente americano di aprire una sede dell’Ambasciata Usa, a Gerusalemme.

Per quanto riguarda un’altra potenza che opera nell’area, la Russia, il Governo israeliano considera la politica del Presidente Vladimir Putin “capace di dialogare e negoziare con l’Iran. Di conseguenza lo Stato ebraico si è appellato a Mosca per promuovere un’opzione diplomatica, laddove l’ipotesi di scontro armato appare sempre più concreta”.

La chiara e dettagliata ricerca di Rebecca Mieli parte da molto lontano. Nel passato tra l’Iran ed Israele c’erano buoni rapporti, ricorda la Mieli. Il Paese era uno dei tre pilastri della “Dottrina Periferica” di David Ben Gurion che poi Israele abbandonò con fatica solo numerosi anni dopo la Rivoluzione del 1979. 

“Nonostante la dichiarata ostilità della nuova Repubblica verso Gerusalemme – evidenzia la Mieli – nonché la ferma contrarietà alla sua stessa esistenza, l’idea che Israele dovesse controbilanciare la presenza dei vicini Stati nemici stringendo alleanze con le potenze non arabe del Medio Oriente quali Iran, Etiopia e Turchia, ebbe la meglio sulla rivalità ideologica che divideva Teheran e Gerusalemme”.

In occasione del sanguinoso conflitto che vide di fronte Iran ed Iraq (1980-1988), Gerusalemme anche con aiuti militari diretti. Sono, infatti, gli israeliani che distruggono la centrale nucleare irachena di Osirak.

Ma quando in Iran cominciano a prendere piede le correnti di radicalismo islamico e nascono gruppi paramilitari pronti a destabilizzare gli Stati arabi si sviluppa un dialogo tra i moderati in seno a questi ultimi ed Israele.

Nascono così relazioni stabili con Egitto e Giordania e si apre un dialogo con alcune nazioni del Golfo (in particolar modo l’Arabia Saudita). Tutte sono unite, sostiene la Mieli “dall’inflessibile retorica anti-israeliana ed anti-semita di Teheran” che di fatto fanno crollare la Dottrina Periferica.

Il pensiero khomenista si sviluppa fuori e dentro il Paese. Principale obiettivo: eliminare Israele. Perché? Risposta della ricercatrice: “La Rivoluzione Islamica in Iran è stata concepita per trasformare il Paese nel capofila dell’intero mondo musulmano. A tale scopo, la bandiera della battaglia di Teheran contro l’oppressione passa, inevitabilmente, per l’appoggio alla causa palestinese”.

Vista la situazione con gli occhi di Israele, Gerusalemme considera doveroso che la comunità internazionale riconsideri il Joint Comprehensive Plan Of Action e che negozi una soluzione differente basata su presupposti differenti. Per Israele dovrebbe essere prevista l’ispezione dei siti militari (oggi sottoposta all’approvazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano) come richiesto anche dall’ambasciatrice americana presso l’ONU, Nikki Haley.

Ed eccoci arrivati a parlare di una grande potenza nell’area, la Russia. Come potrebbe essere utile Mosca a Gerusalemme? Le buone relazioni tra i due Paesi, sostiene la Mieli, potrebbero essere “la chiave per convincere Teheran e Damasco a valutare alcune soluzioni che permetterebbero una maggiore sicurezza regionale, tra cui la proposta di una zona demilitarizzata larga 40 chilometri al confine con Israele”.

La presenza russa in Siria è considerata “un’arma a doppio taglio per Israele, perché Hezbollah potrebbe rafforzare la propria capacità bellica attraverso armi e logistica come i missili terra-aria P-800 ed i missili cruise Yakhont”.

Nonostante la storica rivalità tra Israele e Siria, Gerusalemme non promuoverà e si augura non lo facciano neppure le Nazioni occidentali, la fine del regime di Assad. Una situazione che comporterebbe di certo “un acutizzarsi dell’instabilità nonché il proliferare di gruppi jihadisti”.

E per quanto riguarda il Libano, la prospettiva di un Paese controllato da milizie filo-iraniane presso la zona di confine spaventa Israele. Le Forze Armate osservano le alture del Golan come il confine ultimo che “separa la Rivoluzione islamica dal principale alleato occidentale in Medio Oriente. Israele si aspetta quindi, ragionevolmente, che oltre alle critiche mosse contro gli attacchi siro-iraniani”.

Quale potrà essere il futuro dell’area medio orientale? Secondo la Mieli va diminuita la tensione tra le due nazioni e va accelerato il processo di stabilizzazione dell’area siriana. Come? Utilizzando la diplomazia internazionale con un diretto intervento delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, nonché dei vari Stati membri. I quali non devono accettare, prosegue la ricercatrice , “passivamente non solo la proiezione egemonica e l’espansionismo che l’Iran porta avanti, ma anche il sostegno iraniano a organizzazioni terroristiche ed il possibile raggiungimento di una seppur minima capacità nucleare che metterebbe definitivamente a rischio la regione”.

Intanto, il 9 aprile si terranno le elezioni legislative anticipate per la Knesset. Il capo del Governo Bibi Netanyahu intende, chiaramente, rimanere al poter anche per finire una serie di attività di politica interna ed estera. 

Ma come si è arrivati a questa data? Tutto parte quando l’ex ministro della Difesa, Avigdor Lieberman aveva proposto un disegno di legge, sostenuto dai partiti ultra-ortodossi, che avrebbe permesso agli studenti della Torah di essere esonerati di fare il servizio di leva nell’Israel Defence Force (IDF).

I partiti di Meretz (espressione della sinistra) e Yesh Atid (di natura centrista e laica) hanno presentato una proposta, il 12 marzo dello scorso anno, per chiedere lo scioglimento del Parlamento.

La continua lotta con i partiti ultraortodossi sempre sulla questione del servizio militare ha portato alla crisi di Governo. 

 

 

 

Report Difesa

Report Difesa - ATLANTIS

Sicurezza 

internazionale prevenzione della radicalizzazione terroristica carceraria: prospettive europee e nazionali.

La radicalizzazione terroristica di matrice islamica e il proselitismo sono fenomeni strettamente connessi che si alimentano grazie a una intensa attività di reclutamento in ambito carcerario, oltre che attraverso i canali segreti del dark web. Numerosi studi in argomento hanno dimostrato come il carcere rappresenti un fattore di rischio-estremismo in particolare per i detenuti stranieri.  Sono molti gli episodi di terrorismo nei quali si è poi appurato che gli autori avessero abbracciato la deriva radicale dopo essere stati detenuti nelle carceri. Per citarne solo alcuni, gli autori dell’attentato di Strasburgo dell’11 dicembre 2018 e dell’attentato ai mercatini di Natale di Berlino del 2016, si sono entrambi radicalizzati all’interno di strutture detentive, rispettivamente in Francia e in Italia. Quanto a Cheriff Chekatt, il responsabile dell’ episodio di terrorismo verificatosi a Strasburgo,  era stato anche segnalato dalla direzione generale della sicurezza interna per proselitismo religioso.  

Come si legge nell’introduzione dell’Agenda Europea sulla Sicurezza 2015-2020, anche se la competenza primaria sulla sicurezza, specie nei luoghi di detenzione, spetta agli Stati Membri, essi “da soli non possono più assicurarla, perché le minacce sono sempre più differenziate e internazionali, e hanno una natura sempre più transfrontaliera e intersettoriale”.  In questo modo si è reso indispensabile l’apporto dell’Unione Europea. 

Tra i primi interventi delle istituzioni europee, in particolare in merito alla prevenzione della radicalizzazione, vi è stata la diffusione del manuale “Radicalizzazione violenta, riconoscimento del fenomeno da parte dei gruppi professionali coinvolti” nel 2009. Il documento è stato redatto da una Commissione internazionale formata da Austria, Francia e Germania, con il supporto della Direzione generale della Giustizia, Libertà e Sicurezza della Commissione europea.

Rivolto soprattutto agli operatori penitenziari degli Stati membri dell’ Unione, il documento propugna l’idea, condivisibile, che il carcere sia il luogo nel quale è più facile che attecchiscano le ideologie religiose estremiste (specie islamiche). Lo scopo è fornire indicatori utili ad aiutare il personale penitenziario a individuare detenuti in via di radicalizzazione, segnalando comportamenti che, presi in considerazione singolarmente, non forniscono prove assolute di un effettivo fanatismo, ma valutati complessivamente dovrebbero «spingere alla vigilanza e alla sorveglianza e, all’occorrenza, ad agire di conseguenza».

Molti, tra tali indicatori, concernono le modalità di esercizio della pratica religiosa dei ristretti: l’intensificarsi della preghiera; un atteggiamento selettivo nei confronti di imam ritenuti moderati; la disapprovazione esternata verso chi, ugualmente musulmano, viene giudicato non ‘osservante’; la decisione di decorare la stanza con tappeti di preghiera, calligrafie islamiche, immagini del Corano; oppure cambiamenti nell’aspetto esteriore come la crescita della barba o la scelta di indossare abiti tradizionali.

All’indomani dell’attentato parigino di Charlie Hebdo, tali criteri sono stati aggiornati ed in Italia il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha diffuso la circolare 009340/2015, la quale ha inglobato ulteriori comportamenti sintomatici di possibili dinamiche di proselitismo e radicalizzazione tra i detenuti.

In realtà anche il Trattato sul Funzionamento dell’ Unione europea aveva già da tempo istituito il nuovo Servizio europeo per l’azione esterna, la cui attività, a seguito di numerosi episodi legati al terrorismo di matrice islamista, è stata caratterizzata da una crescente attenzione del fenomeno religioso. 

Il contrasto alla radicalizzazione riveste un ruolo centrale, come si accennava, anche nel programma previsto per il quinquennio 2015-2020 dall’Agenda Europea sulla Sicurezza del 2015 e la lotta al terrorismo e la prevenzione della radicalizzazione rappresentano una delle tre priorità dell’ Agenda. Il contrasto a questi fenomeni dovrebbe passare attraverso una cooperazione sempre maggiore tra gli Stati Membri, attraverso l’istituzione di un centro europeo antiterrorismo all’interno di Europol al fine di intensificare il sostegno fornito agli Stati membri a livello dell’UE e un maggior coinvolgimento di Eurojust per migliorare il coordinamento delle indagini e delle azioni penali.

Quanto ai fenomeni di radicalizzazione che si verificano nel contesto carcerario, è la stessa Agenda a far rientrare il personale carcerario tra gli “attori locali”, ovvero i soggetti aventi diretto contatto con le persone più a rischio di radicalizzazione. Pertanto, con il sostegno dell’organizzazione europea degli istituti penitenziari e correzionali (Europris), la Commissione si impegna a promuovere lo scambio di buone prassi e la formazione in materia di prevenzione della radicalizzazione e di de-radicalizzazione nelle carceri. Fissare l’attenzione sulla prevenzione della radicalizzazione nelle carceri e sviluppare efficaci programmi di  de-radicalizzazione appaiono,  insomma, nell’ Agenda, tra le azioni da adottare al fine di garantire un più elevato livello di sicurezza interna in seno all’Unione.

Sempre nel 2015 il Parlamento europeo ha adottato una Risoluzione sulla prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche. Un intero capo del documento è dedicato alla prevenzione dell’estremismo violento e la radicalizzazione terroristica nelle carceri, alla quale sono dedicati i punti dal 10 al 14.

In particolare, attraverso la risoluzione, il Parlamento europeo: 

• Invita la Commissione a promuovere lo scambio delle buone pratiche fra gli Stati membri, onde contrastare l’aumento della radicalizzazione terroristica nelle carceri europee; la invita inoltre a diffondere linee direttrici relative alle misure da applicare nelle carceri europee per prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento, nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo.

• Incoraggia gli Stati membri ad intervenire immediatamente contro il sovraffollamento delle carceri, il quale incrementa sensibilmente il rischio di radicalizzazione e riduce le opportunità di riabilitazione.

• Ricorda che anche i centri di detenzione o riabilitazione possono diventare luoghi di radicalizzazione dei minori, bersaglio particolarmente vulnerabile.

• Sottolinea che una possibile misura per prevenire che la radicalizzazione terroristica imposta ad opera di detenuti di cui sia accertata l’adesione all’estremismo violento sia l’isolamento di questi ultimi, i quali spesso utilizzano metodi intimidatori per condizionare le scelte di altri detenuti. 

• Sottolinea l’importanza di una formazione e una selezione appropriate di rappresentanti religiosi, filosofici e laici, affinché possano non solo rispondere in maniera adeguata alle necessità culturali e spirituali nelle carceri, ma anche contribuire a controbilanciare la potenzialità del discorso radicale.

Il delicato rapporto tra sovraffollamento carcerario e la radicalizzazione dei detenuti è stato oggetto anche della Risoluzione del Parlamento europeo del 5 ottobre 2017 sui sistemi carcerari e le condizioni di detenzione. In particolare, per contribuire a prevenire la radicalizzazione, il Parlamento ha raccomandato la formazione del personale, una intelligence carceraria, il dialogo interreligioso e l’assistenza psicologica.

Pochi giorni dopo l’attentato di Strasburgo, gli eurodeputati hanno auspicato ancora una volta l’adozione di programmi specifici per la prevenzione e il contrasto della radicalizzazione in carcere, fra le proposte presentate il 14 dicembre 2018 per affrontare la radicalizzazione, migliorare l’interoperabilità dei dati e sostenere le vittime.

Quali misure sono state adottate in Italia?

Tra le iniziative promosse in questo senso, vi era stato in Italia anche un disegno di legge promosso dall’onorevole Dambruoso, volto a introdurre misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista. Nonostante l’approvazione della Camera dei Deputati del 18 luglio 2017, la proposta ha visto concludersi la legislatura senza giungere all’esame del Senato e pertanto sembra per ora caduta nel vuoto.

Tale disegno di legge prevedeva misure preventive e di recupero di soggetti già radicalizzati quali, ad esempio, l’elaborazione con cadenza annuale da parte del Ministro della Giustizia di un piano nazionale per “garantire ai soggetti italiani o stranieri detenuti un trattamento penitenziario che […] promuovesse la loro de-radicalizzazione e il loro recupero”.

Report Difesa

Report Difesa - ATLANTIS

Il Centro di Eccellenza per le Polizie di Stabilità

Varcando i cancelli del Centro di Eccellenza per la Polizia di Stabilità il visitatore viene colto da una sensazione di piacevole contrasto tra l’austerità della sede e la modernità dell’ambiente professionale: da un lato la severa cornice della storica caserma di Vicenza dove il Centro ha sede, dall’altro un tale numero di uniformi diverse che per rivederle tutte bisognerebbe fare il giro del mondo.

Il CoESPU (Centre of Excellence for Stability Police Units), è nato ufficialmente il 1° marzo 2005 a seguito di una decisione dei paesi del G8 che, tenendo conto dei cambiamenti intercorsi negli anni ’90, intendeva migliorare le modalità di concepire gli interventi a supporto di aree critiche del mondo con l’adozione di provvedimenti ad ampio spettro o, con termine più moderno, globali. Tale decisione comprendeva anche gli interventi a favore della Pace compresi nell’Action Plan adottato l’anno precedente denominato “Expanding Global Capability in Peace Support Operations”. Il piano individuava il continente africano come l’area su cui far convergere  il sostegno dei paesi del G8.

Si trattava di un modello allora innovativo  a supporto della pace e della crescita nel mondo che si basava su un intervento integrato in ambiti strategici quali quello economico, il sociale, il sanitario, militare e polizia. In quest’ultimo settore veniva previsto, tra l’altro, di addestrare ed equipaggiare entro il 2010 un numero di 7.500 appartenenti a forze dell’ordine. 

In tale contesto l’Italia, che godeva di un ottimo background grazie all’esperienza maturata dai Carabinieri, particolarmente nei Balcani, si rese disponibile alla creazione di una struttura qualificata per l’addestramento di almeno 3000 istruttori con la tecnica “Train the Trainers”, sui quali sarebbe ricaduto l’impegno di proseguire l’addestramento nei propri Paesi fino al  raggiungimento delle 7500 unità previste.

Venivano così gettate le basi per la creazione del Centro di Eccellenza per le Polizie di Stabilità. Un progetto sicuramente ambizioso e il primo nel nostro Paese dove non esistevano ancora analoghi centri a vocazione internazionale. Oltre al consenso dei Paesi G8, l’iniziativa riceveva un importante sostegno dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti con cui si avviava un durevole parternariato nel contesto della “Global Peace Operations Initiative”.

Le conoscenze acquisite sul terreno avevano dimostrato che il dispiegamento di una componente di polizia, nel contesto di una missione di pace, costituiva  un amplificatore delle condizioni di sicurezza per il contributo fornito innanzitutto nel mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, funzione tipica di qualsiasi Polizia e condizione primaria per avviare un processo di Pace e stabilità. 

Lo schieramento dei reggimenti MSU - Multinational Specialized Unit - dei Carabinieri in Bosnia-Erzegovina e in Kossovo rispondeva pienamente all’esigenza costituendo senza dubbio una pietra miliare nella storia dello Stability Policing.

Il CoESPU nasceva quindi sulla sintesi delle attività operative e dottrinali svolte fino a quel momento ma con l’ambizione di crescere come hub specialistico a livello internazionale, individuando in un Reparto Corsi e in un Dipartimento Studi e Ricerche le sue strutture portanti e ponendo al vertice della struttura un Direttore con il grado di Ufficiale Generale dell’Arma dei Carabinieri (attualmente il Generale di Brigata Giovanni Pietro Barbano) e un vice-direttore fornito dagli Stati Uniti.

Il primo quinquennio di attività ha costituito un periodo sicuramente importante durante il quale il CoESPU ha saputo svilupparsi ma anche e soprattutto di mettersi in luce. A tal proposito è indicativo segnalare  la richiesta di partecipazione alle attività avvenuta “in corso d’opera” da parte di numerosi altri Paesi di tutti i continenti. 

Fra i molti fattori di questo successo è stata senza dubbio la modalità di organizzazione dei corsi, basati su due livelli di insegnamento: uno per il personale operativo e uno per i gradi più elevati destinati ai livelli di comando. Una visione moderna per il settore dello Stability Policing che, in quanto disciplina nascente, stimolava l’individuazione di modelli organizzativi e operativi basati su standard condivisi a livello internazionale.  

Il bilancio finale registrava il pieno successo con l’abilitazione di più di 4500 frequentatori cui si aggiungevano un importante numero di convegni ed attività di studio con la  partecipazione personalità e istituzioni di alto livello.

Significativa in questo senso è stata l’importante collaborazione con le Nazioni Unite. Iniziata con attività sperimentale di valutazione dei frequentatori per missioni ONU a titolo individuale, nel 2010 si concretizzava in un Memorandum d’Intesa. Oggi il CoESPU è un partner del Department of Peace Keeping Operations (DPKO) con cui intrattiene relazioni ad ampio spettro sia nel campo della ricerca che in quello operativo, anche in forza di un ulteriore documento d’intesa siglato, nel giugno scorso, dal Gen. Barbano e dal Police Adviser del Dipartimento stesso, Luis Carrilho. Molte delle pubblicazioni che riguardano la materia sono state elaborate con la collaborazione di personale esperto del Centro e allo stesso tempo la sinergia nell’addestramento ha raggiunto ottimi livelli se si considera che il CoESPU è abilitato alla costituzione delle Stability Policing Unit che normalmente avviene con un periodo basico a Vicenza cui segue la fase di “pre-schieramento” che si svolge “a domicilio” con l’invio di istruttori nel paese di origine dell’unità.

La firma dell’accordo con l’ONU ha segnato anche l’inizio di una nuova fase di vita del Centro caratterizzata dall’ampliamento della missione e dall’individuazione di nuovi obiettivi testimoniati da un proliferare di rapporti la Croce Rossa Internazionale, l’African Union, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’European Union Agency for Law Enforcement Training e la NATO School. Tutto ciò ha stimolato lo sviluppo di un’attività fortemente dinamica e flessibile dove l’individuazione di un’offerta formativa aggiornata e aderente alla realtà operativa ha fatto e fa indubbiamente la differenza.  I due corsi basici della fase iniziale hanno lasciato spazio a un nuovo percorso di studio caratterizzato da un alto livello di specializzazione in settori quali la protezione delle minoranze, la tutela di genere, la protezione dei civili, le relazioni tra civili, militari e polizia, il diritto umanitario internazionale, le High Risk Operations, nozioni avanzate per comandanti e coordinatori di unità. 

A fronte dell’elevato standard raggiunto nel campo didattico teorico, il CoESPU ha parallelamente aggiornato le tecniche di addestramento sul terreno con l’obiettivo di renderle sempre più realistiche. Il risultato è un circuito di simulazione mediante il quale si svolgono  esercitazioni con un alto coefficiente di avvicinamento alla realtà, basato su un’area addestrativa e una sala comando informatizzata, dove tutti gli esercizi vengono svolti a partiti contrapposti. Istruttori specificamente preparati, infatti, simulano le mosse di una ipotetica controparte sollecitando risposte coerenti da parte degli allievi sia dal punto di vista del rispetto della normativa internazionale che delle procedure. Grazie alla connessione radio e digitale dei due settori è inoltre possibile, eseguire atti operativi completi in un ambiente di forte coinvolgimento in cui ogni frequentatore può mettere in pratica le nozioni di stress management ricevute.

Recentemente anche l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE) ha fatto riferimento alle strutture del CoESPU avviando una serie di attività per la formazione del proprio personale nell’attuale e delicato settore del contrasto alla  tratta degli esseri umani.

Nonostante l’Istituto disponga di propri insegnanti selezionati tra esperti Ufficiali, si fa molto ricorso a docenti esterni individuati fra personaggi della cultura, professori universitari, membri di organizzazioni internazionali che rientrano in un più vasto e già menzionato piano di allargamento delle relazioni con università nazionali ed estere, istituti civili e militari, Forze di Polizia di tutto il mondo. In questo contesto è importante segnalare la collaborazione con l’Unione Europea che, tra l’altro, ha svolto più volte a Vicenza le proprie esercitazioni annuali per unità di Polizia con la presenza di rappresentanti di quasi tutti gli Stati Membri. 

Tradotti in numeri, i tredici anni di vita del CoESPU parlano di 11200 frequentatori abilitati e di rapporti avviati con 115 paesi  e 17 Organizzazioni Internazionali. 

L’attualità dello Stability Policing è stata recentemente ribadita dalle Nazioni Unite nel corso 73° Assemblea Generale dove è stato varato il progetto “Action for Peacekeeping” che, riconoscendo le Missioni di Pace uno degli strumenti più importanti per garantire la stabilità nel mondo, si propone di rendere più efficace e moderno lo strumento del peacekeeping a fronte delle nuove sfide emerse in questi anni.

Tutto ciò non fa che rinnovare l’impegno del Centro di Eccellenza per le Polizie di Stabilità, unità di punta dell’Arma dei Carabinieri e ambasciatore di pace nel mondo. 

 

 

ATLANTIS

ATLANTIS

ATLANTIS

ATLANTIS

ATLANTIS

ATLANTIS