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1/2020

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

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In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

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Serena Antoniazzi

Autrice

 

Luca Baraldi

Ricercatore

 

Domenico Letizia

Giornalista

 

Eleonora Lorusso

Giornalista

 

Riccardo Palmerini

Ricercatore

 

Maurizio Melani

Ambasciatore

 

Romano Toppan

Accademico

 

Domenico Vecchioni

Ambasciatore Direttore editoriale della collana Osservatorio Globale Mazzanti Libri

 

 

 

 

 

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

18-22 maggio 2020

Roma (Italia)

“La popolazione mondiale continua a crescere, anche se a un ritmo più lento rispetto a qualsiasi altro periodo dal 1950, a causa della riduzione dei livelli di fertilità. Da circa 7,7 miliardi di persone in tutto il mondo nel 2019, la proiezione a media variante indica che la popolazione globale potrebbe crescere fino a circa 8,5 miliardi nel 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 10,9 miliardi nel 2100.” (Prospettive sulla popolazione mondiale: la revisione del 2019. New York: Nazioni Unite). Questi cambiamenti demografici sono strettamente interconnessi con le questioni relative all’accesso a cibo sufficiente, economico e nutriente. Con questa considerazione in mente, l’Istituto di ricerca sulla criminalità e la giustizia interregionale delle Nazioni Unite (UNICRI), in collaborazione con la John Cabot University (JCU), sta organizzando la seconda edizione del Corso di primavera sulla sicurezza alimentare e nutrizionale, che si svolgerà presso la JCU a Roma, in Italia, dal 18 al 22 maggio 2020.

10 giugno 2008

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha adottato all’unanimità la “Dichiarazione dell’ILO sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta”. La Dichiarazione rappresenta la terza più importante asserzione dei principi e delle politiche adottate dalla Conferenza internazionale del lavoro dal 1919, anno di Costituzione dell’ILO. Il documento si basa sulla Dichiarazione di Filadelfia del 1944 e sulla Dichiarazione sui Principi e Diritti Fondamentali nel Lavoro del 1998. La Dichiarazione del 2008 esprime la visione contemporanea del mandato dell’ILO nell’era della globalizzazione.

 

22-28 giugno 2020

Torino (ITALIA)

Avviata la quinta edizione del programma sviluppato da CDI, Politecnico di Torino e CERN: 53 giovani al lavoro per rispondere alle sfide lanciate da Enel, Autostrade per l’Italia, CNH Industrial, DSM, Iren, Regione Puglia, la Scuola Italiana di Ospitalità e l’Istituto internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (UNICRI).Il 23 giugno le squadre presenteranno le loro soluzioni di fronte ad una giuria di esperti, investitori e personalità del mondo della tecnologia e dell’industria durante l’Italian Tech Week a Torino, la settimana italiana della Tecnologia.

 

13-17 luglio 2020

Roma (Italia)

La migrazione internazionale è un fenomeno in crescita che coinvolge la comunità internazionale nel suo insieme e coinvolge gli Stati membri nella protezione dei diritti umani. L’analisi della migrazione come argomento trasversale e la comprensione delle sfide affrontate sia dai migranti che dagli Stati membri è cruciale per lo sviluppo e l’attuazione di politiche nazionali conformi alle norme internazionali sui diritti umani. Secondo l’International Migrant Stock 2019, un set di dati pubblicato dalla Divisione della Popolazione del Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali (DESA), i migranti internazionali a livello globale hanno raggiunto circa 272 milioni nel 2019, con un aumento di 51 milioni dal 2010.

Dopo la chiusura per la stampa del presente articolo, alcuni appuntamenti ed eventi descritti potrebbero essere stati annullati o rinviati ad altra data.

 

 

In copertina: Galileo Galilei

In copertina: Galileo Galilei - ATLANTIS

Galileo Galilei

 

Fisico e filosofo della natura (Pisa 1564 - Arcetri 1642). Abbandonata nel 1585 l’università, senza conseguire alcun titolo, Galilei sotto la guida di Ostilio Ricci, membro dell’Accademia fiorentina del Disegno, intraprese la lettura di Euclide e Archimede. Ben presto progredì a tal punto negli studî da essere in grado a sua volta di tenere lezioni private ad alcuni allievi a Firenze e a Siena. Risalgono a questo periodo i suoi primi scritti: i frammenti Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, sulla determinazione dei baricentri; il breve trattato La Bilancetta (1586), progetto di una bilancia idrostatica per la determinazione della densità dei corpi che testimonia i suoi primi interessi nelle scienze applicate; e le due lezioni di esegesi dantesca Circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno (1588), tenute all’Accademia del Disegno. Del 1587 è l’incontro, a Roma, con Cristoforo Clavio e con l’ambiente del Collegio Romano. Nel 1988 l’astronomo Giovanni Antonio Magini gli fu preferito sulla cattedra di matematica dell’università di Bologna. Due anni dopo, nel 1589, gli venne assegnata la cattedra di matematica a Pisa. L’immagine corrente di un Galilei pratico e deciso sperimentatore si deve in gran parte al suo primo biografo, V. Viviani. Quest’ultimo affermò che Galilei era salito sulla torre pendente di Pisa tra il 1589 e il 1592, e “con l’intervento delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca”, aveva confutato Aristotele dimostrando che i corpi cadono alla stessa velocità indipendentemente dal loro peso. Nel 1592 gli fu assegnata la cattedra di matematica a Padova. Le sue lezioni riguardavano argomenti quali gli Elementi di Euclide, il Trattato della Sfera di Sacrobosco, l’Almagesto di Tolomeo e le Questioni meccaniche pseudoaristoteliche. Galilei fu costretto a dare, per ristrettezze economiche, lezioni private di ingegneria e architettura militare a giovani nobiluomini per i quali scrisse una Breve istruzione all’architettura militare e un Trattato di fortificazione. Con le stesse motivazioni scrisse anche il trattato Le mecaniche (1593, 1594, 1699), dedicato all’esposizione delle macchine semplici. Accanto a questa attività didattica, tenne una piccola officina tecnica, mandata avanti dal meccanico Marcantonio Mazzoleni, dove venivano prodotti e venduti compassi geometrici e militari, bussole, squadre e altri strumenti meccanici, più tardi cannocchiali. Tra queste invenzioni tecniche, il compasso geometrico-militare destinato a calcoli balistici e geodetici, risale al 1597. Le vendite del compasso ebbero successo e nel 1606 Galilei scrisse un manuale in italiano: Le operazioni del compasso geometrico e militare. 

Il cannocchiale e la prima condanna delle tesi copernicane (1609-1610)

Intorno al luglio del 1609 Galilei ebbe notizia dell’invenzione di un dispositivo per far apparire più vicini oggetti distanti e subito dopo realizzò un cannocchiale capace di ingrandire gli oggetti fino a nove volte, dandone poi una dimostrazione dal campanile di San Marco. Lo strumento colpì favorevolmente le autorità, che confermarono a Galilei un vitalizio e aumentarono il suo stipendio da 520 a 1000 fiorini, una somma senza precedenti per un professore di matematica. Nell’estate del 1611, Galilei sostenne una disputa con i filosofi peripatetici sulle cause dei corpi galleggianti. Egli riteneva, d’accordo con Archimede, che la causa del galleggiamento fosse dovuta alla densità relativa tra i corpi e il liquido in cui erano immersi, mentre i suoi oppositori aristotelici sostenevano, al contrario, che questa era data dalla forma dei corpi. Nel maggio del 1612, Galilei pubblicò il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in essa si muovono. Il saggio fu venduto così rapidamente che ne fu preparata una seconda edizione prima della fine dell’anno. Nell’autunno del 1611 C. Scheiner, un gesuita che insegnava all’università di Ingolstadt, scrisse a Mark Welser ad Augusta informandolo di aver scoperto delle macchie sulla superficie del Sole. Galilei contestò l’interpretazione di Scheiner che queste macchie fossero dei piccoli satelliti orbitanti intorno al Sole. Nel 1612 il principe Cesi pubblicò l’interpretazione di Galilei (Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari e loro accidenti), che affermava di aver osservato le macchie solari prima di Scheiner. Ciò generò una contesa tra Galilei e i gesuiti per la priorità della scoperta. Nel dicembre del 1613, a Pisa, durante un pranzo alla corte del granduca, assente Galilei, furono sollevate obiezioni di natura teologica contro il sistema copernicano. Castelli difese il punto di vista di Galilei quando Cristina di Lorena, madre di Cosimo II, gli chiese la sua opinione. Galilei scrisse allora una lunga lettera a Castelli, datata 21 dicembre 1613, nella quale difendeva il sistema eliocentrico. La quarta domenica di Avvento del 1614 un frate domenicano, T. Caccini, inveì contro il sistema copernicano dal pulpito di Santa Maria Novella. Un altro domenicano, N. Lorini, denunciò Galilei inviando all’Inquisizione a Roma una copia della lettera a Castelli. A questo punto Galilei ampliò la lettera (nota come Lettera a Cristina di Lorena, dic. 1615), che contiene il suo pronunciamento più approfondito sui rapporti tra scienza e Sacra Scrittura. Facendo suo il bon mot del cardinale C. Baronio, “l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo”, Galilei sviluppò l’idea che Dio parla sia attraverso il “libro della Natura” sia attraverso il “libro della Scrittura”. Nei primi mesi del 1615, P. A. Foscarini pubblicò una Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico della mobilità della terra e stabilità del sole e ne inviò copia al cardinale Bellarmino. Il cardinale rispose che in mancanza di prove certe sul moto della Terra, Foscarini e Galilei avrebbero dovuto contentarsi di parlare in forma ipotetica. Il cardinale aggiunse che nel caso in cui una prova del moto terrestre si rendesse disponibile allora bisognava reinterpretare la Sacra Scrittura con estrema cautela. Galilei, che ricevette una copia di tale lettera, era convinto di avere questa prova consistente in una sua ipotesi sull’origine delle maree, che in seguito divenne argomento della quarta giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi. Galilei presentò la sua ipotesi a Roma all’inizio del 1616. Il risultato fu un esame minuzioso della teoria eliocentrica da parte del Santo Uffizio e la condanna delle due seguenti proposizioni: 1. “Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali”, e 2. “Terra non est centrum mundi nec immobilis, sed secundum se totam se movetur, etiam motu diurno”. La prima proposizione venne censurata in quanto “stultam et absurdam in philosophia, et formaliter haereticam”, e la seconda come “ad minus esse in Fide erroneam”. Nello stesso anno la Congregazione dell’Indice a sua volta proibì il libro di Copernico “donec corrigatur” e condannò la Lettera di Foscarini. Il cardinale Bellarmino consegnò a Galilei un documento in cui si affermava che non gli era mai stata richiesta alcuna abiura o ritrattazione, ma che era stato semplicemente informato della decisione della Congregazione dell’Indice. Un memorandum non firmato, trovato negli atti, andava oltre affermando che a Galilei si doveva intimare non solo di rinunciare all’idea che la Terra si muove ma anche di non farne oggetto di discussione (“seu de ea tractare”). L’autenticità di questo documento è stata messa in dubbio, ma fatto sta che esso emerse in occasione del processo del 1633 e fu usato contro Galileo.

Il “Discorso sulle Comete”, il “Saggiatore”, il “Dialogo” e il processo (1618-1633)

Galilei, tornato a Firenze, si dedicò al problema della determinazione della longitudine in mare. Lo scienziato pisano sperava che tabelle accurate dei periodi di rivoluzione dei satelliti di Giove avrebbero consentito ai marinai di stabilire la loro posizione semplicemente osservando i satelliti con il cannocchiale, ma le tabelle non erano sufficientemente precise da rendere questo metodo utilizzabile. Nell’autunno del 1618, l’apparizione, in rapida successione, di tre comete colpì sensibilmente l’opinione pubblica. Galilei pensava che le comete fossero un fenomeno puramente ottico causato dalla rifrazione della luce nell’atmosfera e scrisse un Discorso sulle comete nel quale criticava le idee di O. Grassi, professore di matematica al Collegio Romano. Secondo Grassi le comete erano corpi celesti che viaggiavano al di là della sfera della Luna. La replica di Grassi, Libra astronomica ac philosophica (1619), spinse Galilei a scrivere il Saggiatore (1623), in cui sviluppò la concezione corpuscolare della materia. Il nuovo papa Urbano VIII, cui l’opera fu dedicata, accolse Galilei a Roma nel giugno del 1624 per ben sei volte. Galilei rientrò a Firenze con la sensazione di poter ormai liberamente esprimere le sue idee intorno al moto della Terra. Nel gennaio 1630 completò il Dialogo sopra i due massimi sistemi, lungamente atteso. L’opera è suddivisa in quattro giornate. Nella prima giornata viene criticata la divisione aristotelica dell’universo in due sfere nettamente distinte, quella terrestre e quella celeste, sia confutando la distinzione tradizionale tra moto rettilineo e moto circolare, sia mostrando le similarità tra la Terra e la Luna. Nella seconda giornata Galilei sostiene che il moto della Terra è impercettibile per i suoi abitanti e che la rotazione della Terra intorno al suo asse risulta essere più semplice della rotazione giornaliera della sfera celeste postulata da Tolomeo. Nella terza giornata Galilei afferma che la rivoluzione annua della Terra intorno al Sole offre a sua volta un’interpretazione più semplice delle posizioni di quiete apparenti e dei moti retrogradi dei pianeti. Nella quarta giornata Galilei dichiara in maniera ingegnosa, ma erronea, che le maree comprovano il moto della Terra. Il Dialogo contiene inoltre la formulazione corretta della legge della caduta dei gravi e una discussione sui principî della relatività e della persistenza del moto circolare. Nella primavera del 1630 Galilei consegnò il Dialogo nelle mani di N. Riccardi, maestro del Sacro Palazzo. Da questo momento intervennero alcuni fatti che contribuirono a porre Galilei in cattiva luce agli occhi del papa e a creare nuovamente un clima di sospetto nei suoi confronti. L’astrologo O. Morandi, con il quale Galilei aveva stretto amicizia, venne arrestato per aver preannunciato l’imminente morte del papa. Dannosa per Galilei risultò pure la sua familiarità con Galilei Ciampoli che aveva coltivato amicizie e conoscenze pericolosamente vicine al cardinale spagnolo Gaspare Borgia, portavoce di Filippo IV e spina nel fianco di Urbano VIII. L’8 marzo 1632, dopo un concistoro piuttosto burrascoso, Urbano VIII decise di epurare il suo seguito dagli elementi favorevoli alla Spagna e bandì quindi Ciampoli da Roma. La caduta di Ciampoli ebbe gravi conseguenze per Galileo. Tra il 1630 e il 1631, Ciampoli aveva giocato un ruolo decisivo per ottenere il permesso di pubblicare il Dialogo. Riccardi aveva garantito l’imprimatur ma insisté che gli venissero inviate la prefazione e la conclusione. Quando il censore di Firenze diede l’assenso per la pubblicazione nel settembre 1630, Riccardi cominciò a sollevare difficoltà affermando che Galilei si era impegnato a tornare a Roma per discutere la versione finale del manoscritto. Nel frattempo una epidemia di peste aveva reso difficili gli spostamenti tra Firenze e Roma. A questo punto Riccardi propose che una copia del lavoro fosse inviata a Roma per essere rivista da Ciampoli e da lui stesso. Anche questa richiesta fu in seguito disattesa; da quel momento in poi Riccardi non udì più nulla del lavoro di Galilei fino a che non gli arrivò a Roma una copia del libro già pubblicato. Con suo sommo stupore esaminando l’imprimatur fiorentino scoprì che figurava d’averlo lui stesso approvato. Convocato per dar conto della sua condotta, Riccardi si giustificò dicendo d’aver ricevuto da Ciampoli la direttiva di autorizzare la pubblicazione. Il Dialogo andò alle stampe nel giugno 1631 e fu pronto solo nel febbraio 1632. Copie del libro giunsero a Roma tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, irrompendo così sulla scena romana solo poche settimane dopo il concistoro durante il quale il cardinale Borgia aveva attaccato Urbano VIII. Qualsiasi “ciampolata”, come la chiamò Urbano VIII, da quel momento in poi sarebbe stata controllata molto severamente. Nell’estate del 1632, Urbano VIII ordinò di investigare sull’autorizzazione del Dialogo. Nell’incartamento del Santo Uffizio relativo a Galilei la commissione trovò un memorandum non firmato del 1616 in cui gli si intimava di non sostenere, insegnare o difendere in alcun modo l’idea che la Terra si muove. I commissarî, considerando valida l’ingiunzione, giunsero alla conclusione che Galilei avesse trasgredito un ordine formale del Santo Uffizio. Alla luce di questa scoperta Galilei venne convocato a Roma dove arrivò, con molto ritardo, il 13 febbraio 1633. Nonostante la sua decisa smentita, Galilei venne giudicato colpevole dal Santo Uffizio di aver trasgredito agli ordini della Chiesa. La mattina del 22 giugno 1633 fu condotto in una sala del convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma e fu fatto inginocchiare durante la lettura della sentenza che lo condannava all’incarcerazione. Mentre era ancora inginocchiato Galilei ritrattò formalmente il suo errore. La condanna prevedeva il carcere formale in Roma, poi commutato in residenza coatta nel palazzo arcivescovile in Siena, dove Galilei trascorse alcuni mesi affettuosamente ospitato dal cardinale A. Piccolomini. Soltanto nel dicembre 1633 poté ritornare ad Arcetri, ove trascorse gli ultimi anni della sua vita in stato di dimora vigilata. Divenne cieco nel 1638. (Treccani) 

 

Focus: Surefish: il progetto "Prima" per la tutela e valorizzazione del Mediterr

Focus: Surefish: il progetto "Prima" per la tutela e valorizzazione del Mediterr - ATLANTIS

Surefish: il progetto "Prima" per la tutela e valorizzazione del Mediterraneo

Domenico Letizia 

Il Mediterraneo sta mutando e molte specie autoctone del bacino rischiano di sparire per sempre, compromettendo millenni di storia, cultura e tradizioni legate alla pesca e ai popoli pescatori. La cooperazione tra i paesi del Mediterraneo appare l’unica soluzione per salvaguardare il patrimonio ittico, generare occupazione sostenibile e rispecchiare gli importantissimi punti dell’Agenda 20-30 delle Nazioni Unite. Grazie al programma PRIMA, iniziativa sostenuta e finanziata nell’ambito dei progetti Horizon 2020, alcuni paesi del Mediterraneo stanno lavorando allo sviluppo di un piano europeo, di ricerca e innovazione, per affrontare il fenomeno della pesca nel Bacino. “Surefish” è il progetto vincitore dei Bandi PRIMA 2019 per il settore “agrifood value chain”, filiera alimentare, con un finanziamento di 1 milione e 600 mila euro. Il progetto vede il coordinamento dell’Italia con la società ENCO SRL, specializzata già da anni nella guida di progetti finanziati dall’UE nell’ambito della ricerca, e non solo. L’eccellente gestore del progetto è, infatti, merito di uno staff altamente qualificato, quali l’ing. Giampiero de la Feld, il Project Manager senior Marco de la Feld e la Project Manager junior Simona Mincione. La società, nel suo ruolo di coordinatore, è affiancata dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, a cui partecipano anche, “Slow Food Tebourba Association”, con Marzouk Mejri, unitamente a “Gi.&Me. Association, presieduta dall’ingegnere Franz Martinelli che, assieme ad altri enti di ricerca e università provenienti da Italia, Spagna, Tunisia, Egitto e Libano stanno sostenendo la valorizzazione del patrimonio ittico nel Mediterraneo, il monitoraggio e l’analisi della tracciabilità, della sostenibilità e dell’autenticità del pescato del nostro mare comune. Al centro dell’idea progettuale c’è la valorizzazione e la tutela della pesca, in particolare per acciuga, cernia, tilapia e tonno rosso, con la finalità di garantire la tracciabilità del prodotto ittico e per combattere la pesca illegale.

La visione progettuale prioritaria è quella di salvaguardare la pesca del Mediterraneo attraverso l’implementazione di soluzioni innovative per ottenere una certificazione di sostenibilità e territorialità dei pesci autoctoni e confermare l’importanza di tale approcci, prevenendo in questo modo le frodi ittiche.

Il progetto, curato dai numerosi protagonisti delle varie sponde del Mediterraneo, intende anche promuovere l’innovazione nei meccanismi di approvvigionamento e la fiducia dei consumatori nei confronti del pescato del Mediterraneo. Valorizzare la qualità e la sicurezza di un prodotto di cui si conosce tutta la fase vitate, dall’origine alla lavorazione finale. La pesca è infatti una delle più grandi industrie dell’area del Mediterraneo, fornisce reddito rilevante e opportunità commerciali in molti paesi della costa, ma è spesso inefficiente e dispendiosa, perché non regolamentata. La pesca illegale è purtroppo una pratica assai diffusa, inclusa la pesca eccessiva e le frodi. Per questo il settore deve far fronte ad un forte calo della fiducia tra i consumatori anche nei confronti di aziende che praticano responsabilità ambientale e sociale. Idee ben riassunte dalla professoressa di scienze e tecnologie alimentari dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Rossella Di Monaco: “L’obiettivo principale è quello di valorizzare la pesca del Mediterraneo attraverso l’implementazione di soluzioni innovative per ottenere la tracciabilità dei pesci autoctoni e confermarne l’autenticità, prevenendo così le frodi. Il nostro progetto inoltre intende promuovere l’innovazione nelle catene di approvvigionamento e la fiducia dei consumatori nei confronti del pesce pescato nel Mediterraneo”.

L’Italia è il secondo maggior produttore di pesca nel Mediterraneo e Mar Nero, con volumi non inferiori alle 300mila tonnellate e un valore di più di 700 milioni di euro. Il Mar Mediterraneo si trova attualmente nel peggiore stato di tutti i mari europei, con circa il 90% degli stock ittici sovra sfruttati e alcuni ad alto rischio di completo collasso. Il nasello europeo, la triglia, il tonno rosso e la rana pescatrice sono tutti pescati a livelli molto più alti di quelli che sono considerati sostenibili, secondo i parametri e gli studi della Commissione Europea.

 

Le modalità di attuazione del progetto e la tutela della fauna ittica.

La progettualità legata a Surefish intende sviluppare e implementare una soluzione globale che valorizzi sicurezza, tracciabilità e autenticità per la catena completa di approvvigionamento della pesca nel Mediterraneo. Tale soluzione viene validata su casi pilota situati in quattro paesi del Mediterraneo, ognuno incentrato su un pesce mediterraneo rappresentativo e particolarmente importante: acciuga, cernia, tilapia e tonno rosso. Il consorzio Surefish, costituito da 13 partner di entrambe le sponde del Mar Mediterraneo sta avviando un network con l’utilizzo di tecnologie e competenze su ICT, blockchain, etichettatura e imballaggi intelligenti, utilizzando metodi analitici e sensoriali innovativi per la tracciabilità e la valutazione della pesca. Allo stesso tempo il progetto intende sviluppare strategie di comunicazione e informazione per promuovere la fiducia dei consumatori, con marchi di certificazione e APP dedicate, per tutelare le specie in pericolo nel Mediterraneo e per condividere i dati delle ricerche con tutti i protagonisti del network.


L’importanza del tonno rosso 

per il Mediterraneo.

Tra le specie in pericolo da tutelare e valorizzare vi è il tonno rosso, un simbolo del Mar Mediterraneo. Quest’importante animale è annoverato tra i pesci più grandi e più preziosi dal punto di vista economico. A causa del suo valore economico, il tonno rosso è stato pesantemente vittima della pesca illegale praticata soprattutto nelle sue zone di riproduzione e in generale in tutto il Mediterraneo. Basti pensare che tra le vertenze internazionali del Wwf presso le autorità europee, un posto centrale è stato assunto proprio dal tonno rosso e la Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi dell’Atlantico ha stabilito di non aumentare le quote di pesca di tonno rosso a livelli insostenibili. Il tonno rosso è la specie maggiormente diffusa nel Mediterraneo e la produzione mondiale ha sfiorato le 40mila tonnellate e di queste oltre la metà è rappresentata da catture effettuate nell’Atlantico, più che raddoppiate negli ultimi trentacinque anni e soprattutto a partire dagli anni ’90. Analizzando i dati di produzione di tonno rosso atlantico per area di pesca, emerge che, negli ultimi decenni, i quantitativi pescati nel Mediterraneo hanno acquisito un’importanza crescente. Su tale incremento ha inciso in maniera determinante il grande sviluppo degli allevamenti, soprattutto a seguito del forte aumento della domanda giapponese, alimentata dalla diffusione del sushi-sashimi, pesce crudo consumato in bar e ristoranti. A tale proposito è stato stimato che, nel periodo 1997-2002, le importazioni del Giappone dal Mediterraneo sono passate da zero al 70% di quelle totali. Tale percentuale è ulteriormente cresciuta negli anni successivi tanto che, già nel 2005, la quasi totalità del tonno rosso commercializzato da tale Paese proveniva da impianti da ingrasso del Mare nostrum. Fino agli anni Cinquanta il tonno rosso, ancora facilmente reperibile, era destinato soprattutto all’industria conserviera e della lavorazione. Nei decenni successivi la moda del sushi e del sashimi ha elevato la domanda e il valore di questi esemplari, che fra gli anni Ottanta e Novanta sono diventati costosi. I prezzi variano a seconda del tipo di commercializzazione del tonno, che può essere fresco o decongelato, ma anche in base al colore delle carni e al contenuto di grasso. Presso il mercato ittico giapponese di Tsukiji, ogni inizio anno i tonni migliori vengono venduti a cifre importanti, tanto che nel gennaio del 2013 un tonno rosso di 222 kg è stato comprato al prezzo di 13 milioni di euro. Obiettivo del progetto Surefish è quello di tutelare, valorizzare e certificare tale specie ittica che rischia sempre più di scomparire.

 

I cambiamenti climatici influenzano 

il Mediterraneo e la fauna ittica. 

Il fenomeno definito di tropicalizzazione del Mediterraneo, legato al riscaldamento globale, è conosciuto da tempo: il primo allarme nel Mediterraneo è scattato oltre 30 anni fa. Oggi, nel Mediterraneo esistono oltre 1000 specie aliene, molte delle quali sono pesci. Di questi solo una ventina sono già arrivati nelle acque italiane, mentre la maggior parte si aggira nel Mediterraneo orientale, a largo delle coste turche e libanesi, dove rappresentano più del 50% della cattura da pesca, ma in base agli avvistamenti si può affermare che tali specie si stanno muovendo e si stanno espandendo verso il Mediterraneo centrale. Granchio blu, pesce flauto, gamberi del Giappone, pesce coniglio, pesce leone, sono nomi comuni per la pesca dei mari caldi eppure sempre più spesso appaiono nelle reti dei pescatori del Mediterraneo e sui banconi delle pescherie, arrivando anche sulle nostre tavole, di chi vuole assaggiare nuove tipologie di pesce. I pesci autoctoni del Mediterraneo sono una vera miniera di lavoro e opportunità, che rischia di diventare sterile. Politiche europee e nel Mediterraneo non legate ad un’unica visione, ad una diplomazia della pesca, stanno impedendo azioni tese a salvare e ripristinare le riserve ittiche globali e gli impieghi ad esse collegati, portando le industrie ittiche degli oceani a produrre 50 miliardi di dollari annui in meno rispetto al loro potenziale. Partendo da questi dati si arriva alla constatazione che la vita negli oceani si è negli anni notevolmente contratta. A dimostrarlo uno studio condotto dal Wwf e dagli esperti di zoologia di Londra. La ricerca ha preso in esame oltre mille specie ed analizzato cinquemila popolazioni di creature marine, tra cui pesci, tartarughe e mammiferi marini. Dagli anni settanta del Novecento, la fauna marina globale si è ridotta della metà, in particolare, tonni e sgombri hanno perso quasi tre quarti delle rispettive popolazioni.

La pesca eccessiva non è l’unica causa della strage inutile di pesce. L’immensa quantità di micro plastiche, con l’ingerimento nel sistema digestivo delle creature marine, la perdita dell’habitat marino e i cambiamenti climatici sono tra le problematiche del Mediterraneo. L’implementazione del progetto Surefish favorirà la promozione del consumo di pesce e il miglioramento della sicurezza alimentare lungo tutta la filiera con un conseguente miglioramento della qualità, sostenibilità e competitività, con particolare riferimento alle piccole aziende. L’idea è quella di lanciare una cooperazione in tema di pesca e tutela del mare, interrogando i protagonisti principali che affacciano sul Mediterraneo e ponendo attenzione alle attività eco sostenibili e legate alla valorizzazione della blue-economy. 

 

 

 

Malattie nel Mondo: Coronavirus

Malattie nel Mondo: Coronavirus - ATLANTIS

Il Coronavirus

1. Che cos’è un Coronavirus?

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico. La sottofamiglia Orthocoronavirinae della famiglia Coronaviridae è classificata in quattro generi di coronavirus (CoV): Alpha-, Beta-, Delta-- e Gammacoronavirus. Il genere del betacoronavirus è ulteriormente separato in cinque sottogeneri (tra i quali il Sarbecovirus).

I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ‘60 e sono noti per infettare l’uomo ed alcuni animali (inclusi uccelli e mammiferi). Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e gastrointestinale.

Ad oggi, sette Coronavirus hanno dimostrato di essere in grado di infettare l’uomo:

Coronavirus umani comuni: HCoV-OC43 e HCoV-HKU1 (Betacoronavirus) e HCoV-229E e HCoV-NL63 (Alphacoronavirus); essi possono causare raffreddori comuni ma anche gravi infezioni del tratto respiratorio inferiore

altri Coronavirus umani (Betacoronavirus): SARS-CoV, MERS-CoV e 2019-nCoV (ora denominato SARS-CoV-2).

 

2. Che cos’è un nuovo Coronavirus?

Un nuovo Coronavirus (nCoV) è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo. In particolare quello denominato SARS-CoV-2 (precedentemente 2019-nCoV), non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan, Cina, a dicembre 2019.

 

3. Cosa è il SARS-Cov-2?

Il virus che causa l’attuale epidemia di coronavirus è stato chiamato “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2). Lo ha comunicato l’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) che si occupa della designazione e della denominazione dei virus (ovvero specie, genere, famiglia, ecc.). A indicare il nome un gruppo di esperti appositamente incaricati di studiare il nuovo ceppo di coronavirus. Secondo questo pool di scienziati il nuovo coronavirus è fratello di quello che ha provocato la Sars (SARS-CoVs), da qui il nome scelto di SARS-CoV-2.

 

4. Cosa è la COVID-19?

La malattia provocata dal nuovo Coronavirus ha un nome: “COVID-19” (dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata). Lo ha annunciato, l’11 febbraio 2020, nel briefing con la stampa durante una pausa del Forum straordinario dedicato al virus, il Direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.

 

5. Il nuovo Coronavirus 

è lo stesso della SARS?

No. il nuovo Coronavirus (ora denominato SARS-CoV-2 e già denominato 2019-nCoV) appartiene alla stessa famiglia di virus della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) ma non è lo stesso virus.

Il nuovo Coronavirus, responsabile della malattia respiratoria ora denominata COVID-19, è strettamente correlato al SARS-CoV e si classifica geneticamente all’interno del sottogenere Betacoronavirus Sarbecovirus.

 

6. Perché è comparso 

il nuovo coronavirus? (FONTE: ISS)

La comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, precedentemente circolanti solo nel mondo animale, è un fenomeno ampiamente conosciuto (chiamato spill over o salto di specie) e si pensa che possa essere alla base anche dell’origine del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2). Al momento la comunità scientifica sta cercando di identificare la fonte dell’infezione.

 

7. Dove posso trovare altre 

informazioni sul nuovo Coronavirus?

Il Ministero della Salute ha realizzato un sito dedicato: www.salute.gov.it/nuovocoronavirus. 

Coronavirus

Attualità: Sport, arte, impresa e turismo un poker d’assi per Cortina 2026

Attualità: Sport, arte, impresa e turismo un poker d’assi per Cortina 2026 - ATLANTIS

 

La terza. edizione dell’appuntamento “Sport & Cultura” realizzato dalla sezione dell’unione nazionale veterani dello sport Ercole Olgeni, e dalla rivista di affari internazionali Atlantis ha lanciato un messaggio concreto e preciso legato all’appuntamento delle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina 2026. Esperti dei rispettivi settori presenti al focus 2020 incentrato su “Sport, arte, impresa e turismo”svoltosi nel prestigioso Golf Club Ca’ della Nave di Martellago si sono susseguiti in panel di circa mezz’ora.  In successione: Saverio Simi de Burgis, docente  dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, Alessandro Martini (direttore della Fondazione Treviso Turi-smo), l’imprenditore Andrea Mazzanti (casa editrice veneziana Mazzanti Libri), Rinaldo Boggiani (Delegato all Cultura di Confindustria Venezia area metropolitana Venezia e Rovigo) hanno declinato le priorità per un vero gioco di squadra in prospettiva “Cinque cerchi invernali”. 

La giornata si è conclusa con un dovuto ricordo per il Giorno della Memoria, e  con la consegna del premio “Ercole Olgeni”, il vaso di un maestro vetraio realizzato per l’occasione,  al team manager e fondatore dei Black Lions Venezia (hockey in carrozzina) tre volte campione d’Italia Sauro Corò Va riempito di contenuti e di valori tutto ciò che sta attorno all’evento sportivo - è la sintesi dei lavori - mettendo in campo tutte le eccellenze del territorio a cominciare dai beni culturali e artistici ma anche se non soprattutto dall’arte prodotta. Naturalmente  accompagnati da un settore turistico che sappia adeguare l’offerta ai vari tipi di ospiti che avremo in regione sia prima, che durante e anche dopo l’evento olimpico. A questo proposito, è stato ricordato il progetto già approvato dal cda dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e presentato proprio dalla rivista Atlantis La finalità del progetto consiste nell’avvicinamento di mondi e settori, anche apparentemente diversi, come quello dell’arte, dell’impresa e dello sport, attraverso la loro collaborazione finalizzata a realizzare opere d’arte, ispirate allo sport praticato da categorie deboli e bisognose di protezione sociale e nell’affermazione e riconoscimento dei loro diritti (anche della pratica sportiva) e dello sport in quanto disciplina che riconosce il rispetto fondamentale dei diritti della persona. Il progetto, nel suo svolgimento concreto, consiste nella creazione da parte degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, di un bozzetto che ogni anno avrà un differente tema: Nel 2026 (anno olimpico) si terrà la mostra dei progetti artistici e dei prodotti realizzati  dalle aziende che avranno aderito al progetto. Il progetto si propone un effetto non transitorio ma permanente. La collaborazione tra soggetti pensanti l’arte e soggetti che realizzano il prodotto artistico. Il progetto, dunque, si propone di avvicinare la progettazione artistica (Accademia) alla realizzazione industriale (Aziende). Terminato il quinquennio, dedicato al soggetto sportivo, la collaborazione potrà avere effetti permanenti per riqualificare un’offerta che necessità di alzare il proprio livello di posizionamento sul mercato internazionale. La vetrina olimpica, comunque, costituirà un palcoscenico mondiale di tutto rispetto. I soggetti in campo saranno una garanzia per il successo dell’iniziativa. 

 

Attualità: Libertà del lavoro e libertà dal lavoro

Attualità: Libertà del lavoro e libertà dal lavoro - ATLANTIS

Libertà del lavoro e libertà dal lavoro, l’apparente opposizione tra automazione e persona

 

Romano Toppan

 

Antropologia, lavoro e società

Nella lezione inaugurale pronunciata al Collège de France il 5 gennaio 1960, Claude Lévi-Strauss diceva: “Se, Dio non voglia, fosse richiesto all’antropologo che presagisca il futuro dell’umanità, certo egli non lo concepirebbe come un prolungamento o un superamento delle forme attuali, ma, piuttosto, sul modello di una integrazione che unifichi progressivamente i caratteri tipici delle società fredde e delle società calde. La sua riflessione si ricollegherebbe al vecchio sogno cartesiano di mettere le macchine, come automi, al servizio degli uomini; seguirebbe la sua traccia nella filosofia sociale del XVIII secolo, e sino a Saint-Simon; questi infatti, annunciando il passaggio “dal governo degli uomini all’amministrazione delle cose”, anticipava sia la distinzione antropologica fra cultura e società, sia quella conversione di cui i progressi della teoria dell’informazione e dell’elettronica ci fanno, almeno, intravedere la possibilità: da un tipo di civiltà, cioè, che inaugurò un tempo il divenire storico, ma al prezzo di una trasformazione degli uomini in macchine, a una civiltà ideale, che riuscirebbe a trasformare le macchine in uomini. Allora, essendosi la cultura integralmente assunta il compito di fabbricare il progresso, la società sarebbe liberata da una maledizione millenaria, che la costringe ad asservire gli uomini perché progresso ci sia”.

E aggiunse una riflessione che ci lascia stupiti e interdetti:

“La storia si farebbe da sola, e potrebbe, ancora una volta, assumere quella struttura regolare e quasi cristallina, di cui le società primitive meglio conservate ci insegnano che non è contraddittoria con l’umanità…se in recondite regioni della Terra, alcuni uomini non avessero ostinatamente resistito alla storia e non fossero rimasti come una prova vivente di quel che vogliamo salvare”. 

 

Le tribù cibernetiche 

e la società delle reti

È diritto di tutti compiere riflessioni antropologiche (e anche autocritiche) su quello che accade attorno a noi, nella società come nelle “tribù cibernetiche della società delle reti”, per interpretare in modo adeguato sia il proprio comportamento che lo scenario che si apre con l’avvento della automazione, della robotica e dei computers.

Il rapporto uomo-macchina, uomo-robot, uomo-computer è e rimane, anche sul piano antropologico, un rapporto in termini costi-benefici, con tutta l’attenzione che questo termine ha non solo nel bilancio delle aziende, ma anche nel bilancio “sociale ed ambientale”: rispetto quindi alla natura assai circoscritta che questa equazione ha nell’approccio “gestionale”, l’antropologia introduce un allargamento dell’orizzonte, includendo molte più variabili.

Questa equazione è semplice, comprensibile a tutti e, in particolare, metro di misura di ogni attività imprenditoriale e fondamento della nostra riflessione odierna, ma il suo punto di pareggio non coincide con quello della relazione di bilancio di un Amministratore Delegato.

Nel rapporto elaborato, già nel 1955, ai primordi della problematica di cui ci stiamo occupando, dalla Society for Applied Anthropology della University di Yale, si dice che “Le opinioni degli esperti sono divise sulla automazione. La conferenza non ha potuto accordarsi sugli effetti che i nuovi apparecchi avranno sull’occupazione…e se potrebbero causare una disoccupazione su vasta scala. Altri hanno sostenuto la tesi che il lavoro nell’ufficio e nella fabbrica diventerà ottuso, se tutto ciò che si richiede consiste nell’osservare un pannello munito di segnali visivi e/o acustici…Alla fine della conferenza i rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori erano d’accordo sul punto che l’automazione rappresenterà, a lunga scadenza, una benedizione per l’umanità. Ma erano preoccupati dei disturbi che la eliminazione dei posti di lavoro potrebbe provocare nell’economia”.

 

La robotica e i portuali di Los Angeles

La protesta di questi giorni dei portuali di Los Angeles che dichiarano guerra ai robot della Maersk nella gestione dei container nei porti di mezzo mondo, è un indizio di una guerra contro l’automazione ed è solo uno dei tanti sintomi. 

Ma malgrado ciò, la strada è irreversibile: si tratta di distinguere occupazione da occupabilità, modificando profondamente la visione del lavoro attuale per prefigurare uno studio più originale e, se possibile, persino più stravagante di come cambiare radicalmente la creazione di impiego, che ha davanti a sé spazi infiniti e senza limiti: dipende dalle strategie adottate, soprattutto in chiave politica e secondo i criteri di sviluppo (sostenibile) che sono adottati. 

Se a livello politico, per ragioni collusive, si favoriscono posizioni di rendita che assorbono quantità enormi di ricchezza “senza” un lavoro vero (per esempio in Italia il cosiddetto capitalismo “relazionale”), si determina immediatamente, nel “sistema”, un impoverimento immediato e letale di possibilità remunerative per lavori concreti e veri che generano produttività e competitività. E si aggiunge altrettanto immediatamente un effetto alone, per il quale si crea una fuga dai lavori “veri” ma privi di prospettive di guadagno congruente e contrassegnati da scarso “prestigio” sociale: un esempio clamoroso sono i compensi galattici di giocatori che, muovendosi in un regime di economia del “futile” e persino dell’inutile, a malapena vedrebbero giustificati compensi cento volte inferiori. Lo stesso vale, nell’ambito della economia delle “emozioni”, per cantanti, bloggers o influencers o altre figure analoghe dell’attuale panorama di disfacimento culturale e di evanescenza o demenza che ottengono un tributo esagerato e vessatorio dai loro “sudditi” (psicologici) detti followers, con un rastrellamento di denaro vero che crea “siccità” cronica per tutti gli altri possibili lavori produttivi e reali di cui la terra, la società, le comunità, la natura, i beni comuni, le acque, le città, le periferie ecc. avrebbero urgente bisogno. 

 

Occupazione e occupabilità

Pertanto, se in oltre sessant’anni la questione non ha fatto progressi per quanto riguarda il dibattito sulla “occupazione” e la creazione o perdita di posti di lavoro, la ragione sta nel porre un falso problema: il vero problema non è la creazione o meno di posti di lavoro, ma i processi distributivi della ricchezza maggiore prodotta. Se la produttività e la redditività crescono grazie all’adozione della digitalizzazione, ma poi, come è accaduto tra il 2017 e il 2018, l’80 per cento della maggiore ricchezza prodotta va in tasca al 10 per cento della popolazione italiana, allora il vero nodo da sciogliere è questo e non il dilemma sulla occupazione. 

Infatti, confermo che  la “occupabilità” come funzione è praticamente infinita: solo per i beni culturali italiani, che sono un patrimonio immenso e non valorizzato, la “occupabilità”, in una decisione strategica coerente ed encomiabile, è altissima, così come in tutte le economie labour intensive, come il turismo, l’arte, la cultura, la manutenzione del patrimonio edilizio, l’economia verde, i servizi sanitari, l’artigianato (urbano, rurale e artistico) e tutti i settori economici che richiedono la loro riproducibilità e fruibilità attraverso l’azione diretta della persona (con le dovute competenze): il dibattito sulla “occupabilità” è mal posto, se si fa riferimento a politiche che accentuano o enfatizzano i settori labour saving o ad alta intensità di capitale, come amano preferire i settori affini ai pochi tycoons della cementificazione, delle grandi opere, meglio se inutili e/o realizzate con la corruzione. È noto infatti a tutti che queste “grandi opere” nel nostro paese hanno un costo pari a quattro volte quelle medesime opere attuate in paesi più virtuosi, meglio governati e meno permeabili alla corruzione. 

Nel turismo, ad esempio, un investimento di 1 miliardo di euro genera oltre 12.000 posti di lavoro, mentre lo stesso miliardo investito nella infrastruttura TAV o nella estrazione di petrolio ne genera circa 300. Anche la digitalizzazione e l’economia 4.0 amplifica l’occupabilità, nella misura in cui non diviene fine a sé stessa come concentrazione monopolistica, ma si diffonde come un grande rizoma che penetra, irradia e alimenta le economie concrete e tangibili, amplificando in loro gli asset intangibili e conferendo all’interno dei loro “prodotti” un plus di intelligenza, di conoscenza, di emozione, di fruizione godibile e accessibile. 

Il lavoro, inteso come applicazione di mezzi ad un fine, costituisce la risposta al rapporto dell’uomo con sé stesso e l’ambiente ed è un fenomeno che supera largamente la quantità dei “posti” di lavoro esistenti. Il lavoro è, in un certo senso, infinito ed esponenziale.

Basti pensare alla situazione in cui versa l’ambiente sia naturale che costruito (per esempio il patrimonio architettonico, i centri storici ecc.).

Non appartiene anche questo all’oggetto del lavoro?

Ciò che manca è la flessibilità di risposta dei modelli culturali e delle istituzioni a questi bisogni nuovi, a questi nuovi spazi di occupazione.

L’archetipo del posto fisso, o persino del posto di rendita, come è sostanzialmente diventato il posto di lavoro pubblico, crea un danno incalcolabile, perché tende a congelare una enorme quantità di risorse umane e di abilità, affondandole in un atteggiamento che assorbe dal sistema più ricchezza di quanta ne produca, soprattutto quando l’impiego pubblico genera ritardi, sprechi, ostacoli e ampio assenteismo, che in certi enti arriva quasi al cento per cento (e gli enti “inutili” nel nostro paese sono ancora oggi molto numerosi e tollerati).

Le istituzioni, nella loro cronica arretratezza di funzionamento rispetto alla evoluzione sociale, contribuiscono non poco a distrarre risorse, congelando l’enorme quantità di posti di lavoro “finto” a danno dei nuovi, infiniti posti di lavoro “vero”.

Se, per assurdo, le istituzioni fossero così flessibili da adeguarsi automaticamente alle esigenze del lavoro “vero”, il costo di creazione di un posto di lavoro finirebbe tendenzialmente a diventare un costo nullo.

 

Internet & cabernet?

Pur così precoce rispetto ai tempi attuali, le riflessioni di Lévi-Strauss rappresentano un modello di comportamento valido ancora oggi: una visione pluridisciplinare, in equilibrio tra la critica attenta al mito della modernità (che non equivale tout court ad una qualità migliore dell’uomo) e l’ipotesi antropologica di conciliare tra loro le caratteristiche delle società fredde con le caratteristiche delle società calde, quella sintesi che potremmo definire, con un gioco di parole, che sappia trovare egualmente vitali per la qualità della vita sia internet che cabernet, ossia le tecnologie più avanzate e le tecnologie più semplici e legate alla natura, ai campi, alla terra madre.

L’ambivalenza del problema è presente ancora oggi sotto ogni punto di vista in cui lo guardiamo e rispetto a 50 anni fa, ai tempi del rapporto della Society of Applied Anthropology, non abbiamo fatto molti progressi per uscire da questa oscillazione tra vizi privati e pubbliche virtù dell’automazione, tra i meriti o i benefici che essa induce e i problemi, le ansietà e i lati oscuri che essa suscita.

Atteniamoci pertanto ad una “fenomenologia” pura: che cosa succede all’interno di alcune strutture importanti della cultura dei rapporti sociali e dell’uomo in rapporto a se stesso?

E cosa succede nel cosmo della struttura (di potere, di linguaggi, di relazioni comunicative) delle aziende e delle organizzazioni?

La prima osservazione che mi viene in mente di sottolineare è che l’automazione, la robotica e il computer non costituiscono un evento traumatico o imprevisto per coloro i quali vedono la storia dell’uomo con la “s” minuscola, la storia, con lo sguardo con cui la vedono Braudel e i suoi discepoli.

 

Automazione e cultura

L’ automazione e la robotica sono espressioni “culturali” parziali e appartengono a pieno titolo al patrimonio di quelle soluzioni ai problemi dell’uomo, che si vanno accumulando almeno dal paleolitico ad oggi.

Esse appartengono in definitiva alla “cultura del risultato”, che, in tutte le riflessioni di questo genere, amo contrapporre dialetticamente, ancorché senza polemica preconcetta, alla “cultura delle parole”.

L’appartenenza dell’automazione e della robotica è chiaramente orientata all’ambito specifico della “risposta” piuttosto che della pura domanda della condizione umana, nel continuum libertà/necessità: esse pertanto si pongono dalla parte di quegli eventi concreti, solidi, irriducibili che estendono la libertà e riducono la necessità, entro il quadrante che documenta ogni modo di essere uomo nella storia.

In questo senso, vale la pena che comprendiamo fino in fondo questo dato, aiutandoci con le parole con cui Diderot apriva la Encyclopédie e, con essa, l’età dell’illuminismo e dell’epoca moderna, laica, empirica.

“Bacone considera la storia delle arti meccaniche come la branca più importante della vera filosofia e Colbert considerava l’industriosità dei popoli e la creazione di manifatture come la ricchezza più sicura di un regno…. Mettete su un piatto della bilancia i vantaggi reali arrecati dalle scienze più sublimi e delle arti più onorate, e sull’altro piatto i vantaggi procurati dalle arti meccaniche, e constaterete che la stima tradizionale fatta delle une e delle altre non è stata distribuita secondo il giusto rapporto di tali vantaggi, e che si è troppo più lodato gli uomini intenti a farci credere di essere felici di quelli intenti a far sì che lo fossimo davvero” .

Sollevata a questo livello, l’automazione e la robotica, così come lo stesso computer, appaiono certamente più la risposta ad una aspirazione umana e ad una tendenza operativa, che una minaccia regressiva alla condizione complessiva dell’uomo e della cultura che lo nutre.

Il problema antropologico del macchinismo non si pone in funzione della macchina nella produzione di oggetti, che ci lascia neutri, salvo giudicarne la maggiore o minore conformità ai bisogni reali o simbolici, ma è in funzione della influenza che esso ha sulla vita umana e sulle trasformazioni che tale evoluzione comporta.

 

Da Aristotele alla cibernetica

Il primo filosofo-antropologo che si pose il problema della automazione e della robotica è stato Aristotele, che nel suo libro della Politica afferma che la schiavitù è necessaria, nostro malgrado, ma smetterebbe di esserlo se le spole e i plectri potessero mettersi in modo da soli.

I canti di giubilo che Antifilo di Bisanzio pronunciò sono più che eloquenti sotto questo profilo:

“Staccate o mugnaie le mani dalla mola, dormite a lungo, anche se il canto del gallo annuncia il giorno, poiché Demetra ha incaricato le ninfe del lavoro che compivano le vostre mani”.

E chiude con il solito mito che tutti conosciamo molto bene: “Noi gusteremo l’età dell’oro”.

Purtroppo, per vedere gli effetti concreti le ninfe dovettero aspettare molti secoli.

Senza parlare dell’inquietante immobilismo tecnico che caratterizzò tutta l’epoca che va dai greci all’Alto Medioevo, a dispetto dello spessore che ha avuto la cultura “speculativa”, quella che si riferisce al “logos”, alla parola, ai concetti.

Sotto questo profilo, l’automazione e la robotica segnano un punto a favore della evoluzione decisiva della cultura del concreto, del risultato. E per giustificare il valore che attribuisco a questo fatto, basti pensare che due soli secoli di approccio operazionale di questa cultura sono pochi a confronto dei 15 secoli di predominio dell’altra. Anche nello studio della storia, viene data pochissima importanza alla evoluzione delle tecniche. Infatti, sappiamo tutto di Ottone di Brunswig, di Matilde di Canossa, di Gregorio VII e niente sulla tecnica scoperta e applicata proprio in quello stesso periodo storico alla bardatura pettorale del cavallo, che ne ha decuplicato la forza motrice.

Nell’Alto Medioevo, in un’epoca di spaventoso pauperismo, la bardatura pettorale ha prodotto un effetto significativo non solo sul valore del capitale “cavallo” (che resisteva molto più a lungo, mentre prima della scoperta era costretto a trainare con il collo, con effetto strozzatura per i pesi eccessivi dei carri), ma sul tenore stesso della vita rurale, sugli scambi commerciali, in definitiva sull’uomo più di quanto abbiano prodotto i 3 Ottoni con la loro corona del Sacro Romano Impero, la cui utilità per chi lavorava è stata certamente minore della bardatura.

In conclusione: l’ambiguità della robotica è dovuta al dilemma tra liberazione “del” lavoro e liberazione “dal” lavoro.

 

Cultura del risultato 

e cultura della comunicazione

Ma vi è un’altra cultura che trae dalla automazione, dalla robotica e dai computer un incentivo reale più che proporzionale e ne trarrà ancor più in futuro: la cultura della comunicazione e della partecipazione diffusa.

Per partecipazione l’antropologia non intende un puro fatto politico, in base al quale, mentre prima su un problema discutevano e decidevano in tre soli in una intera nazione e ora invece ne discutono cento o mille (e talvolta non decide più nessuno).

L’antropologia intende piuttosto la partecipazione come “chance” di essere contemporaneamente produttore di oggetti e produttore di sé stessi e di significati intangibili e trasmissibili. Inoltre come modo di essere qui e ora e anche altrove nel tempo e/o nello spazio.

L’automazione, la robotica e i computer determinano le condizioni in base alle quali non succede più all’uomo quello che succedeva nel Far West al bisonte: ammazzato solo per portare a casa le sue corna, come spiega Marx nel definire il concetto di alienazione.

In altre parole, nella fenomenologia del lavoro umano si introducono mille possibilità che danno alla condizione dell’uomo un accesso fungibile e capillare a beni, servizi e a modi di essere che prima non aveva e, soprattutto, a non definire più la sua esistenza complessiva, incluse le sue facoltà più essenziali, in funzione di un modo di produrre che realizzava solo una frazione del suo potenziale.

Niente più di tutto questo nuovo modo di produrre sta determinando lo spostamento di attenzione dalla valutazione delle prestazioni alla valutazione del potenziale dell’uomo, anche nella cultura aziendale.

Essere circondati da questa nuova esplosione di accessi dà un effetto qualitativamente diverso alla condizione umana della fase anteriore: dal gioco ai viaggi (prenotazioni), all’istruzione, alla documentazione, alla elaborazione del valore aggiunto, al decentramento delle conoscenze e del potere.

E anche al decentramento dei luoghi fisici deputati a produrre.

 

L’inerzia della arretratezza

Con tutto ciò non significa che poi la gente veramente sappia approfittare della crescita degli accessi: i loro modelli culturali, sotto questo profilo, sono ancora arretrati o disinteressati, inerziali rispetto al livello delle opportunità offerte.  

Questo è particolarmente vero su un punto: l’istruzione e l’educazione permanente, come regola di vita.

Ognuno è in grado di sottolineare quanto beneficio comporti questa dimensione, ed è più di 30 anni che è stato coniato questo termine nelle sue varie definizioni più o meno equivalenti: educazione degli adulti, educazione permanente, educazione ricorrente ecc..

Ma era considerata una aspirazione ideologica astratta finché le condizioni oggettive della produzione non hanno cominciato a mettere in discussione qualcosa di vitale e assodato: non tanto il posto di lavoro, che è un aspetto accidentale che non fa parte dei concetti proprio della antropologia, quanto il ruolo.

Per l’antropologia il fenomeno della disoccupazione conseguente all’innovazione tecnologica è una inerzia dei modelli culturali, piuttosto che un evento disumano.

 

Società calde e società fredde

E di nuovo appare come illuminante il contributo di Lévi-Strauss e la sua distinzione tra società calde e società fredde. 

La piena convivenza tra internet e cabernet trova proprio in questo grande antropologo una conferma straordinaria: lamentarsi che l’automazione e la digitalizzazione distruggono posti di lavoro è un atteggiamento vero in una immagine statica della società e dell’economia, ma non nelle dinamiche effettive della storia e delle preferenze esistenziali dell’essere umano. 

È la convivenza tra società e persone che preferiscono una vita semplice e persino puramente “manuale” e le società e le persone che accedono a lavori in un mondo puramente virtuale.

Pur essendo nella storia, le società de primo tipo “sembrano aver elaborato, o mantenuto, una saggezza particolare, che le induce a resistere disperatamente a ogni modificazione della loro struttura che permetta alla storia di fare irruzione in esse. Quelle che, ancora di recente, avevano protetto meglio i loro caratteri distintivi, ci apparivano come società ispirate dalla preoccupazione dominante di perseverare nel loro essere. La maniera in cui sfruttano l’ambiente garantisce, in pari tempo, un modesto livello di vita e la protezione delle risorse naturali. Infine, una vita politica fondata sul consenso, e tale da non ammettere decisioni che non siano quelle prese all’unanimità, sembra concepita all’unico scopo di escludere quel motore della vita collettiva che utilizza scarti differenziali fra potere e opposizione, maggioranza e minoranza, sfruttatori e sfruttati. Insomma, queste società che potremmo chiamare «fredde», perché il loro clima interno è vicino allo zero di temperatura storica, si distinguono, per il ridotto numero di componenti e per il modo meccanico di funzionare, dalle società «calde», apparse in diversi punti del mondo in seguito alla rivoluzione neolitica, e in cui il differenziarsi fra caste e fra classi è senza tregua sollecitato e produce energia e divenire. La portata di questa distinzione è soprattutto teorica, in quanto probabilmente non esiste nessuna società concreta che, nel suo complesso e in ogni sua singola parte, corrisponda esattamente al primo o al secondo tipo”. 

Infatti nulla vieta che la versione “cabernet” della società e dell’umanità non possa avvalersi anche degli strumenti della new economy, così come i grandi guru della new economy sono spesso fotografati o filmati mentre gustano un calice di prosecco o di champagne fatto dai contadini che lavorano ancora con le mani. O regalano all’amante un gioiello creato da un artigiano orafo che usa le tecniche dei popoli della Sarmazia di 6.000 anni fa. 

Pertanto anche gli scarti differenziali tra gli uomini – certuni dominanti, altri dominati – possono essere utilizzati per produrre cultura e valori intangibili (per esempio estetici), a un ritmo insospettato.

Il grande antropologo, di fronte all’invadenza prepotente delle nuove tecnologie, ci chiede di adottare, tutti insieme (cittadini, politici, guru della digitalizzazione e semplici contadini e artigiani) una “vigile sorveglianza” per difendere (o proteggere) la piena convivenza tra internet e cabernet. E conclude che di questa convivenza “non se ne sarebbe nemmeno capita l’importanza e la necessità – se in recondite regioni della terra, alcuni uomini non avessero ostinatamente resistito alla storia e non fossero rimasti come una prova vivente di quel che vogliamo salvare”. 

Occorre aggiungere, però, a questa magnifica riflessione di Lévi-Strauss che non è necessario andare molto lontano per trovare chi “resiste alla storia” e rimane prova vivente di quel che vogliamo salvare: se pensiamo anche solo all’Alto Adige, in certa misura questa parte del mondo ha la capacità e l’accortezza di mantenere una civiltà altamente avanzata e allo stesso tempo la saggezza di conservare forme di “umano, insuperabilmente umano”. 

 

Conclusioni: ritorno alla pastorizia 

e all’ozio creativo

In fondo ritengo compatibile, in una stessa area o comunità, il persistere della pastorizia con la fabbrica interamente automatizzata. Anche perché la fabbrica interamente automatizzata è molto più simile alla pastorizia di quanto non si creda. La produzione di ricchezza la fanno le pecore: il pastore non partecipa alla loro digestione. 

L’evoluzione umana talvolta è curiosa (direbbe il mito dell’eterno ritorno): siamo usciti dall’era nomade della pastorizia, per ritornarci nell’era della automazione. 

Il richiamo al nomadismo è, tuttavia, il richiamo profondo all’umano, che, errando negli spazi infiniti, percepisce la sua essenza. 

 

 

Attualità:Una nuova casa per i cacciatori italiani di virus

Attualità:Una nuova casa per i cacciatori italiani di virus - ATLANTIS

Una nuova casa per i cacciatori italiani di virus

Seingim, progetterà l’avveniristico impianto energetico del nuovo Palazzo della Ricerca dell’Human Technopole di Milano.

Oltre 16.500 metri quadri dedicati alla ricerca scientifica, 3.000 metri quadri di terrazze e coperture verdi, 10 piani di altezza, una superficie complessiva di 35.000 metri quadri e 800 postazioni di lavoro per ricercatori dedicate a biochimica e biologia molecolare, strumentazioni all’avanguardia, un investimento totale che supera i 100 milioni di Euro e 1.100 giorni di lavoro per costruirlo. 

Questi sono i numeri principali del progetto vincitore della gara internazionale per la realizzazione del Campus Human Technopole di Milano assegnato allo studio milanese Piuarch. L’impiantistica energetica sarà all’avanguardia e per questo è stato chiamato ad esserne responsabile il gruppo SEINGIM.

In un momento di grande preoccupazione per l’economia causato dall’epidemia da COVID-19 ci sono aziende che emergono e riescono ad aggiudicarsi commesse importantissime. E sarà proprio nel segno del COVID-19 perché è proprio nei laboratori della Fondazione HT che si stanno studiando le strutture molecolari del Coronavirus.

Per Seingim, società di progettazione dell’imprenditore veneto Fabio Marabese, che ha sedi su tutto il territorio nazionale e che in due anni è raddoppiata passando da 100 a 200 dipendenti, è un importante successo che la consacra tra le società di ingegneria più importanti d’Italia.

Il design del futuro edificio è opera dello studio milanese “Piuarch”, firmatario di altri grandi interventi di riqualificazione del territorio milanese mentre la progettazione degli impianti e della gestione energetica verrà curata interamente dall’azienda veneta.

“Siamo orgogliosi che il nostro progetto sia risultato vincitore - sottolinea il Presidente di Seingim, Fabio Marabese - questo sarà uno dei nuovi edifici icona di Milano, un simbolo della resurrezione e della ripresa dopo la tragedia del COVID-19. Questo Campus dedicato alla ricerca scientifica ci indica anche la strada da seguire nel post Coronavirus, ricerca e innovazione sono le basi del nostro futuro e mai come in questo periodo ne siamo consapevoli”.

Ma oltre ad essere competitivi e a guardare con interesse alle opportunità del mercato, in questa particolare situazione di emergenza Seingim guarda soprattutto al suo interno. “Facciamo di tutto per garantire ai nostri collaboratori di lavorare in sicurezza - continua Marabese - abbiamo adottato validi sistemi di smart working che ci permettono di mantenere una totale operatività anche senza l’accesso in azienda. Una modalità che consente anche sensibili risparmi ai nostri dipendenti e che potrebbe essere utile anche una volta terminata questa emergenza”.

Oltre al lavoro da casa Seingim ha anche dotato tutti i suoi dipendenti di una speciale assicurazione contro i possibili effetti da contagio COVID-19. 

“Per esprimere massima gratitudine verso coloro che permettono all’azienda di continuare a rispettare le scadenze e di portare avanti tutte le commesse, - conclude Marabese - abbiamo deciso di aggiungere questa ulteriore tutela. La speranza è che l’assicurazione non debba servire a nessuno, ma rappresenta un concreto segnale di attenzione verso il nostro team e tutte le famiglie”. 

 

Eccellenze Italiane per il Mondo: Jesolo

Eccellenze Italiane per il Mondo: Jesolo - ATLANTIS

L’offerta turistica di Jesolo

 Fabrizio Cibin

JESOLO BY DAY 

Jesolo, una città evoluta per servizi, comfort, organizzazione della viabilità, sicurezza, qualità, offerta di strutture ricettive e occasioni per il tempo libero. In grado di guardare alle esigenze di oggi, pensando già al domani. Sempre con la capacità di creare le condizioni per fare sentire i suoi ospiti veramente a casa, con il valore aggiunto della splendida spiaggia, il mare cristallino, premiato con la Bandiera Blu, innumerevoli attrazioni e occasioni di divertimento. 

Questa è Jesolo. Una spiaggia dorata, ben gestita dagli stabilimenti balneari sempre attenti a investire in servizi e con spazi dedicati per gli amici a quattro zampe, che si estende tra l’ombreggiata Pineta, una vera e propria perla verde per la città, il cui percorso è scandito dalle opere d’arte rappresentate sui muri delle abitazioni, e i più moderni e attrezzati stabilimenti dell’Adriatico. L’arenile è ideale per praticare sport, come beach volley, windsurf, vela, fitness all’aperto, per giocare con i bambini nei parchi giochi, oppure semplicemente rilassarsi sotto il sole o per fare una passeggiata. Il Water sport center è il ritrovo per tutti quelli che sono spinti a provare ogni tipo di emozione affrontando ed amando il mare. Wake Board, Kite Surf, Canoa, Stand up Paddle, Surf, Skimboard, Catamarano, Windsurf, Tube o Banana Boat.

E il Centro Velico Sun&sea si trova sulla spiaggia di Jesolo ovest, è il luogo ideale dove poter praticare tanti sport quali la vela, windsurf, stund up paddle, surf . Oltre ai corsi di vela di vario livello su derive e/o catamarani, offre corsi base di windsurf e lezioni di sup.

Una spiaggia all’avanguardia per la sicurezza dei bagnanti che offre opportunità di vacanza a tutto relax. Una spiaggia che ha ottenuto il riconoscimento della Bandiera Verde, assegnata dai Pediatri italiani come località particolarmente adatta ai bambini. 

Un arenile che, primo caso in Italia (poi imitato da altre località), permette di coronare il sogno di una vita, quello del matrimonio. A Jesolo, infatti, è possibile sposarsi in spiaggia. E’ lo stesso Comune a mettere a disposizione la location allo stabilimento balneare Oro Beach (via Vittorio Veneto), dov’è stato dislocato un ufficio di Stato Civile.

A proposito di questa zona di arenile, a pochi passi si trova la “Spiaggia di Nemo”, un esempio di turismo sociale inclusivo. Percorsi di accesso facilitato, un parcheggio gratuito fronte mare, 56 ampie piazzole gratuite con lettini e sdrai rialzati rispetto l’altezza standard e pedane per l’accesso in carrozzina. Sul fronte della sicurezza, la Spiaggia di Nemo vanta una postazione di salvataggio con unità cinofile. Sedie a rotelle permettono a chi ha problemi motori di immergersi in acqua.

Dalla spiaggia al mare, sentendosi dei moderni pirati. Durante tutta l’estate, dal lunedì al venerdì, salpa con la ciurma di pirati del galeone Jolly Roger per un’emozionante avventura all’arrembaggio del galeone nemico. Un’escursione in mezzo al mare, con partenze dalle spiagge di Jesolo, della durata di un’ora e mezza ti farà entrare nel magico mondo dei pirati e il Capitano e il suo equipaggio ti guideranno alla conquista del forziere del galeone nemico! Con spade alla mano inizierà poi l’arrembaggio al galeone nemico che ha incrociato la rotta...

Per chi i brividi li vuole provare su una quattro ruote,  ecco il circuito di go-kart Pista Azzurra. Grazie al suo tracciato molto tecnico la Pista Azzurra viene considerata un banco di prova per misurare le qualità di velocità e messa punto del mezzo da parte dei nuovi piloti. Due piste danno la possibilità di soddisfare la voglia di provare l’ebbrezza della velocità che si prova con un kart. Anche le Minimoto trovano spazio alla Pista Azzurra, attraverso un tracciato di 715 metri che viene considerato estremamente tecnico dai piloti.

E quando si parla di meraviglie del mare, ecco il Sea Life, un vero e proprio parco marino - che segue l’eccezionale successo di quello aperto a Gardaland nel 2008 – dotato di 30 grandi vasche con 5000 esemplari appartenenti ad oltre 100 specie acquatiche di tutti i mari del globo. Un percorso unico, che porterà il visitatore alla scoperta di molti ambienti, in un’escalation di esperienze, che vedranno rappresentate anche la cultura, i valori e la storia di Venezia. 

Dal Sea Life al Tropicarium Park, una vera e propria immersione nel mondo della natura, con tantissimi animali da tutto il mondo, accompagnata da un ambiente molto ospitale e confortevole per tutta la famiglia. Il percorso complessivo è al coperto ed accessibile alle persone diversamente abili, per oltre quattrocento esemplari di animali. La visita comprende tre percorsi: Tropicarium con scimmiette, farfalle, rettili, pinguini e sauri di ogni genere; Predators con grossi squali e grandi coccodrilli; Aquarium con tanti pesci tropicali di ogni forma e colore! I gestori del Tropicarium per questa estate hanno aggiunto anche il “Calcio in mostra”, una fantastica mostra sui grandi campioni che hanno fatto la storia del calcio.

Ed a proposito di giochi, c’è il gol per i grandi e per i più piccoli. Il Golf Club Jesolo è immerso nella natura verdeggiante del percorso di gioco: green e fairway fanno da cornice ad un ambiente elegante e curato, un vero paradiso naturale, ideale anche per chi non è golfista. Un luogo consigliato per prendersi una pausa nella tranquillità del verde, a due passi dal mare, lontano dal rumore cittadino. Un progetto di alta classe che valorizza un’intera area di 900 mila mq, ponendosi come obiettivo la perfetta sincronia tra Golf e Benessere. Un’offerta completa di strutture e tracciati per giocatori di ogni livello, perfettamente integrati nella dolcezza del paesaggio litorale e piacevolmente attraversati dalla brezza marina. E poi c’è l’Adventure Golf , l’unico minigolf tematizzato di Jesolo. Tra palme, cascate, specchi d’acqua e sentieri che danno vita ad un vero e proprio ambiente tropicale, i giocatori si affrontano lungo due possibili tracciati in cui mettere alla prova le proprie abilità. 4000 metri quadrati, 24 buche.. ma un solo vincitore.

E se si vuole scoprire il territorio, che va oltre alla spiaggia e al mare, sono tante le iniziative ed i progetti che permettono di godere l’ambiente di Jesolo. A cominciare dal progetto “Jesolo Ambient Bike”, una guida alla scoperta degli oltre 150 km di percorsi ciclabili. Sono 6 i percorsi pensati e pianificati per integrare l’offerta turistica e dare l’opportunità di scoprire il territorio e le sue caratteristiche stando a contatto con la natura. Per un cicloturismo sicuro e responsabile la guida fornisce indicazioni circa i centri di assistenza, la segnaletica stradale, le Aziende Agricole che si possono raggiungere in bici da Jesolo, tanti consigli per pedalare in sicurezza e tutti i vantaggi dell’andare in bicicletta. E per chi non si vuole mai separare dalla bici, o per chi la pratica in modo agonistico ed ha bisogno di allenarsi spesso, su www.jesolo.it si trovano i “Bike Hotel”. 

Tutte le principali attrazioni sono accessibili anche durante le ore serali.

 

JESOLO BY NIGHT

E quando il sole scompare all’orizzonte sul mare, c’è tutto un popolo che esce allo scoperto. E’ la gente della notte, quella di cui non sospetteresti l’esistenza tra gli ombrelloni e le sdraio. Eppure esiste, ed ama il divertimento nelle sue variegate sfaccettature, che siano la musica, il ballo, il cinema, le lunghe passeggiate sul bagnasciuga o il luna park. Il litorale è diventato il territorio della sperimentazione per il divertimento: qui sono nate mode, tendenze, qui si sono inventati slogan, feste e modi di fare festa in spiaggia. Possono, insomma, cambiare i tempi, ma Jesolo continua a rimanere sempre la capitale del divertimento, grazie alla sua capacità lungimirante di mutare pelle, pur rimanendo fedele a sé stessa. 

Trasportati dalla lunga, immensa passeggiata. E’ la via commerciale senza eguali, che si sviluppa lungo l’isola pedonale più lunga d’Europa, da un capo all’altro della città, popolata da oltre 1200 tra negozi, ristoranti, bar e locali di tendenza. Percorrendola è come entrare in un caleidoscopio di mescolanze che accendono i sensi e i sentimenti. Si percepisce subito l’essenza di Jesolo: la sua capacità di moltiplicare, piazza dopo piazza, lampi di colori, richiami di vetrine, innovativi spazi commerciali, bazar, profumi di sapori autentici e folate di mare e di sale. Un centro commerciale naturale senza paragoni, frequentato da un’umanità variopinta, punto d’incontro di tante culture, che va oltre la contemporaneità e già racconta pagine di futuro.

E se si vuole passeggiare immaginando di essere una star, 

ecco il Lungomare delle Stelle. Lungomare come la Hollywood Walk of Fame. Dal  2001 Jesolo riconosce a grandi personaggi del mondo dello spettacolo, della televisione, della musica, della scienza e dello sport, un tratto di passeggiata a mare. Un evento unico nel suo genere. Durante una cerimonia pubblica con tanto di grande festa in piazza, l’intitolazione di un tratto di passeggiata, quindi il calco delle mani che poi viene conservato in uno spazio espositivo del Kursaal di piazza Brescia. Il primo è stato Alberto Sordi. Via, via sono arrivati personaggi del calibro di Mike Bongiorno, Sofia Loren, Katia Ricciarelli, Andrea Bocelli, Gina Lollobrigida, Carla Fracci… fino ai più recenti Alessandro Del Piero, Federica Pellegrini e i Pooh.

Per i bimbi c’è Newjesolandia, il nuovo Parco di Diverti-menti a carattere tematico di Jesolo. Sviluppato in un’area di 20000 mq alle porte del Lido di Jesolo, offre attrazioni e divertimento per grandi e piccoli con attenzione alle famiglie. Una nuova area per darvi il massimo del divertimento per serate piacevoli con la vostra famiglia. Aperto tutte le sere dalle 20 a notte inoltrata, il parco offre un complesso di 35 attrazioni, fornitissimi stand dolciari, serate con animazione ed eventi speciali. Tutte le attrazioni del Parco Newjesolandia regalano una speciale combinazione di avventura e divertimento per tutte le età.

Ma anche il Gommapiuma. Una giornata speciale per i più piccoli della famiglia? Solo il soffice parco divertimenti Gommapiuma può garantirla, una vera palestra all’aperto con tanti maxi giochi gonfiabili su cui saltare e arrampicarsi adatta alla sfogo dei bambini. Gioco, divertimento e spensieratezza per i bambini e relax per i genitori.

E se si vuole provare l’ebbrezza di guardare Jesolo dall’alto, in una girandola di emozioni, ecco la ruota panoramica, la gigantesca attrazione situata in piazza Brescia. 

Per chi i brividi li vuole provare su una quattro ruote,  ecco il circuito di go-kart Pista Azzurra. Grazie al suo tracciato molto tecnico la Pista Azzurra viene considerata un banco di prova per misurare le qualità di velocità e messa punto del mezzo da parte dei nuovi piloti. Due piste danno la possibilità di soddisfare la voglia di provare l’ebbrezza della velocità che si prova con un kart. Anche le Minimoto trovano spazio alla Pista Azzurra, attraverso un tracciato di 715 metri che viene considerato estremamente tecnico dai piloti.

Jesolo anche di sera è un… mare di mostre. Ecco allora il Sea Life, un vero e proprio parco marino - che segue l’eccezionale successo di quello aperto a Gardaland nel 2008 – dotato di 30 grandi vasche con 5000 esemplari appartenenti ad oltre 100 specie acquatiche di tutti i mari del globo. Un percorso unico, che porterà il visitatore alla scoperta di molti ambienti, in un’escalation di esperienze, che vedranno rappresentate anche la cultura, i valori e la storia di Venezia. 

Dal Sea Life al Tropicarium Park, una vera e propria immersione nel mondo della natura, con tantissimi animali da tutto il mondo, accompagnata da un ambiente molto ospitale e confortevole per tutta la famiglia. Il percorso complessivo è al coperto ed accessibile alle persone diversamente abili, per oltre quattrocento esemplari di animali. La visita comprende tre percorsi: Tropicarium con scimmiette, farfalle, rettili, pinguini e sauri di ogni genere; Predators con grossi squali e grandi coccodrilli; Aquarium con tanti pesci tropicali di ogni forma e colore! I gestori del Tropicarium per questa estate hanno aggiunto anche il “Calcio in mostra”, una fantastica mostra sui grandi campioni che hanno fatto la storia del calcio.

E poi c’è l’Adventure Golf , l’unico minigolf tematizzato di Jesolo. Tra palme, cascate, specchi d’acqua e sentieri che danno vita ad un vero e proprio ambiente tropicale, i giocatori si affrontano lungo due possibili tracciati in cui mettere alla prova le proprie abilità. 4000 metri quadrati, 24 buche.. ma un solo vincitore

Per chi i brividi li vuole provare su una quattro ruote,  ecco il circuito di go-kart Pista Azzurra. Grazie al suo tracciato molto tecnico la Pista Azzurra viene considerata un banco di prova per misurare le qualità di velocità e messa punto del mezzo da parte dei nuovi piloti. Due piste danno la possibilità di soddisfare la voglia di provare l’ebbrezza della velocità che si prova con un kart. Anche le Minimoto trovano spazio alla Pista Azzurra, attraverso un tracciato di 715 metri che viene considerato estremamente tecnico dai piloti.

Da ricordare che si può vistare Jesolo, o semplicemente percorrerla da un capo all’altro, a bordo del trenino panoramico, a cui si può accedere da un punto qualsiasi della lunga isola pedonale.

 

DISCOBAR 

Al calar della sera i bar e i discobar di Jesolo si animano e diventano i punti di riferimento della movida. Dall’aperitivo al dopo cena potrai lasciarti coinvolgere dall’atmosfera festaiola di questa vivace località di mare e godere delle fantastiche proposte di ogni location. Ce n’è davvero per tutti i gusti! Dalla musica dal vivo al karaoke, dagli sfiziosi happy hour agli stuzzicanti cocktail, nei bar di Jesolo nulla è lasciato al caso, ma tutto è perfettamente orientato al divertimento genuino e puro. Uno è l’obiettivo principale dei gestori dei locali jesolani: far trascorrere serate speciali, aiutando gli ospiti a evadere dalla quotidianità e a rilassare la mente lasciandosi completamente andare al divertimento, agli amici e alla buona compagnia. Il tutto grazie a un intrattenimento di qualità, curato e ben organizzato e a una costante voglia di sperimentare e innovare.

 

DISCOTECHE

Vivere la discoteca a Jesolo non è solo divertimento: è emozione vera! Le serate a tema, gli eventi leggendari, l’atmosfera ricercata, le luci, i dettagli di design e le sensazioni uniche, che solo calpestando i dancefloor jesolani si possono vivere, offrono serate veramente indimenticabili. Empatia allo stato puro! Ce n’è davvero per tutti i gusti e il divertimento senza sosta scorre ininterrotto fino all’alba. Entrate nel mito a livello internazionale, le discoteche di Jesolo si arricchiscono ogni anno di novità, restando sempre alla moda, seguendo i dettami più glam, ma soprattutto dando il via a vere tendenze. Scopri la vita notturna di Jesolo: qualità, emozioni, musica e tanta bella compagnia ti faranno trascorrere le migliori notti delle tue vacanze. 

 

 

Il libro: Eventi e personaggi straordinari della Seconda Guerra Mondiale

Il libro: Eventi e personaggi straordinari della Seconda Guerra Mondiale - ATLANTIS


Ventidue appassionanti racconti, 22 stupefacenti short stories che hanno in comune la cornice della Seconda Guerra Mondiale. Domenico Vecchioni, già diplomatico di carriera e ora riconosciuto divulgatore storico, ci fa vivere o riviviere, col suo consueto stile rapido e coinvolgente, eventi poco conosociuti o del tutto dimenticati o raccontati finora in maniera frammentaria. Dalla “battaglia di Los Angeles” al “singolare destino del nipote inglese di Adolf Hitler”, dall’”enigma del Lady be Good” all’”ultimo bombardamento”, dallo “spionaggio al Salon Kitty” a “Hugo Boss, il sarto del regime nazista”, da “Angel Sanz-Briz, l’angelo di Budapest” al “medico del diavolo”, l’autore ci conduce con mano sicura attraverso un’insolita e indimenticabile galleria di episodi e personaggi davvero

 

 

omenico Vecchioni, già Ambasciatore d’Italia, ha ricoperto numerosi incarichi alla Farnesina e all’estero. È stato tra l’altro in servizio a Le Havre, Buenos Aires, Bruxelles (NATO), Strasburgo(Consiglio d’Europa), Madrid e Nizza. Da ultimo è stato Ambasciatore d’Italia a Cuba. Storico e saggista, collabora con varie testate di politica internazionale e di storia, in particolare con BBC History/Italia. Ha al suo attivo una trentina di opere storico-divulgative, con speciale focus sulle biografie dei grandi personaggi della Storia e delle grandi figure dello Spionaggio. Le sue due ultime opere sono state: “Le dieci operazioni segrete che hanno cambiato la Seconda guerra mondiale” (2018) e “Le dieci donne spia che hano fatto al Storia” (2019). 

Sito web: www.domenicovecchioni.it
Per Mazzanti Libri è Direttore Editoriale della Collana Guerre Segrete. q

Domenico Vecchioni

Eventi e personaggi
straordinari della Seconda Guerra Mondiale

Collana Guerre Segrete

ISBN 9788836210138
Euro 20,00

Copyright © 2020
ME Publisher - Mazzanti Libri, Venezia

www.mazzantilibri.it

Comunicazione: L’amore al tempo del Coronavirus

Comunicazione: L’amore al tempo del Coronavirus - ATLANTIS

L’amore al tempo del Coronavirus

SerenellaAntoniazzi

In questi giorni di pandemia, tante parole sono state spese per descrivere la grave e preoccupante condizione sanitaria nazionale e tanti, troppi, commenti apocalittici hanno coinvolto spettatori impauriti che cercavano conferma sui social di quanto avevano ascoltato, trovando, oltre alle notizie sui decreti, sul numero dei contaminati, dei decessi e dei guariti dal contagio del Covid-19, anche frasi celebri e aforismi accompagnati da immagini raffiguranti il Tricolore.

Alcune immagini sono diventate virali: un’Italia avvolta in una coperta e curata come fosse un neonato; le foto di infermiere sfinite che dormono su computer spenti e visi segnati da mascherine e occhiali protettivi. Ancora: immagini di pizze consegnate al Pronto Soccorso da persone benevole e di volontari che si adoperano al meglio per contenere il dilagarsi della malattia, sconosciuta e subdola.

Appuntamenti ad ogni ora del giorno e della sera per organizzare flash mob con canti eseguiti dai balconi in maniera più o meno intonata, candele accese, applausi scroscianti e strumenti musicali accompagnati da ogni genere di percussione improvvisata; il tutto per esorcizzare la paura, per dimostrare gratitudine, per far sentire un’unica voce che raccoglie e unisce da Nord a Sud un territorio spesso diviso e dove spesso ci si incolpa l’un l’altro dei mali propri. Questa volta tutti uniti in una sola voce per affrontare il virus, per sconfiggere la paura.

Neppure ai mondiali di calcio del 2006 si videro tante bandiere sventolare sui social e sui balconi come oggi, anno 2020 e allora mi chiedo: perché ci ricordiamo di essere una Nazione solo nei rari momenti di “protagonismo?”

Con la vittoria ai mondiali del 2006, dopo il Brasile e a pari merito con la Germania, l’Italia è la seconda Nazione al mondo ad aver vinto quattro campionati del mondo; è il Paese che ci arricchisce, generazione dopo generazione, di arte, poesia, letteratura, lirica e bellezza; l’ingegno ci distingue, la fantasia ci caratterizza e, guardando il nostro mare e ammirando le nostre montagne, ogni straniero alza al cielo un calice di buon vino e ringrazia del poter godere di così tanta bellezza, racchiusa in uno scrigno a forma di stivale.

Di questo patriottismo momentaneo facciamone uno stile di vita e abituiamoci ad essere uniti sempre; mostriamo al mondo la vera forza di questa Nazione e del suo Popolo. Cambiano i Governi, cambiano le stagioni, cambiano gli uomini a cui diamo la nostra fiducia ma non cambia e non cambierà mai chi siamo. Vestiamoci di Tricolore l’anima e trasmettiamo questo amore e questa passione ai nostri figli, perché imparino lo spirito di appartenenza e, ovunque vadano a costruire il loro futuro, siano orgogliosi della patria natia.

Tifiamo per la squadra del cuore a vita, esultiamo seduti uno accanto all’altra negli stadi trasportando il canto di incoraggiamento con un’onda umana e ci dipingiamo la faccia di verde, bianco e rosso solo se vinciamo; ma noi siamo italiani sempre, in qualsiasi momento, sia esso di vittoria o di sconfitta. La vera forza è quella di non vergognarsi e sapersi rialzare a testa alta, tenendo ben visibili i colori che portiamo con orgoglio in faccia. 

Se dai momenti di complessità nascono opportunità che influenzano il futuro, non perdiamo questa occasione, seppur dolorosa, per mostrare chi siamo e con quale forza, determinazione e resilienza, siamo in grado di rialzarci e, nonostante i torti subiti, di avere l’umanità per andare oltre e aiutare. 

 

 

Comunicazione: il benessere

Comunicazione: il benessere - ATLANTIS

Perché il benessere è un fatto socio-economico globale

Riccardo Palmerini

Oggi, riprendendo ed approfondendo alcuni articoli precedentemente pubblicati, visto anche il particolare momento che l’intera umanità affronta, voglio dissertare sul tema del benessere quale fattore socio-economico globale.

3 aprile 2015, Vancouver; TED Talk di Bill Gates. L’intervento del padre del Sistema DOS e della Microsoft, ora magnate dell’economia, verte su un tema apparentemente inedito ed improbabile. Dichiara che il vero rischio per l’umanità non è una guerra nucleare, come era invece fortemente sentito negli Stati Uniti negli anni della sua infanzia e gioventù; il vero pericolo è un virus influenzale. “”Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso, piuttosto che una guerra”. Di fronte a queste parole, riascoltate ora, i sostenitori delle teorie del complotto affermeranno certamente che Gates sapeva cose che la gente comune non sa. Per certi versi è vero; mi spiego.

Nell’era dell’accesso globale e facile alle informazioni, la curiosità ed il desiderio di approfondimento delle persone è, mediamente, vicino allo zero. Questa mancanza di ricerca delle informazioni e di comparazione delle notizie (due cose spesso molto distanti tra loro), tutte a facile circolazione sui media, comporta che qualunque cosa venga detta e divulgata possa essere presa per valida. Peraltro, a pochi viene il desiderio di verificare cosa stia dietro l’informazione o la notizia. Se qualcuno, ascoltando l’intero intervento di Bill Gates andasse, ancora oggi, alla radice delle informazioni, comprenderebbe che le dichiarazioni di Gates hanno un facile riscontro nella realtà.

Non si tratta di politica o di propaganda, quando afferma che se l’umanità ed i Paesi che la rappresentano investissero con impegno nella ricerca scientifica, soprattutto quella collegata ad eventi possibili, ci ritroveremmo ad investire meno risorse per fare fronte alle conseguenze, spesso drammatiche, di alcuni eventi ormai di portata mondiale.

La comunicazione ha un ruolo fondamentale in tutto questo. Parto da alcune considerazioni semplici: si parla di mondo, di pianeta, di sostenibilità come fatto ambientale. Quando accadono epidemie, così come avviene per le guerre, per terremoti, incendi devastanti, alluvioni, l’unica preoccupazione è che avvenga da qualche altra parte del pianeta. Tutti noi sappiamo che, falde a parte, l’avvicinamento fisico di aree del pianeta distanti tra loro non è né istantaneo, né immediato. Quindi, se succede altrove nel mondo, ci sentiamo al sicuro.

Proviamo, almeno per un attimo, a parlare di umanità, di popolazioni. Subito ci rendiamo conto che si tratta di qualcosa di più mobile, di fluido. Quindi ci spaventa maggiormente, ci sentiamo meno al sicuro. Tant’è che il dibattito sui flussi migratori è molto acceso, per motivi anche differenti da quello sanitario.

Gates evidenzia come validi criteri di prevenzione richiedono “sistemi sanitari efficienti nei paesi poveri,” dove “vedremo l’epidemia con molto anticipo”. Parla di riservisti ma come “sistema sanitario, fatto di tanta gente formata che sia pronta a partire con le competenze giuste”. Parla di “logistica e messa in sicurezza” di carattere militare e, soprattutto, di simulazioni: “sui germi, non di guerra, per vedere dove sono le lacune”. Chiede “più ricerca e sviluppo nell’area dei vaccini e della diagnostica”. Incalza Gates: “Non ho un budget esatto di quanto potrebbe costare, ma sono sicuro sia molto basso rispetto al potenziale danno. La Banca Mondiale stima che se ci fosse un’epidemia di influenza mondiale, la ricchezza mondiale si ridurrebbe di più di 3 trilioni di dollari e ci sarebbero milioni e milioni di morti.”. Era il 2015, ora ci siamo dentro.

La risoluzione ONU adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015 (lo stesso anno) riporta come “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”. Per informazione, l’Agenda è stata adottata anche dall’Unione Europea e dall’Italia nello specifico. Gli USA l’hanno adottata poi, nel corso dell’ultima amministrazione, hanno sollevato una serie di eccezioni, come del resto la Cina.

L’Agenda parla di Sviluppo Sostenibile: non si tratta di ambiente, non solo. Sono 17 gli Obiettivi formalizzati (Sustainable Development Goals o SDGs), per un totale di 169 targets. Ne cito alcuni: 3. Salute e benessere; 6. Acqua pulita e servizi igienico-sanitari; 11. Città e comunità sostenibili; 17. Partnership per gli obiettivi. Non esiste un solo modo per raggiungere la sostenibilità, ovvero per dare un futuro alle persone, alle generazioni, a quelle nate ed a quelle che ancora devono nascere. Esiste però una sola via per rendere il futuro sostenibile e riguarda l’economia non meno della salute. Occorre programmazione e prevenzione, dobbiamo farci coinvolgere meno da retorica meramente idealista ed essere tutti partecipi di un cambiamento. 

Nei giorni che scorrono mentre esce questo articolo, l’intera umanità sta affrontando una pandemia (così definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). Può sembrare banale ma si tratta di una pandemia dovuta ad un virus di carattere influenzale. Di un virus non di per sé letale (ma lo diventa in combinazione con altri fattori di salute). Un virus che uccide se non sappiamo remare tutti in una stessa direzione per limitare il contagio e rincorrere il contrasto sanitario. Dobbiamo rincorrere perché non ci siamo preparati prima e dobbiamo sperare (i fatti dimostrano l’assoluta incapacità dei Governi ma anche dei cittadini) di essere tutti parte attiva per contenerne la diffusione.

Operare in un’ottica di Benessere Interno Lordo significa prepararsi, culturalmente, operativamente, strutturalmente, per fare fronte a problemi sanitari che colpiscono non Paesi ma uomini, che si spostano. Una massa fluida che non è pronta ad essere controllata e, ancora meno, ad auto gestirsi ed auto controllarsi. Significa cambiare rotta e modo di fare le cose.

Dati alla mano, per i puristi del dato economico, significa anche sviluppo economico ma persistente, duraturo; significa occupazione ma in altra direzione e con distribuzione diversa delle risorse; significa innovazione non solo di prodotto ma di processo.

Chiudo con due autorevoli frasi di autori viventi che definirei al di sopra di ogni sospetto, per quanto conguenti:

“Nella Lettera Enciclica Laudato si’  ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità.” (Papa Francesco nell’invito all’evento “Economy of Francesco”).

“Quello che mi ha sorpreso di più 

negli uomini dell’Occidente è che 

perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. 

Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero non morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.” (Dalai Lama) 

 

Comunicazione:Uchronia

Comunicazione:Uchronia - ATLANTIS

Uchronia: il valore del tempo, il senso della storia

 

Luca Baraldi

 

 

“Nella società del rischio, il passato perde il potere di determinare il presente.” E’ il 1986 quando Ulrich Beck definisce, per la prima volta, il perimetro concettuale della sua teoria sulla società del rischio. Lo scenario geopolitico, sociale ed economico dell’epoca influenza fortemente il pensiero del sociologo tedesco, inducendolo a sostituire un modello sociale fondato sulla wealth distribution con uno, certamente problematico, fondato sulla risk distribution. Tre anni prima della caduta del muro di Berlino, il mondo stava già vivendo una serie di eventi che lo avrebbero cambiato radicalmente. Il 1986 è l’anno del disastro di Cernobyl, della guerra in Libia e del terrorismo libico in Europa, della nube tossica del Lago Nyos in Camerun, dell’esplosione dello shuttle Challenger. Rischi della tecnologia, aberrazioni dell’economia, imprevedibilità ambientale, nuove forme di terrorismo internazionale e interno. Tutto sembra legittimare l’elaborazione di una nuova definizione del rischio come componente non accidentale, ma ontologicamente rilevante per la configurazione della società del futuro a venire. 

Oggi, trentaquattro anni dopo, abbiamo vissuto trasformazioni epocali, a livello geopolitico, tecnologico e socio-economico, assistendo ad un processo di progressiva trasformazione del rapporto tra la società e la realtà, tra la dimensione umana e la dimensione tecnologica, tra i fisiologici localismi e le necessarie aperture globaliste. E’ cambiata la realtà, è cambiato il modo di conoscere la realtà, ed è cambiato il modo in cui concepiamo la stessa conoscenza della realtà. Abbiamo assistito, e stiamo tuttora assistendo, alla sovrapposizione di una rivoluzione tecnologica, una rivoluzione sociologica e una rivoluzione epistemologica. Se la tecnologia ci mette a disposizione degli strumenti potenziali di straordinaria importanza, con un impatto molto forte sulle dinamiche sociali, permane tuttavia una fragilità nei processi di elaborazione del pensiero. L’esistenza sembra sempre più concentrata sulla gestione della contingenza, nell’assenza di una capacità di pianificazione a lungo termine, nell’assenza di progetti di vita, nell’assenza di strategie di largo respiro nella scena politica nazionale ed internazionale. Possiamo accedere alla conoscenza più rapidamente, in maniera più efficace e senza limiti di distanza, ma sembrano mancare le competenze di base per gestirla. Possiamo sapere di più, ma non sappiamo più come sapere. Ciò che è peggio, non sappiamo più come affrontare ciò che non possiamo sapere. Se da una parte la realtà che conosciamo si mostra sempre più come un sistema caratterizzato da una componente non riducibile di imprevedibilità, dall’altra ci rendiamo conto di quanto il valore della conoscenza sia sempre più confuso, erroneamente, con il ruolo dell’informazione. 

Già nel 1980 Alvin Toffler, nel suo The Third Wave, aveva parlato per la prima volta in maniera strutturata del concetto di infosfera, che modificava profondamente l’ecosistema socioculturale globale, “aggiungendo un intero nuovo livello di comunicazione al sistema sociale”. La comunicazione acquisisce un ruolo sostanziale, nei processi di produzione della conoscenza e nelle dinamiche di definizione del mondo. Rompendo gli schemi di una funzione meramente descrittiva, in qualche modo la comunicazione acquisisce un carattere condeterminante nei processi di produzione della conoscenza. Se negli anni ’80 il tema della comunicazione è strettamente correlato, a livello diplomatico, agli strumenti del soft power, progressivamente acquisisce un ruolo ben più ampio, prima in ambito strategico, poi nello scenario sfuggente dell’information warfare. La permeabilità tra realtà e virtualità, tra fenomeno e rappresentazione, tra elaborazione autonoma e concezione indotta determina scenari sempre più critici di vulnerabilità culturale, provocati, tra le altre cose, dall’incapacità del sistema educativo di promuovere il pensiero complesso. In generale, una società incapace di elaborare in maniera critica l’informazione che riceve è una società incapace di esercitare la propria libertà di scelta. Nel contesto specifico di un mondo iperconnesso, in cui l’informazione e la conoscenza si fondano soprattutto sull’irruzione della realtà immateriale (digitale) nella realtà materiale (la vita sensibile), una società incapace di elaborare in maniera critica l’informazione è una società che delega ad altri il potere decisionale. Se, da una parte, possiamo riconoscere la legittimità teorica della società del rischio, accettando l’imprevedibilità come condizione esistenziale (un’ovvietà, nell’esistenza quotidiana di ciascuno di noi), dall’altra dobbiamo elaborare strumenti e mentalità capaci di fare in modo che il rischio, una volta divenuto fenomeno, non venga potenziato dall’inadeguatezza comunicativa. Nel 1964 McLuhan, nel suo Understanding Media: The Extensions of Man, affermava che “il medium è il messaggio”, evidenziando la capacità del mezzo di comunicazione di esercitare un’influenza sostanziale - non solo formale - sull’informazione trasmessa. Oggi, nell’epoca della realtà ibridata, del messaggio smaterializzato e dell’informazione diffusa, il medium non è più soltanto il veicolo per trasmettere una rappresentazione della realtà, ma diventa parte condeterminante e coessenziale della realtà stessa. 

Nel contesto concettuale della società del rischio, occorre riconoscere la necessità di contribuire all’educazione del pensiero, perché la comunicazione diffusa diventi un atto di responsabilità. Se l’informazione ha la capacità di influenzare la realtà, attraverso l’esercizio di un’influenza indiretta sull’orientamento del pensiero sociale, oggi l’informazione rischia di diventare essa stessa un acceleratore di rischi, un generatore di aggravanti, uno strumento di disinformazione strategica. Il filosofo spagnolo Xabier Zubiri, nel suo Naturaleza, historia y Dios (1944), usava dire che la storia è il risultato di un processo di aperture e di limitazioni, costantemente influenzato dalla società, che fronteggia il rischio dell’imprevedibilità con un “determinato sistema di possibilità”. Forse oggi siamo di fronte ad una fase di trasformazione profonda dello sviluppo del pensiero sociale. Un’epoca storica che ci interroga, proprio sulle vulnerabilità del contesto informativo, socio-culturale, geopolitico che abbiamo contribuito a creare con ogni nostra azione. Uno scenario che ci interroga sull’efficacia del nostro sistema di possibilità, delle nostre capacità di resilienza sociale e di adattabilità culturale, politica ed economica. In una dimensione che certamente evoca la società del rischio, che certamente fa risuonare ad alta voce il peso fragile dell’infosfera, siamo chiamati ad andare oltre i limiti delle nostre categorie concettuali. Beck suggerisce di affrontare l’imprevedibilità del rischio lasciando che non sia il passato, ma il futuro a determinare il nostro presente. Forse si potrebbe ripartire ad analizzare il nostro presente, per comprendere quali sono le sue potenzialità e le sue vulnerabilità, per ascoltare l’insegnamento del passato ed immaginare i volti possibili del futuro. Forse, potremmo ricominciare a chiederci, come individui e come società, quale sia il 

senso della storia, e quale vogliamo che sia il valore del nostro tempo.

 

 

 

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