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2-3/2021

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

 

 

 

Mario Boffo, Ambasciatore.

Gianluca Buccilli, Ammiraglio.

Fabio Caffio, Esperto in Diritto della Navigazione.

Domenico Letizia, Giornalista.

Eleonora Lorusso, Giornalista.

Roberto Nigido, Ambasciatore.

Tobia Sgnaolin, Ricercatore.

In copertina: Joe Biden

In copertina: Joe Biden - ATLANTIS

Joe Biden, biografia politica e personale

Nato a Scranton il 20 novembre 1942, Joe Biden, all’anagrafe, Joseph Robinette Biden Jr, è un politico americano, vicepresidente degli Stati Uniti dal 2009 al 2017 e candidato Presidente degli Stati Uniti nelle presidenziali del 2020 per i democratici.
Chi è Joe Biden.
Biden nasce in una famiglia di origini irlandesi. Il padre vendeva automobili e lui, cresciuto in un ambiente modesto, coltiva sin da giovane la passione per la politica. E in effetti concentra tutti i suoi sforzi per la realizzazione dei suoi sogni.
Nel 1965 si laurea in Scienze Politiche all’università di Newark, poi si specializza in Legge conseguendo la laurea a Syracuse.
Muove i primi passi nel mondo del lavoro nelle vesti di avvocato, e non è una cosa rara nel mondo della politica americana.
E a proposito di politica, la prima svolta arriva nel 1972, quando viene eletto senatore per il Partito democratico per lo Stato del Delaware.
Inizia l’ascesa di Joe Biden nel mondo della politica. Tenta la prima scalata alla Casa Bianca nel 1988, ma viene battuto alle primarie. Torna in corsa in occasione delle presidenziali del 2008, poi arriva la svolta. I risultati per Biden non sono proprio promettenti, ma Obama lo sceglie come vicepresidente.
Joe Biden vicepresidente degli Stati Uniti.
Nel gennaio 2009 per l’America inizia la rivoluzionaria esperienza della presidenza Obama-Biden. In questi anni gli Stati Uniti tentano la ripresa dopo la recessione e alleggeriscono la presenza negli scenari di guerra procedendo con il ritiro delle truppe statunitensi da diversi scenari del Medio Oriente.
Nel 2012 Obama e Biden vengono confermati in occasioni delle elezioni presidenziali e si meritano un secondo mandato.
Joe Biden candidato alle elezioni Usa 2020.
Biden torna in pista in occasione delle presidenziali del 2020 e in poco tempo diventa forse il più credibile anti-Trump. Vince senza eccessive difficoltà le primarie e il 18 maggio del 2019 inizia la sua campagna presidenziale che lo porterà a sfidare Donald Trump in un clamoroso testa a testa all’ultimo voto.
Joe Biden 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Il 7 novembre 2020 la Cnn annuncia la vittoria di Joe Biden, che batte Donald Trump e diventa 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America.
La moglie, i figli e la vita privata di Joe Biden
Per quanto riguarda la vita privata, Joe Biden nel 1966 prende in moglie Neilla Hunter, che diventerà madre dei suoi tre figli: Joseph R. Beau Biden, Robert Hunter e Naomi Christina.
Nella sua vita ha dovuto superare grandi tragedie personali. Nel 1972 la moglie e i tre figli restano coinvolti in un gravissimo incidente stradale. Neilla Hunter e la figlia più piccola muoiono, gli altri due figli restano gravemente feriti.
Nel 1977 Biden sposa Jill Tracy Jacobs, madre della quarta figlia del politico, Ashley. Nel 2015 un altro lutto: la morte del figlio Beau di 36 anni per un tumore cerebrale.

OPERARE NELLA ZEE: IL PARADIGMA ITALIANO

OPERARE NELLA ZEE: IL PARADIGMA ITALIANO - ATLANTIS


Fabio Caffio (R.A. (ret.), ITN, expert in maritime law) - CESMAR

Mantenere il buon ordine in mare è il compito principale che, in tempo di pace, le Marine militari assolvono in alto mare (o acque internazionali, costituite dalla massa di acqua salata che circonda il globo e non è soggetta alla giurisdizione di nessuno Stato), in accordo coi dettami della United Nations Convention of the Law of the Sea (UNCLOS).
Oltre all’alto mare, tuttavia, esistono altri spazi marittimi, tra cui, in primis, le acque territoriali (o mare territoriale), costituite dalla fascia di mare ampia 12 miglia nautiche (NM) misurata dalle linee di base costiere (di norma coincidenti con la linea media della bassa marea). Esse, che comprendono anche sia lo spazio aereo sovrastante che il fondale marino sottostante, fanno parte a tutti gli effetti del territorio dello Stato Costiero, il quale vi esercita la propria sovranità, anche se alle navi straniere (militari e civili) è consentito il transito inoffensivo.
Con il progressive ampliamento della giurisdizione funzionale degli Stati costieri sulle acque, alle acque territoriali si è aggiunta, in un primo tempo, la Zona Contigua, una fascia di mare che si estende fino a 24 NM dalle linee di base costiere, all'interno della quale lo Stato può esercitare un controllo limitato al fine di prevenire o punire “l'infrazione delle sue leggi e regolamenti doganali, fiscali, di immigrazione o sanitari all'interno del suo territorio o mare territoriale", e successivamente la Zona Economica Esclusiva (ZEE), che si estende fino a 200 NM, in cui, alla luce di quanto previsto dalla summenzionata UNCLOS, lo Stato può esercitare diritti sovrani in materia di protezione delle risorse ittiche e dell'ambiente marino.
Per quanto riguarda la Piattaforma Continentale, ovvero l'area sommersa dove lo Stato esercita diritti sovrani per l'esplorazione e lo sfruttamento delle risorse minerarie e di altre risorse non viventi, la sua natura è ben diversa dalla ZEE. Ciò nonstante, i limiti della colonna d'acqua della ZEE potrebbero coincidere con quelli della sottostante PC, a meno di diversa indicazione degli Stati interessati. Si osservi che, all’interno della ZEE, le navi straniere godono del diritto alla libertà di navigazione purché rispettino i diritti dello Stato costiero.

Sulla questione della cd. mobilità delle Flotte – un problema che, in particolare per quanto riguarda la ZEE indiana, è all'attenzione degli USA – l'UNCLOS senza dubbio non stabilisce alcuna limitazione alle attività delle navi da guerra nelle ZEE estere.

Una ZEE, pertanto, non è una zona smilitarizzata, ed al suo interno le navi da guerra straniere possono svolgere attività di polizia marittima per contrastare la pirateria e altri crimini internazionali, nell'interesse della comunità internazionale, tenendo debitamente conto dei diritti funzionali degli Stati Costieri, i quali, a loro volta hanno il diritto di farvi rispettare le proprie leggi e regolamenti. Si può quindi dire che – per quanto riguarda le attività di polizia dei Paesi esteri – le ZEE sono assimilate all'alto mare.

In tale contesto, mentre l'Italia ha ufficialmente espresso la propria posizione con la sottoscrizione e ratifica dell'UNCLOS, la sua normativa attribuisce alla Marina Militare la funzione di Polizia dell'Alto Mare, quale “servizio di vigilanza sulle attività marittime ed economiche, compresa quella di pesca, sottoposte alla giurisdizione nazionale nelle aree situate al di là del limite esterno del mare territoriale”. 

Si tratta di un compito non militare, legato al contrasto delle minacce negli spazi marittimi internazionali, per il quale, secondo un’antica tradizione derivante dalla Marina francese, gli ufficiali comandanti delle navi da guerra italiane, quando in alto mare, sono investiti anche di poteri giudiziari, e possono operare sotto la direzione della magistratura.
in conseguenza di ciò, fin dagli anni '50 la Marina Militare Italiana è impegnata a tutela delle attività di pesca dei connazionali nelle acque contese di giurisdizione italiana, e ben due classi di unità navali sono state costruite per questa specifica missione (pattugliatori d'altura "Costellazioni 1" e "Costellazioni 2"), finanziate, dapprima, con fondi del disciolto Ministero della Marina Mercantile e, successivamente, dal Ministero dei Trasporti e della Navigazione.
Poiché il Parlamento italiano il 9 giugno 2021 ha approvato la legge istitutiva della ZEE, in futuro l'impegno della Marina Militare italiana in questo tipo di attività non militari è destinato ad aumentare, declinandosi in due missioni diverse ma interconnesse: da un lato, imporre l’applicazione della giurisdizione italiana sulla ZEE nazionale, e, dall'altro, assicurare l’integrità di tale giurisdizione, in particolare nelle aree eventualmente contese da altri Stati.

 A tal proposito, va ricordato che l'Italia ha già definito con la Grecia il confine della ZEE firmando nel 2020 un accordo pro futuro (che, come tale, sarà applicato quando la ZEE sarà istituita da entrambi i paesi) che adotta lo stesso limite della Piattaforma Continentale concordato nel 1977. In maniera analoga, i limiti della Piattaforma Continentale italiana, definiti in passato con Croazia, Albania e Spagna, potrebbero diventare i confini della ZEE italiana, mentre un accordo firmato da Italia e Francia nel 2015, ma non ancora entrato in vigore, definisce i confini marittimi tra i due Paesi. Per quanto, invece, riguarda la demarcazione dei confini marittimi con Algeria, Tunisia, Malta e Libia, si deve osservare che la situazione risulta complessa, in quanto con tali Paesi non esiste una visione comune su questo tema. L'Italia, tuttavia, nello spirito dell'UNCLOS, potrebbe proporre di negoziare accordi di delimitazione provvisori.

In definitiva, la Marina Militare italiana, in tempo di pace, assolve le proprie funzioni non militari sia nell'alto mare che nelle ZEE, anche se, ai sensi della legislazione italiana, altre forze marittime nazionali hanno specifiche competenze in mare, quali il Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera ed il Corpo della Guardia di Finanza.

Pur facendo parte della Marina Militare, il Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera opera alle dipendenze del Ministero dei Trasporti e della Navigazione, svolgendo molte attività di carattere civile legate alla sicurezza marittima, tra cui, in particolare, il servizio di Ricerca e Soccorso (SAR) in mare. La Guardia Costiera, inoltre, svolge anche ulteriori attività a favore di altri Ministeri, per la tutela dell'ambiente e il controllo della pesca.
Il Corpo della Guardia di Finanza, invece, è posto alle dipendenze del Ministero dell'Economia e delle Finanze, ma opera anche per il Ministero dell'Interno, con il compito di garantire l'ordine pubblico nelle aree marittime di competenza italiana, principalmente nelle Acque Territoriali e nella Zona Contigua, effettuando in particolare i necessari controlli doganali su persone e merci che entrano in Italia. Tale ruolo è sintetizzato dalla definizione di “Polizia del Mare” che la legislazione italiana attribuisce alla Guardia di Finanza.
In estrema sintesi, non sussistono dubbi sul fatto che ogni attore della scena marittima italiana possa operare nella ZEE nazionale, seguendo un modus operandi che, secondo la terminologia della “European Union 2014 Maritime Security Strategy” (EUMSS), potrebbe essere definito come cross-sectorial approach ovvero approccio intersettoriale.
Ciò significa che, in considerazione delle differenze tecnico-operative esistenti, la Marina Militare dispone di poteri generali di sorveglianza e di intervento grazie alla sua capacità di comando e controllo, che le consente di monitorare adeguatamente ampie aree di mare, mentre la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza sviluppano le proprie attività esercitando i previsti controlli in determinate materie.
Trattandosi di competenze diverse, non vi è rischio di sovrapposizione di funzioni tra le forze marittime italiane ma va osservato che, per il futuro, sarà sicuramente utile istituire un meccanismo di cooperazione volto a favorire un’azione sinergica dei tre strumenti di cui il Paese può avvalersi per proteggere i propri interessi nazionali nella ZEE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il pericoloso doppiogioco della Cina in Corea del Nord

Il pericoloso doppiogioco della Cina in Corea del Nord - ATLANTIS


BIANCA LAURA STAN
Cosa farà l’amministrazione Biden di fronte ai pericoli di uno stato nucleare

 

Una nuova amministrazione a Washington deve affrontare un problema familiare: la Corea del Nord sta ancora una volta testando missili, compresi i missili balistici, in violazione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Piuttosto che ricostruire strade senza uscita, l'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è impegnata a ripensare alla Corea del Nord, e si è già distinta dal suo predecessore segnalando che si consulterà con gli alleati e i partner degli Stati Uniti per formulare una forte risposta a Pyongyang che non esclude la diplomazia.

Un tale riorientamento è il benvenuto. Ma se la nuova amministrazione vuole davvero spostare l'ago sulla Corea del Nord, dovrà ripensare le ipotesi che ha ereditato sul ruolo della Cina lì. Finora, il team di Biden è rimasto fedele all'opinione di lunga data che gli Stati Uniti e la Cina condividono un interesse comune per il disarmo nucleare della Corea del Nord e che la politica statunitense debba fare uso dell'enorme influenza di Pechino sul governo di Pyongyang. Durante la sua visita a Seoul, il Segretario di Stato Antony Blinken ha affermato che "Pechino ha un interesse, un chiaro interesse personale, ad aiutare a perseguire la denuclearizzazione [della Corea del Nord] perché è una fonte di instabilità". Blinken ha inoltre reso omaggio al "ruolo critico" e alla "relazione unica" della Cina con la Corea del Nord.

Ma Pechino ha dimostrato per quasi tre decenni dove risiede veramente il suo interesse personale, e cioè nel mantenere lo status quo. La Cina di certo non vuole vedere la Corea del Nord indebolita e gli Stati Uniti rafforzati nella penisola coreana. Ma non vuole neppure che la bilancia penda così fortemente verso la Corea del Nord che gli Stati Uniti si sentano obbligati a rafforzare la loro posizione militare. La Cina sta seguendo una linea attenta per mantenere viva la prospettiva di una denuclearizzazione pacifica senza provocare Pyongyang o aggravare le tensioni con gli Stati Uniti.

Se Pechino non facesse nulla per favorire la denuclearizzazione, gli Stati Uniti potrebbero perdere la fiducia nella diplomazia e decidere invece di aumentare la propria presenza militare nella penisola o addirittura di intraprendere un'azione militare. Ma se Pechino fa troppo per aiutare gli Stati Uniti, la Corea del Nord potrebbe crollare e l'intera penisola potrebbe cadere nell'orbita degli Stati Uniti. La politica cinese della Corea del Nord è quindi un elaborato atto di bilanciamento. Attraverso di essa, Pechino cerca di mantenere l'influenza sul regime di Kim Jong Un senza incoraggiarlo; partecipare agli sforzi multilaterali per fare pressione sulla Corea del Nord, come il programma di sanzioni dell'ONU, senza esporre Pyongyang a pressioni che potrebbero far precipitare il regime.

L'EQUILIBRIO DELLA CINA
Nel bene e nel male, lo scorso anno è stato un anno di grandi cambiamenti nella strategia e nella politica cinese, soprattutto nei confronti dei suoi vicini. La Cina ha effettuato un numero senza precedenti di sortite nello spazio aereo taiwanese, ha imposto sanzioni commerciali all'Australia dopo che quest'ultima ha sostenuto le indagini sulle origini del COVID-19, ed è arrivata alle mani con l'India per una disputa di confine che non vedeva conflitti armati da decenni. Ma nel caso della Corea del Nord, la Cina ha mantenuto il suo atto di bilanciamento.

Pechino e Pyongyang sono stati tiepidi negli ultimi anni. Sulla carta, il Trattato di amicizia e cooperazione sino-nordcoreana rende i due paesi alleati. Ma in pratica, il governo cinese ha preso le distanze dall'alleanza, affermando che se la Corea del Nord avesse provocato un conflitto, Pechino non avrebbe avuto l'obbligo di difenderlo. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha osservato nel 2006 che la Cina non era un alleato della Corea del Nord e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito la relazione come "normali relazioni da stato a stato".

Una raffica di attività diplomatica nel 2018 e nel 2019 ha dato a molti l'impressione che i due paesi intendessero riparare e normalizzare le loro relazioni. Xi Jinping e Kim Jong Un si sono incontrati per la prima volta nel marzo 2018, segnando il primo incontro di Kim con un leader mondiale. Seguirono altri quattro incontri tra i due, a maggio e giugno 2018 e gennaio e giugno 2019, ed i media ufficiali cinesi hanno notato che la relazione "irradiava una nuova vitalità". Ma nonostante i numerosi scambi di luoghi comuni (Xi ha inviato un messaggio a Kim affermando che l'amicizia tradizionale dei paesi è una "risorsa preziosa"), Xi ha mantenuto le distanze da Kim e dal suo regime.

Il 70 ° anniversario dell'ingresso della Cina nella guerra di Corea è passato senza vertici o fanfare sulla vicinanza delle nazioni. Le esigenze di allontanamento sociale avevano indubbiamente qualcosa a che fare con la mancanza di un incontro ad alto livello, ma non potevano spiegare l'assenza della propaganda abituale su come i due paesi siano come "denti a bocca". Inoltre, Xi continua a evitare di riferirsi alla Corea del Nord come alleata. Dopo la sua visita di stato a Pyongyang nel giugno 2019, Xi ha descritto la relazione come una relazione di "amichevoli relazioni di cooperazione" e in una telefonata del gennaio 2021 con Kim, ha definito la relazione bilaterale come uno di "vicini socialisti amichevoli collegati da montagne e fiumi" - nella lingua del governo cinese, non è certo un espressione di vicinanza e solidarietà.

Poi c'è l'approccio della Cina alla gestione degli sforzi internazionali volti a frenare la Corea del Nord. Anche qui, la Cina ha continuato la stessa danza, cercando di diventare un giocatore di squadra pur trattenendo la comunità internazionale dall'agire troppo duramente contro il regime di Kim. La Cina ha votato a favore di tutte e tre le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Corea del Nord nel 2017. Nel 2019, Pechino ha persino raccolto elogi dall'allora presidente Donald Trump, che ha affermato che la Cina è stata "di grande aiuto" nei rapporti con la Corea del Nord. Il 25 marzo 2021, Pyongyang ha condotto due test missilistici balistici in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e il Ministero degli Affari Esteri di Pechino non li ha condannati ma prevedibilmente “ chiama tutte le parti interessate a lavorare insieme per mantenere la situazione di distensione e promuovere la soluzione politica della questione peninsulare attraverso il dialogo e la consultazione".

Pechino è sempre stata scettica sull'uso delle sanzioni per costringere la conformità nordcoreana sulla questione nucleare, esprimendo preoccupazione che troppe pressioni potrebbero spingere Kim a scatenare e minare gli sforzi internazionali. Quando le Nazioni Unite hanno imposto le sanzioni nel 2017, la Cina all'inizio sembrava pronta a farle rispettare rigorosamente. Ma poi Pechino è tornata rapidamente al solito, collaborando con Mosca per cercare di allentare le sanzioni. La Cina avrebbe anche violato i regolamenti fornendo alla Corea del Nord 22.730 tonnellate di petrolio raffinato e aiutando Pyongyang a esportare carbone per un valore di circa 370 milioni di dollari. Tre mesi fa, gli Stati Uniti hanno accusato pubblicamente la Cina di eludere le sanzioni per aiutare la Corea del Nord, e la Cina ha negato di averlo fatto.

La politica della Corea del Nord di Pechino è principalmente motivata dal desiderio di contrastare il potere degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico e aumentare l'influenza cinese nella penisola coreana. La questione nucleare fornisce a Pechino un pretesto per chiedere agli Stati Uniti di ridurre la loro presenza e attività militare nella penisola con la motivazione che la Corea del Nord fermerebbe lo sviluppo delle armi se si sentisse meno minacciata.

Pechino decisamente non vuole una guerra nella penisola. Un tale conflitto potrebbe destabilizzare la regione e finire con una Corea unificata sotto l'influenza degli Stati Uniti. L'approccio "fuoco e furia" di Trump e la sua disponibilità a incontrare direttamente Kim hanno minacciato la capacità della Cina di triangolare tra Washington e Pyongyang per garantire la propria manovrabilità. La reale possibilità che gli Stati Uniti rimpiazzassero con la forza il regime nordcoreano ha convinto Pechino sia a rafforzare i suoi legami con Kim sia a fare una reale pressione sul suo governo. Ma l'ultimo vertice Trump-Xi, nel febbraio 2019, è stato un fallimento; l'amministrazione Trump apparentemente ha abbandonato la sua attenzione sulla denuclearizzazione della penisola coreana e Pechino è tornata agli affari come al solito.

LA SCELTA DI BIDEN
Per impostare una nuova rotta sulla Corea del Nord, l'amministrazione Biden deve sbilanciare Pechino ancora una volta. Lo status quo - in cui Pechino rafforza la sua influenza sul futuro della penisola e conquista punti di immagine internazionale e allo stesso tempo indebolisce la politica nordcoreana degli Stati Uniti - non è più accettabile. Gli Stati Uniti devono trovare il proprio equilibrio: un equilibrio in cui Washington compie progressi nella riduzione della minaccia proveniente dalla Corea del Nord, guadagnando terreno anche nella competizione con Pechino.

La diplomazia multilaterale che adotta un approccio più incrementale alla denuclearizzazione, come il congelamento dell'attuale programma della Corea del Nord, non raggiungerà questo scopo. Pechino avrebbe accolto favorevolmente una tale mossa, poiché molti in Cina pensavano che la richiesta di Trump per la denuclearizzazione completa fosse controproducente e che l'alienazione di Washington dei suoi alleati rischiava di spronare la Corea del Sud o il Giappone a sviluppare capacità nucleari. La Cina vede un approccio multilaterale come un approccio che le conferisce maggiore influenza sugli attori rilevanti e può contribuire a garantire un esito positivo per Pechino.

La Casa Bianca dovrebbe invece considerare di perseguire una diplomazia multilaterale che escluda Pechino o che per lo meno non dia alla Cina un posto d'onore. Un tale approccio sarebbe coerente con le predilezioni di molti dei consiglieri di Biden, che cercano un approccio pragmatico che non si basi sulla buona volontà di Pechino. La Cina probabilmente reagirebbe affrettandosi a ridefinire il proprio ruolo nella gestione degli affari peninsulari per assicurarsi di non essere tagliata fuori da nessun accordo. La Cina potrebbe rafforzare le sue relazioni con la Corea del Nord e la Russia per influenzare la politica attraverso di loro come delegati. Gli Stati Uniti potrebbero quindi unire le forze con gli alleati europei in risposta, sia per contrastare le pretese eccessive di Pechino nel Mar Cinese Meridionale o per sostenere le democrazie contro l'interferenza politica cinese.

Una maggiore vicinanza tra Cina e Corea del Nord potrebbe rivelarsi utile agli Stati Uniti. La Corea del Nord ha in effetti imposto a se stessa le sanzioni più dure immaginabili, chiudendo completamente i suoi confini nel gennaio 2020 per prevenire la diffusione del nuovo coronavirus. Il commercio del paese con la Cina è diminuito dell'81%di conseguenza. L'influenza economica della Cina sulla Corea del Nord si è così dissipata e, con essa, l'efficacia delle sanzioni come strumento coercitivo. La Cina potrebbe ora lavorare per creare una nuova leva contro la Corea del Nord, forse attraverso incentivi positivi, che potrebbero fornire un altro strumento per l'amministrazione Biden da utilizzare in seguito. E se Pechino non può stringere legami più stretti con Pyongyang, potrebbe persino cercare di ingraziarsi Seoul, anche uno sviluppo favorevole per Washington, poiché tali relazioni potrebbero consentire agli Stati Uniti di perseguire una più profonda cooperazione militare con gli alleati regionali della Corea del Sud senza timore di provocare un forte risposta cinese.
Alcuni consiglieri di Biden, tra cui Kurt Campbell, hanno chiesto un approccio più audace. Una possibilità è che Washington sposti la sua attenzione dalla denuclearizzazione al controllo degli armamenti. In questo scenario, gli Stati Uniti accetterebbero la Corea del Nord come uno stato nucleare de facto e prenderebbero misure per aumentare la deterrenza contro di essa, come il rafforzamento della presenza militare statunitense e il rafforzamento della cooperazione militare con gli alleati nella regione. La Cina avrebbe difficoltà rispetto a prima di delegittimare la presenza militare statunitense nella regione e potrebbe essere costretta a fare ciò che è necessario per indurre la denuclearizzazione della Corea del Nord, anche a costo di destabilizzare il regime.

Il nuovo approccio di Biden alla Corea del Nord deve costringere la Cina a spostare il suo equilibrio attentamente costruito verso una cooperazione completa o un ostacolo evidente. A seconda di come va la Cina, gli Stati Uniti possono quindi decidere se includere Pechino o escluderla dai loro sforzi politici per la Corea del Nord. Ma una cosa è chiara: condurre gli affari come al solito con Pechino danneggia gli obiettivi degli Stati Uniti sia nella denuclearizzazione che nella competizione con la Cina.

Il Mediterraneo allargato sta ridisegnando i confini

Il Mediterraneo allargato sta ridisegnando i confini - ATLANTIS

Italia ed Europa alle prese con nuovi impegni e nuove sfide

La crisi tra Israele e Hamas, con lo scontro armato che ha coinvolto la Striscia di Gaza e buona parte del territorio israeliano ha richiamato all’attenzione l’importanza dell’equilibrio geopolitico che riguarda quell’area e non solo, perché le conseguenze di ciò che accade lì finiscono con l’avere un impatto anche sulle relazioni internazionali più ampie, che riguardano gli Stati Uniti, la Russia e l’Europa.
Fin dalla metà degli anni ’80 si parla di Grande Medio Oriente, riferendosi a una definizione nata insieme a quella di Mediterraneo allargato. Ma è solo di recente che questo concetto si è consolidato con una nuova rilevanza. La paternità è attribuita all’Istituto di Guerra della Marina Militare Italiana (Il concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa, anno 2004) e oggi è proprio la Forza armata navale a chiarirne il significato: «Con Mediterraneo allargato, intendiamo un concetto geopolitico, geostrategico e geoeconomico in cui risiedono i principali interessi nazionali, che contempla pertanto lo stretching geografico del Mar Mediterraneo o» premette l’Ammiraglio di Divisione Vincenzo Montanaro, Capo del 3° Reparto dello Stato Maggiore della Marina Militare – Pianificazione e politica marittima. In pratica, oltre all’Europa, al Nord Africa, all’area balcanica e caucasica, ne sono parte il Medio Oriente, il Golfo Persico, la fascia centro-africana racchiusa dai due versanti oceanici, fino ad arrivare a lambire le coste indo-pakistane, «aggiungendo anche l’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacciai ha aperto nuovi scenari - spiega Montanaro - Nel tempo, questo concetto ha dimostrato una tendenza verso un progressivo allargamento della parte “geo”, cioè territoriale, pertanto non possiamo escludere che il suo perimetro possa ampliarsi ulteriormente, se pensiamo, ad esempio, alla recente attenzione internazionale verso l’Indo-Pacifico».
Cosa cambia se il Mediterraneo “si allarga”
Questa apertura di orizzonti porta necessariamente conseguenze non solo a livello “politico”, ma anche operativo e in termini di impegno “sul campo”: «Per la Marina Militare, il Mediterraneo allargato equivale, in concreto, a una presenza di navi, mezzi aerei imbarcati e sottomarini prioritaria, ma non esclusiva, per tutelare gli interessi marittimi nazionali. L’estensione del confine geografico del Mediterraneo deriva dalle nostre esigenze nazionali. L’Italia è, infatti, un Paese dall’economia in prevalenza di trasformazione, basata quindi sul trasferimento dei prodotti (la grande maggioranza dei quali avviene via mare) – spiega il Capo del 3° Reparto dello Stato Maggiore Marina - Ciò significa che gli interessi economici italiani coniugati alla ricerca di risorse, portano tutti gli stakeholder nazionali ad essere presenti – a vario titolo - in tale area». Da qui la necessità, da parte della Difesa italiana e della Marina Militare in particolare, di assicurare una presenza costante, per garantire la sicurezza del traffico mercantile, la cooperazione internazionale e il supporto alla industria nazionale.
I confini “liquidi” dell’Italia e dell’Europa
Non è un caso che, anche in occasione del primo Festival internazionale di Geopolitica europea, a Jesolo il 6/7/8 maggio 2021, si sia parlato di “confini fluidi” o liquidi. «Non dimentichiamo che il Mar Mediterraneo rappresenta la frontiera liquida meridionale europea, attraversata in media dal 20% del traffico marittimo mondiale nonché dal 65% dei flussi energetici, per non parlare dei cavi sottomarini che trasferiscono flussi di comunicazioni e dati” spiega l’Ammiraglio Montanaro. Proprio sui fondali si snoda oltre il 95% del traffico internet che viaggia lungo oltre 1 milione di km di cavi sottomarini. E’ in questo contesto, di difesa di interessi nazionali – anche economici – che si inquadra la necessità di un impegno nuovo, a cui sono chiamate le Forze Armate. L’impegno della Marina, in particolare, è rivolto anche all’antipirateria, in collaborazione con l’UE e alla più ampia Maritime Security.
Come cambia la pirateria
Come ben sanno gli addetti ai lavori e come dimostrano le notizie di cronaca, la pirateria marittima non è affatto materia da libri di storia. I pirati “moderni” hanno semplicemente cambiato le modalità d’azione e soprattutto i loro teatri: «Al contrario del Corno d’Africa dove la minaccia pirata, seppur presente, è stata di gran lunga ridimensionata (ma necessita comunque di una costante azione di presenza e di deterrenza/controllo), oggi desta molta più preoccupazione la crescita del fenomeno nel Golfo di Guinea – spiega l’Ammiraglio Montanaro - Qui il degrado dei livelli di sicurezza è tale che l’ International Maritime Bureau ha classificato l’area “il principale hotspot della pirateria mondiale” a causa della significativa espansione che, nel 2020, ha fatto registrare 166 rapimenti di marittimi, di cui, 104 rilasciati, conseguenza dell’incremento di oltre il 40% degli attacchi e degli incidenti di pirateria rispetto all’anno precedente».
«Come si può immaginare, questa situazione ha allarmato la nostra armatoria e i nostri operatori marittimi, portando il Governo ad autorizzare l’Operazione Gabinia, denominata come la legge che permise a Pompeo Magno, nel I secolo a.C., di disporre delle risorse per contrastare i pirati che infestavano il Mediterraneo». La Marina, proprio con Gabinia, che vede l’impiego da marzo dello scorso anno di una fregata e due elicotteri, ha finora sventato quattro attacchi pirata contro altrettanti mercantili e ha partecipato a un’operazione anti-droga a supporto di una Unità militare francese, con il sequestro di 6 tonnellate di cocaina.
Le cifre dell’impegno italiano ed europeo
Allo stato attuale, sono 374 le donne e gli uomini della Marina in mare sulle fregate Carabiniere e Rizzo, entrambe in attività di antipirateria, rispettivamente nel Golfo di Aden, in Oceano Indiano, e nel Golfo di Guinea, in Oceano Atlantico. «Nella stessa area, l’Unione europea ha avviato l’iniziativa Coordinated Maritime Presence per coordinare gli assetti degli Stati membri, che ad oggi sono Francia, Italia, Spagna e Portogallo e che ad aprile hanno condotto l’esercitazione quadri-laterale European Maritime Security 21» spiega il Capo del 3° Reparto dello Stato Maggiore della Marina .
La collaborazione a livello europeo è confermata anche dalla Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) e dal piano di Strategia europea della sicurezza marittima: «Si tratta di un pensiero strategico da cui, come ribadito recentemente dall’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE, Josep Borrell, emerge chiaramente la grande rilevanza della dimensione marittima nello scenario globale”. Un altro esempio è l’operazione EUNAVFOR MED Irini nel Mediterraneo centrale, per verificare il rispetto delle risoluzioni ONU che interessano la Libia, insieme alla Missione Atalanta nell’Oceano Indiano, per il contrasto della pirateria ma anche per fornire la scorta alle navi del World Food Program. «In entrambe, l’Italia è tra i più proattivi, ricoprendo posti-chiave di comando (Il Comandante di Irini è l’Ammiraglio Fabio Agostini, NdR) e fornendo assetti aeronavali con regolarità». Complessivamente oggi oltre 2.500 donne e uomini della Marina sono in servizio su oltre 24 unità navali, proprio per assicurare, o concorrere con altri paesi, alla sicurezza marittima nel suo complesso. Ad esempio, sono attive le operazioni Mare sicuro e Vigilanza Pesca, «con cui garantiamo anche il supporto al ministero dell’Interno per il contrasto dell’immigrazione clandestina» dice Montanaro. Se nel Mediterraneo orientale la presenza della Marina ha obiettivo di tutelare gli interessi nazionali energetici là dove è cresciuta la “contesa” a livello geostrategico, non vanno dimenticate le attività della NATO in Mar Nero, a cui la Forza Armata fornisce i propri assetti con regolarità.
Se il Mediterraneo si estende fino all’Artico
Come detto il Mediterraneo allargato non comprende solo il bacino del “vecchio” Mare Nostrum. Se da 40 anni l’Italia è presente anche in Sinai, con un apporto importante alla Multinational Force and Observer (MFO) con un gruppo navale per il pattugliamento dello Stretto di Tiran e per garantire il rispetto della pace tra Egitto e Israele, dal secondo semestre di quest’anno, uomini e mezzi potrebbero essere impegnati anche nello Stretto di Hormuz nell’ambito di una nuova attività europea, avviata su iniziativa francese per la sorveglianza di questo passaggio obbligato nevralgico. Uscendo fuori dagli “Stretti”, però, anche l’Artico è da tempo un’area di interesse e presenza, con alcune campagne scientifiche che vedono impegnata soprattutto la nave scientifica Alliance, che la Marina condivide con il Centro per la Ricerca e Sperimentazione Marittima della NATO, il Center for Maritime Research and Experimentation (CMRE) con sede a La Spezia.
Le ZEE e la “contesa” del Mediterraneo
A differenza del passato, gli interessi nazionali marittimi sono accessibili in spazi liberi sempre più ridotti. Guardando il Mediterraneo, oggi solo il 21% è «libero» da dispute e pretese da parte dei 21 stati costieri che vi hanno affaccio. Ciò ha dato luogo a quello che abbiamo osservato essere vere e proprie politiche di «territorializzazione» e appropriazione degli spazi marittimi. Si tratta di atteggiamenti che possono implicare risposte decise attraverso l’azione politica e diplomatica, senza tuttavia poter escludere il coinvolgimento militare, garantito, in primo luogo, dalla Marina Militare. Questa aumentata competizione per l’accesso alle risorse marine mette a rischio comparti per noi strategici come le coltivazioni energetiche offshore e la pesca. Ed è in questo quadro si inserisce l’avvio dell’iter parlamentare del disegno di legge per introdurre nel nostro ordinamento una ZEE» spiega l’Ammiraglio Montanaro.
È il Codice di Ordinamento Militare (D.Lgs 66/2010, art. 111 e 115) ad attribuire al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare e, in generale, alla Forza Armata, la vigilanza oltre il limite del mare territoriale, il controllo sull’uso legittimo degli spazi marittimi da parte del naviglio mercantile nazionale, inclusi pescherecci, il supporto nella prevenzione e contrasto del traffico via mare sia dei migranti, sia di attività illecite, oltre alla prevenzione dell’inquinamento delle acque marine.

L’Uzbekistan e i nuovi scenari dell’Asia centrale

L’Uzbekistan e i nuovi scenari dell’Asia centrale - ATLANTIS

L’Italia, uno dei Paesi che vuole cooperare con l’Uzbekistan

Domenica Letizia

 Il recente evento “Business Forum Italia-Uzbekistan”, un’iniziativa interamente digitale, che ha mirato a rafforzare la conoscenza tra i due Paesi al fine di incentivare la cooperazione e il partenariato bilaterale, ha consentito a numerose realtà industriali, alla società civile e al mondo della cultura di conoscere approfonditamente la realtà dell’Uzbekistan e i nuovi scenari in corso nel Centro Asia. L’Uzbekistan è il Paese più popoloso dell’Asia centrale. Nella sua permanenza al potere, l’ex Presidente Karimov è riuscito a mantenere un sostanziale equilibrio nei rapporti con i principali protagonisti sulla scena internazionale. Il suo successore, il Presidente Mirziyoyev, ha ripreso i tradizionali principi della politica estera uzbeka riuscendo a rilanciare il protagonismo del Paese dell’intera regione centroasiatica. Perseguimento della pace e risoluzione delle controversie attraverso dialogo, rispetto del diritto internazionale, non interferenza negli affari interni di altri Stati, inviolabilità delle frontiere, equidistanza da ogni alleanza politica e militare, nessuna base militare straniera sul territorio uzbeko sono i pilastri della politica estera dell’Uzbekistan. Il presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev ha recentemente lanciato un’importante iniziativa di analisi geo-strategica per il futuro del Centro Asia e per le prospettive sociali ed economiche di Tashkent. Si è svolta nella capitale uzbeka, il 15 e il 16 luglio 2021, una conferenza internazionale di alto livello dedicata alle prospettive future dell’“Asia centrale e meridionale: la connettività regionale tra sfide e opportunità”.

Il Paese punta a rafforzare il dialogo, la cooperazione economica e politica con i Paesi limitrofi, soprattutto Tajikistan e Kyrgyzstan ma meritano estrema attenzione anche le visite del Presidente in Turkmenistan ed in Kazakistan. Russia e Cina rimangono i principali partner economici dell’Uzbekistan, sia in termini di commercio che di investimenti diretti ma le istituzioni nazionali guardano con sempre maggiore interesse al rafforzamento delle relazioni con l’Europa. Una cooperazione che si estende a numerosi aspetti economici, infrastrutturali, tematiche climatiche e che vede un particolare attivismo dell’Uzbekistan nel voler intraprendere sinergie commerciali. La recente apertura di uno stabilimento tessile in Kazakistan con la produzione congiunta di elettrodomestici in Tagikistan e Kirghizistan e le progettualità comuni per approfondire la cooperazione in tema di tutela, sfruttamento e utilizzo delle risorse idriche ha generato un gruppo di lavoro comune tra le autorità idriche e alcune realtà infrastrutturali tra Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan

Una cooperazione economica che sta generando interessanti prospettive economiche per l’Uzbekistan che nel 2019 registrava un volume degli investimenti esteri diretti di 4.2 miliardi di dollari con un aumentato di 3.7 volte rispetto al 2018. La quota degli investimenti sul Pil ha raggiunto il 37%. La crescita economica è stata del 5,6%, la produzione industriale è cresciuta del 6,6%, le esportazioni del 28%, le riserve in oro e in valuta estera sono aumentate di 2.2 miliardi di dollari raggiungendo i 28.6 miliardi di dollari. L’Italia è riuscita ad instaurare ottime relazioni con le cinque repubbliche dell’ex URSS promuovendo iniziative in settori diversi rispetto a quella tradizionale dell’oil&gas e riuscendo a dare ulteriore enfasi alla diversificazione economica che interessa l’intera economia dell’Asia centrale. Nuovi investimenti nelle rinnovabili in Kazakistan, prospettive di meccanizzazione, innovazione e produzione sostenibile nell’agricoltura e nei macchinari agricoli in Uzbekistan, nell’idroelettrico in Tagikistan e nuove dinamicità commerciali nella regione rappresentano solo alcuni dei topic attraverso i quali l’Italia tenta di proiettare la sua influenza nella regione. In Tagikistan, in particolare, il colosso Webuild, ex Salini Impregilo, sta costruendo quella che sarà la più grande diga dell’Asia centrale: la diga del Rogun. La programmazione e l’attuazione di un piano concreto di diversificazione economica è particolarmente operativo in Uzbekistan dove le istituzioni puntano a sviluppare una moderna industria di trasformazione alimentare. Per lunghi decenni la “monocultura” del cotone ha dominato il sistema agricolo e produttivo dell’Uzbekistan. L’Uzbekistan rappresenta il quinto produttore mondiale di cotone e anche in questo settore si intende favorire la trasformazione in loco della materia prima per aggregare valore ed esportare beni semi lavorati e prodotti finiti. Resta importante l’esportazione di gas naturale, anche per l’Italia, che insieme all’estrazione dell’oro e alla lavorazione del cotone fornisce una quota significativa delle entrate in valuta estera.

Dal 2011 al 2021: Il consiglio d’Europa Ufficio Venezia

Dal 2011 al 2021: Il consiglio d’Europa Ufficio Venezia - ATLANTIS

10 anni di attività per i diritti umani

Martedì 1 giugno, la sede italiana del Consiglio d’Europa, organizzazione paneuropea che dal 1949 opera a difesa di diritti umani, democrazia e Stato di diritto, celebra 10 anni di attività.
In tale data ricorre infatti l’anniversario dell’accordo siglato tra la Città di Venezia ed il Consiglio d’Europa in materia di cultura, patrimonio culturale e naturale, cinema ed educazione che aprì le porte della città lagunare all’organizzazione. Con il passare del tempo le aree di attività si sono estese ed il raggio d’azione dal 2017 copre l’intero territorio nazionale, grazie alla conclusione di un accordo di sede con il Ministero degli Affari Esteri italiano.
Per commemorare l’occasione, la Presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano effettuerà una visita istituzionale presso la sede di Venezia, situata nel palazzo delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, dove sarà accolta da Luisella Pavan-Woolfe, già ambasciatrice dell'Unione Europea presso il Consiglio d'Europa e Direttrice della Sede dal 2015.
La scelta di aprire l’Ufficio a Venezia non fu casuale. Da sempre crocevia di genti e culture differenti, la città lagunare ha una tradizione di apertura e rispetto storicamente radicata ed è attivamente coinvolta in numerose attività del Consiglio d’Europa. È riferimento nazionale per la Giornata Europea delle Lingue, membro della Rete italiana delle Città Interculturali del Consiglio d’Europa nonché città-laboratorio della Convenzione quadro sul valore per la società del patrimonio culturale dell’Organizzazione (Convenzione di Faro). Partecipa all’Itinerario europeo del patrimonio ebraico e a Venezia si riunisce in plenaria quattro volte all’anno la Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto (Commissione di Venezia), prestigioso organo internazionale in materia di diritto costituzionale che ha festeggiato lo scorso anno il suo trentesimo anniversario.
La Sede italiana del Consiglio d’Europa svolge numerose attività che spaziano dalla cultura e il patrimonio culturale, alla formazione in materia di diritti umani e democrazia. Sensibilizza e informa la cittadinanza su molteplici questioni quali ad esempio l’integrazione delle minoranze, la parità di genere, la cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria.
Dal 2013 ha supportato l’iter di ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Faro, entrata in vigore nell’aprile 2021. Collabora con numerose associazioni culturali e istituzioni, coordinando passeggiate patrimoniali ed altri eventi in luoghi significativi per il patrimonio culturale (più di 100 attività in 17 regioni italiane nel 2020). Dal 2019 coordina la Rete Faro Italia, piattaforma composta da comunità patrimoniali italiane che collaborano in linea con i principi e i criteri della Convenzione di Faro per la condivisione di buone pratiche.
L'Ufficio dal 2017 fornisce assistenza al Comune di Venezia nella realizzazione di un nuovo percorso culturale, la Via europea della seta con l'obiettivo di ottenere la certificazione dell’itinerario da parte dell'Istituto Europeo degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa.

Festival Internazionale della Geopolitica Europea 2021

Festival Internazionale della Geopolitica Europea 2021 - ATLANTIS

Eredità e prospettive

 

Tre giorni di intensa discussione sul governo del mondo e sulle sfide del futuro. Difesa, sanità, diplomazia, tra i molti temi oggetto di approfondimento. A Jesolo, presso il Teatro Vivaldi, si è concluso l’8 Maggio il Festival Internazionale della Geopolitica Europea.

Durante questo ciclo di conferenze, finora unico nel Veneto, si è cercato di fotografare il mondo così come si presentava in quel momento, ma si può dire che il quadro è già cambiato: la pandemia, che sembrava averci dato una tregua provvisoria, è tornata a farci preoccupare con una nuova variante del virus molto più trasmissibile, l’Iran ha eletto un nuovo presidente, novità che forse potrebbe cambiare le carte in tavola nei riguardi dell’accordo sul nucleare con gli USA, le truppe americane hanno cominciato a ritirarsi dall’Afghanistan, la crisi israelo-palestinese ha subito una dura escalation, il G7 ha assestato i rapporti di alleanze atlantiche e definito come nemico numero uno la Cina. Sul versante delle relazioni geopolitiche, come diceva Molinari in apertura del Festival, la pandemia è stata l’equivalente di un conflitto e “la storia ci insegna che quando un gruppo di nazioni viene investito da un conflitto, al termine di questo conflitto c’è sempre un equilibrio diverso da quello originale”.

Ma non bisogna neppure dimenticare che, al di là di questo evento epocale e imprevisto, ci sono grandi processi storici che agiscono sotterraneamente e che determinano le condizioni del mondo di oggi. Così sono attualissime le analisi del professor Mario Caligiuri sul ruolo dell’intelligence nella lotta tra i Paesi, ma anche le analisi della Segretaria Generale degli Affari Esteri, Elisabetta Belloni, recentemente promossa a capo dei servizi segreti italiani, sull’inevitabilità dell’integrazione europea e gli sforzi dell’Italia in vista dell’allargamento, le analisi dei rappresentanti delle forze armate nell’identificazione degli interessi strategici dell’Italia, le analisi dell’economista Michele Boldrin sul modo di contrastare il cambiamento climatico. La pandemia può aver dato un momentaneo vantaggio competitivo ad alcuni paesi, come la Cina, ma ciò che conta è quello che viene pianificato in maniera lungimirante dietro le quinte: l’aver investito per tempo nella ricerca scientifica, nell’efficienza del sistema sanitario, in un debito pubblico sostenibile e nell’ammodernamento dei propri apparati di difesa, soprattutto per quanto riguarda la frontiera dello spazio.

Il Festival Internazionale di Geopolitica Europea è già proiettato verso la seconda edizione, che si terrà in presenza nel 2022, ma ha dato mostra del suo spirito divulgativo e della sua statura grazie alla partecipazione di relatori di alto calibro.

Si è voluto, per così dire, rompere un tabù in Italia, tabù che trattiene il nostro Paese, una potenza di medie dimensioni con una posizione geografica strategica e con una certa influenza all’interno dell’Unione europea, dall’interrogarsi sui rapporti di forza che sussistono a livello internazionale e su come poter giocare con essi. Una scarsa consapevolezza di sé che si traduce in una limitata capacità di azione e di visione.

Nel primo panel del Festival, dedicato a Diplomazia e Interesse Nazionale, gli Ambasciatori Giulio Terzi di Sant’Agata e Stefano Beltrame hanno ricordato congiuntamente che con il cambio dell’amministrazione americana il multilateralismo ha trovato nuova linfa: Biden ha chiuso la parentesi trumpiana e si sta impegnando a rinsaldare i rapporti con i tradizionali alleati europei. Il multilateralismo non si limita solo alle alleanze militari, ma anche alla cooperazione di tutti i paesi sul fronte della sanità, con un’OMS che vede ritornare gli Stati Uniti, nonché sul fronte del contrasto al cambiamento climatico, con la COP26 che si terrà quest’anno. In contemporanea al passaggio di consegne da Trump a Biden, qui in Italia abbiamo assistito alla nascita del governo Draghi, schierato senza compromessi su una posizione atlantista, che ha messo da parte definitivamente le velleitarie e timide aperture del nostro Paese a collaborazioni economiche con la Cina. 

Anche Luisella Pavan-Woolfe, direttrice dell’ufficio italiano del Consiglio d’Europa, ha confermato quanto detto dagli Ambasciatori e ha tracciato una panoramica sull’importanza delle varie organizzazioni internazionali di cui l’Italia fa parte, ciascuna con il proprio mandato specifico, ma che complessivamente formano una safety network volta ad assicurare un funzionamento pacifico della comunità globale. Nel caso del Consiglio d’Europa - che a dispetto del nome non è un organo dell’Unione europea - il ruolo che si è dato è la difesa dei diritti umani, tanto che in 70 anni ha prodotto ben 220 trattati internazionali.

Questo primo panel ha trovato la propria continuazione ideale nel panel finale del Festival, che ha chiuso il cerchio tornando al mondo della diplomazia, ma restringendo il focus sul ruolo dell’Italia in Europa. Prendendo a pretesto la recente pubblicazione degli Scritti di Pietro Calamia, ambasciatore italiano e acuto osservatore del mondo, Elisabetta Belloni ha voluto ricordare quale sia il ruolo che l’Italia può giocare in Europa, essendo il nostro Paese tutt’altro che un attore passivo dei diktat di Bruxelles ma un protagonista attivo, capace di parlare alla pari con Germania e Francia: lo si è visto per esempio nel patrocinio che esercitiamo nei confronti dei Paesi balcanici in vista della loro adesione all’Unione e nella nostra insistenza a costituire una forma embrionale di debito comune europeo per far fronte alla crisi della pandemia.

Il dibattito all’interno nel mondo diplomatico per quanto riguarda l’integrazione europea è come dosare saggiamente piccoli passi in avanti e grandi accelerazioni in vista del raggiungimento di una Federazione: nessuno vuole che il processo non si fermi ma neanche che faccia il passo più lungo della gamba. Maurizio Melani e Roberto Nigido, Ambasciatori e copresidenti del Circolo di Studi Diplomatici di Roma hanno concordato sull’intuito di Pietro Calamia nel conciliare questi due aspetti e hanno voluto sottolineare che sicuramente i momenti di crisi, come l’attuale pandemia, sono adatti ad essere sfruttati come momenti di svolta.

Ma non è solo sul continente che l’Italia deve trovare il proprio spazio. Non dobbiamo dimenticare che siamo bagnati su tre lati dal mare: il Mediterraneo, non solo come area geografica ma anche come concetto strategico, va visto in tutta la sua complessità e su questo il parere delle istituzioni militari ha evidenziato interessi e dinamiche contingenti. Le sfide che ci si pongono richiedono un’estensione della prospettiva, per questo il Capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe Cavo Dragone, usa l’ormai consolidato concetto di Mediterraneo allargato, inteso cioè come massa navigabile compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa. Il nostro mare è una frontiera liquida, porosa, difficile da controllare e le minacce di cui deve tenere presente sono la pirateria, lo sfruttamento illegale delle risorse, la territorializzazione delle acque da parte degli stati rivieraschi. Naturalmente l’aspetto militare non va sganciato da quello negoziale, come ha voluto sottolineare l’Ambasciatore Casardi, se si vuole contrastare la rinata conflittualità del Mediterraneo meridionale ad opera delle potenze locali e regionali, a maggior ragione ora che sembra che le Nazioni Unite abbiano diminuito la propria capacità di mediazione. Come spiegato il Generale Gianluca Carai, l’esercito italiano è impegnato sul campo in quelle aree dell’Africa e dei Balcani che necessitano di una stabilizzazione, per esempio nel Niger, impegno che si traduce in sostegno e addestramento alle forze di sicurezza locali.

Il contributo assolutamente d’eccezione dell’Ammiraglio Fabio Agostini, in presenza sul palco del teatro Vivaldi, ha riguardato lo sforzo per la stabilizzazione della Libia attraverso la missione IRINI, partita nel 2020 e coordinata a livello europeo. Questa missione europea, in un paese devastato da 10 anni da una guerra civile che ha compromesso la sua capacità di produzione del petrolio, ha come compito principale l’attuazione dell’embargo delle armi attraverso l’ispezione delle navi.

Oltre alle frontiere di terra e di mare, però, in questo Festival si è voluto ricordare che bisogna considerare lo spazio. Lo spazio è stato recentemente definito dalla Nato, come ci ha detto Luca Capasso, Capufficio Generale Spazio dello Stato Maggiore della Difesa, dominio di operazione a tutti gli effetti. I servizi che provengono dallo spazio, per esempio i satelliti, sono essenziali sia per la difesa, che ne ha bisogno per comando e controllo, sia per le infrastrutture civili. In futuro sarà sempre più necessario stabilire norme internazionali volte a utilizzare questa risorsa comune in maniera pacifica. La diplomazia deve svolgere il suo ruolo. Non solo: coltivare collaborazioni internazionali serve sia perché tra nazioni è utile scambiarsi le informazioni parziali che provengono da quel segmento spaziale che ciascuno controlla sia perché i progetti da realizzare, quali ad esempio stazioni spaziali internazionali, sono complessi e costosissimi. 

Lo spazio è diventato quindi anche un business. Si stima che la space economy, come ci ha segnalato Mario Cospito, vicepresidente per le relazioni istituzionali di Avio Spa, valga in tutto il mondo 350 miliardi di dollari: urge che noi europei stanziamo più fondi istituzionali in questo settore, per non rimanere indietro rispetto agli altri. L’Italia dà importanti contributi all’industria spaziale, anche attraverso partnership internazionali, per esempio con Francia e USA: Avio Spa ne è un esempio di eccellenza e Giorgio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, ci ha ricordato che il nostro paese ha molto da offrire in questo settore in termini di know how.

Dopo lo spazio, che, per quanto possiamo vederlo come una desolazione vuota, rimane pur sempre un ambiente fisico, è la volta del mondo virtuale. Anche nel web e, più in generale, nella dimensione della raccolta-produzione delle informazioni, sono in gioco gli interessi dei Paesi. Il Festival di Geopolitica ha voluto dedicare un intero panel all’intelligence e alla cybersecurity. Sorveglianza, disinformazione, guerra psicologica, controllo sociale, sono temi infatti attualissimi. Il professor Mario Caligiuri, dell’Università della Calabria, ci ricorda che siamo in una guerra senza limiti, che si combatte anche nella quinta dimensione, quella cibernetica. I rapporti di forza tra le nazioni si stanno modificando, sulla base delle rispettive capacità di appropriarsi dei dati degli utenti e della capacità di compiere attacchi hacker contro le infrastrutture critiche degli avversari. Tra le altre cose, si sta profilando sempre più un conflitto geopolitico tra la Cina e gli Stati Uniti, ciascuna con la propria schiera di colossi della rete, i cosiddetti Big Tech. Francesco d’Arrigo, direttore dell’Istituto Italiano di Studi Strategici, ha aggiunto che negli ultimi anni si è assistito a una crescita esponenziale del volume di dati da analizzare, e ciò ha comportato due ulteriori sfide: i dati si presentano destrutturati e non sempre vengono da fonti affidabili; nonostante tutta l’evoluzione tecnologica, c’è quindi ancora bisogno dell’intelligenza umana per costruire un senso a partire dal materiale disponibile e per effettuare un corretto discernimento.

L’Ambasciatore Valensise ha ribadito l’importanza di questo nuovo terreno di scontro, illustrando come intelligence e diplomazia, lungi dal lavorare su binari diversi, comunicano invece tra loro e agiscono in sinergia, dato che per le decisioni politiche serve una sintesi efficace tra informazioni provenienti da fonti diverse. Il professor Giuseppe Dentice, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha portato come case study il Medio Oriente, un contesto fluido e frammentato nel quale tutti gli Stati hanno investito moltissimo nel settore cibernetico, con il risultato che i relativi apparati i sicurezza vengono usati sia per repressione interna sia per perseguire obbiettivi di politica estera. 

Anche se il nostro mondo si sta sempre più informatizzando, viviamo ugualmente in un habitat naturale, sottoposto a quei cambiamenti climatici che sono la sfida del nostro secolo. Il primo relatore a intervenire sul tema è stato il professore ed economista Michele Boldrin, per il quale la ricetta migliore per una transizione energetica risiede in una carbon tax che colpisca uniformemente tutte le aziende inquinanti, in proporzione all’ammontare di CO2 che emettono. Solo così, con un intervento nell’economia omogeneo, univoco e sostanziale, si può evitare una situazione in cui lobby e governi prendono decisioni arbitrarie ed estemporanee e le imprese sono costrette a operare nell’incertezza. L’importante è accordarsi a livello mondiale su quanto alta deve essere questa carbon tax. Il Presidente di Confindustria Veneto ha preferito parlare di sussidi alle imprese che innovano piuttosto che di tassazione, ricordando comunque che le aziende italiane del Nord est si caratterizzano per un’alta consapevolezza green.

I cambiamenti climatici non sono solo una questione economica, ma anche geopolitica, come hanno spiegato l’Ambasciatore Maurizio Melani e Arduino Paniccia, Presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia. Ci sono almeno tre angolature da cui guardare il problema: sia l’Unione europea sia gli USA (di Biden) sia la Cina ambiscono a guadagnarsi la leadership in questo processo mondiale di transizione energetica; i Paesi del Terzo Mondo sono quelli che più ci rimettono dal cambiamento climatico, in termini di desertificazione e di innalzamento del livello del mare; la Russia, oggi grande esportatrice di petrolio e gas, soffrirà moltissimo dall’ascesa delle rinnovabili e questo potrebbe portarla vicino al collasso. La sommatoria di tutti questi problemi rimescolerà le carte in gioco. Non è un caso che le guerre degli ultimi trent’anni siano avvenute tutte nel Medio Oriente ricco di petrolio. Non bisogna inoltre dimenticare che il riscaldamento globale è in parte alla radice di molte migrazioni e la perdita di biodiversità potrebbe portare all’insorgere di nuove pandemie.

Ed è proprio la pandemia un altro ambito cruciale di cui si è voluto discutere qui al Festival. Per limitarci al terremoto geopolitico che ha provocato il Covid-19, condivisibile è l’esortazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: c’è stata e ci vuole collaborazione internazionale in questi casi, visto che un virus non conosce confini. Questa collaborazione deve concretizzarsi in condivisione trasparente dei dati della pandemia, aiuti per rifornire i Paesi con i sistemi sanitari meno sviluppati delle attrezzature necessarie e per distribuire a tutto il mondo i vaccini in tempi rapidi. Importante in questo senso la proposta di Biden di sospendere momentaneamente i brevetti. L’Europa inoltre dovrà in futuro investire di più nel campo farmaceutico, visto che ad oggi manca un vaccino completamente nostro. Il virologo Fabrizio Pregliasco ha rilevato come l’Unione europea ha fatto molta fatica a coordinare la risposta alla pandemia, visto che ogni Paese ha gelosamente mantenuto la propria sovranità in campo sanitario; si vede qualche spiraglio forse nella distribuzione dei vaccini e con l’istituzione del Green Pass. La collaborazione però in una certa misura c’è stata, anche a livello globale: il professor Alessandro Miani ci ha illustrato che sono stati elaborati protocolli internazionali per determinare il rischio di contagio sulla base della concentrazione di CO2 in un ambiente chiuso. Inoltre sappiamo che la rottura di un ecosistema e la perdita della biodiversità si possono tradurre in nuove pandemie, come ci ha ricordato l’ex Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. E quindi il tema ambientale e quello sanitario tornano a intrecciarsi: non a caso la conservazione ambientale è centrale nella gestione dei fondi del Next Generation EU.

Il 2022 vedrà la seconda edizione del Festival Internazionale della Geopolitica Europea. Come quest’anno, si terrà a Jesolo e vedrà ancora relatori proveniente dal mondo della diplomazia, della sicurezza, delle istituzioni. Questo primo tentativo di tenere vivo l’interesse della geopolitica non intende fermarsi, ma anzi stare al passo con il mondo e continuare a esplorarlo mentre sta cambiando. E sappiamo bene quanto il mondo possa cambiare anche in un solo anno.

 

La pandemia di Covid19 rivoluzionerà ospedali e RSA

La pandemia di Covid19 rivoluzionerà ospedali e RSA - ATLANTIS


Come cambiare organizzazione e struttura

Lo scorso anno abbiamo preso coscienza in maniera drammatica di come la nostra salute abbia un rapporto strettissimo con l’architettura e l’edilizia. Sia gli edifici adibiti alla cura dei malati sia quelli che ospitano le persone non capaci di provvedere da sole devono essere progettate in modo tale da gestire al meglio situazioni di emergenza.
Particolarmente colpite dal Covid19 sono state le RSA: tutti ricordiamo l’elevato numero di vittime che sono state registrate in questi ambenti. Ma l’età avanzata dei soggetti non è l’unico fattore responsabile. Anche le condizioni materiali nelle quali gli anziani si sono ritrovati a vivere hanno giocato un ruolo. La maggior parte delle nostre residenze per anziani, a differenza per esempio di quelle di altri Paesi come la Francia, non consentono un efficace distanziamento sociale. La struttura a camera doppia è una realtà che ha influito negativamente nella salute degli ospiti, una volta che è scoppiata la pandemia. Come ci spiega Bertrand Barut, direttore sanitario di una RSA del Veneto, una volta attraversata una prima fase critica della pandemia, dove l’urgenza era quella di approvvigionarsi di materiale sanitario (mascherine, tamponi, DPI), il problema è diventato di natura organizzativa. Mancavano spazi per isolare i positivi e per separare nettamente gli ospiti dal personale che lavora. Si è dovuto far ricorso tempestivamente a un confinamento per nuclei.
Questo problema, di natura edilizia, non è di facile risoluzione. Si sono dovute studiare le compartimentazioni tra un piano e l’altro, in modo da organizzare tutti quegli spostamenti interni che non si devono incrociare (tra persone che entrano e persone che escono, ma anche tra il materiale pulito da recepire e il materiale sporco da smaltire). Una delle soluzioni messe in atto nella RSA di Barut è stata ad esempio quella di creare un vano tra un reparto e l’altro, installando delle tende, per adibirlo alla vestizione e alla decontaminazione del personale. Ricavare questi spazi non è stato facile, tenendo conto che non si possono abbattere muri né in breve tempo né senza prima passare attraverso la considerazione di un esperto. Un altro problema è stato quello dei rifiuti speciali che vanno raccolti da aziende certificate e specializzate e portate agli inceneritori entro tempi stabiliti. Ma i volumi erano tali che i rifiuti si accumulavano oltre il limite stabilito per legge. In prospettiva, ciò incoraggia a pensare a come poter aumentare il numero di scale, ascensori e montacarichi.
Per ristrutturar un edificio, è necessario da un lato un investimento cospicuo, dall’altro il contributo di esperti professionisti, e non è detto che riqualificazione sia sufficiente o fattibile. Solo le strutture nuove, costruite da zero, possono sfruttare tutte le opportunità e quindi adottare appieno i criteri necessari per la gestione delle malattie infettive. Ricordiamo che, al di là della pandemia di Covid19, siamo sempre più confrontati da un numero crescente di infezioni ospedaliere, i cui pazienti vanno messi in isolamento. Ed ecco che le esigenze di spazio fisico tornano a farsi sentire. Tutte le strutture ricettive, compresi centri di salute mentale e prigioni, dove ci sono assembramenti, devono subire riadattamenti. Così come abbiamo normative per l’antisismica o la prevenzione degli incendi, bisognerà raddoppiare gli sforzi anche per normare gli edifici da un punto di vista epidemiologico.

D’altro canto gli ospedali si sono rivelati molto più attrezzati rispetto alle RSA per far fronte all’epidemia, anche se c’è un margine di miglioramento. Esistono interi settori di ricerca da cui attingere, come l’urban health, che studia come coniugare lo sviluppo delle città con la salute dei suoi abitanti, e l’hospital design, che si occupa direttamente della progettazione dei luoghi della salute. Come ci illustra Stefano Capolongo, Direttore del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano, l’ospedale è una sorta di città nella città, un riflesso di come l’ambiente urbano è in grado di rispondere a diverse istanze. In altre parole, l’architettura è il canto del cigno finale, che traduce in uno spazio fisico la somma di tutta una congerie di istanze economiche, ambientali, sociali, epidemiologiche.
Nello scorso anno, le strutture ospedaliere, anche se in maniera improvvisata e precaria, hanno saputo accogliere il gran numero di malati. Ciò che non ha retto è stato il sistema di gestione. Non dovremo costruire nuovi ospedali, ma applicare in gran fretta innovazioni già studiate dai ricercatori. La progettazione deve sempre essere fatta con uno sguardo al futuro, prevedendo la situazione epidemiologica che ci sarà tra 40-50 anni, che è il tempo di vita medio di un ospedale.
Scendendo nel concreto, dovremmo guardare a questi principi guida.
Primo, la localizzazione, che è la precondizione per il funzionamento di un ospedale. Parliamo qui di accessibilità sia fisica sia digitale, all’interno della rete infrastrutturale. Nei grandi centri, più densamente popolati, il contagio è favorito. Serve una sorta di cintura sanitaria che svolga una doppia funzione: proteggere le città e rendersi facilmente utilizzabili per chi viva fuori.
Secondo, la flessibilità, ossia capacità di adattarsi strutturalmente per far fronte alle emergenze, non solo epidemie, ma anche terremoti. Meglio localizzare tali edifici in aree che li permettano di espandersi con aggiunta di fabbricati.
Terzo, la resilienza, ossia la capacità degli ospedali di poter funzionare normalmente e continuare a curare le patologie ordinarie (ad esempio quelle cronico-degenerative) anche in caso di emergenza, senza trasformarsi, come in alcuni casi è stato, in ospedali totalmente Covid.
Dal punto di vista architettonico, bisogna provvedere a percorsi differenziati per lo sporco e il pulito, per carico e scarico delle merci, per il personale e per i pazienti provenienti dall’esterno. Non è detto che si tornerà ai vecchi ospedali a padiglione, ma si progetterà per nuclei, più facilmente isolabili a ogni evenienza, a cui si affiancheranno dei volumi aggregati, a mo’ di pettine.
Bisognerà progettare per nucleo anche dal punto di vista impiantistico (ventilazione meccanica e unità di trattamento dell’aria settorializzata, per evitare la trasmissione dei virus, utilizzo di materiali innovativi con speciali proprietà antibatteriche e antivirali). Monitorare la qualità dell’aria è sempre molto importante, anche per esempio nel caso di infezioni ospedaliere, sempre più in aumento. È proficuo ragionare per blocchi operatori che abbiano la loro autonomia funzionale, e ciò è utile anche per la manutenzione ordinaria. Inoltre, sarà importante portare la componente impiantistica nella maggior parte dell’ospedale, in modo tale da poter riconvertire all’occorrenza spazi a posti di terapia intensiva.
Su quest’ultimo punto critico, ossia il rinnovo dell’impiantistica, è dello stesso parere anche Fabio Marabese, Presidente di SEINGIM Engineering Group. È stato necessario, durante la pandemia, aumentare il rinnovo dell’aria negli ambienti e ciò comporta ripensare la sistemazione delle mandare e delle riprese dell’aria. “Anche sul fronte dei gas medicinali si sono riscontrate esigenze diverse, in particolare per quanto riguarda la fornitura dell’ossigeno; diverse realtà sanitarie hanno richiesto un aumento delle portate per presa di molto superiore rispetto allo standard abituale (anche dell’ordine del 400% in più) dovendo riconsiderare completamente le centrali tecniche e tutte le dorsali principali di distribuzione.” Mutate sono anche le esigenze di manutenzione delle aree infette, a cui devono corrispondere una rivalutazione dell’ubicazione dei dispositivi e una ricerca di tecnologie più sicure.
Il futuro potrebbe riservarci nuove pandemie e a quel punto sarà necessario aver fatto tesoro delle lezioni che abbiamo preso fronteggiando quella presente, che ancora deve spegnersi. la salute e la malattia passa anche attraverso l’architettura e il nostro rapporto con l’ambiente costruito.

Carabinieri al servizio della Cultura

Carabinieri al servizio della Cultura - ATLANTIS

Come un Comando dell’Arma protegge i beni artistici e culturali dell’Italia


Il suo scopo è difendere il nostro patrimonio da furti e contraffazioni, attraverso attività di prevenzione e investigazione in tutta Italia. È stato fondato nel 1969 a Roma ed è il primo al mondo per numero di componenti. Si tratta del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
L’Italia è stata sempre consapevole della necessità di combattere il traffico illecito di beni, in ragione dell’immenso patrimonio archeologico e storico-artistico di cui dispone. Ciò è talmente vero che la fondazione di questo Nucleo dei Carabinieri anticipa di un anno la firma della Convenzione UNESCO sulla Circolazione dei Beni del 1970, che sollecita i Paesi membri a adottare misure contro il trafugamento e l’esportazione illecita, e anticipa la creazione stessa del Ministero dei Beni Culturali del 1975. Oggi conta oltre 300 carabinieri e 17 presidi sul territorio. A Roma si trova il centro operativo, assieme oltretutto alla grande banca dati dei beni illecitamente sottratti, che raccoglie foto e descrizioni di ben 1,3 milioni di opere da ricercare.
Ricordiamo che l’Italia è il Paese al mondo che vanta più siti UNESCO patrimonio dell’umanità, ben 59: tanti luoghi straordinari da conservare, tra monumenti, borghi, aree archeologiche terresti e marine. Patrimonio che va conservato e protetto affinché possa successivamente essere valorizzato, attraverso l’esposizione nei musei e l’apertura al turismo.
Questa Pubblica Sicurezza al servizio della cultura è un motivo d’orgoglio per l’Italia ed è in grado di esportare il know how acquisito alle forze di polizia estere. Per capire come opera concretamente il Nucleo, abbiamo ascoltato il suo comandante, il Tenente Colonnello Valerio Marra.
“L’attività di controllo - spiega Marra- si effettua tenendo sotto osservazione i mercati dei beni, sia fisici (negozi e le fiere di antiquariato) sia virtuali (piattaforme online di vendita). I Carabinieri procedono a una comparazione tra le foto degli oggetti presenti in questi mercati e le foto del database dei beni trafugati, per andare a scovare una possibile corrispondenza. L’occhio umano e il software di riconoscimento lavorano insieme. Nell’eventualità che si riscontri un match, si chiede un provvedimento di sequestro all’attività giudiziaria”.
Ma sussiste poi a monte anche tutta l’attività di monitoraggio. “Prendiamo ad esempio l’importantissimo lavoro di controllo delle aree archeologiche, di cui è ricco il nostro paese - prosegue il Comandante - soprattutto al centro-sud. Purtroppo in questi ambienti proliferano gli scavi clandestini (non autorizzati dal Ministero della Cultura) condotti da tombaroli che vendono questi reperti nel mercato nero, anche ad acquirenti stranieri”.
Tombaroli, che sono in realtà solo il primo anello di una catena del crimine organizzato, che si avvale in successione di ricettatori e corrieri, tutti coordinati da un vertice. Il comandante Marra ricorda l’operazione Achei del 2019, “conclusasi positivamente per la giustizia con l’arresto di 23 persone per associazione a delinquere finalizzata all’impossessamento, alla ricettazione e all’esportazione illecita di beni culturali, aggravata dalla transnazionalità del reato”. Si è così riusciti a individuare e smantellare un’organizzazione criminale che sottraeva reperti archeologici da siti calabresi della provincia di Crotone e li esportava all’estero. L’attività investigativa è stata un raro gioiello di collaborazione tra Carabinieri, Procura della Repubblica di Crotone, Europol, Eurojust e forze di polizia straniere (serba, francese, tedesca, spagnola e inglese). “Il successo - continua Marra - è da ascrivere al fatto che perquisizioni e arresti si sono concentrati in un unico giorno in tutti i Paesi coinvolti, in un vero e proprio action day, difficile da ottenere a causa della diversità degli ordinamenti vigenti, ma strategicamente vincente”. Ricordiamo inoltre come la legislazione italiana in questo ambito sia molto dettagliata e precisa nel delineare tutte le fattispecie di reato, per cui la nostra magistratura è molto preparata.
Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale è impegnato anche nella localizzazione di opere all’interno di musei stranieri, soprattutto americani, che appartengono però in realtà al patrimonio italiano. L’obiettivo, specificano dal Comando, è quello di rivendicare e quindi di rimpatriare questi beni, dopo averne dimostrato la loro vera origine, e per farlo ci si serve di accordi con i musei e con l’agenzia delle dogane. Si chiede alle autorità locali come sia avvenuto il trasporto e l’acquisto di quel bene, per verificare la regolarità della transazione. Quando l’attività giudiziaria non basta a ottenere la restituzione, si passa alla via diplomatica, compiuta dal Ministero della Cultura e dal Ministero degli Affari Esteri.
“Lo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni - conclude il Comandante Valerio Marra - ha aiutato lo Stato, le forze di polizia e la magistratura, a custodire il patrimonio culturale, ma allo stesso tempo ha aiutato anche i criminali a depauperarlo. Metal detector, droni, database digitali, software di riconoscimento, telecamere di sorveglianza, usate sia per monitorare le aree di interesse sia per raccogliere elementi probatori da portare in tribunale, sono risorse importanti”.
Fortunatamente, i rischi sono scesi negli ultimi tempi. Gli scavi clandestini sono diminuiti ma non si sono annullati, grazie a una più qualificata attività di controllo. Secondo i dati forniti dal Comando, nel campo dell’antiquariato i furti sono passati dalle 345 unità del 2012 alle 287 nel 2020, una tendenza però su cui ha inciso la limitazione degli spostamenti imposti dal lockdown. Altra buona notizia: mezzo milione sono stati i beni d’arte recuperati. Oggi i luoghi più esposti al furto sono le chiese, perché aperte al pubblico e arredate con oggetti facilmente trasportabili. A ragione di questo, il Comando Carabinieri ha sviluppato una collaborazione con la CEI, volta alla catalogazione e la salvaguardia dei beni culturali ecclesiastici, i quali, per legge, sono inalienabili in quanto proprietà esclusiva della Chiesa.
Con l’auspicio che questo trend negativo dell’ultimo anno prosegua, è giusto ricordare l’importanza del lavoro di tutti coloro che agiscono dietro le quinte per preservare una delle più preziose eccellenze italiane, cioè il patrimonio dei Beni Culturali, che rende l’Italia uno dei paesi più amati al Mondo.

 

Mostrami una mappa e ti spiegherò questo Pease

Mostrami una mappa e ti spiegherò questo Pease - ATLANTIS


Tim Marshall ha pubblicato il suo nuovo saggio dal titolo “Il potere delle mappe”

Ancora una volta, saper leggere una carta geografica si rivela uno degli strumenti imprescindibili per conoscere il nostro mondo. Ogni Paese è enormemente condizionato dal destino che la geologia gli ha voluto assegnare. Da qui bisogna partire se si vuole conoscere ciò che mette in apprensione i governi e come essi si preparano alle sfide che hanno davanti.
Tim Marshall, che aveva già pubblicato nel 2015 il suo best seller “Le 10 mappe che spiegano il Mondo”, continua a raccontarci come, nonostante i trasporti e le comunicazioni siano state rese più agevoli dalla tecnologia e nonostante la nostra economia si stia sviluppando in forme post-industriali, non è vero che la geografia non influenzi le decisioni politiche di un Paese. Montagne, deserti, corsi d’acqua, stretti rimangono ostacoli indesiderati o punti strategici contesi. La realtà fisica del territorio in cui si vive, anche se noi uomini del XXI secolo che viviamo lontano dalla natura tendiamo a sottovalurla, viene studiata attentamente da scienziati, militari e decision maker come si è sempre fatto. L’obiettivo è ottenere vantaggi competitivi sugli altri. Gli uomini, in fondo, continuano a vivere di agricoltura, di acqua, di accesso al mare, di miniere, di foreste e di ostacoli naturali entro cui ripararsi dai nemici. Il controllo di uno stretto, la navigabilità di un fiume, la fertilità di un suolo condizionano moltissimo le scelte dei leader di una nazione.
Il giornalista britannico ci accompagna in questo sequel ideale, “Il potere delle mappe”, pubblicato nel 2021, attraverso le dieci aree geografiche che lui ritiene fondamentali per capire come si evolverà la geopolitica nel prossimo futuro. Sorprende che egli accosti ex imperi dell’Europa, come il Regno Unito e la Spagna, che sembrano, a uno sguardo profano, non aver più nulla da dire se non proseguire nella propria decadenza, alle aree più vitali del pianeta, ossia quelle che promettono di regalare gli sviluppi più interessanti, come l’Etiopia e la Turchia.
Alcune costanti emergono dalle analisi geografiche in maniera quasi universale. Ad esempio, ogni Paese deve fare i conti con una concentrazione diseguale della popolazione all’interno del proprio territorio e provvedere a costruire una rete di comunicazione interna efficace. Oppure, altro esempio, è constatabile che laddove ci sono barriere geografiche che costituiscono un muro difensivo naturale, le stesse barriere rischiano, per contro, di produrre isolamento commerciale.
Come scrive Marshall stesso nell’introduzione, dopo la caduta dell’Unione Sovietica sta cadendo anche l’egemonia unipolare degli Stati Uniti e il mondo sta tornando a essere quello che è stato per la maggior parte della sua storia, cioè un caleidoscopio di piccole e medie potenze regionali che cercano di calpestarsi i piedi le une con le altre o di instaurare alleanze temporanee. Molti sono i punti del globo da tenere sotto osservazione, quindi.
Innovativo il focus sull’Africa, un continente in ascesa. Due sono i protagonisti: l’Etiopia, alle prese con una potenziale guerra per l’acqua con l’Egitto con la costruzione di una possente diga sul Nilo Azzurro; e il Sahel, regione martoriata dal terrorismo, lo sfruttamento minerario, l’instabilità dei governi locali, l’incombente desertificazione, il traffico di esseri umani.
Di grande fascinazione il capitolo finale, dedicato alla frontiera dello spazio. Le nazioni si stanno comportando in questo campo un po’ come durante le grandi esplorazioni geografiche del Cinquecento, con un’alternanza di competizione (tanta) e collaborazione (poca). È una corsa ad accaparrarsi per primi i punti strategici dell’orbita spaziale più utili per collocare satelliti e a colonizzare per primi il suolo lunare in vista di uno sfruttamento minerario.
Forse l’unico difetto di questo saggio è stato quello di limitarsi alla trattazione di un numero dieci di Paesi. Le ragioni editoriali di questa scelta sono pienamente comprensibili, tuttavia hanno costretto l’autore a lasciar fuori, a mio avviso, i due grandi punti interrogativi del nostro secolo: Russia e Cina, continuamente evocati nel libro come temutissimi avversari. Non è chiaro infatti se questi due Paesi saranno in grado di sopravvivere nel modo in cui li conosciamo ora o se verranno trasformati da demografia, economia e bracci di ferro al limite della guerra dichiarata. Un’analisi puntuale della loro storia e della loro conformazione geografica avrebbe potuto gettare qualche luce in più.
Tim Marshall ci ricorda come anche nell’Europa di oggi, pur pacificata da molti decenni, la paura di essere invasi da una nazione straniera continua ad essere un motivo per non cedere territorio, terrestre o marittimo. Basti pensare al modo in cui la Spagna e l’Inghilterra si oppongono al tentativo di secessione di Catalogna e Scozia, ma anche alla risolutezza con cui la Grecia tiene alla larga dalle sue acque territoriali le velleità neo-ottomane della Turchia. Il Vecchio Continente è ancora attraversato da conflitti di interesse militare. Il Medio Oriente, invece, è caratterizzato da questa guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita. L’Australia è concentrata negli sforzi per contenere l’espansionismo cinese nel Pacifico meridionale. Infine, l’Africa, che continua a essere dipendente dalle dinamiche di potere straniere, sia dei paesi europei sia delle new entry quali Russia, Cina e attori mediorientali.
“Il potere delle mappe” mette a fuoco le aree cruciali dello scenario geopolitico partendo dalla morfologia dei territori, senza mai scadere in quella pessima scienza che è nota come determinismo geografico. Con il suo stile semplice e divulgativo, mostra come gli elementi naturali saranno sempre un fattore di previsione delle traiettorie storiche, ma soprattutto la base del modo di ragionare di qualsiasi buon stratega.