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4/2020

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

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In questo numero

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IN QUESTO NUMERO

 

Pietro Calamia, Ambasciatore. 

 

Sara Carbone, Ricercatrice.

 

Domenico Letizia, Giornalista.

 

Eleonora Lorusso, Giornalista.

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

 

Domenico Vecchioni, Ambasciatore Direttore editoriale della collana Osservatorio Globale Mazzanti Libri.

 

In copertina: Karl Popper

In copertina: Karl Popper - ATLANTIS

Popper, Sir Karl Raimund. - Filosofo della scienza (Vienna 1902 - Croydon 1994). 

Tra i maggiori filosofi della scienza del sec. 20º, ha esercitato grande influenza per la sua concezione fallibilistica della conoscenza e del metodo scientifico. Pur vicino alle posizioni del «Circolo di Vienna», non ne accettò il criterio di significanza, che faceva consistere il senso delle asserzioni scientifiche nella loro verificabilità empirica e tendeva inoltre a recuperare questioni da quello escluse come non pertinenti all'ambito scientifico, quali i problemi sociologici e storiografici. Sottolineando l'impossibilità logica di derivare asserzioni universali (leggi scientifiche) da asserzioni singolari descriventi osservazioni empiriche, P.pose radicalmente in discussione il valore e l'esistenza stessa dei procedimenti induttivi. 

Dopo l'occupazione nazista dell'Austria emigrò in Nuova Zelanda, dove insegnò filosofia fino al 1945 alla Canterbury University di Christchurch, per poi passare, su invito di F. A. von Hayek, alla London school of economics, dove insegnò logica e metodo scientifico fino al 1969. Fu inoltrevisiting professor in varie università statunitensi ed europee. Nominato baronetto nel 1965, fu membro della Royal Society, della British Academy, dell'Académie internationale de philosophie de science e, dal 1982, socio straniero dei Lincei. 

Sin dalla sua prima opera, la già citata Logik der Forschung, sulla base di un'asimmetria tra verificazione e falsificazione, per la quale un numero per quanto elevato di conferme non è mai sufficiente a verificare in modo conclusivo un'asserzione universale (prototipo delle leggi scientifiche) mentre un solo esempio negativo basta a invalidarla, ha ravvisato nella «falsificabilità» la caratteristica delle teorie scientifiche (caratteristica che le distingue dalle dottrine metafisiche) e nel metodo ipotetico-deduttivo il procedimento tipico della conoscenza scientifica: piuttosto che per generalizzazioni induttive (a cui si riduce il verificazionismo neopositivistico), questa procederebbe tramite ipotesi che vengono sottoposte a «severi» tentativi di falsificazione, consistenti nel saggiarne la validità mediante il controllo delle conseguenze empiriche. La continua applicazione di tale metodo, implicante o la temporanea «corroborazione» (termine che preferisce a «conferma», che ritiene compromesso con l'epistemologia induttivistica) delle ipotesi o la sostituzione delle teorie falsificate dall'esperienza con nuove teorie, è per lui espressione del carattere mai definitivo del sapere scientifico, ma al tempo stesso garanzia della crescita della conoscenza e del suo indefinito avvicinarsi alla verità. Critico tanto dell'empirismo quanto del convenzionalismo, Popper ha sostenuto la priorità delle assunzioni teoriche rispetto ai dati osservativi, che avrebbero la funzione di controllo delle teorie (razionalismo critico), difendendo una teoria della conoscenza per prova ed errore che è successivamente sfociata in una concezione evoluzionistica in cui la conoscenza e la stessa attività scientifica sono considerate continue con l'evoluzione naturale. L'anti-dogmatismo che informa le tesi epistemologiche popperiane è stato esteso da Popper anche alle scienze sociali e alla filosofia politica. Particolarmente note sono le sue obiezioni al marxismo, considerato come un esempio di «storicismo» (The poverty of historicism, 1944-45, trad. it. 1954; 2a ed. 1957, trad. it. 1975), cioè di quel tipo di dottrine metafisiche che pretendono di prevedere il futuro corso della storia sulla base di leggi specificamente storiche, diverse da quelle delle scienze naturali e non soggette a falsificazione. Sul piano della filosofia politica, la concezione fallibilistica della conoscenza ha condotto Popper a una critica del totalitarismo (che avrebbe le sue radici in Platone, Hegel e Marx) a difesa di una «società aperta» (The open society and its enemies, 1945, 5a ed. 1966; trad. it. in 2 voll., 1974) dove ogni soluzione politica sia sottoposta al vaglio della critica e dove sia possibile sperimentare, mediante sistemi democratici, nuove soluzioni in grado di correggere gli errori delle precedenti. (da Treccani)

 

 

 

Focus: Gibuti: hub economico dell’Africa con nuove prospettive finanziare e logi

Focus: Gibuti: hub economico dell’Africa con nuove prospettive finanziare e logi - ATLANTIS

Gibuti: hub economico dell’Africa con nuove prospettive finanziare e logistiche

Domenico Letizia 

Un paese estremamente interessante per le prospettive geopolitiche e finanziare del mondo africano è Gibuti. Le attività del Fondo Sovrano di Gibuti (FSD), istituito nel giugno 2020 per accelerare lo sviluppo del Paese dell’Africa orientale, sono state avviate ufficialmente. Il Fondo, nelle intenzioni del governo, implementerà una serie di procedure di carattere finanziario e d’investimento per modernizzare l’economia del Paese, per dare impulso alla crescita di un settore privato competitivo e per favorire lo sviluppo del settore pubblico e della logistica, che rappresenta uno degli strumenti essenziali di trasformazione efficiente del paese. 

La creazione del Fondo è parte del più ampio programma denominato “Vision 2035”, una strategia di sviluppo a lungo termine della Repubblica di Gibuti con l’obiettivo di trasformare il paese in un polo strategico commerciale, logistico, portuale e digitale di alto livello. Costituito sotto forma di società a responsabilità limitata, con unico azionista lo Stato di Gibuti, il Fondo mira a raccogliere la ricchezza nazionale per far leva sulla capacità della macchina pubblica delle istituzioni statali di investire rapidamente. Secondo le autorità di governo, il Fondo consentirà un migliore controllo dei progetti, permettendo di concentrarsi al tempo stesso sugli interessi nazionali e strategici del paese. Il ruolo che il Fondo sarà chiamato idealmente a svolgere è quello di partner forte per gli investitori nazionali e internazionali, sostenendo sia per la crescita che l’occupazione, allo scopo di perseguire una strategia di totale diversificazione economica. Alla guida del Fondo è stato nominato Mamadou Mbaye, con l’incarico di Direttore Generale, una personalità nota alle istituzioni del paese per la precedente esperienza maturata come vicepresidente del Fondo Sovrano per gli Investimenti Strategici del Senegal (Fonsis). Tale scelta ha anche migliorato le relazioni diplomatiche e politiche tra Gibuti e Senegal. Il Fondo nasce dalla forte volontà delle istituzioni di divenire sempre più un hub commerciale e logistico per l’intero contesto geografico locale. A partire dal 2013, il terminal container presso il porto di Djibouti gestisce la maggior parte del commercio nazionale e regionale. Circa il 70% dell’attività del porto consiste in importazioni ed esportazioni con la vicina Etiopia, che dipende dal porto come suo principale sbocco marittimo. Inoltre, il porto funge anche da centro di rifornimento internazionale e hub di trasbordo. Nel 2012 il governo di Djibout in collaborazione con DP World ha iniziato la costruzione del terminal di Doraleh, un terzo porto destinato a sviluppare ulteriormente la capacità di transito nazionale. Un progetto di 396 milioni di dollari che vedeva la capacità di accogliere ogni anno 1,5 milioni di contenitori da 20 piedi. Purtroppo, la collaborazione di Gibuti con DP World non ha avuto un buon riscontro e le istituzioni del paese stanno procedendo sull’implementazione della logistica attraverso forti investimenti e liquidità dei fondi dello stato nei progetti. Djibouti è stata classificata la 177° destinazione d’investimento più sicura al mondo nella classifica di rischio di Euromoney. Per migliorare l’ambiente per gli investimenti esteri diretti, le autorità di Djibouti in collaborazione con diverse organizzazioni senza scopi di lucro hanno avviato una serie di progetti di sviluppo mirati a evidenziare il potenziale commerciale del paese. Il governo ha inoltre introdotto nuove politiche nel settore privato che mirano ad elevati tassi di interesse e di inflazione, tra cui la riduzione dell’onere fiscale sulle imprese e la concessione di esenzioni sull’imposta sui consumi. Il turismo a Gibuti è uno dei settori economici crescenti del paese ed è un settore che genera più di 60.000 arrivi all’anno, con le sue spiagge e un clima favorevole. Il contesto è adatto anche per recarsi successivamente in visita presso le isole e le spiagge del Golfo di Tadjoura e del Bab al-Mandab. La maggior parte dei turisti arriva a Djibouti dall’Europa. Altri visitatori provengono dal Nord America e dall’Asia. L’attuale presidente del Gibuti, Ismail Omar Guelleh, sta adoperando una politica multilaterale molto aperta agli interessi occidentali e asiatici e numerosi sono i paesi che guardano con interesse al paese per l’importante avamposto strategico che rappresenta. La micro-repubblica, ex colonia francese sino al 1977, è inchiodata sullo stretto di Bab al Mandab, un piccolo accesso marittimo di 32 chilometri da cui passa, inoltrandosi verso Suez e il Mediterraneo, il 20% del traffico marittimo mondiale e il 40 % del commercio petrolifero del pianeta. Chi controlla Gibuti, controlla un’arteria vitale del sistema mondo. Una posizione talmente importante che, dopo l’iniziale arretramento degli interessi di Parigi, si è preferito trasformare, con gran soddisfazione dei governanti locali, Gibuti in un inedito hub multinazionale con la presenza degli interessi strategici di molti governi. Alcuni paesi asiatici hanno costruito strade, aeroporti, alberghi, centri commerciali, acquedotti e sono in fase di realizzazione un nuovo porto a Obock, un gasdotto di 700 chilometri verso i giacimenti dell’Ogaden etiopico e un oleodotto per il Sudan del Sud. Nel marzo 2019, Emmanuel Macron è volato sino a Gibuti per assicurare investimenti e sostegno militare ma, soprattutto, si è fatto garante dell’Etiopia di Abiy Ahmed. Per accontentare Addis Abeba da anni ansiosa di ritrovare, dopo l’indipendenza dell’Eritrea, uno sbocco al mare il presidente francese ha convinto il presidente Guelleh a ospitare infrastrutture per una componente navale etiope, ovviamente il tutto sotto la supervisione di Parigi che fornirà mezzi, tecnologia e addestramento.

Una marea di soldi e investimenti che stanno consentendo al paese di lanciare e implementare il piano “Vision Gibuti 2035”, l’ambizioso programma di sviluppo per trasformare la repubblica in una “Singapore dell’Africa orientale, un polo economico, finanziario e commerciale regionale e internazionale. Sulle orme del modello asiatico, il presidente Guelleh ritiene che sia arrivato il momento di creare un’economia diversificata “sfruttando le numerose opportunità, particolarmente nel settore della pesca, nel turismo, nella logistica, nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione”. Prospettive interessanti che rendono Gibuti ancora di più uno dei principali hub tra Europa, Africa dell’Est, Medio Oriente e Asia meridionale e che grazie al suo mare ancora incontaminato, nella parte orientale, e le bellezze del «Gran Rift» africano, potrebbe diventare una meta eco-turistica di qualitàutilizzando” anche le politiche di sviluppo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per la promozione del turismo nazionale. 

Nel piccolo Stato di Gibuti abbiamo la presenza di un’importante base cinese ubicata a circa dieci miglia dalla base statunitense, e a poche miglia c’è quella francese. Sempre a Gibuti, a seguito del posizionamento cinese sono arrivati i giapponesi. Tokyo ha scelto di far sentire la sua presenza sia per proteggere le attività umanitarie nell’area che per posizionare un contingente con obiettivi di contenimento e monitoraggio. Inoltre, attesa è anche la presenza dell’India che svilupperà a breve una sua mossa strategica anche per contenere la Cina. Ricordiamo che l’India è presente nel paese con numerose organizzazioni umanitarie e di assistenza. L’importanza strategica ed economica del paese è facile da comprendere se analizziamo i traffici economici che dal Canale di Suez collegato al Mediterraneo, allo stretto di Bab al Mandab, collegato all’Oceano Indiano giungono nel Mar Rosso, un’arteria vitale per l’economia mondiale. Ogni anno, oltre il 10% del carico marittimo naviga attraverso le sue acque, compresa la maggior parte del commercio asiatico con l’Europa. Il Consiglio degli Stati litoranei arabi e africani del Mar Rosso e del Golfo di Aden dell’Arabia Saudita comprende tutti gli otto stati con una costa, vale a dire Gibuti, Egitto, Eritrea, Giordania, Somalia, Sudan e Yemen, nonché l’Arabia Saudita, ma non Israele, che ha un porto marittimo a Eilat. Un intreccio di interessi geopolitici molto forte così come importanti sono le strategie economiche che il presidente di Gibuti vuole adoperare per migliorare le condizioni sociali della nazione. D’altronde la pandemia sanitaria ha peggiorato molto la situazione attuale dei cittadini di Gibuti e numerosi sono i report delle Organizzazioni non Governative presenti nel paese. In una recente intervista, “La Caritas di Gibuti”, ha raccontato suor Michela della Ngo “Mediterraneo senza handicap”, “da sempre si occupa di bambini di strada. Ne accoglie anche 200 al giorno. Loro si mettono in fila e aspettano che gli venga consegnato un pasto. Ma da quando anche nel paese sono stati registrati i primi casi di coronavirus siamo riusciti ad accoglierne fino ad 80 da tenere in parrocchia tutto il giorno per evitare che contraggano il virus”. Una situazione sociale ed economica che aiuta a comprendere l’azione diplomatica e strategica del presidente Ismail Omar Guelleh. 

 

Malattie nel Mondo: l’Ictus cerebrale

Malattie nel Mondo:  l’Ictus cerebrale - ATLANTIS

Malattie nel Mondo: l’Ictus cerebrale 

 

Che cos'è l'ictus cerebrale?

L'ictus cerebrale è causato dell'improvvisa chiusura o rottura di un vaso cerebrale e dal conseguente danno alle cellule cerebrali dovuto dalla mancanza dell'ossigeno e dei nutrimenti portati dal sangue (ischemia) o alla compressione dovuta al sangue uscito dal vaso (emorragia cerebrale).

Quali sono i sintomi dell'ictus cerebrale?

La caratteristica principale dell'ICTUS è la sua comparsa improvvisa, solitamente senza dolore.

Solo nell'emorragia cerebrale c'è spesso mal di testa. I sintomi tipici sono la comparsa improvvisa di una mancanza di forza, o formicolio e mancanza di sensibilità ad un braccio e ad una gamba, ma anche ad uno solo di questi. Possibile poi che vi sia difficoltà nel parlare o difficoltà nel vedere da un lato.

A volte questi sintomi compaiono solo per alcuni minuti, poi scompaiono completamente. Si parla in questi casi di attacchi ischemici transitori (TIA), che sono molto importanti, in quanto possono essere campanelli di allarme per un ICTUS vero e proprio. Devono essere considerati con la massima attenzione. Il paziente deve essere visto con urgenza dal medico.

La chisura dei vasi cerebrali può essere anche causata da emboli che partono da placche di aterosclerosi del collo (arterie, carotidi o vertebrali) e dal cuore o da aterosclerosi dei piccoli vasi all’interno del cervello.

Se le placche delle carotidi chiudono il vaso oltre il 70% è indicata la loro rimozione mediante intervento chirurgico. 

Le dimensioni del problema

L’ICTUS cerebrale in Italia rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, e la prima causa assoluta di disabilità: un triste primato.

In Italia ogni anno, circa 185.000 persone vengono colpite da ICTUS cerebrale. Di queste 150.000 sono i nuovi casi mentre 35.000 sono gli ICTUS che si ripetono dopo il primo episodio.

L’incidenza è proporzionale all’età della popolazione: è bassa fino a 40-45 anni, poi aumenta gradualmente per impennarsi dopo i 70 anni.

Infatti il 75% dei casi di ICTUS colpisce le persone con più di 65 anni. L’incidenza media (cioè i nuovi casi registrati ogni anno nella popolazione generale) è di circa 220 casi su 100.000 abitanti, raggiungendo valori di 280 casi nella popolazione ultraottantenne. Ciò significa che ogni anno un medico di famiglia italiano assiste almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti da ictus cerebrale e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti invalidanti.

Il 10-20% delle persone colpite da ICTUS per la prima volta muore entro un mese ed un altro 10% entro il primo anno.

Fra le restanti, circa un terzo sopravvive con un grado di disabilità spesso elevato, tanto da renderle non autonome; un terzo circa presenta un grado di disabilità lieve o moderata che gli permette spesso di tornare al proprio domicilio in modo parzialmente autonomo e un terzo, i più fortunati o comunque coloro che sono stati colpiti da un ictus in forma lieve, tornano autonomi al proprio domicilio.

Si calcola che la spesa per la fase acuta (ricovero) dell’ICTUS rappresenti solo un terzo del totale della spesa dovuta alla malattia. Più elevato è il costo causato dall’invalidità, che rimane dopo l’ICTUS per la necessità di ricovero in strutture assistenziali, perdita del lavoro, impegno della famiglia.

L’invalidità permanente delle persone che superano la fase acuta di malattia determina negli anni successivi una spesa che si può stimare intorno ai 100.000 euro.

Sotto l’aspetto psicologico personale e familiare poi, i costi sono ingenti e non facilmente calcolabili. 

Da che cosa è causato?

L’improvvisa sofferenza delle cellule nervose può avvenire per due motivi:

La chiusura di una arteria cerebrale che impedisce il passaggio del sangue.
Si parla in questo caso di ischemia cerebrale: le cellule nutrite da quell’arteria subiscono un infarto e vanno incontro a morte cellulare (o necrosi). L’ischemia cerebrale rappresenta l’85% di tutti i casi di ICTUS cerebrale. Un’arteria si può chiudere perché si forma un coagulo (detto trombo) al suo interno o, spesso, su un’irregolarità preesistente della parete dell’arteria stessa (la placca ateromasica) e si parla in tal caso di trombosi cerebrale; oppure perché è raggiunta da coaguli partiti da lontano (detti emboli) solitamente dal cuore o dalle grosse arterie del collo, già colpite da placche ateromasiche in questo secondo caso si parla di embolia cerebrale.

L’improvvisa rottura di un’arteria cerebrale, causata di solito da elevati valori di pressione arteriosa.
Si parla allora di emorragia cerebrale. Questa rappresenta soltanto il 15% dei casi di ICTUS cerebrale. Quando un’arteria si rompe, le cellule cerebrali soffrono non solo perché non ricevono più sangue, ma anche perché il sangue, sotto pressione, comprime il tessuto cerebrale circostante. L’emorragia cerebrale è causata dalla rottura di una piccola arteria profonda (tipica dell’anziano) o dalla rottura di un’aneurisma cerebrale (tipica del giovane). In entrambi i casi l’ipertensione arteriosa gioca un ruolo cruciale.

Vi sono poi cause minori di ICTUS cerebrale, che colpiscono soprattutto il giovane, come i difetti congeniti della coagulazione del sangue, le malattie reumatologiche, la presenza di un piccolo foro tra i due atri del cuore (pervietà del forame ovale).

In soggetti con pervietà del forame ovale possono formarsi piccoli trombi a livello del forame stesso che passano poi nel circolo sanguigno e raggiungono l’encefalo potendo dare eventi ischemici.

Ciò succede spesso in coloro che già presentano la tendenza ad una maggiore coagulazione del proprio sangue (detta trombofilia); fra le cause principali di trombofilia vi è l’assunzione della pillola estro-progestinica soprattutto se ad assumerla sono donne emicraniche e fumatrici.

Diagnosi

Per l'ictus ischemico od emorragico in fase acuta si provvede in emergenza/urgenza a:

Inquadramento diagnostico (attraverso indagini specifiche come TC o RMN encefalo, Angio RM od Angio TC, Ecocolor Doppler TSA e Doppler Transcranico)

Valutazione neurologica (scale neurologiche come la NIHSS e la Scala di Rankin modificata) e clinica generale.

Trattamenti

Esiste una terapia per l'ischemia cerebrale che si può eseguire solo nelle prime 3 ore dopo l'evento.

Questa terapia, chiamata trombolisi, può riaprire l'arteria chiusa e salvare una parte del tessuto cerebrale colpito.

 

Dieci regole per la prevenzione dell'ictus:

 

Prevenire è meglio che curare 

Le strategie di prevenzione dell'ictus sono più efficaci se vengono attuate quando l'ictus non si è ancora manifestato ossia in soggetti "che stanno bene". È consigliabile effettuare periodiche visite presso il proprio medico di base che provvederà a verificare il vostro profilo di rischio vascolare.

 

Non fumare 

Smettere di fumare riduce il rischio di ictus.

 

Praticare attività fisica e sportiva 

Praticare quotidianamente attività fisica moderata, ad esempio camminare con passo spedito per 30 minuti al giorno per la maggior parte dei giorni della settimana.

 

Controllare il peso corporeo 

Evitare l'aumento ponderale con misure dietetiche ed attività fisica. Nei soggetti in sovrappeso la riduzione del peso corporeo ha effetti positivi sulla pressione arteriosa, sul diabete e sui grassi nel sangue.

 

Limitare il consumo di alcolici 

Evitare un eccessiva assunzione di alcol. L'assunzione di modiche quantità di alcol (per l'uomo 2 bicchieri di vino o 2 lattine di birra nelle donne; tali dosi vanno dimezzate) può esercitare un effetto addirittura protettivo per le malattie vascolari e l'ICTUS.

 

Correggere l'alimentazione

Ridurre il consumo di grassi e condimenti di origine animale, aumentare il consumo di pesce quale fonte di grassi polinsaturi, aumentare il consumo di frutta, verdura, cereali integrali e legumi quale fonte di vitamine e antiossidanti.

 


Limitare il sale nella dieta

Viene consigliato di limitare la assunzione di sale nella dieta a meno di 6 grammi. Tale obiettivo si raggiunge evitando cibi ad alto contenuto di sale e non aggiungendo sale a tavola. La raccomandazione è ancora più importante per i soggetti con ipertensione arteriosa.



Controllare la pressione arteriosa

Nei soggetti con ipertensione arteriosa, qualora le modificazioni alimentari e dello stile di vita non siano sufficienti, è indicato il ricorso ai farmaci antipertensivi. I valori consigliati sono inferiori a 140/90 mmHge di 130/80 mmHg nei diabetici.



Controllare la glicemia

Eseguire periodici controlli della glicemia per diagnosticare precocemente la presenza di diabete. Nei diabetici la riduzione del peso corporeo, le modificazioni dello stile di vita ed il controllo degli altri fattori di rischio devono essere particolarmente accurati.



Attenzione alla fibrillazione atriale

Per prevenire l'ictus nei soggetti con fibrillazione atriale è indicata l'assunzione di farmaci anticoagulanti nei pazienti di età superiore ai 65 anni e in quelli che hanno già avuto un ictus ischemico cerebrale. Negli altri casi è utile assumere Aspirina. La scelta del farmaco deve essere fatta dal medico curante.

 

Un Finestra sul Mondo Iran e Usa al bivio, ma l’Europa resta “l’anello debole”

Un Finestra sul Mondo  Iran e Usa al bivio, ma l’Europa resta “l’anello debole” - ATLANTIS

Iran e Usa al bivio, ma l’Europa resta “l’anello debole”

Eleonora Lorusso

Tra i paesi più colpiti dalla prima ondata di pandemia Covid, in crisi economica, la Repubblica islamica si prepara ai nuovi rapporti con gli Usa di Biden, ma anche alle presidenziali del 2021, mentre secondo l’esperta l’Europa resta incapace di fornire una risposta alternativa

 

Uno dei primi segnali di un possibile cambio di rotta nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Iran è arrivato dalle parole con cui il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha salutato il risultato elettorale americano del 4 novembre. «Ora si presenta un’opportunità per la prossima amministrazione americana di rimediare ai suoi precedenti errori e di tornare sul sentiero dell’adesione ai suoi impegni internazionali». Parole chiare, che testimoniano la volontà di esercitare pressione affinché ci sia un allentamento, se non un ripensamento, delle sanzioni Usa su Teheran. Molto più duro ed esplicito è stato il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Javad Zarif: «Il popolo americano ha parlato. E il mondo sta a vedere se i nuovi leader abbandoneranno la disastrosa tracotanza senza legge del regime uscente e accetteranno il multilateralismo, la cooperazione e il rispetto della legge». Ma è pensabile un passo indietro degli Usa? 

I primi segnali di aperture con gli Usa

«There’s a smarter way to be tough on Iran» («C’è un modo più intelligente per essere duri con l’Iran»): così Joe Biden aveva indicato la propria posizione sulla questione, lo scorso settembre alla Cnn. Durante quell’intervento si era detto convinto che si potesse riprendere il dialogo diplomatico, spingendosi a parlare apertamente di una revoca del cosiddetto Muslim Ban, che di fatto impedisce ai cittadini di alcuni stati islamici (in primis l’Iran) di entrare negli Usa, e contemporaneamente un ritorno al Nuclear Deal, l’accordo nucleare voluto nel 2015 dall’ex Presidente Usa, Barak Obama, siglato dal gruppo 5+1 (Usa, Regno Unito, Russia, Francia e Cina più la Germania). Non solo: l’allora candidato democratico alla Casa Bianca aveva annunciato la volontà di intervenire sulle sanzioni in modo da agevolare Teheran nel contrasto alla pandemia, che ha colpito duramente il Paese mediorientale. 

«Io credo che la definizione migliore ad oggi sia quella di un cauto ottimismo. Ci sono molte aspettative da parte iraniana verso l’Amministrazione Biden, ma è inverosimile un cambio di rotta immediato ed efficace. E’ probabile un allentamento delle sanzioni economiche, ma occorre tenere presente che ce ne sono anche di simboliche, come quelle implementate dall’ex Presidente, Donald Trump, per esempio nei confronti del ministro degli Esteri, Zarif, o della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei. Biden, quindi, dovrà cercare di ridurre la tensione, ma tenendo presente anche le pressioni interne alla politica americana, che guarda con attesa anche le elezioni presidenziali iraniane del prossimo anno” spiega Giorgia Perletta, Program Assistant del Master in Middle Eastern Studies (MiMES) dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI), presso cui è titolare del corso di History and Politics of Modern Iran. 

Iran verso il voto, chi guiderà Teheran? 

L’Iran, pur in condizioni economiche molto difficili, si prepara alle elezioni presidenziali in programma a giugno del 2021, con una enorme incognita: l’attuale guida del Paese, Hassan Rouhani, non potrà ricandidarsi per un nuovo mandato, dopo il primo incarico nel 2013, riconfermato nel 2017. Il suo peso finora è stato decisivo soprattutto nella svolta “riformista” del Paese. I primi segnali di una possibile svolta conservatrice sono arrivati in occasione delle elezioni parlamentari dello scorso febbraio: l’affluenza alle urne è stata di appena il 42,57%, la più bassa dalla Rivoluzione islamica del 1979, segno di grande insoddisfazione per le condizioni del Paese. Proprio in occasione delle consultazioni, si era già registrato il sorpasso da parte dell’ala conservatrice rispetto a quella moderata, incarnata da Rouhani. 

Ora tra i possibili candidati alla presidenza è emerso il nome di Hossein Dehan, meno noto fuori dai confini nazionali, ma in grado di esercitare una certa influenza soprattutto tra le sfere militari. Non è un mistero che i pasdaran mirino ad aumentare il loro potere, anche attraverso questa candidatura. E’ immaginabile una svolta conservatrice? «C’è sicuramente la possibilità che Rohuani sia sostituito da una figura meno moderata e proveniente dalle sfere militari. D’altro canto, proprio il voto parlamentare dello scorso febbraio ha visto un massiccio incremento nomi provenienti dalle Guardie rivoluzionarie. Questo non deve stupire perché la seconda generazione di politici iraniani viene tutta dagli apparati di sicurezza e militari, è fattore generazionale. I nuovi rappresentanti politici non si sono formati nei seminari religiosi, come accadeva in passato, ma hanno un trascorso militare. Io credo, però, che non sia necessariamente vero che un presidente di questa estrazione sia necessariamente ostile all’Occidente e in particolare agli Stati Uniti. La contrapposizione a Rouhani e ai suoi fedelissimi va anche nella logica di una contrapposizione interna all’Iran nell’ambito della competizione politica» spiega Perletta. 

Tra pandemia e crisi economica

L’effetto delle imposizioni statunitensi, infatti, potrebbe tradursi quest’anno in un ulteriore calo del Pil dopo una riduzione di oltre il 9% nel 2019 e del 4% fin dal 2018, anno di entrata in vigore. I dati non devono stupire, se si pensa che ancora nel 2017 l’export di energia (petrolio compreso) rappresentava il 70% del totale. Dall’entrata in vigore delle sanzioni il Paese ha dovuto rinunciare a 1,5 milioni di barili di greggio al giorno, quantificati in una perdita pari a 10 miliardi di dollari nel periodo da novembre 2018 a fine aprile 2019. Da allora la situazione non è migliorata, anzi ha subito anche gli effetti dell’emergenza sanitaria da Covid. L’Iran è stato uno dei focolai maggior nell’area del Middle East, con un picco di 100mila casi registrati solo fino a metà maggio, ma la situazione reale potrebbe essere molti più grave rispetto alle stime ufficiali. Teheran non ha mai optato, infatti, per un lockdown totale, come invece suggerito dalle autorità sanitarie internazionali e iraniane stesse. 

La pandemia, inoltre, ha aggravato le tensioni sociali e neppure strumenti internazionali di supporto al commercio, di natura umanitaria come Instex e Shta (rispettivamente europeo ed elvetico) hanno migliorato di molto la situazione. Prova ne sono gli appelli all’unità, lanciati tra gli altri dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che lo scorso agosto aveva esortato le autorità del Parlamento, della Giustizia e del Governo a «rimanere unite» per fronteggiare la «svalutazione della moneta nazionale, gli illogici aumenti dei prezzi e i problemi derivanti dalle sanzioni degli Usa» aggiungendo: «I comportamenti non islamici, gli insulti e le accuse non sono permessi e sono haram» ossia vietati dalla legge islamica. 

I nuovi rapporti con l’Europa (e l’Italia)

Dall’eventuale distensione dei rapporti con gli Stati Uniti potrebbe dipendere anche un cambio di rotta da parte dell’Europa, soprattutto perché la linea dura dell’Amministrazione Trump aveva posto sotto scacco anche i partner UE, costretti a scegliere se proseguire nei rapporti con Teheran o inimicarsi Washington. Cosa potrebbe accadere adesso? 

«L’Europa finora ha avuto un ruolo per lo più diplomatico, mentre non è stata capace di attivare strumenti per alleviare gli effetti delle sanzioni statunitensi. La prova è stata il fatto che molte aziende, anche in assenza di rapporti diretti con gli Usa, hanno interrotto le relazioni commerciali con Teheran per paura di ripercussioni da parte americana» osserva Perletta, che ha anche un dottorato di ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano.

«Credo che l’Europa sia l’anello debole della catena, nonostante abbia manifestato la ferma opposizione alle sanzioni e abbia espresso la volontà diplomatica e politica di mediare: di fatto non è riuscita a sopperire a livello economico alle sanzioni americane e a imporre un cambio di rotta. Ora rimane da parte europea l’ambizione, il desiderio e volontà politica di tornare agli accordi del 2015, ma sicuramente la presidenza statunitense continuerà ad avere il ruolo predominante nella riuscita del progetto».

L’Italia è uno dei principali partner commerciali dell’Iran. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Il nostro Paese, come l’Ue nel suo insieme, devono attendere di capire come Biden riuscirà a rientrare nel Nuclear Deal, pur non apportando modifiche, perché l’Iran ha già ripetuto più volte di non essere disposto a rinegoziare. E’ vero che nel frattempo la Repubblica islamica è tornata ad arricchire l’uranio, ma la decisione non è stata presentata come irreversibile – osserva l’esperta –Un altro aspetto fondamentale sarà proprio l’esito delle presidenziali iraniane di giugno 2021. ritengo che Biden non voglia esporsi prima di allora e di conseguenza anche l’Europa e l’Italia attenderanno, pur continuando a condannare il ritiro unilaterale americano dagli accordi e non demonizzando la Repubblica islamica, che viene considerata fondamentale ai fini degli equilibri e della sicurezza dell’area mediorientale»

 

 

 

Un Binocolo sul Mondo: Il futuro di Trump

Un Binocolo sul Mondo:  Il futuro di Trump - ATLANTIS

 Il futuro di Trump

 Giorgio Radicati 

 Finalmente Trump ha consentito l’avvio della transizione. Quasi contemporaneamente, Biden ha presentato al Paese alcuni importanti membri della futura amministrazione da lui nominati. Tutto sembra quindi rientrare nell’alveo della normale successione presidenziale a seguito – a quanto pare – della pressione congiunta su “the Donald” dei membri più realisti del suo “staff” e della sua famiglia. 

Eppure, egli non ha ancora ammesso la sconfitta, continuando le battaglie legali in vari Stati (la più parte delle quali già perse) e/o esigendo il riconteggio delle schede in altri. Del resto, il sistema americano del collegio elettorale lo consente. Però mai in precedenza nessun altro candidato sconfitto alle urne aveva mobilitato schiere di avvocati e cariche pubbliche statuali per rigettare il verdetto popolare. 

Nel 2000, quando la contesa tra Bush jr e Gore era rimasta in bilico per un tribolato conteggio di voti in Florida, “il repubblicano di ferro” Antonino Scalia, Presidente della Suprema Corte (investita della questione), determinò con il suo voto la vittoria di Bush per un pugno di schede (peraltro contestate). Gore, un po’ per decisione propria e molto per l’azione del Partito Democratico, pose poi fine alla disputa, telefonando al rivale per congratularsi e consegnargli così la Casa Bianca.

Oggi, questo comportamento non sembra, almeno per il momento, praticabile, perché Trump fa dell’innata prepotenza l’arma migliore, anche nei confronti del suo stesso partito. Come del resto fece fin dal momento della sua candidatura, cinque anni orsono, non curandosi dell’aperto ostracismo dei vertici. Da allora nessuno è stato in grado di opporsi ai suoi diktat, soprattutto dopo alcuni successi in politica interna (economia) ed internazionale (Nord Corea, Cina e Medio Oriente). Oggi, peraltro, appoggiare Trump, seppur sconfitto, o non contrariarlo più del necessario, sembra opportuno al Partito in vista del prossimo ballottaggio elettorale in Georgia, dal cui esito dipenderà il controllo del Senato.

Il suo slogan “America first” ha fatto presa su una vasta platea di cittadini, soprattutto bianchi, benpensanti, accesi nazionalisti, residenti nelle aree rurali, in gran parte poco istruiti, delusi a vario titolo, ostili al governo centrale, generalmente fuori dal quotidiano dibattito politico nonché cronicamente sensibili al suono dell’inno nazionale ed allo sventolio della bandiera a stelle e strisce, che immancabilmente spicca sul tetto delle loro case. Insomma, tutti coloro che Hillary Clinton definiva (con una sintesi estremamente parziale ed infelice, che le costò la presidenza) “una massa di qualunquisti, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi…”.

Questa è l’onda popolare che Trump non ha mai cessato di cavalcare e che gli ha consentito di ottenere un numero di voti superiore a quello da lui incassato quattro anni orsono, numero che anche i più avveduti sondaggisti non avevano previsto. Un suo grande errore (forse fatale) si è rivelato avere gestito male la pandemia, oscillando tra negazionismo assoluto e fallaci prove di forza, dimostrando di non sapere dialogare con l’intero corpo elettorale per non avere neppure tentato di conquistare almeno una parte di cittadini indecisi, fluttuanti cioè nell’area grigia dei votanti.

La perdurante, ostinata ed insolita ritrosia ad accettare la sconfitta potrebbe essere interpretata come la volontà di far credere che soltanto i brogli elettorali lo hanno sconfitto per ottenere da subito un “bonus” da spendere nella prossima competizione presidenziale, quando potrà presentarsi come candidato in cerca di compensazioni poiché già una volta defraudato ingiustamente della vittoria.

C’è però anche chi sostiene che lo sforzo di Trump per mantenere in piedi la figura di imprenditore di successo sceso in campo per dare voce ad una massa di cittadini insoddisfatti nasconda la volontà di difendersi con maggiore autorevolezza, una volta fuori dalla prestigiosa palazzina in Pennsylvania Avenue, dalle accuse che pendono su di lui e che transitano dalla frode bancaria, assicurativa e fiscale allo sfruttamento della posizione di Presidente per favorire le proprie finanze, accettando contributi da parte di governi stranieri.

Sia come sia, contrariamente ai suoi predecessori, Trump non sembra, almeno a questo stadio, coltivare l’intenzione di farsi da parte, trasformandosi in conferenziere dal gettone di platino, scrittore di best-sellers autobiografici e/o applaudito “testimonial”. Infatti, tutto fa ritenere che egli intenda restare ancora alla ribalta della politica almeno fino alla prossima elezione, soprattutto se alcuni giovani parlamentari repubblicani emergenti (in prima fila, i senatori Cotton e Hawley) non riusciranno ad impedirglielo.

 

 

Giorgio Radicati

Giorgio Radicati, diplomatico e scrittore. Già Ambasciatore a Praga e Rappresentante OSCE a Skopje. Autore di vari romanzi storici, saggi ed articoli di politica internazionale.

 

Imprese: Aggregarsi per crescere

Imprese: Aggregarsi per crescere - ATLANTIS

Imprese e Innovazione

Aggregarsi per crescere

Le PMI ripartono da cluster e reti innovative

meno di 50 addetti, ognuna con un know-how specifico, poco inclini alla collaborazione. Ma l’ingresso nel mercato dei grandi gruppi esteri ha dimostrato la fragilità delle singole imprese che, senza la possibilità di investire grandi risorse in ricerca e sviluppo, rischia- no di soccombere d’innanzi i grandi player mondiali.

Supportati da politiche regionali ad hoc, Confindustria e i principali atenei stanno portando avanti in Veneto un piano di sviluppo per le RIR, con lo scopo di poter creare dei cluster che aumentino la competitività delle singole imprese avendo a disposizione innovazioni e competenze date dalle università e dagli enti di ricerca.

Sulla base dei risultati emersi dallo studio “European innovation scoreboard 2019” stilato dalla Commissione Europea, Italia e Veneto si posizionano nella categoria di moderate innovators, lontani dalla media europea di modest innovators. Lo studio riconosce come il Veneto disponga di considerevoli centri di eccellenza, ma come questi siano totalmente disomogenei tra loro e non perfettamente integrati con il background territoriale. Emerge chiaramente una mancanza nel nostro territorio di una politica di coesione che sostenga la creazione di posti di lavoro, crescita economica e sviluppo sostenibile.

I cluster vogliono rispondere a questa esigenza. Creare una struttura produttiva integrata fortemente orientata all’innovazione, un ciclo virtuoso che crei valore per il territorio: da un lato abbiamo i giovani talenti, che, grazie a programmi su misura, riesco- no ad entrare in azienda portandosi appresso un consistente bagaglio accademico; dall’altro lato gli imprenditori riescono a far parte di un sistema volto a facilitare l’accesso alle innovazioni e alla ricerca, non solo in ambiti strettamente legati al proprio settore, ma in una struttura più complessa aperta alle influenze di altri ambiti di specializzazione. Le singole aziende avranno la possibilità di mettere a fattor comune le proprie conoscenze e le proprie esperienze, trovandosi ad operare con altre realtà complementari alla propria, riuscendo in questo modo a garantire al cliente una maggiore varietà di servizi operando come una vera e propria filiera integrata. L’aggregazione in cluster offre la possibilità di uscire dal contesto locale e arrivare a lavorare sui mercati nazionali ed internazionali che un’impresa di piccole e medie dimensioni da sola faticherebbe a raggiungere. Dialogare come ente unico a clienti ed investitori offre più chance per partecipare ai bandi e per intraprendere azioni commerciali mirate là dove si concentrano i maggiori investimenti. Al cliente viene offerto in questo modo una soluzione completa ed un vantaggio notevole in termini di semplificazione procedurale e amministrativa.

Confindustria, assieme alla Regione Veneto, ha individuato quattro aree di interesse per lo sviluppo di cluster innovativi, strettamente legate alle eccellenze territoriali: Smart Agrifood, Smart Manufacturing, Sustainable Living e Creative Industries. Oltre 70 dipartimenti universitari hanno preso parte alla creazione dei primi cluster, che ora devono essere conso- lidati e sviluppati attraverso linee di azione condivise. Il punto di forza dei cluster veneti sarà la cabina di regia unica data da Confindustria, in grado di dialogare direttamente con imprese e sistema politico per mettere a punto un sistema che riesca a permettere la rapida crescita dei nuovi agglomerati, andando a progettare e costruire le diverse logiche di rete. L’apporto di Confindustria sarà primario nella rimozione di barriere ed impedimenti dati dalla troppa burocrazia esistente.

Intervista a Fabio Marabese, Advisor Strategico di Confindustria Veneto per RIR e Cluster

ultimo di influenzare la qualità della vita e dell’abitare delle generazioni attuali e future nelle aree urbane. La RIR ad oggi conta 30 aderenti tra imprese, associa- zioni di categoria, produttori di materiali, università ed enti di ricerca.

Infatti, è poi stato scelto dal Presidente di Confindustria Veneto Carraro come advisor strategico per Rir e cluster...

La mia esperienza personale mi porta ad essere molto collaborativo quando si tratta di poter cre- scere assieme ad altre aziende ed enti. Ho potuto vedere negli ultimi anni le enormi potenzialità date dalla creazione di cluster legati a settori specifici. Assieme al Presidente Carraro stiamo collaborando con Università e Regione per diffondere esperienze di casi virtuosi e progetti che hanno prodotto risultati maggiormente significativi, supportando attivamente la strutturazione di nuovi cluster e di un sistema a sostegno degli stessi.

 

 

A JESOLO DAL 6 all’8 MAGGIO 2021 IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GEOPOLITIC

A JESOLO DAL 6 all’8 MAGGIO 2021 IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GEOPOLITIC - ATLANTIS

SI SVOLGERÀ A JESOLO DAL 6 all’8 MAGGIO 2021 IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GEOPOLITICA EUROPEA

Varato il portale www.festivalgeopolica.it

Sarà la Città di Jesolo (area metropolitana di Venezia), seconda spiaggia italiana per presenza turistiche annuali, ad ospitare la prima edizione del Festival Internazionale della Geopolitica Europea. Si tratta di un evento quantomai attuale dopo l’emergenza sanitaria pandemica che ha coinvolto (ma è finita?) l’esistenza di milioni di persone e di cittadini di tutto il mondo.

Oggi - come forse non mai precedentemente - ogni accadimento che ci riguarda è connesso e condizionato da quanto accade in un mondo fortemente globalizzato e interconnesso-
Il Festival della Geopolitica Europea è il primo appuntamento di approfondimento e divulgazione riguardante le politiche geostrategiche dal punto di vista non della singola realtà nazionale ma da quello ultra statuale ed europeo. Questo non significa ignorare il ruolo e il contributo dellItalia con la sua specifica storia, la sua identità culturale e antropologica, i suoi interessi economici e produttivi ma inserirli in un contesto continentale allargato, come si rende indispensabile, in questa congiuntura storica. Il metodo - hanno sottolineato gli organizzatori Carlo e Andrea Mazzanti, direttore e condirettore della rivista di affari internazionali Atlantis - sarà multidisciplinare. 

La geopolitica è la disciplina che si dedica allo studio dei rapporti tra lhomo politicus e lo spazio combinando unanalisi geografico-economica delle risorse con una schematizzazione delle relazioni diplomatico-strategiche tra le grandi potenze. (...) La Geopolitica ha sempre dato grande importanza alle risorse economiche nelle lotte per lo spazio territoriale come definito dallo studioso Marco Cesa. 

In termini generali, la geopolitica si occupa di rapporti tra relazioni internazionali e fattori geografici, non solo la configurazione fisica - come le barriere naturali formate dalle montagne e dalle reti fluviali - ma anche il clima, la composizione demografica, gli aspetti culturali e laccesso alle risorse naturali. Fattori come questi possono avere un impatto rilevante su tanti aspetti diversi della nostra civiltà, dalla strategia politica e militare allo sviluppo sociale, inclusi il linguaggio, il commercio e la religione. La geopolitica condiziona tutti i paesi sia in guerra sia in tempo di pace ha scritto il divulgatore britannico Tim Marshall.

 

 

Obiettivo informare - hanno ribadito Andrea e Carlo Mazzanti - La finalità del progetto consiste nellavvicinamento di mondi e settori anche apparentemente differenti, per affrontare un argomento complesso e renderlo alla portata di tutti. Conoscere per essere liberi  parafrasando Luigi Einaudi. Poiché ogni decisione, ogni scelta e ogni deliberazione deve essere consapevole e basata sulla conoscenza dei fatti, linformazione diventa un fattore essenziale della vita privata e pubblica. 

I settori e gli argomenti argomenti trattati sono i seguenti:

- Diplomazia e Relazioni internazionali - Economia e Finanza
- Ambiente
- Beni culturali e Turismo 

- Sicurezza, Difesa e Intelligence - Diritti, Difesa umanitaria, ONG - Informazione e Giornalismo 

 I Partner  il  Consiglio dEuropa attraverso il suo Ufficio Italiano di Venezia, Confindustria del Veneto e di Venezia e Rovigo, il Circolo di Studi Diplomatici di Roma, l’ Istituto di Studi Marittimi Militari/Istituto Navale Morosini, i Ministeri italiani della Difesa, degli Affari Esteri e degli Affari Europei, l’Ordine dei Giornalisti, la Regione del Veneto e il Miur del Veneto
I media partner previsti :Rai/Gruppo Gedi (La Stampa-Repubblica)/RTL102.5/RadioRadicale/ RadioVaticana/Il Foglio
Effetti permanenti dellappuntamento annuale Il festival si propone un effetto non transitorio ma permanente. Come altri festival hanno già prodotto altrove (Cernobbio, Giffoni, Mantova, Spoleto, Trento). Lattenzione dei media, degli appassionati e dei curiosi sarà calamitata da un appuntamento che sarà calendarizzato con puntualità. 

La prima edizione del  2020 era in un primo momento prevista sempre nel mese di maggio ma i provvedimenti conseguenti all’emergenza sanitaria nazionale e d internazionale hanno costretto gli organizzatori ad un rinvio annuale.

Si inizierà Giovedì 7 maggio con la prima  SESSIONE Presenterà Eleonora Lorusso, Giornalista (Donna Moderna, Panorama, Radio RTL 102.5),con Carlo Mazzanti Direttore responsabile della rivista di affari internazionali Atlantis e Andrea Mazzanti, Condirettore 

All’evento avevano dato la loro adesione. Massimo Cacciari (in ripresa video) Andrea Tornielli, Direttore editoriale Radio Vaticana, Stefano Beltrame, Ministro Responsabile Formazione Ministero Affari Esteri, Ofra Fahri, Vice Ambasciatrice di Israele in Italia, Giulio Terzi di SantAgata, Ambasciatore ed ex Ministro degli Affari Ester,  Luisella Pavan Woolfe Direttrice Consiglio dEuropa Ufficio di Venezia, Enrico Carraro, Presidente Confindustria Veneto Michele Boldrin, Economista Washington University, Paolo Scaroni, Manager, Giuseppe Cavo Dragone Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, Leonardo Leso Generale Carabinieri in congedo, già Consigliere Militare e Addetto alla Difesa presso lAmbasciata Italiana allOnu - New York
Paolo Casardi e Maurizio Melani Copresidentei del Circolo Studi Diplomatici di Roma, Elisabeth Lee Martines Console Generale degli Stati Uniti dAmerica in Italia, Giuseppe La Bruna, Direttore Accademia di Belle Arti di Venezia, Marco Michieli, Presidente Federalberghi Veneto e Vicepresidente Nazionale Luigino Rossi, Imprenditore e mecenate, Vincenzo Amendola, Ministro per i Rapporti con lUnione Europea, Mario Caligiuri, Università della Calabria, Arduino Paniccia, Università di Gorizia, Vittorio Emanuele Parsi, Università Cattolica di Milano. Giorgio Saccoccia, Presidente Agenzia Aerospaziale Italiana, Luca Parmitano, Astronauta, Antonio Martino già Ministro degli Affari Esteri e della Difesa. Assolutamente prestigiosi i nomi dei giornalisti che faranno da moderatori dei vari panel. I primi due giorni dell’evento saranno validi come corsi di formazione permanente obbligatoria dell’Ordine dei Giornalisti mentre una speciale attenzione sarà dedicata al mondo della scuola con due progetti legati al festival.

Intanto, con l’approvazione e il sostegno del Comune di Jesolo, della Regione del Veneto e di tutti gli altri partner è stata avviata una marcia di avvicinamento con la realizzazione del sito www.festivalgeopolitica.it che con l’affiancamento di una importante attività sui social ospiterà interventi, interviste e commenti sull’attualità geopolitica di molti autorevoli osservatori che saranno presenti al festival.

 

Premio Dispatriati 2020 La Dissolvenza della Memoria di Sara Carbone

Premio Dispatriati 2020 La Dissolvenza della Memoria di Sara Carbone - ATLANTIS

PORTI, TRASPORTI E COMPAGNIE

Una pagina interessante della migrazione italiana all’estero è quella che si sofferma ad analizzare la situazione di porti, trasporti e compagnie che furono protagonisti di questo grande esodo del secolo scorso. La storiografia italiana ha dimostrato scarsa attenzione per le vicende del trasporto di emigrazione. A partire dal 1901, è il porto di Napoli che gestisce il grosso delle partenze, seguito da quello di Genova il cui numero di imbarchi è, però, pari a circa la metà. Il trasporto degli emigrati, nel 1901 e anche più tardi, è sprovvisto di dispositivi di tutela per cui l’emigrato diventa un potenziale di investimento particolarmente vantaggioso.

Prima di tutto le imbarcazioni: vere e proprie carrette del mare sono stati definiti i vecchi piroscafi che attraversano l’Atlantico, privi di sicurezza e di igiene. Scrive il Cantù, responsabile dei Servizi Sanitari del porto di Genova, nel 1895: La marina italiana non è priva di buoni piroscafi. Il guaio è che nella nostra emigrazione si fa un ignobile monopolio per trarre dal quale il maggior profitto possibile si adibisce per trasporto materiale scadente, quasicchè gli emigranti fossero merce infima. Le navi sono obsolete; nel 1897, la loro età media è di 23 anni; l’ammodernamento di questi piroscafi-cimitero risale solo agli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale.

Poi i porti: Genova, Napoli e, in misura minore, Palermo risultano inadeguati alle nuove esigenze del trasporto marittimo fra fine Ottocento e inizio Novecento. I bacini di carenaggio sono stretti, sono pochi i pontili di attracco, l’illuminazione è insufficiente a segnalare gli approdi. 

La legge del 1901 stabilisce che le spese di vitto e alloggio dell’emigrante in attesa di imbarco siano a carico delle compagnie. Queste cercano di contenere al minimo le spese e alloggiano i migranti in veri e propri tuguri. I migranti più esposti sono le donne: possono subire abusi e violenze sessuali oppure essere imbarcate per paesi diversi da quelli di destinazione. Delle sofferenze patite dalle donne nei porti d’imbarco non sono rimaste che labili tracce.

Cosa vedono nel porto di Santa Lucia, a Napoli, i migranti Olevanesi? In che condizioni viaggiano? 

Purtroppo su questo aspetto non si sa molto; le testimonianze scarseggiano in tal senso. E quando ci sono, diventano vaghe.

Una prima serie di dati si può ricavare dalla testimonianza di Ciro Poppiti II che racconta di suo padre. L’amico Domenico Guadagno ha mandato ,in Italia, a suo padre una moneta d’oro del valore di 50 dollari. Al momento dello sbarco in America, Ciro Poppiti ha solo 20 dollari. Si può fare, dunque, un calcolo di quanto costasse non solo un biglietto per gli Stati Uniti d’America, nel 1907, ma anche tutta l’operazione di imbarco, pernottamento e spese accessorie. Su questo momento transitorio della vita del padre, Ciro II scrive solo: “He bought the passage” ma non si attarda sui particolari. Difficilmente potranno essere reperite, in futuro, ulteriori informazioni circa la compagnia alla quale Ciro Poppiti pagò il biglietto per l’imbarco e le spese di vitto e alloggio al porto. La cifra spesa da Ciro Poppiti fa pensare, se messa in relazione alla notizia fornita da Alfonso Volzone nella sua intervista per l’Università del Delaware: questi afferma che il biglietto per l’America gli è costato 12 dollari. Inoltre, è sicuro di non aver sostenuto spese accessorie. Tutto ciò che gli è servito per partire, oltre al biglietto, è stato il passaporto. Ammettendo che la memoria di entrambi non li abbia ingannati al momento della testimonianza e, pur ammettendo un aumento del costo del biglietto, diventa difficile accogliere l’idea di un costo più che raddoppiato dalla partenza di Alfonso (1906) a quella di Ciro (1907). Viene da pensare che nei 30 dollari spesi da Ciro vi fosse contemplato non solo il biglietto per l’America ma anche tutti i costi aggiuntivi: spese per raggiungere il porto di Napoli, pernottamento, passage, come dice il figlio, e così via. Se così fosse, ci sarebbe da riflettere ancora di più: le spese accessorie supererebbero quelle del costo del biglietto.

Altre informazioni giungono ancora dall’intervista rilasciata da Alfonso Volzone. Quando giunge a Napoli per imbarcarsi, la nave non è ancora nel porto. È, di sicuro, una nave italiana ma non ne ricorda il nome. Essa arriva il giorno dopo, quello cioè dell’imbarco. Alfonso afferma di aver visto alcuni passeggeri scendere dalla nave prima di salirvi lui stesso. In attesa di imbarcarsi sul Florida, il passeggero trascorre la notte in hotel. Tuttavia, occorre puntualizzare: quando l’intervistatore chiede ad Alfonso dove abbia pernottato la notte prima dell’imbarco e suggerisce in hotel, Alfonso risponde un laconico sì e conclude con un riso amaro. Quasi isterico. Alfonso, invece, puntualizza che, per raggiungere Napoli, il treno non lo ha preso a Salerno ma a Battipaglia. 

Le uniche persone ad aver speso qualche parola sul viaggio vero e proprio sono state Alfonso Volzone, Domenica Maria Lambiase e Lidia Cicatelli che sembra aver fatto qualche racconto in merito alla nipote, Lidia Delle Donne.

Alla domanda dell’intervistatore: “Come erano le condizioni a bordo della nave?”, Alfonso risponde: “It was bad” e ride. Le condizioni erano “brutte”, questo arriva a dire Alfonso. Per quanto riguarda pasti, un uomo andava a prendere il cibo e lo divideva con altri tre o quattro passeggeri. Non veniva distribuita acqua potabile e quella che c’era non era buona.

Scrive Bruno Maida a proposito del viaggio che affrontano le donne: il viaggio è una prova tutt’altro che semplice: nel corso del viaggio devono affrontare una promiscuità a cui non sono abituate, le pessime condizioni igieniche, […] per non dire del pericolo di vita, visti i rischi delle traversate oceaniche.

Il nipote di Domenica Maria Lambiase, John George Maiorano dice che sua nonna gli ha parlato di un viaggio di due settimane, durante le quali ha assistito a una terribile tempesta in mare. Un evento che l’ha segnata notevolmente, dal momento che, stando alle parole del nipote, la donna, sebbene molto introversa, ha raccontato l’episodio più volte nel corso della sua vita.

Questo, invece, è quello che ha raccontato Lidia Cicatelli alla domanda: “Sua zia, Lidia, le ha mai parlato del viaggio in America?”. Dopo una piccola pausa e un lungo sospiro, Lidia Delle Donne racconta: “Mi ha solo detto che è stato un viaggio disastroso. È stato un viaggio molto complicato e lei aveva paura delle onde quando il mare era agitato.” Poi aggiunge quelle che sarebbero state le parole della zia: “Bella di zia, mi andavo a nascondere perché avevo paura delle onde quando il mare era agitato. Mi sono fatta prendere dalla paura, bella di zia. Sono stata coraggiosa ad andare via. [La nave] Ci ha messo un mese e più per arrivare”.

Quando ciò che Lidia Delle Donne ha dichiarato in merito al viaggio della zia viene riferito a Ciro Poppiti II, questi afferma: “Non ho mai saputo questo. Mia madre non me lo ha mai detto. Chissà perché ha preferito raccontarlo alla nipote, a mia cugina Lidia.” Nel pronunciare queste parole, annuisce pensoso e gli occhi gli si fanno lucidi. (da La Dissolvenza della Memoria di Sara Carbone Premio Dispatriati 2020)

 



Libri: Il Potere che sta conquistando il Mondo

Libri: Il Potere che sta conquistando il Mondo - ATLANTIS

Il Potere che sta conquistando il Mondo

Giorgio Galli, Mario Caligiuri

Rubbettino Editore, 2020 - 240 pagine

Il vecchio ordine mondiale si sta rapidamente trasformando. Facendo seguito al fortunato volume Come si comanda il mondo in cui si dimostra la prevalenza dei leader della finanza su quelli della politica, gli autori analizzano il ruolo delle multinazionali cinesi, russe, brasiliane, indiane e islamiche. Vengono quindi approfonditi i rapporti con i fondi sovrani e la criminalità, i paradisi fiscali e la politica energetica. E fin qui, nulla di nuovo perché si replicano i modelli della democrazia liberale. Nel frattempo, però, la Cina sta diventando un gigante dell’intelligenza artificiale, egemonizzando l’Africa, il continente del futuro. In una situazione complessa più che il mercato è di nuovo lo Stato a essere protagonista nel XXI secolo, poiché queste multinazionali sono in gran parte subordinate ai governi nazionali. Il declinante Occidente riuscirà a individuare strategie per non soccombere nell’eterna lotta per il potere? È l’interrogativo fondamentale al quale cerca di rispondere questo libro.

 

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