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Editoriali

4/2015

4/2015 - ATLANTIS

W&W (Noi e il Mondo)

Per una visione italiana della governance globale.

 

La cronaca recente, alterna fatti di Guerra (sia tradizionale che asimmetrica), localizzati soprattutto tra Africa e Medio Oriente e atti di terrorismo con localizzazione più ampia e (forse) imprevedibile. Dopo la cronaca (purtroppo) viene il commento che, con premesse analitiche e storiche spesso sbagliate, lascia l’amaro in bocca e l’idea di una sorta di depistaggio della razionalità del lettore e del cittadino.

Dato che la nostra principale finalità, è l’informazione, proviamo a mettere in ordine qualche idea.

Intanto un metodo, che proviamo a riassumere in una tabella:

 

Punto di Osservazione.

Analisi: a) politica (interna ed estera); b) diplomazia (relazioni internazionali, trattati, accordi commerciali, etc.); c) economia e finanza; d; forze armate e intelligence; e) conoscenza (informazione, ricerca scientifica, università, tecnologia, comunicazioni, etc.); f) attori: Stati e Governi, Organizzazioni Internazionali, Imprese (multinazionali); g) aree geografiche; h) aree tematiche (sanità e salute, energia, clima, ambiente, etc.).

 

Posizione e strategia.

Partendo dall’assunto che né l’inclusione in una alleanza militare (Nato) né l’appartenenza ad una organizzazione ultranazionale (Unione europea) ci toglie di dosso l’identità italiana, questo è il nostro punto di osservazione. 

Quanto alla nostra politica estera, solo l’ingenuità può concepire che essa si possa mutare esprimendo un’opinione in uno dei tanti talk show televisivi nazionali o anche ottenendo una rappresentanza parlamentare (ancorché cospicua). Insomma ci vuole ben altra forza (che non si vede all’orizzonte). Quanto alla politica interna, tutto sommato, la costrizione ad un’analisi estera porta più benefici che danni. La stessa posizione assunta verso Putin è una cartina di tornasole eccezionale, una specie di reagente chimico-politico più efficace di tante altre alchimie: chi loda Putin (ex capo del Kgb sovietico, mandante di più omicidi di giornaliste e avversari politici e fautore del cosiddetto capitalismo russo mafioso) smette la maschera di finto liberale e mostra la sua anima (e camicia) nera. A cominciare dai tre piccoli porcellini, ovvero (in ordine di apparizione nell’Italian Horror Show) Berlusconi, Meloni e Salvini. E non si sa se l’attrazione è più ideologica (magari Meloni), tattica (Salvini per un pugno di voti in più) o di interesse (Berlusconi ma le affinità elettive con i Rais dove le mettiamo?). Finiamo, all’insegna di: non esiste nessuno scontro di civiltà  e nessuna guerra santa. Quindi il nostro coinvolgimento deve essere razionale e non istintivo.

Quanto all’assunto economico, ribadiamo la necessità di una pronta internazionalizzazione delle Pmi italiane, che preveda:

- Innovazione di prodotto; ricerca scientifica; design.

- Scouting dei mercati esteri.

- Distribuzione internazionale (GI).

Non a caso la nostra rivista a ciò ha dedicato un progetto, presentato nel corso del Convegno Europa e Mediterraneo che si è svolto a Roma all’inizio di novembre.

Ancora uno sguardo al nostro ruolo e alla nostra responsabilità di Europei che non mancano di ricordarci né l’amico Kerry né il reuccio Putin (quando parla di divisioni di voi occidentali, per essere chiari!). 

Abbiamo alle porte Il 2017 dell’Unione europea con:

- Elezioni francesi.

- Elezioni tedesche.

- Referendum britannico (Brexit).

Mentre sullo sfondo si celebreranno i 500 anni dall’affissione delle 95 tesi luterane al portone della chiesa del castello di Wittemberg (31 ottobre 1517).

 

La nostra posizione e strategia, la ritroviamo in una pagina del libro “L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq”, Vittorio Emanuele Parsi, «Se ciò che ci preme non è un ordine mondiale qualsiasi ma un ordine giusto, quello tra Europa e Stati Uniti rappresenta il solo multilateralismo possibile, fondato su quei principi di libertà che non possono essere soggetti a trattativa. A mano a mano che altri stati accedono alla piena adesione a questi valori, l’allargamento del multilateralismo diventerà moralmente obbligatorio. Ma alla condivisione dei valori deve affiancarsi la volontà e la capacità di condividere la sicurezza complessiva del sistema internazionale. E qui spetta soprattutto all’Europa farsi avanti. Questa è la sola alternativa sia a un esasperato unilateralismo americano, sia all’ormai insostenibile funzione legalistica dell’eguaglianza di tutti gli stati».

 

3/2015

3/2015 - ATLANTIS

Come si cambia il mondo

 

L’uomo, prima di occuparsi di autogovernarsi, si è senz’altro trovato alle prese con il problema del dominio della natura. La forza della natura e dell’ambiente, infatti, è indipendente dalla volontà umana e la prescinde. Dall’ambiente, dipende comunque la sopravvivenza umana. L’ambiente, prima che territorio da dominare, è terra da arare, acqua da bere e da utilizzare per l’irrigazione delle coltivazioni, piante da fare crescere per alimentarsi o alimentare gli animali da soma, animali da cacciare e da domare perché siano d’ausilio alle attività agricole o di caccia o pastorali. Il clima ha orientato le migrazioni umane prima e più delle guerre e dei conflitti. Non a caso i primi trattati scientifici si sono occupati di ciò. L’alimentazione è la primaria necessità umana, subito seguita dal senso di conservazione e di riproduzione. Prima la salute, recita un motto. Fin troppo ovvio. Quindi, caccia, pastorizia e agricoltura e l’avvio dell’organizzazione sociale e della gerarchia e delle classi. Poi, produzione, conservazione, industria, commercio, trasporto. Poi, ancora, servizi più complessi come utilizzo della moneta, della proto finanza, dell’assicurazione delle merci. Quindi, costruzione di macchine produttive ed utilizzo dell’energia come l’acqua fino alla realizzazione di macchine sempre più complesse e potenti che avevano bisogno di sfruttare maggiore energia. Territorio come ricchezza, dunque. Fondamentale la sua protezione ma anche la conquista di terre nuove. Le scoperte geografiche. Fioriscono civiltà successive e differenti. Coeve e differenti. Con stili di vita, abitudini e arti differenti. Anche organizzazioni sociali e politiche differenti. In questo cammino, di gruppi e società diversi, a volte gli incroci diventano inevitabili. I cambiamenti degli uni e degli altri avvengono talvolta per ibridazione, talaltra per incorporazione successiva a scontro violento. La guerra è il principale strumento di cambiamento. Guerra per la difesa o la conquista di un territorio o per la necessità di un aumento demografico o per l’accesso ad una fonte energetica o di risorse vitali. Nasce la strategia, ovvero l’arte di condurre il proprio esercito alla vittoria. E non c’è dubbio che la guerra sia stata uno straordinario mezzo di cambiamento del mondo. Quindi, è la guerra il principale mezzo di imporre la propria ragione (interesse). Con la forza. Ma la guerra non può essere globale e permanente a costo di essere la risoluzione finale dell’umanità. Quindi, le regole, le leggi, il diritto si sono affermati come formidabili strumenti per il governo delle organizzazioni umane. Oltre alla guerra, tuttavia è sempre esistita una formidabile forza propria dell’uomo: la razionalità. La capacità di pensare ed elaborare il suo pensiero in un’articolazione eccezionale. Tanto eccezionale da volerne trovare un limite nell’invenzione delle religioni. Prescrittive e limitative del potere umano. Un potere che, in realtà, non accetta limitazioni. Tantomeno autoimposte. Il pensiero più libero, pertanto, si è emancipato in scientifico, ovvero ricercatore della verità naturale. Il pensiero scientifico è dunque servito all’uomo artigiano, produttore, inventore. E’ diventato supporto teorico della tecnica e dell’innovazione. Che sono diventate ancelle del miglioramento della qualità della vita umana sotto il profilo medico, sanitario, informativo, culturale, degli spostamenti, del tempo libero. Il cammino percorso, ha accorciato o addirittura annullato i tempi dell’informazione e di molto diminuito quelli dei trasporti, ha aumentato la durata e la qualità della vita, ha reso possibili gli scambi linguistici in modo quasi universale. Naturalmente, non essendo estirpabile il male dall’animo umano, questo cammino non è perfetto e non conduce inevitabilmente verso il progresso. E’ una strada lastricata di lacrime, sangue e ingiustizie. E’ la strada della libertà umana. Una strada che dalla competizione/antagonismo con la natura e l’ambiente e tra gruppi umani, viaggia (con fatica) verso la collaborazione e la cooperazione, attraverso l’affermazione dell’universalità dei diritti. 

 

2/2015

2/2015 - ATLANTIS

Da Polis a Cosmopolis

Una via liberale e democratica dell’ordine internazionale.

 

 

Le ideologie, secondo taluni, sarebbero morte e sepolte.

Peccato, invece, che viviamo nella realizzazione (quasi) compiuta della più grande idea politica concepita dall’essere umano (dopo l’Impero Romano direbbe E. N. Luttwak): il governo del mondo in chiave di internazionalismo liberale e democratico.

Liberalismo e democrazia, si sa, non sono sinonimi ma possono diventare (stabili) alleati: il primo mette a disposizione gli spazi entro i quali la seconda organizza la competizione politica (A. Tourane).

È un cammino iniziato nel 1945 con la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) e la creazione, attraverso accordi, trattati e alleanze di altre 17 organizzazioni internazionali. Il governo del mondo, da allora, si è distribuito sempre più organicamente, in un check and balance di poteri, competenze, libertà di azione di Sati, organizzazioni internazionali, organizzazioni non governative, imprese private strutturate sempre più sul modello multinazionale. Ne nasce (o sta per nascere) un modello inedito di distribuzione delle responsabilità politiche dei leader con precisi obiettivi internazionali: pace e stabilità, rispetto dei diritti umani e civili, lotta alla povertà, crescita sostenibile, lotta alle malattie, lotta contro l’ignoranza e all’analfabetismo dai quali nasce manipolazione del pensiero, etc., con strumenti finanziari controllati da fondi e banche centrali, in grado di aiutare con prestiti e finanziamenti.

Questo comporta un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica: un ruolo internazionale responsabile di ogni Paese, anche il più piccolo; la capacità di mantenimento di un ordine sociale e una pace interni. È una dinamica che comporta molti sommovimenti e reazioni (come si è visto nel caso della crisi greca) e si misura con la crescita di consenso di partiti e movimenti che si oppongono a questo progetto di ordine globale. Il progetto favorisce una interrelazione sempre più stretta di istituzioni, imprese, cittadini di tutto il mondo. Il fine è più cosmopolitismo (la cittadinanza universale di J. Habermas), più solidarietà che non vuol dire essere meno competitivi individualmente (meritocrazia) e collettivamente (competizione economica). Insomma: Stati minimi (F. Hayek) e società cosmopolita (I. Kant). È un ordine che penalizzerà inevitabilmente chi si allontana dai tre principi cardinali su cui si impernia: istituzioni democratiche, economia aperta e stato di diritto. Riconoscimento di ogni libertà confessionale ma senza concessioni a integralismi teocratici. 

Paradossalmente, questa concezione dell’ordine del mondo, toglierà spazio a chi concepisce la politica come mera gestione del potere, perché porterà un tale livello di controllo dalla periferia al centro di ogni micromondo, da rendere impossibile ogni malgoverno locale fondato su falsi ideali.

Inoltre, il livello sempre più avanzato della tecnologia della comunicazione, renderà l’informazione alla portata di tutti (o quasi), mettendo questi tutti, per la prima volta, nella condizione di correre alla (quasi) pari per realizzare una democrazia economica e una capitalismo popolare.

I problemi da affrontare sono ancora tanti ed enormi: interi continenti afflitti dal sottosviluppo; il pensiero religioso che troppe volte ostacola il cammino della libertà umana invece di favorirlo; il pregiudizio che un governo del mondo sia una limitazione della libertà individuale e non una sua protezione.

Questo modello non teme le critiche di populisti e nazionalisti, perché permetterà una rappresentanza politica omogenea nei suoi vari livelli: locale, nazionale, sovranazionale. Esalterà le organizzazioni associazionistiche aiutandole a supportare i vecchi e insostenibili welfare state nei servizi alle persone, nella gestione dei beni culturali e nella produzione artistica, scientifica e tecnologica.

La storia ha dimostrato che nazione e impero non sono affatto incompatibili; anzi, che un contesto allargato può contemperare le due facce della medesima medaglia, rendendole complementari (G. Lenzi).

In realtà, non si è trattato di costruire un nuovo sistema  internazionale, ma di riordinare quello esistente, inadeguatamente utilizzato perché bloccato dalla Guerra Fredda.

Insomma, l’internazionalismo liberal-democratico – cooperazione contro antagonismo – una impostazione che le rivoluzioni inglese, americana e francese hanno proposto, è alla base dell’ordine mondiale del XXI secolo. Dalla Polis alla Cosmopolis. Con il contributo decisivo del duo EuroAmericano. 

1/2015

1/2015 - ATLANTIS

Il Governo del Mondo

Una definizione di teoria geopolitica

 

Chi governa il Mondo? Come si governa il Mondo? Il Mondo è governato? Quesiti, questi, ai quali fornisce risposta una disciplina non nuova ma continuamente rivisitata nel suo impianto teorico e nelle sue implicazioni pratiche.

La teoria geopolitica, per quanto razionale, comunque, non può essere una metafisica “teoria del tutto”, ma trova la sua forza proprio in un approccio pragmatico e realistico che favorisce lo sviluppo di una “global governance” le cui regole siano basate su un meccanismo di “check and balance”: nella migliore tradizione dell’empirismo anglosassone, le regole vanno rispettate ma, se non funzionano, o non funzionano più, vanno cambiate: non hanno alcun valore metafisico.

Ci chiediamo se le ideologie sono orpelli dei due secoli scorsi e ormai siano morte e sepolte. In realtà, la politica senza idee non esiste se non in una concezione reazionarie e/o conservatrice che nega il concetto stesso di libertà. I fatti senza una teoria sono muti, scriveva Friedrich Hayek.

I fini perseguibili non possono essere altri che quelli della democrazia liberale, per il semplicissimo motivo che, essendo la democrazia liberale il risvolto politico dell’ideale etico di tolleranza, è l’unico ordinamento in grado di far convivere pacificamente le immense diversità etniche e culturali che la popolazione mondiale presenta. Una democrazia liberale inserita oltretutto in un concetto positivo dell’umanità, che si estrinseca in un contesto “filosofico”, quello dell’idea di un progresso umano positivo, che l’eredità della cosiddetta “controcultura” ha fatto passare di moda, ma che bisogna assolutamente restaurare.

Senza voler ad ogni costo essere esaustivi, si potrebbero concettualizzare le seguenti “libertà” alle quali qualsiasi uomo in quanto tale (e non in quanto appartenente ad una specifica razza, cultura o religione) ha diritto, in un contesto democratico e liberale:

- la libertà personale (Habeas Corpus): nessuno può essere incarcerato o perseguito penalmente senza una legge che ne sancisca il reato e senza essere condotto di fronte al giudice naturale. È la libertà più fondamentale di tutte.

- la libertà di pensiero e di espressione: ogni persona ha diritto ad esternare le proprie idee e a vivere come vuole la propria vita, finché ciò non leda la corrispondente libertà altrui.

- la libertà di informazione: il diritto ad avere una visione del mondo fedele alla realtà dei fatti, e non una visione distorta da intenti manipolativi. Una corretta informazione è indispensabile per la partecipazione democratica.

- la libertà di partecipazione politica: la persona deve avere la consapevolezza che, per quanto piccolo, essa dà un contributo fattivo al governo della “res publica”, senza sentirsi suddito inutile di onnipotenti entità elitarie.

- la libertà di iniziativa privata: la persona deve avere la possibilità di poter vivere del proprio lavoro e di poter esercitare la propria creatività imprenditoriale, creando così un benessere diffuso e lo sviluppo di quelle “classi medie” che da sempre sono state l’ossatura sociale di qualsiasi democrazia. Un capitalismo che, come nella migliore tradizione americana, va dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso. Un capitalismo sostanzialmente diverso da quello che costringe la gran massa delle persone ad adattarsi e a subire loro malgrado scelte macroeconomiche dettate da altri in modo del tutto unilaterale.

La nascita del concetto di Stato nazionale, dotato di esclusiva sovranità su un dato territorio, viene generalmente fatta risalire alla Pace di Vestfalia del 1648, dopo la quale si sviluppò la politica estera  e la diplomazia come sono intese ancor oggi. Dopo la seconda guerra mondiale, il conflitto più rovinoso mai combattuto, gli Alleati, con gli Stati Uniti in testa, avvertirono che il modo tradizionale di concepire le relazioni internazionali, che vedeva la pace come risultato della composizione dei diversi interessi nazionali e dell’equilibrio dei rapporti di forza (balance of power) tra gli stati, non era più sufficiente e che occorreva un nuovo ordine basato su organizzazioni internazionali che fossero in grado di dirimere le controversie prima che queste degenerassero in conflitto. La comparsa delle armi nucleari rendeva impossibile la “guerra totale” nata con la rivoluzione industriale: la mutua distruzione assicurata faceva sì che fosse imperativo mantenere il confronto fra le due superpotenze al di sotto della soglia di conflitto.

Con la fine della guerra fredda, la globalizzazione economica ha portato ad un’ulteriore evoluzione. Negli anni Novanta sembrò che il modello vestfaliano dello Stato nazionale e sovrano stesse, almeno in prospettiva, sparendo. Col passare degli anni, il rapporto tra economia globale e Stati nazionali si è rivelato più complesso di quello prospettato dopo la caduta del muro di Berlino, perché oltre ai processi di globalizzazione e finanziarizzazione, si è avuto anche un aspetto di iper-competizione. L’economia globalizzata richiede una “global governance” che è stata realizzata finora con strumenti tecnici, giuridici e burocratici, soprattutto al fine di risolvere il bisogno principale di un’economia globale, e cioè il processo di standardizzazione. Se però l’economia è pienamente globalizzata nella libera circolazione di merci e capitali, ciò non impedisce a molti stati di adottare forme di neo-mercantilismo anche molto pronunciate, e questa contraddizione porta a situazioni di tensione.

La dialettica tra concezione vestfaliana e nuova “global polity” (cioè l’insieme delle varie istituzioni sovranazionali alle quali gli stati delegano particolari porzioni del proprio potere decisionale – e quindi della propria sovranità – per agevolare le transazioni e le procedure economiche internazionali) non vede un unico e chiaro trend nelle diverse “regioni” del mondo.

Gli Stati Uniti sembrano aver realizzato un loro equilibrio tra la “global polity” e la loro identità di stato nazionale vestfaliano.

In Asia, tutte le “grandi potenze” (Russia, Cina, Giappone, India) seguono un rigido approccio vestfaliano classico, considerando prioritario l’interesse nazionale non solo in ambito politico, ma anche in ambito economico, accettando solo gli aspetti della globalizzazione che non interferiscono, o meglio ancora favoriscono, l’interesse nazionale. Il risultato è un approccio neo-mercantilista definito da alcuni come “patriottismo economico”.

In Europa, l’integrazione è stata fortemente spinta solo in ambito puramente economico, volutamente tralasciando altri aspetti fondamentali: il risultato è stato un “vuoto politico” che è stato riempito da una parte dai tecnicismi delle burocrazie, e dall’altra dalla legge hobbesiana del più forte che ha fatto emergere prepotentemente il neo-mercantilismo dello Stato egemone;

Per finire l’Islam, che nella sua visione religioso-politica totalizzante si colloca come un totalmente altro sia rispetto al modello dello Stato-nazione vestfaliano sia rispetto al modello della “global polity” sovranazionale, e che pone perciò problemi di convivenza e coesistenza che ogni anno diventano sempre più seri.

La questione della “global governance” è diventata così la più importante. Scrive Henry Kissinger che una ricostruzione del sistema internazionale è oggi la sfida fondamentale. Mancare questo obiettivo costerà la frammentazione del mondo globale in regioni corrispondenti a particolari concezioni di legittimità e forme di governo: per esempio, il modello vestfaliano contrapposto alla concezione islamista radicale. In un tale scenario, dice Kissinger, ciascuna sfera sarebbe tentata di innescare una prova di forza, anche militare e alla fine bellica, contro le altre entità regionali il cui ordine politico è ideologicamente considerato illegittimo. [Kissinger, Ordine Mondiale, pag. 369] La permanenza, nonostante l’economia globale – o forse anche grazie ai molti aspetti iper-competitivi che essa presenta – delle contraddizioni suddette porta ancora una volta la geopolitica ad avere dei propri spazi di analisi. E se la geopolitica può ancora, come una volta, aiutare nell’analisi, la “strategia”, pragmaticamente intesa come metodo per realizzare un obiettivo a lungo termine mettendo in relazione i mezzi a disposizione con i fini idealizzati, è indispensabile per la parte operativa. Qui, se considerare solo i mezzi può provocare un realismo machiavellico, considerare solo i fini può portare ai due estremi dello spirito di crociata o dell’irenismo impotente.

È indispensabile, invece, che i diritti fondamentali sanciti dalla democrazia liberale diventino un patrimonio di valori condivisi dalla totalità delle persone e delle istituzioni mondiali. Il mondo ormai è troppo interconnesso perché ci si possa permettere situazioni “imperialistiche” in cui uno Stato, organizzazione, economia neo-mercantilistica, religione o quant’altro pretenda di trionfare su qualsiasi altro da sé, assorbendolo ed eliminando così ogni diversità. Solo per mezzo della democrazia liberale la diversità non degenera in conflittualità, e si potrà arrivare ad una vera “global governance” che possa affrontare le sfide globali, di qualsiasi tipo esse siano.

Inverno 2014

Inverno 2014 - ATLANTIS

DIRITTI INDIVIDUALI, INTEGRALISMO E LIBERTA’ DI INFORMAZIONE

 

La Magna Charta Libertatum è la Dichiarazione dei diritti che illumina l’alba della nostra civiltà giuridica. Concessa da un re debole — Giovanni Senzaterra — ai suoi baroni il 15 giugno 1215, rimane ancora valida nell’ordinamento inglese, benché modificata e integrata da altre leggi, da altre dichiarazioni normative. Tre soprattutto, battezzate nel corso del Seicento: il Petition of Rights (1628), l’ Habeas Corpus Act (1679), il Bill of Rights (1689).
Poi, certo, otto secoli non trascorrono invano. A curiosare fra i 63 articoli della Magna Charta, cadono gli occhi su enunciati che oggi suonano bizzarri, figli d’un tempo ormai concluso. Per esempio, la norma secondo cui gli eredi dei nobili non possono sposare persone d’estrazione sociale inferiore. Quell’altra che tutela i debitori degli ebrei. Infine la regola che proibisce di procedere per il reato di omicidio su accusa d’una donna, a meno che non sia la vedova. Dopotutto non è che il diritto cominci dalla Magna Charta. Prima vengono il Codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C.), il Cilindro di Ciro il Grande (VI secolo a.C.), le leggi dei Greci e dei Romani. Non il diritto, bensì i diritti — nel senso in cui li concepiamo adesso — trovano nella Magna Charta la propria scaturigine. O meglio i diritti di libertà, dalla libertà dei commerci a quella religiosa. E soprattutto la libertà personale, che concettualmente le precede tutte, tanto che nel 1947 gli stessi costituenti italiani v’aprirono il catalogo dei diritti fondamentali. Usando parole che riecheggiano l’articolo 39 della Magna Charta : «Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, privato dei suoi diritti o dei suoi possedimenti, messo fuori legge, esiliato o altrimenti rimosso dalla sua posizione, né Noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo a ciò altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del territorio». Da qui il doppio strumento che ancora adesso ci difende dagli arresti arbitrari: riserva di legge e riserva di giurisdizione. Da qui l’ Habeas corpus, che alla lettera significa «abbi il corpo». Ossia l’atto ( writ ) col quale s’ingiunge a chi detenga in custodia una persona di presentarne il «corpo» davanti a un giudice legittimo. In quel testo forgiato nel Medioevo s’affaccia per la prima volta una tutela contro gli abusi del potere, e la tutela opera anche al di fuori del campo penale (per esempio nei riguardi dei malati di mente). Di più: v’è l’embrione del «giusto processo», come lo chiamiamo oggi. Sicché le prove devono apparire convincenti. I giudici vanno reclutati in base alla loro professionalità, e non possono trovarsi in conflitto d’interessi. Le pene devono essere proporzionate ai delitti. Dall’ Habeas corpus all’ Habeas mentem, dalla libertà personale alla libertà morale. Nella giurisprudenza della Corte suprema americana così come di quella italiana (a partire dalla sentenza n. 30 del 1962), questa garanzia ha finito per proteggere, oltre alla libertà fisica degli individui, anche il processo di formazione della loro volontà, delle loro convinzioni.  Quindi il diritto all’informazione e di informazione.

Esiste un nesso tra pensiero liberale e informazione? A questa domanda è necessario rispondere, mettendo da parte un gran numero di pregiudizi. Intanto, la nostra è una riflessione globale ed abbraccia un panorama internazionale. Risponde al vero, dunque, l’affermazione che la libertà e la diversità  individuale possono fiorire soltanto in una società nella quale esiste un generale riconoscimento del loro valore? E questa società, è soltanto quella occidentale, dove laicità e tolleranza sono tradizioni esclusive, perché nate dalla separazione tra Stato e Chiesa? Più volte abbiamo ricordato che senza informazione non c’è alcuna possibilità di effettuare una scelta libera. A questa libertà di scelta hanno la stessa possibilità di accesso un professore di Stanford e un contadino cinese? In realtà, il concetto di informazione è strettamente legato a quello di libertà. Senza una libertà politica, giuridica ed economica cosa sarebbe (ed in molti casi è) l’informazione? L’informazione libera ha una funzione determinante dal punto della libertà individuale.  La verità essenziale – cito un pensatore americano di cui non svelo l’identità – è comunque una: i diritti politici e la libertà individuale non sono concessi da Stato o Governo né garantiti da leggi o costituzioni ma esistono solamente dove, quando e nella misura in cui i cittadini li esigono tenacemente con ogni mezzo legale, nel grande e nel piccolo, tutti insieme andando alle urne. Proprio le urne, rappresentano il libero mercato della democrazia rappresentativa. Il mercato delle idee che si propagano informando e si recepiscono venendo informati. L’informazione, dunque, è fondamentale per definire il grado di libertà e di democrazia di una società. Alexis de Toqueville, descrivendo l’America osservò che la sua democrazia era basata su due pilastri: la libertà di associazione tra individui e la libertà di stampa. Questo spazio intende essere un luogo di difesa della libertà di informazione ed, insieme, una riflessione su come la stessa evolve. Nuovi strumenti sono ora a disposizione dei lettori e dei cittadini e la stampa tradizionale sta attraversando un momento di crisi che probabilmente si evolverà in un suo cambiamento epocale. L’informazione, dalle antiche gazzette ad oggi, ha conosciuto vari mezzi espressivi ed altrettanti linguaggi. Parlare di carta stampata quotidiana e periodica di televisione e radio, in questo momento, equivale forse a guardare più al passato che al presente e al futuro. Internet, la lettura su tablet e smartphone sono un presente e un futuro che però pone qualche interrogativo. Senza alcuna intenzione conservativa né tantomeno retriva, occorre però constatare che proprio nell’ambito informativo è tornata prepotentemente alla ribalta la questione attendibilità. Non rispettare tale libertà, in nome di una verità religiosa cosa significa? L’integralismo religioso indica il rifiuto dei valori liberali della società moderna. L’integralismo si ripresenta ogniqualvolta si analizza la collocazione religiosa nella società e si constata che essa non intende lascarsi ridurre al solo ambito della coscienza, dell’interiorità e del privato. Ma può esistere una religione  tollerante? 

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