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Editoriali

Giugno - Luglio 2013

Giugno - Luglio 2013 - ATLANTIS

“La mano invisibile” e la “mano pesante”

Quando l’ingombrante presenza dello Stato e del suo apparato disinnesca l’entusiasmo della libera intrapresa e la mopia tattca sostituisce la lungimiranza strategica.

 

 

Lo Stato è tenuto ad intervenire in economia solo per garantire un corretto svolgimento del libero mercato, abbattendo i monopoli e gli oligopoli (qualora questi siano venuti in essere violando i diritti individuali) e costruendo le necessarie e ovvie infrastrutture. Lo Stato italiano, invece, è esso stesso monopolista e detentore di interessi contrapposti a chi fa impresa e sta sul mercato. Non sono solo i politici ad essere responsabili di questa situazione ma una casta di privilegiati burocrati che si è impossessata delle leve del comando e non ha alcuna intenzione di renderle a chi legittimamente dovrebbe avere il diritto di guidare la macchina statale nell’interesse collettivo. La crisi economica e finanziaria che ha colpito il paese nell’ultimo quinquennio, avrebbe avuto bisogno di una strategia politicamente ed economicamente alta. Invece niente. Dal palazzo si sono udite polemiche intestine e prediche altezzose. Eppure, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, si è proceduto senza esitazioni, mettendo mano alla circolazione di dollari preziosi per fare rifiatare famiglie ed aziende. Ma si sa, le lobbies americane agiscono alla luce del sole (o quasi, viste le condivisibili critiche di Luigi Zingales in materia) e la classe dirigente, soggetta ad un rapido ricambio e ad una individuazione meritocratica prende decisioni che hanno la pretesa di seguire una strategia collettivamente premiante. Certo, l’autosufficienza energetica non è vantaggio competitivo da poco. Ma che dire dell’Italia in questo senso? A volte, quasi scadendo a gossip da bar sport, verrebbe da insinuare che una certa politica industriale sia stata realizzata più per svendere (a vantaggio di chi?) le nostre residue industrie che non a salvaguardarle quali casseforti nazionali. La crisi affrontata con atteggiamento europeo, si è dimostrata la tomba (in troppi casi personale) della piccola e media impresa e della piccolissima impresa individuale. E’ mancato un ruolo di leadership da parte della Germania (soprattutto) e di altri Paesi centro e nordeuropei nel comprendere che l’allargamento dell’area di crisi è solo dietro l’angolo anche per loro e che una politica di sussidiarietà sarebbe strategicamente vincente soprattutto per loro. Invece ha prevalso una visione tattica, di corto respiro ed ancor più corta visione di una Europa politica futura. Oggi, siamo costretti a contare i giorni che ci separano dalla elezioni politiche tedesche, convinti che solo dopo quell’appuntamento sarà possibile aprire un tavolo europeo che parli di sviluppo e non solo di austerità. Ma ci sono ancora mesi di bacchettate impartite dai severi maestri teutonici da digerire. Salvate le banche, ora piene di denari che non sanno a chi dare, sono le imprese ad avere pagato il conto. Sono i disoccupati conseguenti, a non sapere come sbarcare il lunario, esauriti i benefici degli ammortizzatori sociali (ammesso che ne avessero diritto). L’unica e primaria emergenza che si sarebbe dovuta affrontare, cioè tagliare le unghie allo Stato Leviatano, si è scontrata contro la diga eretta dalle burocrazie dello Stato, degli enti locali e di ogni altro centro di spesa pubblica che nemmeno per idea è stata messa sotto controllo. La strada intrapresa dal precedente e deludente governo è stata brillantissima nell’iniziale comunicazione esterna, in particolar modo estera, ma non ha minimamente scalfito una situazione peraltro pesantemente ereditata almeno dai governi del centrosinistra della cosiddetta Prima Repubblica. Il problema è che la conseguenza primaria della degenerazione partitocratica: il clientelismo, l’inefficienza dei servizi erogati dallo Stato (ma perché lo Stato poi?), il nepotismo, il perenne conflitto di interessi a tutti i livelli, ed è meglio fermarsi qui, non è stata minimamente scalfita. La Seconda Repubblica tarda a fare la muta, predisponendosi per la Terza. La speranza di un rinnovamento anche generazionale di questo unico possibile governo è flebile ma è meglio di niente. Meglio di chi soffia sul fuoco. Magari per favorire l’interesse di qualche speculatore internazionale disinteressato alla democrazia. Invece è proprio la libertà di intrapresa che va difesa a spada tratta. Eppure il domani è già in onda. Solo una Europa politicamente forte e matura, gli Stati Uniti d’Europa, affiancati all’altra Europa quella che sta dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, gli Stati Uniti d’America potranno svolgere il ruolo di guide politiche mondiali. Solo la cessione di alcuni poteri dal nostro sgangherato (e immorale) Stato ad un Super Stato Europeo potrà abbattere la degenerazione statalista che per l’Italia è una insopportabile palla al piede. A meno che non si riesca nel capolavoro di dare la chiavi della macchina all’Asia e in particolare a qual capolavoro di autocrazia capitalista che è la Cina. Già, ma la strategia non è solo tattica.

 

Carlo Mazzanti

Aprile-Maggio 2013

Aprile-Maggio 2013 - ATLANTIS

Italia, Mondo, Europa

 

Italia Mondo, passando per l'Europa. I confini nazionali sono ormai come un abito di taglia troppo piccola per un corpo cresciuto. La crisi economica ha imposto l'uso del grandangolo in quanto ogni progetto di taglio della spesa e di crescita dell'economia interna non può essere coniugato con una riflessione strategica internazionale. Come un Paese industrializzato abbia potuto rinunciare ad una politica energetica di lunga veduta va di pari passo con una riflessione sul valore di una classe dirigente più attenta alla spartizione di potere e di denaro tra potentati che ad una seria visione del futuro. Infatti, proprio i giovani italiani, che nel futuro abiteranno, hanno addossata a sé una palla al piede rappresentata da un debito pubblico che non è nient'altro che la irresponsabile manomissione della cassa pubblica operata dalle generazioni precedenti.  Il Mondo, dunque, è l'orizzonte di studio e lavoro e lo è non solo per i giovani. Anche le aziende guarderanno sempre più ai mercati esteri e - sperando che lo statalismo dei politici e il giacobinismo della magistratura lo consenta - all'ingresso ed investimento di capitali stranieri. La potenzialità costituita dal patrimonio culturale iscritto nel dna italiano ci sarebbe tutta e si potrebbe sprigionare in tutta la sua prepotente forza soprattutto se riuscissimo a realizzare una Europa federale dalla quale governare gli ex Stati nazionali, razionalizzati amministrativamente in macro regioni e in macro aree metropolitane. Aprire Google Map per osservare ciò che già c'è. Il percorso di ingegneria costituzionale non è semplice ma i Federalist Paper sono leggibili da tutti. Ma bisogna trovare tra noi i Jefferson e gli Hamilton e poi magari un presidente (ad elezione diretta) che sappia dire come Lincoln che l'Europa deve avere un governo dal Popolo, del Popolo e per il Popolo. Eppoi bisogna trovare il coraggio di dire che la prima Europa costruita sul modello federale e repubblicano c'è già e si chiama Stati Uniti d'America. E'una mezza Europa realizzata sul modello politico democratico e su quello economico capitalista. E'una mezza Europa realizzata dalla borghesia. Ora bisogna fare l'altra mezza, quella che si è infilata da sé in due guerre mondiali e che non è mai uscita da un sogno (incubo?) imperiale carolingio e molti rigurgiti local-nazionalistici. La situazione dei Paesi meridionali dell'Unione Europea rappresenta insieme una minaccia ed un'occasione. L'unione monetaria non basta, anzi. La minaccia è costituita dalla tentazione di un ritorno alla frammentazione ed all'ordine sparso ma l'occasione, invece, è la possibilità di unire forze economiche e territori da gestire per razionalizzare un super Stato sovranazionale, gli Stati Uniti dEuropa, finalmente. Ci sarà una necessaria leadership in grado -al costo di rinunciare ai propri egoismi- di guidare questo viaggio istituzionale e politico? Questa rivista è nata dieci anni fa con una speranza e con un timore. La speranza era che l'Italia e l'Europa mantenessero l'idea di Acque Atlantiche come segno di Unione e non di separazione, il timore era che l'Unione Europea nascondesse un cavallo di Troia, appositamente costruito per imporre un modello sociale continentale e antimercantilista dal sapore vagamente socialista. La speranza ora è un rinnovato augurio. Il timore è tutt'altro che svanito e potrà essere cancellato solo dal rinsaldarsi del cammino comuni con gli americani e dalla innervatura liberale delle costruende istituzioni europee.

Febbraio-Marzo 2013

Febbraio-Marzo 2013 - ATLANTIS

“Made in USA”, again


Sottotitolo: Il secondo mandato presidenziale di Barack Obama potrebbe essere caratterizzato dal ritorno della produzione industriale in America. Apple capofila di questo “ritorno al futuro”.

 

La crisi economica di una parte del mondo industrializzato è frutto della naturale dinamica evolutiva della globalizzazione, ma questo cambiamento epocale sta generando risposte diverse a latitudini diverse. Mentre l’Europa sta ancora cavalcando la deindustrializzazione manifatturiera con delocalizzazione nelle aree di crescita asiatica, nella speranza di un ritorno degli investimenti finanziari nelle aziende e nel proprio debito pubblico (cosa che finora si è vista poco da parte di Cina, India e Russia), negli USA si sta invece pensando a una campagna di reindustrializzazione.

Insomma, come dire che dopo aver fatto crescere i mercati, averci portato le proprie industrie e avere ottenuto la liquidità di ritorno per finanziare il debito pubblico (e le banche), e avere scoperto l’egoismo elitarista e autoreferenziale del supermanagement dei settori finanziario e multinazionale, l’America sta pensando di ricostruire il proprio tessuto industriale e produttivo per rilanciare l’occupazione, la classe media e riprendere a distribuire ricchezza in maniera orizzontale, rilanciando i consumi e il mercato immobiliare.

Ci scommettono gli economisti della svizzera Ubp (Union Bancaire Privée) i quali sostengono che si è riaperta la nuova era del Made in USA.

“Le ragioni del ‘made in America again’- ha spiegato Tim Girardin, CEO di Ubp - sono almeno quattro: credito più accessibile che nella zona Euro; costo del lavoro, energia e cambio. Senza dimenticare che “anche il rapido aumento dei salari, l'elevata produttività negli Stati Uniti e l'apprezzamento della valuta cinese sul biglietto verde inducono a credere nel ritorno del made in Usa”. Noi aggiungiamo anche la capacità di “lasciare fare” all’economia pur non rinunciando ad una strategia di “politica industriale” nazionale.

Bcg (Boston Consulting Group) ha calcolato che il 37% delle grandi imprese manifatturiere americane sta pianificando forme di rimpatrio. In più, sul fronte energetico gli Stati Uniti tra il 2010 e il 2035 potranno beneficiare di una netta diminuzione percentuale in termini di dipendenza dalle importazioni. “E per quanto riguarda il gas, entro il 2035 gli Usa diventeranno esportatori netti”, ha precisato Girardin.

In questa operazione di politica industriale destinata a rilanciare la ripresa economica americana (in tempi medi), non poteva mancare Apple, uno dei simboli dell’economia industriale statunitense “concept & designed in California” ma “made in China” a fare da apripista di questa nuova era.

Dall’anno prossimo, infatti, il colosso Hi-Tech americano ricomincerà a produrre computer sul suolo statunitense, per la prima volta dagli anni Novanta, quando aveva trasferito tutta la sua produzione in Asia, grazie ai bassi costi della manodopera.

Ad annunciarlo è stato il suo chief executive Tim Cook, in interviste gemelle alla rivista Business Week di Bloomberg e al canale televisivo Nbc: nel 2013 una delle esistenti linee di Mac uscirà esclusivamente da impianti a stelle e strisce. Cook ha descritto la decisione come il coronamento di sforzi che da anni la Apple compie “per produrre sempre di più in America”. Nel paese, ha calcolato, Apple “ha contribuito ad oggi alla creazione di 600 mila posti di lavoro”, dalla ricerca al retailing fino alle società che sviluppano programmi. L'annuncio di Cook, raro per un'azienda considerata tra le più gelose della sua segretezza, ha fatto notizia, tanto da relegare in secondo piano anche i travagli in Borsa del titolo. Con la decisione, infatti, Apple diventa il capofila di un crescente esercito di aziende americane impegnate a orchestrare ritorni almeno parziali in patria. Il novero delle firme della Corporate America interessate va dalla General Electric, che sforna nuovamente caldaie, alle case automobilistiche, che aumentano le linee di montaggio; da produttori di televisori alla Wham-o nei frisbee, che dalla Cina ha trasferito le operazioni in California e Michigan.

Persino attività nei servizi quali i call center hanno ripreso ad aprire i battenti in territorio americano, a cominciare dal Texas. Il fondatore dell'associazione Reshore Now, Harry Moser, ha stimato che oggi il tasso di offshoring abbia frenato a una crescita tra il 2% e il 5% l'anno, mentre quello di reshoring, cioè di rientro, stia accelerando del 20 per cento.

Il rimpatrio - come dicevamo - trova però radici in tendenze oggettive che vanno ben oltre l’impegno di singole aziende e che trova riscontro in una risposta politica bipartisan che l’America sta dando a chi l’accusa di avere perso la capacità di dare risposte “di sistema” al declino economico occidentale.

Andrea Mazzanti

Dicembre '12 Gennaio '13

Dicembre '12 Gennaio '13 - ATLANTIS

Fermare il declino si può


Ma non da soli e negli Stati Uniti d’Europa

L’editoriale di questo numero di Atlantis è dedicato ai dieci italiani, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro e Luigi Zingales, che hanno deciso di metterci la faccia e fondare un movimento che desse speranza e rappresentatività politica a milioni di italiani del ceto medio, che da anni non hanno una vera rappresentanza né sindacale né tantomeno politica. Atlantis, è una rivista libera e non schierata, per cui non si turbino i nostri lettori per questo spazio dedicato a questi uomini.  Il manifesto che hanno firmato è di ispirazione liberale e liberista per cui, una volta tanto e senza bisogno di schierarci, diamo spazio a chi sposa le nostre posizioni e le nostre idee (speriamo senza ripensamenti né gattopardismi futuri). La loro provenienza è varia. Sono professori universitari (professione non proprio popolarissima non per colpa loro), giornalisti, professionisti. Il proposito è aggregare mondo delle professioni, dell’impresa, del commercio intorno ad un progetto credibile e fattibile. Il nemico numero uno è la nomenklatura del paese. La politica dei partiti e l’apparato burocratico che si è impossessato dello Stato e ci ha ridotto a sudditi. I dieci, naturalmente, hanno un curricula importanti. Hanno scritto libri stupendi come Salvare il Capitalismo dai Capitalisti che ho citato più volte in questi anni come pietra miliare del neoliberalismo. Atlantis  è nata per affermare questi principi e vuole essere un faro per orientarsi nel buio di una notte illiberale, confrontando modelli di sviluppo concreti e proponendo soluzioni che spesso Oltreoceano hanno già funzionato. Ovviamente, è una lotta impari. Ora per dovere di ospitalità, si riportano i dieci punti su cui si fonda il manifesto che sono questi:

1) Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.

3)            Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.

4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d'ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza.

Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.

5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell'impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.

6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.

7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l'efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l'indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.


8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.

9) Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo.Va abolito il valore legale del titolo di studio.

10) Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.

 

Questo il decalogo. Al quale aggiungo, modestamente, qualche altra proposta, quale:

- abolizione del sostituto di imposta;

- scioglimento delle società miste pubblico-privare ovvero impedimento a concludere contratti con enti;

- licenziabilità dei dipendenti della PA;

- definizione contratti PA da Authority extrastatale;

- illiceità alla contribuzione dello Stato ad associazioni;

- riforma Fondazioni quali centri di spesa clientelare mascherate;

- ineleggibilità dipendenti PA;

- abolizione ordini e albi professionali;

- legislazione antitrust a tutti i livelli di erogazione servizi;

- riforma fiscale persone fisiche e famiglie;

- tetto anche retroattivo alle pensioni PA;

- no valore legale titoli di studio;

- riforma vera contratti lavoro.

 

Soluzioni troppo radicali?  C’è ne è una che lo è più di tutte (si legga anche l’intervista al professor Paniccia nelle pagine seguenti) cioè la corsa verso un’Europa vera e non delle banche. Gli Stati Uniti d’Europa.

 

Carlo Mazzanti

 

Ottobre-Novembre 2012

Ottobre-Novembre 2012 - ATLANTIS

Il Leviatano d’argilla

Eliminare il sostituto d’imposta per indebolire l’apparato del Leviatano

L’appetito del Leviatano, è risaputo, si placa soltanto divorando gli introiti fiscali prodotti dalla parte produttiva e lavorativamente attiva della nazione. Ebbene, ci siamo mai chiesti in Italia quante sono le persone che producono una qualunque attività lavorativa sotto forma di società, lavoro autonomo, lavoro dipendente? Analizzando i dati Istat, si tratta di circa 17 milioni di persone su 60 milioni e cioè, il 61% delle persone in età attiva le quali, a loro volta, rappresentano soltanto il 48 per cento del totale della popolazione (rispetto ai giovanissimi e, soprattutto, agli anziani).

Ebbene, se in Italia i dipendenti pubblici siano oltre 3,6 milioni (ma sappiamo che in realtà sono molti di più essendo stranamente impossibile avere un censimento reale delle persone impiegate in tutte le società a partecipazione pubblica), significa che sono soltanto 11,4 milioni le persone che producono un reddito tale da generare l’introito fiscale  necessario a placare l’insaziabile appetito del Leviatano. E molti meno di questi sono coloro i quali effettivamente versano le tasse anche per conto dei lavoratori dipendenti o dei collaboratori autonomi mediante l’istituto del “Sostituto d’Imposta” malauguratamente inventato nel 1942 in America da Beardsley Ruml (1894-1960), il presidente della New York Federal Reserve Bank e tesoriere della RH Macy and Co. per fare pagare le spese di guerra (provvedimento “provvisorio ed eccezionale” in vigore fino ad oggi.

Perché dico questo? Perché gli stipendi dei dipendenti pubblici sono pagati dal Leviatano tramite il prelievo fiscale eseguito sul settore privato essendo del tutto irrilevante che una quota di questo sia a sua volta nuovamente versata al Leviatano sotto forma di prelievo fiscale sul dipendente pubblico, perché la cifra è sempre la stessa!

Se si preleva 100 dal settore privato e di questo 100 si usa 60 per il mantenimento dell’apparato e dei servizi e 40 per gli stipendi pubblici lordi, anche se 18 ritorna sotto forma di falso prelievo fiscale sul dipendente pubblico, la somma incassata dal Leviatano è e resta sempre 100.

Pertanto, è giusto dire che gli occupati nel settore pubblico, anche se credono il contrario, non pagano le tasse. Anzi, anche tutti i loro oneri sociali, di sicurezza e previdenziali (155 miliardi all’anno), vengono in realtà pagati da quei 11,4 milioni di cittadini che, con il lavoro privato, mantengono il Leviatano e il suo apparato.

Secondo la Corte dei Conti, i dipendenti pubblici costano ad ogni italiano 2.849 euro a testa all’anno, il che significa che meno di 11 milioni e mezzo di italiani devono provvedere - in media - con circa 15 mila euro a testa! Se consideriamo che il gettito fiscale complessivo 2011 è stato di 410 miliardi di Euro (al lordo delle false tasse dei dipendenti statali)  significa che oltre il 40 per cento del gettito se ne va in stipendi pubblici. Questo non vale solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa incastrata in un welfare dai costi impossibili ed un pericoloso gioco di equilibrismo istituzionale che ha lentamente ridisegnato l’architettura economico/industriale degli Stati, puntando ovviamente sul quei soggetti maggiormente controllabili ed in grado di placare ed allo stesso alimentare l’insaziabilità del Leviatano: le grandi imprese parastatali, le grandi aziende di servizi oligopoliste del mercato interno (energia, utility, telefonia, ecc.), il settore bancario, le multinazionali (tascabili e da scrivania). Chi ne sta facendo le spese è la PMI, la microimpresa, le partite IVA, la libera iniziativa nei settori del primario, del commercio, delle professioni, dei servizi e dell’artigianato, la classe media, sulla quale aleggiano le ombre nere dei corvi e quelle grigie della guardia di finanza, ridotti ad intrusi nella strategia di un modello economico che non li ama più.

Pare però evidente che nemmeno questa rivoluzione della struttura economico-industriale suggerita dall’Europa e pericolosamente strisciante anche in certe visioni di alcuni ideologi d’oltreoceano, sarà in grado di sostenere l’insostenibilità del welfare spendaccione e gerontocratico del Leviatano.

C’è da chiedersi se esista un modo migliore e meno traumatico dell’attesa del definitivo crollo del Leviatano esangue per non aver più nulla da divorare e di resettare il sistema ricostruendo un diverso ordine di priorità nell’architettura economica, riducendo drasticamente la presenza dello Stato Apparato ed i suoi costi, restituendo centralità alla cultura della libera iniziativa privata in tutti i settori, economico, professionale, sanitario, dell’istruzione, culturale, rimettendo al centro del sistema il rispetto assoluto dell’individuo e dei diritti soggettivi nei limiti dell’efficienza naturale delle leggi di mercato, riportando ad un ruolo di subordine e di servizio apparati e burocrati della regolamentazione che pretendono di normare ogni cosa.

Insomma, come potrebbe il Cittadino/Individuo riprendersi la sovranità perduta ed abusata?

Un buon avvio potrebbe essere l’abolizione dell’istituto del “Sostituto d’imposta”. Istituto da noi ben conosciuto poiché è ciò che permette al Leviatano di tenere in cattività le sue prede.

Il sistema del sostituto d’imposta (il datore di lavoro versa le tasse del dipendente o collaboratore) o della ritenuta d’acconto è amato del Leviatano per alcune semplici ragioni. Primo, trattiene deliberatamente di più. Questo forza i contribuenti a dover comunque rivolgersi ai CAF o agli studi dei commercialisti per compilare le dichiarazioni e chiedere detrazioni e rimborsi. Secondo: il contribuente viene definitivamente censito e tutto quanto avviene nella sua sfera privata economica (e non solo) è sotto il controllo del Leviatano. Terzo, sposta su un numero di gran lunga inferiore il “dolore” di doversi privare di denaro faticosamente guadagnato per aver lavorato, cioè compiuto un’attività utile e meritevole di essere compensata e così rende il versamento delle tasse meno doloroso e pertanto più accettabile da parte di una maggiore quantità di cittadini che finisce con l’odiare più l’esattore (il datore di lavoro) che non il Leviatano. Quarto: rende “certo” il prelievo.

Se il sostituto d’imposta e le ritenute fossero abolite, il declino delle entrate sarebbe immediato e drammatico per il Leviatano e non gli permetterebbe più di saziare il suo appetito. La verità che il Leviatano conosce bene è che quei “sostituiti” d’imposta che ora si sentono in una sorta di limbo morale, di superiorità etica rispetto a quelli che (su imbeccata del Leviatano) definiscono evasori fiscali (cioè delinquenti ma che in realtà versano le loro tasse e pagano gli stipendi pubblici lordi), avendo la disponibilità “fisica” del denaro, farebbero di tutto per versarne il meno possibile, chiedendo detrazioni e considerando perlomeno ingiusto doversi privare di quanto onestamente guadagnato per versarlo nel baratro dell’inefficienza dell’apparato pubblico. Il Leviatano e il suo apparato vedrebbero improvvisamente svuotarsi la dispensa.

Finalmente gli 11 milioni e mezzo di Cittadini italiani che ora sono gravati dalla vessazione del leviatano, con l’intero ammontare del proprio reddito a disposizione, riavrebbero non solo uno strumento di libertà, di affrancazione dai bisogni, di realizzazione dei propri progetti e sogni ma anche uno strumento di rilancio dei consumi e di controllo sulla spesa pubblica che non potrà che adeguarsi a quanto realmente può avere dai Cittadini Sovrani. I dipendenti statali (drasticamente diminuiti di numero perché riversati, se meritevoli, nelle nuove aziende private di gestione dei servizi pubblici non essenziali) riceverebbero uno stipendio netto, aumentato della quota di contribuzione sociale da versarsi privatamente e, semplicemente, avrebbero - in quanto tali - il privilegio di non pagare le tasse.

Esattamente come succede ora.


Andrea Mazzanti

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