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Editoriali

Agosto-Settembre 2012

Agosto-Settembre 2012 - ATLANTIS

Virtual Economy?


L'intervento del Ministro Corrado Passera ci ha ispirato alcune considerazioni sulle reali intenzioni del Governo Monti


Secondo Corrado Passera, presente al Digital Economy Forum, organizzato a Venezia dall'Ambasciata USA in Italia, la crescita"buona" è quella che crea posti di lavoro e permette di ridurre il deficit pubblico. Quindi? Ciò che interessa al Ministro è generare un economia che paghi le tasse cioè gli esorbitanti costi dello Stato, anziché aumentare i consumi, portare ricchezza alle famiglie, generare indotto e aumentare il numero di aziende e cioè di imprenditori, di uomini e donne liberi che non debbano dipendere da altri che da se stessi.

Azzerare il digital divide è la parola d'ordine di Passera ma, guarda un po', il secondo obiettivo sarebbe migliorare l'efficienza della Pubblica Amministrazione italiana, grazie alle tecnologie innovative. Noi saremmo grati alla digitalizzazione della società se da buona parte della Pubblica Amministrazione ci liberasse per sempre, liberando spazi e risorse per l'economia privata anche nell'erogazione dei servizi tradizionalmente (per l'Italia) riservati al pubblico.

E-Commerce: l'Italia è indietro. Ma va là? Come mai uno dei paesi con il più alto tasso di criminalità organizzata, con redditi da terzo mondo e con un sistema dell'education che confonde un beat con un bit, è restio all'utilizzo degli strumenti di pagamento elettronico? A me pare che in questo momento Corrado Passera sia soprattutto interessato ad aumentare gli introiti delle commissioni bancarie da transazioni con carta di credito (BtoB e BtoC) e a tracciare con certezza i pagamenti privati per raschiare il fondo del barile, anzi delle tasche degli italiani.

"Noi vogliamo fare nascere nuove imprese non soltanto nella web Economy ma anche nei settori più tradizionali" dichiara Passera, ma poi, queste nuove aziende si troveranno a dover pagare le tasse più alte d'Europa, la burocrazia più paralizzante, Basilea 4,5,6..., una rigidità del rapporto di lavoro tra i più scoraggianti, infrastrutture informatiche inefficienti quando non inesistenti, un mercato interno da fame e una Pubblica Amministrazione che pensa più a pagare gli stipendi dei propri dipendenti che a investire in opere pubbliche, quando non assume direttamente o indirettamente personale per svolgere le attività economiche, in particolare quelle digitali, che dovrebbe "fare nascere".

Caro Ministro, forse il nostro paese ha più bisogno di una iniezione di libertà d'impresa, di semplificazione (5.000 euro per fare nascere una società contro i 500 dollari degli USA), di credito disponibile per le aziende (o di abbattimento del debito, privato, non pubblico, quello semplicemente va ridotto tagliando i costi), di riduzione della pressione fiscale diretta e indiretta, di liberalizzazione  delle professioni e dei servizi a partire dal drenaggio di liquidità operato con i costi bancari, luce, gas, benzina e gasolio, di semplice cultura d'impresa a partire dalla Scuola e sì, anche di cultura informatica ma soprattutto di una cultura aperta alla novità, non solo all'innovazione, premiando gli individui, le loro idee, le loro aspirazioni, le loro capacità. Invece ci pare di vedere che tutto questo passa in secondo piano rispetto alla necessità di mettere le mani nelle tasche degli italiani per placare l'emorragia finanziaria dello Stato (non altrettanto per quella delle famiglie) che continua ad aumentare, per strutturare lo Stato Apparato che sembra sempre più auto giustificarsi rispetto allo Stato Nazione la cui rappresentanza politica è defunta o sotto ricatto o anestetizzata o semplicemente in crisi rispetto al mandato popolare. Agitare lo spettro degli evasori fiscali assomiglia tanto alla propaganda antisemita che si accompagnava alla crisi economica tedesca successiva alla prima guerra mondiale, ma non è la ricetta per uscire dall'incubo economico come non lo era per la Germania nazista. Da una compagine di tecnici (finti, l'abbiamo capito che questo è il governo di Napolitano) ci aspettiamo di più dell'aumento dell'IVA e delle accise sulla benzina ma soprattutto non accettiamo una conduzione politica che ci allinei con i desideri della Germania di demolire la struttura imprenditoriale italiana basata sulla piccola impresa (che genera uomini liberi), trasformandoci in un vassallo che esegue gli ordini di Berlino (magari anche con la tipica ferocia delle mezze figure) e che rischia di portarci più che alla digital Economy alla virtual Economy. 


Andrea Mazzanti


Giugno-Luglio 2012

Giugno-Luglio 2012 - ATLANTIS

Un’isola di libertà


Ispirata al mitico continente scomparso che univa l’Europa all’America, “Atlantis” è la nuova rivista che vuole porsi come baricentro culturale e politico del mondo globalizzato.

Atlantis è un’isola leggendaria citata da Platone nei suoi dialoghi Timeo e Crizia, scritti nel 360 avanti Cristo. Atlantis (in italiano Atlantide), era una potenza navale “situata di fronte alle Colonne d’Ercole” (più o meno in mezzo all’Oceano Atlantico tra Europa e America). Atlantis, secondo il mito, avrebbe conquistato gran parte dell’Europa Occidentale e dell’Africa, circa 9.000 anni prima di Solone. Dopo un tentativo (fallito) di conquistare Atene, “in un solo giorno e in una sola notte” l’isola sprofondò nelle acque per sempre. Atlantis e`, dunque, un mito. Ed è un mito che rivive piu` volte nell’immaginario intellettuale e politico dell’Occidente. Un’isola e` quella di Thomas More, che scrive nel 1516 in latino, e si chiama Utopia. Utopia ospita una società ideale. In latino nel 1624 e tre anni dopo in inglese, esce “New Atlantis”. La novella utopistica di Francis Bacon, descrive il futuro nell’umanita` in un crescendo di scoperte e conoscenze che liberano l’umanita` portandola a una giustizia assoluta. L’elenco potrebbe continuare, invece ecco la rivista Atlantis, che individua nella fantastica e immaginaria isola nel mezzo dell’Oceano Atlantico il baricentro culturale e politico di questo mondo globalizzato, nel quale (quasi) tutti hanno imparato a produrre e competere sui mercati, ma senza avere ottenuto diritti individuali sufficienti a definire quegli uomini (e donne) produttori anche uomini (e donne) liberi. Atlantis sta nel mezzo tra Europa e America anche per fungere da ponte ideale e da strumento di confronto e comparazione dei modelli di sviluppo, magari partendo dal territorio e dalla citta` in cui nasce e viene edito, Venezia. Una città che per alcuni secoli è stata il centro editoriale più importante dell’Europa di allora e cioè del mondo. Una città d’acqua e commercio che ha costruito e mantenuto la sua forza e liberta` finché è stata una potenza marittima vocata al mercantilismo, avendo nel mare il suo vero orizzonte economico e politico e non nella terraferma. “Venezia era una superpotenza con comportamenti in qualche modo paragonabili a quelli del gigante dei nostri tempi, gli Stati Uniti – scrive nel suo “L’alba dei libri” il giornalista Alessandro Marzo Magno – per esempio i veneziani giravano regolarmente armati molto più di qualsiasi altro contemporaneo e la repubblica era uno dei più importanti esportatori d’armi del tempo. Le navi veneziane venivano mandate nei punti caldi del Mediterraneo a mostrare la propria bandiera per fare capire che era meglio evitare di avere a che fare con loro. Una sorta di antesignano fleet in being che avrebbe caratterizzato per secoli le politiche navali”. Il filo conduttore di Atlantis, quindi, è il legame atlantico declinato soprattutto nel confronto tra soggetti che si ispirano a un’organizzazione socialmente flessibile e mercantilistica, insomma meritocratica in confronto a una continentale, statalistica, burocratica e socialmente ingessata. L’acqua e il mare sono la vera scena mondiale su cui si sono giocate tutte le strategie classiche (oggi sono importanti anche i cieli e lo spazio). Insomma Venezia è stata per secoli centro libero di produzione culturale, di scambio di merci e informazioni, di finanza, diritto e anche perché no di costruzione di mode: dalla cosmesi, alle vesti, alla gastronomia. Poi il declino. Oggi la ricerca di una nuova identità può e deve passare dal confronto con chi ha preso il testimone ideale per superarla mantenendone vivo lo spirito ideale. Questa realtà è oltreoceano. A Occidente. Dal confronto e dalla comparazione nascerà un modo di essere importanti in Europa ma non sudditi dell’Europa. Dal confronto e dalla comparazione nascerà la onsapevolezza delle proprie identità e della propria vocazione. Atlantis vuole essere un baluardo, anche se leggero e divertente nella lettura, della libertà purtroppo a volte tradita da un progetto di Europa così recente e già così vecchio. Buona lettura.


Carlo Mazzanti

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