DA SIGONELLA A GAZA Quando Craxi lottava per la pace

Da Sigonella a Gaza è la cronaca di un colloquio a distanza tra l'ambasciatore Antonio Badini (grande esperto di questioni mediorientali, protagonista della notte di Sigonella) e un giornalista Gerardo Pelosi (già corrispondente diplomatico de "Il Sole 24 ore" per oltre trent'anni). Un dialogo durato un anno, tra alti e bassi, senza pregiudizi ideologici e con ricordi anche sofferti che affioravano a galla dopo decenni su quello che la questione israelo-palestinese ha significato per l'Italia e l'Occidente. Un dialogo che ha preso avvio proprio il 7 ottobre 2023, all'indomani dell'attacco di Hamas a Israele, una sorta di nuova Sarajevo degli anni 2000 che ha fatto ripiombare Israele e tutta la regione in una lunga notte di tragedia e violenze. Dopo i 1200 morti israeliani al confine di Gaza e i 200 ostaggi sequestrati, il Governo di Benjamin Netanhyau (che in quel momento era prossimo alle dimissioni) ha sferrato un attacco senza precedenti che, nel silenzio dell'Europa e degli Stati Uniti, concentrati entrambi su ricambi al vertice, ha lasciato sul terreno oltre 41mila morti e raso al suolo l'intera striscia di Gaza. Come se non bastasse il conflitto negli ultimi mesi si è allargato progressivamente su basi regionali investendo direttamente anche Libano e Iran. Le uccisioni mirate del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh a Theran il 31 luglio, quello del leader di Hezbollah a Beirut, Hassan Nasrallah il 28 settembre e, infine, quello del capo militare di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar il 17 ottobre sono solo gli ultimi atti di una guerra di cui non si intravede la fine. Eppure – è la tesi del dialogo a due voci degli autori - non doveva accadere quello che è accaduto. Badini ricorda tutti gli sforzi dei Governi che si sono succeduti alla metà degli anni '80, a cominciare da quello presieduto da Bettino Craxi con Giulio Andreotti agli Esteri per coinvolgere i Paesi arabi a cominciare da Giordania ed Arabia saudita in una road map di pace. Le speranze riposte su Simon Peres e su Weismann con relative delusioni. Certo, il mondo prima del crollo del muro di Berlino era ancora diviso in blocchi contrapposti e l'ex Unione sovietica giocava ancora un ruolo decisivo nella regione finanziando il "fronte del rifiuto" palestinese contro Arafat. I Paesi del Golfo e soprattutto gli Emirati non avevano ancora sviluppato una loro leadership internazionale e il conflitto tra sciti e sunniti non era ancora giunto alle conclusioni attuali. Eppure, nonostante tutto, l'Europa e la comunità internazionale assumevano il peso e la responsabilità di trovare soluzioni alla questione palestinese. Il dialogo ripercorre quegli anni, dai timori di Craxi sulla crescita di Hamas (di cui nessuno all'epoca immaginava i pericoli) alla dichiarazione di Venezia del 1980, primo vero atto di politica estera dell'Europa, pur con tutti i limiti contenuti nella successiva risoluzione 212 delle Nazioni Unite. E, poi, gli sforzi per la creazione di una confederazione giordano-palestinese nel 1984 al vertice europeo di Dublino che purtroppo non vide mai la luce. Un dialogo che cerca, poi, di approfondire non tanto i dettagli militari della crisi di Sigonella dell'ottobre '85 ma le ragioni politiche profonde che indussero Craxi a difendere la sovranità del territorio italiano e a rivendicare il ruolo centrale del nostro Paese nella gestione delle crisi nel Mediterraneo. Il dialogo prosegue poi con un approfondimento sul ruolo che Craxi e Andreotti ebbero nell'avvio della perestrojka che portò Gorbaciov al potere fino agli errori dell'America che al G7 di Tokio del '93 non capì i veri rischi connessi alla leadership di Eltsin. Un '93 che vide ormai un Craxi uscito di scena dopo Tangentopoli ma che da Hammamet cercava di restare aggiornato sul negoziato che portò poi agli accordi di Oslo. Un accordo scritto sulla sabbia che consentì a Rabin di lasciare mano libera a nuovi insediamenti in Cisgiordania. Insomma, un confronto molto aperto e franco, non sempre agevole (a tratti anche conflittuale) che ha cercato di liberare il campo da pregiudizi ideologici sfatando tanti falsi miti sul processo di pace ma ristabilendo alcune verità storiche. Ma la storia non si ferma. Continua con tutti i rischi che il conflitto si allarghi e si leghi sempre più strettamente alle tentazioni egemoniche di Russia e Cina.
ANTONIO BADINI (1940), come ambasciatore ha ricoperto ruoli di primissimo piano nella carriera diplomatica. Dall'83 all'87 ha svolto le funzioni di consigliere diplomatico del presidente del Consiglio Bettino Craxi. È stato ambasciatore italiano in Algeria e al Cairo e ha guidato la direzione generale della Farnesina per il Mediterraneo e Medio Oriente.
GERARDO PELOSI (1956), giornalista dal 1980. Per oltre 30 anni ha svolto le funzioni di corrispondente diplomatico del quotidiano Il Sole 24 Ore seguendo in Italia e all'estero l'attività di vari presidenti del Consiglio. Ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro degli Esteri Renato Ruggiero tra il 2001 e il 2002
From Sigonella to Gaza is the chronicle of a long-distance conversation between Ambassador Antonio Badini (a leading expert on Middle Eastern affairs and a key figure during the Sigonella crisis) and journalist Gerardo Pelosi (a former diplomatic correspondent for Il Sole 24 Ore for over thirty years). This dialogue, which lasted a year, unfolded with ups and downs, without ideological prejudices, and often brought back painful memories about what the Israeli-Palestinian issue has meant for Italy and the West. The discussion began precisely on October 7, 2023, in the aftermath of Hamas' attack on Israel—a sort of new Sarajevo of the 2000s that plunged Israel and the entire region into a prolonged night of tragedy and violence. Following the killing of 1,200 Israelis at the Gaza border and the abduction of 200 hostages, Benjamin Netanyahu's government (which was on the verge of resignation at the time) launched an unprecedented military response. In the silence of Europe and the United States, both preoccupied with leadership transitions, the assault left over 41,000 dead and razed the entire Gaza Strip. As if that were not enough, in recent months, the conflict has progressively expanded on a regional scale, directly involving Lebanon and Iran. The targeted assassinations of Hamas' political leader Ismail Haniyeh in Tehran on July 31, Hezbollah's leader Hassan Nasrallah in Beirut on September 28, and Hamas' military commander in Gaza, Yahya Sinwar, on October 17, are just the latest episodes in a war that shows no sign of ending And yet—this is the central thesis of the authors' dialogue—what happened should not have happened. Badini recalls the efforts of successive Italian governments in the mid1980s, beginning with the administration of Bettino Craxi, with Giulio Andreotti as Foreign Minister, to involve Arab countries such as Jordan and Saudi Arabia in a peace roadmap. Hopes were placed in figures like Shimon Peres and Chaim Weizmann, only to be met with disappointment. Certainly, before the fall of the Berlin Wall, the world was still divided into opposing blocs, and the former Soviet Union played a decisive role in the region by financing the Palestinian "rejectionist front" against Arafat. The Gulf countries, especially the UAE, had not yet developed their own international leadership, and the Sunni-Shia conflict had not yet reached its current intensity. Nevertheless, despite everything, Europe and the international community once took on the burden and responsibility of finding solutions to the Palestinian issue. The dialogue revisits those years, from Craxi's concerns about the rise of Hamas (at a time when no one foresaw its dangers) to the 1980 Venice Declaration—the first real act of European foreign policy, despite its limitations in subsequent UN Resolution 212. It also explores efforts to establish a Jordanian-Palestinian confederation at the 1984 European summit in Dublin, a project that never materialized. The discussion then shifts not so much to the military details of the Sigonella crisis of October 1985 but to the deeper political reasons that led Craxi to defend Italian sovereignty and assert Italy's central role in managing Mediterranean crises. The dialogue continues with an analysis of the role Craxi and Andreotti played in initiating perestroika, which brought Gorbachev to power, and the mistakes made by the United States at the 1993 G7 summit in Tokyo, where it failed to grasp the real risks of Yeltsin's leadership. By 1993, Craxi had already been sidelined after Tangentopoli, yet from Hammamet, he remained informed about the negotiations that led to the Oslo Accords—an agreement written in the sand, which allowed Rabin to expand settlements in the West Bank. In short, this is an open and frank discussion—at times difficult, even confrontational—that seeks to clear the field of ideological biases, dispelling many myths about the peace process while reaffirming some historical truths. But history does not stop. It continues, with the ever-growing risk that the conflict will expand and become increasingly tied to the hegemonic ambitions of Russia and China.
ANTONIO BADINI (1940) As an ambassador, he held top positions in the Italian diplomatic service. From 1983 to 1987, he served as diplomatic advisor to Prime Minister Bettino Craxi. He was Italy's ambassador to Algeria and Cairo and later headed the Foreign Ministry's Directorate-General for the Mediterranean and the Middle East.
GERARDO PELOSI (1956) A journalist since 1980, he served as a diplomatic correspondent for Il Sole 24 Ore for over 30 years, covering the activities of various Italian prime ministers both in Italy and abroad. He was also the spokesperson for Foreign Minister Renato Ruggiero between 2001 and 2002.