Il peso invisibile: dati, energia e la nuova competizione globale / The invisible weight: data, energy, and the new global competition

A volte non ci pensiamo. Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che usiamo quotidianamente e che compone il nostro mondo antropizzato, esiste perché da qualche parte, in qualche modo, qualcuno ha convertito una energia, in qualunque forma, in materia, in lavoro, in informazione. Vale per gli abiti che indossiamo, per l'acqua potabile che beviamo, per le auto che guidiamo o per i libri che leggiamo. Vale per ogni singola componente - il legno, la grafite, la vernice, la gomma - della famosa matita che Milton Friedman descrisse per spiegare il libero mercato. Vale per le cose fisiche, ma vale anche per ogni prodotto, servizio o contenuto digitale, dal funzionamento del più avanzato sistema di analisi al semplice video amatoriale che racconta una ricetta, dai modelli più evoluti di medicina predittiva al più banale dei meme. L'energia rappresenta, in qualche modo, la trama invisibile che permette al nostro mondo - alla nostra concezione del mondo - di esistere, di evolvere, e di cercare costantemente un nuovo punto d'equilibrio. Potremmo, o forse dovremmo, reimparare a considerarla con una prospettiva ontologica, anziché semplicemente strumentale, ma continuiamo, ormai da secoli, a concepirla semplicemente come una variabile dell'equazione produttiva, in una scena di geopolitica globale che non può che essere, in maniera strutturale, una geopolitica energetica. Siamo portati a pensare che "senza energia non funzionano le cose", mentre dovremmo imparare a pensare che "senza energia non esisterebbe il nostro mondo". Abbiamo progressivamente acquisito - come un automatismo informativo, mediatico e cognitivo - la tendenza a parlare di energia semplicemente come una risorsa da estrarre, da vincolare o da accumulare. Una concezione che arriva da lontano, dalla termodinamica ottocentesca e dalla rivoluzione industriale, che si è nutrita, nella sua accelerazione costante, di carbone, di vapore e successivamente di petrolio. La stessa civiltà in cui viviamo si fonda su una correlazione diretta, imprescindibile, tra possibilità di crescita e disponibilità energetica, e conseguentemente tra controllo della disponibilità energetica e distribuzione del potere. Chi controlla le risorse controlla, in maniera più o meno diretta, l'intera filiera della produzione, della distribuzione e del consumo. In un momento come quello attuale, in cui la presunta necessità dell'innovazione - e quindi della competitività ad ogni costo - dipende dalla crescita esponenziale della capacità computazionale delle infrastrutture digitali, chi controlla l'energia controlla, indirettamente, la possibilità di immaginare, di affrontare e di orientare il futuro. Lo vediamo nel modo in cui vengono gestiti temi come la crisi climatica, la dipendenza dai combustibili fossili, l'aumento esponenziale della domanda energetica: la crescente imprescindibilità delle tecnologie digitali ha reso progressivamente meno rilevante - o semplicemente più defilato - il tema delle politiche energetiche, chiamate ad adattarsi alle esigenze del nuovo mondo, guidato dall'interdipendenza tra potere politico e capacità di calcolo. Storicamente, l'energia ha sempre influenzato gli equilibri del potere su scala globale. Ha determinato le evoluzioni degli imperi e rappresentato l'innesco di guerre e rivoluzioni, ha definito la linea dei confini e orientato la direzione di intere economie nazionali e continentali. Oggi, in un sistema di interconnessione globale sempre più complesso, di fronte ad una consapevolezza crescente - non necessariamente esplicita o condivisa - sull'esauribilità delle risorse, il controllo dell'energia assume tratti ancora più sfaccettati ed imprevedibili. L'era digitale ha rapidamente scardinato gli equilibri consolidati da processi decennali di trasformazione sociale, industriale ed economica. L'illusione della smaterializzazione, molto semplicemente, si dissolve nella forma di una materializzazione alternativa. Niente è più tangibile delle infrastrutture necessarie a mantenere in vita l'universo digitale. Questa condizione alimenta una nuova corsa alle risorse, lasciando prevedere, secondo il Digital Economy Report dell'UNCTAD del 2024, un aumento del 500% della domanda di minerali come litio, grafite e cobalto entro il 2050. Induce ad una moltiplicazione esponenziale dei consumi, aprendo scenari di inscindibilità tra evoluzione tecnologica e complessità ecosistemica: da una parte abbiamo casi come l'accordo tra Microsoft e la centrale nucleare di Three Mile Island, siglato nell'ottobre del 2024, per assicurarsi un approvvigionamento di energia sufficiente a sostenere la corsa dell'innovazione digitale; dall'altra abbiamo casi sperimentali, inediti ma ricchi di incognite, come il progetto Intacture, per la creazione di un data center in una miniera attiva in Trentino, in Val di Non, per ridurre l'impatto ambientale dell'infrastruttura, sia a livello di consumo di suolo, sia a livello di impronta energetica e idrica per il raffreddamento dei sistemi. Da una parte si accetta la necessità di consumare di più, dall'altra si cerca di consumare di meno. Com'è evidente, il tema è marcatamente, innegabilmente strategico. I Paesi che avranno la capacità di governare questa trasformazione bilanciando competitività tecnologica, indipendenza energetica, sicurezza infrastrutturale e sostenibilità definiranno le regole del gioco degli anni a venire.
L'ENERGIA DIGITALE: LA NUOVA INFRASTRUTTURA DEL POTERE
Nel tentativo di fare chiarezza in uno scenario così complesso, abbiamo coinvolto Marina Otero Verzier, lecturer alla Graduate School of Design di Harvard e Visiting Professor alla School of Architecture, Planning and Preservation della Columbia University, che ha recentemente pubblicato En las profundidades de las nubes (letteralmente "Nella profondità delle nubi", Madrid, 2024), con uno studio sull'impatto diffuso, tutt'altro che intangibile, dell'economia digitale e dell'intelligenza artificiale. Già dalla prima pagina, con un tono che risulta provocatorio, ma solo per eccesso di realtà, è possibile intuire la volontà di guardare cosa si nasconde dietro al sipario. "Dimentichiamoci di questa nube eterea: il metaverso non fluttua sulle nostre teste e non si materializza nel mondo dei sogni. È freddo e rumoroso. È pesante. E ha fame". Proprio su questo tema l'abbiamo invitata a darci una chiave di lettura sulla concezione di progresso e di innovazione con cui, volenti o nolenti, ogni giorno dobbiamo confrontarci. "L'idea di progresso è strettamente legata al potere e al superamento dei limiti umani attraverso la tecnologia. Abbiamo cercato di mettere in discussione questa visione ripetutamente, nella storia, poiché le innovazioni non hanno generato benessere per tutti. Eppure persiste la mitologia della tecnologia come soluzione ai problemi, in una sequenza ininterrotta, alimentando una corsa all'IA nella convinzione che, una volta sviluppata, potrà risolvere tutto il resto." Otero descrive con chiarezza, con un evidente senso di urgenza, la necessità di ripensare i modelli culturali alla base di aspettative sociali e immaginari collettivi. Viviamo rassicurati dall'idea risolutrice del progresso ad ogni costo, senza comprenderne pienamente le implicazioni, soprattutto in un mondo vincolato alla capacità persuasiva - resisto alla tentazione di dire manipolatoria - delle nuove strategie narrative del mercato e di parte della politica globale. Stiamo anteponendo la soddisfazione del progresso alla valutazione della sua vera rilevanza. "Le Big Tech stanno plasmando il futuro in maniera egemonica e omogenea, senza chiedersi se le innovazioni rispondano ai reali bisogni del mondo. Sperimentano su scala globale, indistintamente, senza un vero interrogativo etico sulla loro utilità." La conversazione fatica, in qualche modo, a separarsi da un tema di linguaggio, di egemonia narrativa, di costruzione strategica degli immaginari. Se i leader di mercato impongono determinate parole, certamente si tratta di una scelta deliberata, guidata da logiche di profitto e di competitività. Secondo Otero, l'idea stessa di "cloud" non è altro che un artificio retorico, che nasconde, alla percezione collettiva, l'ingombranza di una realtà altamente materiale e fisica. "Questa corsa senza sosta all'IA dipende dall'impossibilità presunta di rimanere indietro, di perdere terreno, ma nessuno si sta domandando, né probabilmente accorgendo, di cosa significhi davvero per la società e per l'ambiente." Nel mondo esistono circa 11.000 data center, con proiezioni di rapida espansione e moltiplicazione, con un consumo energetico apparentemente destinato a raddoppiare entro il 2026. La crescita esponenziale dell'uso di sistemi di intelligenza artificiale ha accelerato l'aumento della domanda energetica - ma anche idrica e di risorse minerali - in modo imprevedibile. Per rispondere a questa esigenza, aziende e governi hanno in molti casi ridimensionato le misure di riduzione degli impatti ambientali, legittimando quella che Otero definisce, nel libro, "politica della profondità". Incapaci di comprendere come governare il progresso in modo sostenibile e commisurato alla capacità di sopportazione e ai tempi di rigenerazione - laddove possibile - del pianeta, si è scelto di cercare nuove risorse, semplicemente andando sempre più a fondo. Nel sottosuolo, negli oceani, finanche nelle profondità del cielo. Ci sono, però, eccezioni culturali, che mostrano come la diversità delle prospettive cosmologiche possa rappresentare una risorsa. "Molte comunità subalterne, ad esempio in America Latina, offrono visioni del mondo che spesso vengono considerate ingenue, ma che sono in realtà allineate con alcune teorie scientifiche molto avanzate, come la fisica quantistica. Questa prospettiva ecosistemica riconosce, già nella conoscenza ancestrale, l'interdipendenza tra esseri viventi, materiali e ambienti, mettendo in discussione le gerarchie della conoscenza che consideriamo oggi consolidate. Forse anche grazie a questo esistono casi, come in Cile, in cui le visioni politiche stanno valutando prospettive alternative." Il Piano Nazionale dei Data Center cileno rappresenta un esempio a livello mondiale: fondato su un processo partecipativo, con il coinvolgimento di organizzazioni sociali e comunità locali, per garantire il rispetto delle condizioni di accettabilità pubblica e di sostenibilità ambientale. In una logica guidata da una volontà migliorativa, rispetto agli altri contesti globali, il processo di redazione della strategia ha previsto un confronto diretto con alcuni Paesi che avevano affrontato il proliferare di data center senza un piano, come l'Irlanda, per poi trovarsi a gestire in condizioni d'emergenza lo shock energetico. Chi controlla la capacità computazionale controlla il flusso dell'informazione, l'innovazione, la possibilità di influenzare i mercati globali. Chi è in grado di garantire, attraverso opportune politiche energetiche, la continuità computazionale, è in grado di assicurarsi il vantaggio competitivo derivante da una condizione di stabilità strategica. Conclusioni: l'immaginazione strategica come risorsa energetica Fino ad oggi, il dibattito sulla governance energetica si è concentrato in maniera piuttosto omogenea su temi di efficienza ed ottimizzazione. Rimaniamo culturalmente e cognitivamente vincolati a consuetudini tipiche di un sistema industriale ed economico basato sulla produzione materiale, sull'interazione fisica, sulla proprietà di qualcosa di tangibile. Pur parlandone ogni giorno, non abbiamo ancora compreso pienamente quanto il mondo - il modo in cui abitiamo il mondo - sia cambiato radicalmente, attivando, con la tecnologia, possibilità fino a pochi anni fa relegate all'esercizio creativo della fantascienza. Tuttavia, molti dei paradigmi che hanno permesso alla società di evolvere sono oggi gravemente messi in discussione: il contratto sociale scricchiola fortemente, in un contesto di individualismo che vive la democrazia come un limite, alla stregua di un'incursione statalista nella vita privata; la leadership istituzionale ha perso il proprio valore, in un processo di progressiva erosione - poco importa il motivo - di una necessaria, riconoscibile autorevolezza; alcune grandi aziende private hanno acquisito, in pochi decenni, una capacità economica, una rilevanza geopolitica e una forza propagandistica senza precedenti, rendendo, nella quotidianità delle persone, la politica tradizionale come un fenomeno quasi marginale. In questo scenario, ostinarsi ad applicare categorie interpretative del passato è una pura forzatura anacronistica. Dominique Bourg e Johann Chapoutot, nel loro "Manifesto contro l'impotenza pubblica" (Chaque geste compte. Manifeste contro l'impuissance publique, 2022), parlano delle nuove dottrine che stanno guidando le scelte, individuali e collettive, dei nostri tempi. Dall'illimitismo al "capitalocene", il pamphlet, che è un vero viaggio attraverso le provocazioni e le innovazioni del linguaggio, lascia affiorare tante delle contraddizioni che contraddistinguono il nostro modo di vivere. Ciò che colpisce è come, tra tante possibili variabili, la mancanza di immaginazione sia identificata come il più grave dei limiti. Siamo chiamati, oggi più che mai, a pensare in modo diverso, a credere in modo diverso, ad immaginare in modo diverso. Nei decenni a venire, la competizione non si consumerà solo sulla quantità di energia disponibile, ma sulla capacità di ogni Paese - o di ogni sistema sovrano - di usarla in modo strategico. Una dimensione invisibile che esige fondamenta solide e pesanti. Non si potrà immaginare, in un futuro di capitalizzazione della conoscenza come asset di competitività, una governance che non contempli come interdipendenti le politiche digitali e le politiche energetiche, per poter gestire la pressione esercitata dalla corsa dell'intelligenza artificiale sulle reti elettriche. Sarà necessario inventare un sistema di infrastrutture adattive, capaci di bilanciare produzione e consumo in tempo reale, garantendo un'operatività ad intensità variabile, ma continuativa, agli ecosistemi digitali. La condizione di interdipendenza tra geopolitica digitale e geopolitica energetica dovrà presto dovrà fare i conti con il problema della deterritorializzazione delle infrastrutture di calcolo. La rilevanza digitale di un Paese che sceglie di sviluppare data center al di fuori dei propri confini, per scelta economica o per opportunismo ambientale, vedrà dipendere la propria capacità computazionale dalle politiche energetiche e di gestione degli impatti ambientali di un altro Paese. Cosa determinerà, nel futuro, questa interconnessione strutturale tra modelli di distribuzione del potere, è tutto da vedere. Tuttavia, ancora una volta, la sfida più complessa da affrontare rimane quella cognitiva. Finché continueremo ad immaginare l'energia solo all'interno di una logica di produzione e consumo, staremo perpetrando e consolidando un modello di insostenibilità sistemica. La vera innovazione sarà la capacità di immaginare modelli diversi di relazione con l'energia, meno estrattivi, più distribuiti, più adattivi, più resilienti. Oggi non ci manca la tecnologia per generare cambiamenti radicali, ma il coraggio di immaginarne un uso alternativo, di sfidare consuetudini consolidate dal mercato - da una certa logica di mercato - e di rompere le categorie con cui siamo abituati a pensare al futuro. Ogni modello energetico, se lo guardiamo da questa prospettiva, corrisponde a una concezione e ad un modello di società. Quali saranno le priorità, quali le responsabilità condivise e quali quelle individuali, quali le dinamiche di gestione e distribuzione del potere, è ancora da decidere. Certamente, richiamati all'attenzione dall'evidenza della limitatezza delle risorse, dovremo interrogarci su quale vogliamo che sia il futuro - e quali i limiti - dei nostri comportamenti individuali, su quale vogliamo che sia il futuro delle nostre società, su quali vogliamo che siano le priorità, le possibilità, le responsabilità. Forse mai come ora siamo chiamati con urgenza a scegliere. In pochi versi il poeta argentino Fabián Casas si interroga con ironia sulla coscienza della fine: "Mi chiedo in che momento / i dinosauri si accorsero / che qualcosa andava male" (Me pregunto en que momento / los dinosaurios / sintieron que algo estaba mal). Le risorse non sono infinite, l'energia non si crea dal nulla, la tecnologia non può essere neutra. L'unica vera risorsa a nostra disposizione, senza vincoli, senza consuetudini, potenzialmente senza misure, è la nostra conoscenza. L'unica vera forza trasformatrice è il modo in cui, a partire da ciò che conosciamo, riusciremo ad immaginare nuove soluzioni e nuovi futuri possibili. Forse - ma solamente forse - siamo ancora in tempo, per non dover scoprire cosa provarono i dinosauri.
LUCA BARALDI
The invisible weight: data, energy, and the new global competition
Sometimes, we don't think about it. Everything around us, everything we use daily, everything that makes up our anthropized world exists because somewhere, somehow, someone has converted energy - of any form - into matter, labor, or information. This applies to the clothes we wear, the drinking water we consume, the cars we drive, and the books we read. It applies to every single component - the wood, the graphite, the paint, the rubber - of the famous pencil that Milton Friedman described to explain the free market. It applies to physical objects, but it also holds true for every product, service, or digital content, from the most advanced analytics system to a simple amateur video sharing a recipe, from the most sophisticated predictive medicine models to the most trivial meme. Energy, in some way, is the invisible fabric that allows our world - our very conception of the world - to exist, to evolve, and to constantly seek a new point of equilibrium. We could, or perhaps should, relearn to consider it from an ontological perspective rather than merely an instrumental one. Yet, for centuries, we have continued to conceive of it simply as a variable in the production equation, in a geopolitical landscape that is structurally an energy geopolitics. We tend to think that "without energy, things don't work," whereas we should learn to think that "without energy, our world wouldn't exist." Over time, we have progressively acquired - almost as an automatic informational, media, and cognitive reflex - the tendency to talk about energy merely as a resource to be extracted, constrained, or accumulated. This conception dates back to 19th-century thermodynamics and the Industrial Revolution, fueled by coal, steam, and later, oil. The very civilization we live in is based on an inescapable direct correlation between growth potential and energy availability, and consequently, between control over energy availability and the distribution of power. Whoever controls the resources controls, to a greater or lesser extent, the entire chain of production, distribution, and consumption. In a time like the present, where the presumed necessity of innovation - and therefore competitiveness at all costs - depends on the exponential growth of computational capacity in digital infrastructures, whoever controls energy indirectly controls the ability to imagine, navigate, and shape the future. We see it in the way issues such as the climate crisis, dependence on fossil fuels, and the exponential increase in energy demand are managed. The growing indispensability of digital technologies has gradually made energy policies less relevant - or simply more sidelined - forced to adapt to the needs of a new world driven by the interdependence between political power and computing capacity. Historically, energy has always influenced the balance of power on a global scale. It has shaped the evolution of empires, sparked wars and revolutions, defined national borders, and directed the course of entire national and continental economies. Today, in an increasingly complex system of global interconnection, amid a growing - though not necessarily explicit or universally shared - awareness of resource depletion, energy control takes on even more nuanced and unpredictable dimensions. The digital era has rapidly dismantled the balances established by decades-long processes of social, industrial, and economic transformation. The illusion of dematerialization, quite simply, dissolves into the form of an alternative materialization. Nothing is more tangible than the infrastructures needed to sustain the digital universe. This condition fuels a new race for resources, with projections from the 2024 UNCTAD Digital Economy Reportforecasting a 500% increase in demand for minerals such as lithium, graphite, and cobalt by 2050. It drives an exponential multiplication of consumption, opening scenarios of inextricable links between technological evolution and ecological complexity. On one side, we see cases like the October 2024 agreement between Microsoft and the Three Mile Island nuclear power plant, securing an energy supply sufficient to support the relentless pace of digital innovation. On the other, we encounter experimental and unprecedented projects, full of uncertainties - such as the Intacture project, which aims to build a data center inside an active mine in Val di Non, Trentino, to minimize the environmental impact of the infrastructure, both in terms of land consumption and energy and water footprints for cooling systems. On one hand, there is an acceptance of the need to consume more; on the other, an attempt to consume less. As is evident, the issue is unmistakably and undeniably strategic. The nations that can successfully navigate this transformation - balancing technological competitiveness, energy independence, infrastructure security, and sustainability - will define the rules of the game for the years to come.
DIGITAL ENERGY: THE NEW INFRASTRUCTURE OF POWER
In an effort to bring clarity to such a complex scenario, we spoke with Marina Otero Verzier, Professor at Harvard's Graduate School of Design and Visiting Professor at Columbia University's School of Architecture, Planning and Preservation. She recently published En las profundidades de las nubes (Into the Depths of the Clouds, Madrid, 2024), a study on the widespread - and far from intangible - impact of the digital economy and artificial intelligence.
From the very first page, with a tone that feels provocative, but only due to an excess of reality, her intent to reveal what lies behind the curtain is clear: "Let's forget about this ethereal cloud: the metaverse does not float above our heads, nor does it materialize in a dream world. It is cold and noisy. It is heavy. And it is hungry." (p. 5). It was precisely on this topic that we invited her to offer an interpretation of the concept of progress and innovation—something we must confront every day, whether we like it or not. "The idea of progress is closely tied to power and to overcoming human limitations through technology. Throughout history, we have repeatedly attempted to challenge this vision, as innovations have not always generated well-being for everyone. Yet, the mythology of technology as a solution to all problems persists, fueling an uninterrupted race toward AI in the belief that, once fully developed, it will be able to solve everything else." Otero describes with clarity - and with a palpable sense of urgency - the necessity of rethinking the cultural models that shape social expectations and collective imaginaries. We live reassured by the idea of progress as an absolute solution, without fully understanding its implications, especially in a world increasingly driven by the persuasive - I resist the temptation to say manipulative - strategies of the market and certain factions of global politics. We are prioritizing the satisfaction of progress over an evaluation of its true relevance. "Big Tech is shaping the future in a hegemonic and homogeneous way, without questioning whether innovations truly address the world's real needs. They experiment on a global scale, indiscriminately, without a genuine ethical inquiry into their usefulness." In some ways, the conversation struggles to detach itself from issues of language, narrative hegemony, and the strategic construction of imaginaries. When market leaders impose certain terms, it is undoubtedly a deliberate choice - one guided by profit-driven and competitive logic. According to Otero, the very concept of the "cloud" is nothing more than a rhetorical device, one that obscures, in collective perception, the massive, highly physical and material reality behind it. This relentless race toward AI is driven by the presumed impossibility of falling behind, of losing ground, yet no one is truly asking - or perhaps even noticing - what it actually means for society and the environment. There are approximately 11,000 data centers worldwide, with projections of rapid expansion and multiplication, and an energy consumption expected to double by 2026. The exponential growth in the use of artificial intelligence systems has accelerated energy demand, as well as the demand for water and mineral resources, in unpredictable ways. To address this need, companies and governments have, in many cases, scaled back environmental impact reduction measures, legitimizing what Otero defines in her book as the "politics of depth." Unable to govern progress sustainably, in a way that aligns with the planet's capacity for regeneration - wherever that is even possible - society has chosen instead to seek new resources by digging ever deeper: into the subsoil, the oceans, and even the depths of the sky. However, there are cultural exceptions that demonstrate how diverse cosmological perspectives can offer valuable insights. "Many marginalized communities, particularly in Latin America, offer worldviews often dismissed as naive but which, in reality, align with some of the most advanced scientific theories, such as quantum physics. This ecosystemic perspective, deeply rooted in ancestral knowledge, recognizes the interdependence of living beings, materials, and environments. It challenges the knowledge hierarchies we consider established today. Perhaps for this very reason, there are cases - such as in Chile - where political visions are exploring alternative approaches." One global benchmark in this regard is the Chilean National Data Center Plan, an initiative designed through a participatory process involving social organizations and local communities to ensure public acceptability and environmental sustainability. With an improvement-oriented approach - unlike other global contexts - the strategy's drafting process included direct dialogue with countries that had faced uncontrolled data center expansion without a plan, such as Ireland, which later had to deal with an energy crisis in emergency conditions. Whoever controls computing power controls the flow of information, innovation, and the ability to influence global markets. Those capable of ensuring computational continuity through adequate energy policies will secure the competitive advantage that comes with a strategically stable position. Strategic Imagination as an Energy Resource Until now, the debate on energy governance has largely focused on efficiency and optimization. We remain culturally and cognitively bound to conventions typical of an industrial and economic system based on material production, physical interaction, and the ownership of tangible assets. Despite discussing these issues daily, we have yet to fully grasp how profoundly the world - the way we inhabit it - has changed. Technology has unlocked possibilities that, until a few years ago, belonged only to the creative exercise of science fiction. However, many of the paradigms that have enabled societal evolution are now being seriously challenged. The social contract is weakening, in a context of individualism that perceives democracy as a limitation - almost as a statist intrusion into private life. Institutional leadership has lost its value, undergoing progressive erosion - regardless of the reason - of its necessary and recognizable authority. A few large private corporations have, in just a few decades, acquired unprecedented economic power, geopolitical influence, and propagandistic force, making traditional politics seem almost marginal in people's daily lives. In this scenario, clinging to past interpretative frameworks risks to be an anachronistic distortion. Dominique Bourg and Johann Chapoutot, in their Manifesto Against Public Powerlessness (Chaque geste compte. Manifeste contre l'impuissance publique, 2022), discuss the new doctrines shaping both individual and collective choices in our time. From limitless growth to the "Capitalocene," their pamphlet - an intellectual journey through linguistic provocations and innovations - reveals many of the contradictions that define modern life. What stands out is how, among countless possible variables, the lack of imagination is identified as the greatest limitation. Today, more than ever, we are called to think differently, believe differently, and imagine differently. In the coming decades, competition will not be fought solely over the quantity of available energy, but over each country's - or sovereign system's - ability to use it strategically. This invisible dimension requires solid and weighty foundations. In a future where knowledge is capitalized as a competitive asset, governance cannot ignore the interdependence between digital and energy policies in managing the pressure that AI expansion exerts on power grids. A new system of adaptive infrastructures will be needed - capable of balancing realtime production and consumption, ensuring variable-intensity yet continuous operations for digital ecosystems. The interdependence between digital geopolitics and energy geopolitics will soon have to address the issue of the deterritorialization of computing infrastructures. A country's digital relevance - if it chooses to develop data centers outside its own borders for economic reasons or environmental opportunism - will mean its computational capacity is dependent on another country's energy policies and environmental impact management. What this structural interconnection between power distribution models will mean in the future remains to be seen. Yet, once again, the most complex challenge to tackle remains the cognitive one. As long as we continue to imagine energy solely within a framework of production and consumption, we will be perpetuating and reinforcing a model of systemic unsustainability. The real innovation will lie in our ability to envision different models of relationship with energy - less extractive, more distributed, more adaptive, more resilient. Today, we do not lack the technology to drive radical change; rather, we lack the courage to imagine an alternative use of it, to challenge market-driven conventions - or rather, a certain market logic - and to break the categories through which we are accustomed to thinking about the future. If we adopt this perspective, every energy model corresponds to a vision of society. What our priorities will be, what responsibilities will be shared and what will be individual, how power will be managed and distributed - these are all still to be determined. Undoubtedly, as we are forced to confront the finite nature of resources, we will have to ask ourselves what future we want - what limits we are willing to accept in our individual behaviors, what future we envision for our societies, and what our priorities, possibilities, and responsibilities should be. Perhaps more than ever, we are urgently called to choose. In just a few lines, the Argentine poet Fabián Casas ironically reflects on the awareness of an impending end: "I wonder at what moment / the dinosaurs realized / that something was wrong." (Me pregunto en qué momento / los dinosaurios sintieron / que algo estaba mal.) Resources are not infinite. Energy does not appear out of nowhere. Technology cannot be neutral. The only true resource at our disposal - without limits, without conventions, and potentially without measure - is our knowledge. The only true transformative force lies in how, starting from what we know, we manage to imagine new solutions and new possible futures. Perhaps - just perhaps - we are still in time to avoid discovering what the dinosaurs felt.
LUCA BARALDI