TRA SOFT POWER E NARRAZIONE DEL CONFLITTO Il cinema come reinterpretazione del mondo / BETWEEN SOFT POWER AND CONFLICT NARRATIVE Cinema as a reinterpretation of the world

18.03.2025

Il cinema non è solo intrattenimento: è un linguaggio universale capace di raccontare la guerra, di influenzare l'opinione pubblica e di plasmare le relazioni internazionali. Attraverso il grande schermo, i conflitti diventano narrazioni, i nemici assumono volti riconoscibili e la geopolitica si trasforma in racconto. In questo processo, il soft power gioca un ruolo centrale: gli Stati utilizzano il cinema per costruire la propria immagine globale, giustificare azioni politiche o militari e, talvolta, riscrivere la storia a proprio favore. La guerra non è solo combattuta con le armi, ma anche con le idee. Il cinema è uno strumento potente di influenza culturale e politica. La sua capacità di creare empatia e di modellare la memoria collettiva lo rende ideale per legittimare decisioni politiche, rafforzare sentimenti nazionalisti (o universalisti) o mettere in discussione narrazioni ufficiali.
Hollywood, ad esempio, ha spesso raccontato i conflitti internazionali attraverso una prospettiva che esalta il ruolo degli Stati Uniti come difensori della libertà. Questo tipo di narrazione, evidente nei film sulla Seconda Guerra Mondiale, è proseguito durante la Guerra Fredda e si è adattato alle nuove guerre del XXI secolo, dal terrorismo alle operazioni militari in Medio Oriente. Il cinema occidentale ha contribuito a costruire un immaginario in cui il mondo è diviso tra "buoni" e "cattivi", semplificando spesso realtà geopolitiche complesse. Tuttavia, il cinema non è solo uno strumento di propaganda: può anche diventare un mezzo di critica e di analisi. Alcuni film hanno decostruito il mito della guerra eroica, mostrando le sue contraddizioni e gli effetti devastanti sulle popolazioni e sui soldati stessi. Questa tensione tra cinema ufficiale e cinema critico riflette la più ampia lotta tra potere e dissenso che caratterizza la narrazione della guerra. Il concetto di soft power, elaborato dal politologo statunitense Joseph Nye, indica la capacità di uno Stato di influenzare il mondo non attraverso la coercizione, ma tramite la cultura, i valori e la comunicazione. Il cinema è una delle espressioni più efficaci di questo potere morbido. Hollywood ha costruito un'egemonia culturale globale grazie alla diffusione dei suoi film, che non solo raccontano storie, ma veicolano anche modelli di società, valori e ideali politici. In molti Paesi, il pubblico ha interiorizzato questa narrazione, rendendo il cinema americano una delle forme più potenti di diplomazia culturale. Ma negli ultimi anni, altre nazioni hanno iniziato a investire nel cinema come strumento di soft power. La Cina, ad esempio, ha sviluppato una strategia precisa per rafforzare la propria influenza internazionale attraverso il grande schermo. Produzioni come "Wolf Warrior 2" (Wu Jing, 2017) non sono semplici film d'azione, ma dichiarazioni di potenza geopolitica, in cui la Cina si presenta come una forza stabilizzatrice e protettiva nel mondo. Anche la Russia, il Medio Oriente e l'India stanno utilizzando il cinema per promuovere le proprie narrazioni nazionali e sfidare l'egemonia culturale occidentale. 
Oltre a influenzare il dibattito pubblico, il cinema riflette le tensioni geopolitiche del suo tempo. Durante la Guerra Fredda, i film erano intrisi di ideologie contrapposte, con Hollywood che esaltava l'eroismo americano mentre il cinema sovietico glorificava il socialismo. Oggi, i conflitti vengono raccontati attraverso nuovi paradigmi: la guerra al terrorismo, la rivalità tra superpotenze, la crisi dei rifugiati e le tensioni tra nazionalismo e globalizzazione. Un esempio storico di manipolazione narrativa è la damnatio memoriae imposta dai vincitori sui vinti. Già nell'antica Roma, la cancellazione della memoria degli sconfitti era un mezzo di controllo culturale e politico: la distruzione di Cartagine e la rimozione dei suoi simboli rappresentano un precedente di quella riscrittura della storia che il cinema moderno ha perfezionato. Il simbolismo imperiale, che da Roma si è trasferito a Napoleone e ai regimi nazi-fascisti, trova una potente espressione visiva nel cinema di propaganda. Un caso emblematico è il lavoro di Leni Riefenstahl, la regista del regime hitleriano che con film come "Olympia" (1938) trasformò le Olimpiadi di Berlino in uno strumento di glorificazione della razza ariana. Ma il condizionamento del cinema non è limitato alle dittature. Anche nelle democrazie esistono forme di controllo, che vanno dalla censura statale ai meccanismi di finanziamento pubblico. Alcuni governi adottano politiche di sostegno alle produzioni nazionali, utilizzando criteri ideologici o culturali che incidono sui contenuti dei film. Il modello welfariano di finanziamento cinematografico, adottato da molti Paesi europei, favorisce alcune tipologie di narrazione rispetto ad altre, influenzando così la rappresentazione della realtà. In alcuni casi, il cinema ha persino influenzato le relazioni diplomatiche. Film come "The Interview" (Evan Goldberg e Seth Rogen, 2014), una commedia satirica su Kim Jong-un, hanno causato crisi internazionali, dimostrando quanto la narrazione cinematografica possa essere percepita come una minaccia reale dai governi. Al contrario, alcune produzioni sono state utilizzate come strumenti di dialogo, favorendo la comprensione reciproca tra culture diverse. Il cinema è molto più di una forma d'arte: è uno strumento politico, un'arma culturale e un campo di battaglia per il controllo delle narrazioni globali. Attraverso le sue storie, può rafforzare o mettere in discussione le versioni ufficiali dei conflitti, influenzare le percezioni pubbliche e modificare il dibattito politico. In un'epoca in cui l'informazione è sempre più mediatizzata, il cinema continua a essere uno dei veicoli più potenti per plasmare la visione del mondo. La guerra non si combatte solo con i missili e i carri armati, ma anche con le immagini e le idee. E in questa battaglia, la macchina da presa è spesso potente quanto una divisione militare. Insomma "Il cinema - come ha scritto Gaspar Noè - è una reinterpretazione del mondo" (non per forza obiettiva).  

GIANNI VALERIO

BETWEEN SOFT POWER AND CONFLICT NARRATIVE Cinema as a reinterpretation of the world 

Cinema is not just entertainment: it is a universal language capable of recounting war, influencing public opinion and shaping international relations. Through the big screen, conflicts become narratives, enemies take on recognizable faces and geopolitics is transformed into stories. In this process, soft power plays a central role: states use cinema to build their global image, justify political or military actions and, sometimes, rewrite history in their favor. War is not only fought with weapons, but also with ideas. Cinema is a powerful tool of cultural and political influence. Its ability to create empathy and shape collective memory makes it ideal for legitimizing political decisions, strengthening nationalist (or universalist) sentiments or questioning official narratives.
Hollywood, for example, has often portrayed international conflicts through a perspective that exalts the role of the United States as a defender of freedom. This type of storytelling, evident in films about the Second World War, continued during the Cold War and has adapted to new wars of the 21st century, from terrorism to military operations in the Middle East. Western cinema has contributed to building an imaginary in which the world is divided between "good" and "bad", often simplifying complex geopolitical realities. However, cinema is not just a propaganda tool: it can also become a means of criticism and analysis. Some films have deconstructed the myth of heroic war, showing its contradictions and devastating effects on populations and the soldiers themselves. This tension between official cinema and critical cinema reflects the broader struggle between power and dissent that characterizes the narrative of war. The concept of soft power, developed by the American political scientist Joseph Nye, indicates the ability of a State to influence the world not through coercion, but through culture, values and communication. Cinema is one of the most effective expressions of this soft power. 
Hollywood has built a global cultural hegemony thanks to the diffusion of its films, which not only tell stories, but also convey models of society, values and political ideals. In many countries, audiences have internalized this narrative, making American cinema one of the most powerful forms of cultural diplomacy. But in recent years, other nations have begun to invest in cinema as a tool of soft power. China, for example, has developed a precise strategy to strengthen its international influence through the big screen. Productions like "Wolf Warrior 2" (Wu Jing, 2017) are not simple action films, but declarations of geopolitical power, in which China presents itself as a stabilizing and protective force in the world. Russia, the Middle East and India are also using cinema to promote their national narratives and challenge Western cultural hegemony. In addition to influencing public debate, cinema reflects the geopolitical tensions of its time. During the Cold War, films were steeped in competing ideologies, with Hollywood glorifying American heroism while Soviet cinema glorified socialism. Today, conflicts are told through new paradigms: the war on terrorism, superpower rivalry, the refugee crisis and the tensions between nationalism and globalization. A historical example of narrative manipulation is the damnatio memoriae imposed by the victors on the vanquished. Already in ancient Rome, the erasure of the memory of the defeated was a means of cultural and political control: the destruction of Carthage and the removal of its symbols represents a precedent for that rewriting of history that modern cinema has perfected. Imperial symbolism, which moved from Rome to Napoleon and the Nazi-fascist regimes, finds a powerful visual expression in propaganda cinema. An emblematic case is the work of Leni Riefenstahl, the director of the Hitler regime who with films like "Olympia" (1938) transformed the Berlin Olympics into an instrument of glorification of the Aryan race. But the conditioning of cinema is not limited to dictatorships. Even in democracies there are forms of control, ranging from state censorship to public financing mechanisms. Some governments adopt policies to support national productions, using ideological or cultural criteria that impact the contents of films. The Welfare model of film financing, adopted by many European countries, favors some types of narration over others, thus influencing the representation of reality. In some cases, cinema has even influenced diplomatic relations. Films like "The Interview" (Evan Goldberg and Seth Rogen, 2014), a satirical comedy about Kim Jongun, have caused international crises, demonstrating how cinematic storytelling can be perceived as a real threat by governments. On the contrary, some productions have been used as tools for dialogue, promoting mutual understanding between different cultures. Cinema is much more than an art form: it is a political tool, a cultural weapon and a battlefield for the control of global narratives. Through its stories, it can reinforce or challenge official versions of conflicts, influence public perceptions and change political debate. In an era in which information is increasingly mediatized, cinema continues to be one of the most powerful vehicles for shaping the vision of the world. War is not fought only with missiles and tanks, but also with images and ideas. And in this battle, the camera is often as powerful as a military division. In short, "Cinema - as Gaspar Noè wrote - is a reinterpretation of the world" (not necessarily objective).

GIANNI VALERIO