TRA SOFT POWER E NARRAZIONE DEL CONFLITTO Il cinema come reinterpretazione del mondo / BETWEEN SOFT POWER AND CONFLICT NARRATIVE Cinema as a reinterpretation of the world

Il cinema non è solo intrattenimento: è un
linguaggio universale capace di raccontare la
guerra, di influenzare l'opinione pubblica e di
plasmare le relazioni internazionali. Attraverso
il grande schermo, i conflitti diventano narrazioni, i nemici assumono volti riconoscibili e la
geopolitica si trasforma in racconto. In questo
processo, il soft power gioca un ruolo centrale:
gli Stati utilizzano il cinema per costruire la
propria immagine globale, giustificare azioni
politiche o militari e, talvolta, riscrivere la storia
a proprio favore.
La guerra non è solo combattuta con le armi,
ma anche con le idee. Il cinema è uno strumento potente di influenza culturale e politica. La
sua capacità di creare empatia e di modellare
la memoria collettiva lo rende ideale per legittimare decisioni politiche, rafforzare sentimenti
nazionalisti (o universalisti) o mettere in discussione narrazioni ufficiali.
Hollywood, ad esempio, ha spesso raccontato i
conflitti internazionali attraverso una prospettiva che esalta il ruolo degli Stati Uniti come
difensori della libertà. Questo tipo di narrazione, evidente nei film sulla Seconda Guerra
Mondiale, è proseguito durante la Guerra Fredda
e si è adattato alle nuove guerre del XXI secolo,
dal terrorismo alle operazioni militari in Medio
Oriente. Il cinema occidentale ha contribuito a
costruire un immaginario in cui il mondo è diviso tra "buoni" e "cattivi", semplificando spesso
realtà geopolitiche complesse.
Tuttavia, il cinema non è solo uno strumento
di propaganda: può anche diventare un mezzo
di critica e di analisi. Alcuni film hanno decostruito il mito della guerra eroica, mostrando le
sue contraddizioni e gli effetti devastanti sulle
popolazioni e sui soldati stessi. Questa tensione
tra cinema ufficiale e cinema critico riflette la
più ampia lotta tra potere e dissenso che caratterizza la narrazione della guerra.
Il concetto di soft power, elaborato dal politologo statunitense Joseph Nye, indica la capacità di
uno Stato di influenzare il mondo non attraverso
la coercizione, ma tramite la cultura, i valori e la
comunicazione. Il cinema è una delle espressioni più efficaci di questo potere morbido.
Hollywood ha costruito un'egemonia culturale
globale grazie alla diffusione dei suoi film, che
non solo raccontano storie, ma veicolano anche
modelli di società, valori e ideali politici. In
molti Paesi, il pubblico ha interiorizzato questa
narrazione, rendendo il cinema americano una
delle forme più potenti di diplomazia culturale.
Ma negli ultimi anni, altre nazioni hanno iniziato a investire nel cinema come strumento di
soft power. La Cina, ad esempio, ha sviluppato
una strategia precisa per rafforzare la propria
influenza internazionale attraverso il grande
schermo. Produzioni come "Wolf Warrior 2"
(Wu Jing, 2017) non sono semplici film d'azione, ma dichiarazioni di potenza geopolitica, in
cui la Cina si presenta come una forza stabilizzatrice e protettiva nel mondo. Anche la Russia,
il Medio Oriente e l'India stanno utilizzando il
cinema per promuovere le proprie narrazioni
nazionali e sfidare l'egemonia culturale occidentale.
Oltre a influenzare il dibattito pubblico, il
cinema riflette le tensioni geopolitiche del suo
tempo. Durante la Guerra Fredda, i film erano
intrisi di ideologie contrapposte, con Hollywood
che esaltava l'eroismo americano mentre il
cinema sovietico glorificava il socialismo. Oggi,
i conflitti vengono raccontati attraverso nuovi
paradigmi: la guerra al terrorismo, la rivalità tra
superpotenze, la crisi dei rifugiati e le tensioni
tra nazionalismo e globalizzazione.
Un esempio storico di manipolazione narrativa
è la damnatio memoriae imposta dai vincitori
sui vinti. Già nell'antica Roma, la cancellazione
della memoria degli sconfitti era un mezzo di
controllo culturale e politico: la distruzione di
Cartagine e la rimozione dei suoi simboli rappresentano un precedente di quella riscrittura della storia che il cinema moderno ha perfezionato. Il simbolismo imperiale, che da Roma si è
trasferito a Napoleone e ai regimi nazi-fascisti,
trova una potente espressione visiva nel cinema
di propaganda. Un caso emblematico è il lavoro
di Leni Riefenstahl, la regista del regime hitleriano che con film come "Olympia" (1938) trasformò le Olimpiadi di Berlino in uno strumento
di glorificazione della razza ariana.
Ma il condizionamento del cinema non è limitato
alle dittature. Anche nelle democrazie esistono
forme di controllo, che vanno dalla censura statale ai meccanismi di finanziamento pubblico.
Alcuni governi adottano politiche di sostegno
alle produzioni nazionali, utilizzando criteri
ideologici o culturali che incidono sui contenuti
dei film. Il modello welfariano di finanziamento
cinematografico, adottato da molti Paesi europei, favorisce alcune tipologie di narrazione
rispetto ad altre, influenzando così la rappresentazione della realtà.
In alcuni casi, il cinema ha persino influenzato le relazioni diplomatiche. Film come "The
Interview" (Evan Goldberg e Seth Rogen, 2014),
una commedia satirica su Kim Jong-un, hanno
causato crisi internazionali, dimostrando quanto la narrazione cinematografica possa essere
percepita come una minaccia reale dai governi.
Al contrario, alcune produzioni sono state utilizzate come strumenti di dialogo, favorendo la
comprensione reciproca tra culture diverse.
Il cinema è molto più di una forma d'arte: è
uno strumento politico, un'arma culturale e
un campo di battaglia per il controllo delle narrazioni globali. Attraverso le sue storie, può
rafforzare o mettere in discussione le versioni
ufficiali dei conflitti, influenzare le percezioni
pubbliche e modificare il dibattito politico.
In un'epoca in cui l'informazione è sempre più
mediatizzata, il cinema continua a essere uno
dei veicoli più potenti per plasmare la visione
del mondo. La guerra non si combatte solo
con i missili e i carri armati, ma anche con le
immagini e le idee. E in questa battaglia, la
macchina da presa è spesso potente quanto una
divisione militare. Insomma "Il cinema - come
ha scritto Gaspar Noè - è una reinterpretazione
del mondo" (non per forza obiettiva).
GIANNI VALERIO
BETWEEN SOFT POWER AND CONFLICT NARRATIVE Cinema as a reinterpretation of the world
Cinema is not just entertainment: it is a
universal language capable of recounting
war, influencing public opinion and shaping international relations. Through the big
screen, conflicts become narratives, enemies
take on recognizable faces and geopolitics is
transformed into stories. In this process, soft
power plays a central role: states use cinema
to build their global image, justify political
or military actions and, sometimes, rewrite
history in their favor.
War is not only fought with weapons, but
also with ideas. Cinema is a powerful tool of
cultural and political influence. Its ability to
create empathy and shape collective memory
makes it ideal for legitimizing political decisions, strengthening nationalist (or universalist) sentiments or questioning official narratives.
Hollywood, for example, has often portrayed
international conflicts through a perspective
that exalts the role of the United States as a
defender of freedom. This type of storytelling, evident in films about the Second World
War, continued during the Cold War and
has adapted to new wars of the 21st century,
from terrorism to military operations in the
Middle East. Western cinema has contributed to building an imaginary in which the
world is divided between "good" and "bad",
often simplifying complex geopolitical realities.
However, cinema is not just a propaganda
tool: it can also become a means of criticism and analysis. Some films have deconstructed the myth of heroic war, showing its
contradictions and devastating effects on
populations and the soldiers themselves. This
tension between official cinema and critical
cinema reflects the broader struggle between
power and dissent that characterizes the narrative of war.
The concept of soft power, developed by
the American political scientist Joseph Nye,
indicates the ability of a State to influence
the world not through coercion, but through
culture, values and communication. Cinema
is one of the most effective expressions of this
soft power.
Hollywood has built a global cultural hegemony thanks to the diffusion of its films,
which not only tell stories, but also convey
models of society, values and political ideals.
In many countries, audiences have internalized this narrative, making American
cinema one of the most powerful forms of
cultural diplomacy.
But in recent years, other nations have begun
to invest in cinema as a tool of soft power.
China, for example, has developed a precise
strategy to strengthen its international influence through the big screen. Productions
like "Wolf Warrior 2" (Wu Jing, 2017) are
not simple action films, but declarations of
geopolitical power, in which China presents
itself as a stabilizing and protective force in the world. Russia, the Middle East and
India are also using cinema to promote their
national narratives and challenge Western
cultural hegemony.
In addition to influencing public debate,
cinema reflects the geopolitical tensions of its
time. During the Cold War, films were steeped
in competing ideologies, with Hollywood glorifying American heroism while Soviet cinema glorified socialism. Today, conflicts
are told through new paradigms: the war on
terrorism, superpower rivalry, the refugee
crisis and the tensions between nationalism
and globalization.
A historical example of narrative manipulation is the damnatio memoriae imposed by
the victors on the vanquished. Already in
ancient Rome, the erasure of the memory of
the defeated was a means of cultural and
political control: the destruction of Carthage
and the removal of its symbols represents a
precedent for that rewriting of history that
modern cinema has perfected. Imperial symbolism, which moved from Rome to Napoleon
and the Nazi-fascist regimes, finds a powerful visual expression in propaganda cinema.
An emblematic case is the work of Leni
Riefenstahl, the director of the Hitler regime
who with films like "Olympia" (1938) transformed the Berlin Olympics into an instrument of glorification of the Aryan race.
But the conditioning of cinema is not limited
to dictatorships. Even in democracies there
are forms of control, ranging from state
censorship to public financing mechanisms.
Some governments adopt policies to support
national productions, using ideological or
cultural criteria that impact the contents of
films. The Welfare model of film financing,
adopted by many European countries, favors
some types of narration over others, thus
influencing the representation of reality.
In some cases, cinema has even influenced diplomatic relations. Films like "The
Interview" (Evan Goldberg and Seth Rogen,
2014), a satirical comedy about Kim Jongun, have caused international crises, demonstrating how cinematic storytelling can be perceived as a real threat by governments.
On the contrary, some productions have been
used as tools for dialogue, promoting mutual
understanding between different cultures.
Cinema is much more than an art form: it
is a political tool, a cultural weapon and a
battlefield for the control of global narratives. Through its stories, it can reinforce or
challenge official versions of conflicts, influence public perceptions and change political
debate.
In an era in which information is increasingly mediatized, cinema continues to be one
of the most powerful vehicles for shaping the
vision of the world. War is not fought only
with missiles and tanks, but also with images
and ideas. And in this battle, the camera is
often as powerful as a military division. In
short, "Cinema - as Gaspar Noè wrote - is a
reinterpretation of the world" (not necessarily objective).
GIANNI VALERIO