Un consiglio di sicurezza nazionale per l'Italia / A National Security council for Italy

Intervista a Beniamino Irdi, Senior Fellow dell'Atlantic Council e CEO di Highground
Dott. Irdi, lei sostiene da tempo che all'Italia serva un Consiglio per la Sicurezza Nazionale (d'ora in poi CSN). Ad oggi, infatti, il nostro paese è l'unico del G7, insieme alla Germania, a non prevedere questa istituzione. Che cos'è innanzitutto il CSN e quali sono le funzioni che il governo assegna a quest'organo nelle principali democrazie occidentali?Un CSN è un organo di raccordo in cui sono rappresentati gli stakeholder della sicurezza nazionale, ad esempio Ministeri, Agenzie, organi statali competenti e talvolta, in formato temporaneo e variabile a seconda dei temi trattati, compagnie private di interesse pubblico o altri ancora. Guardando i CSN istituiti dai nostri Alleati, è evidente che ciascuno riflette le sensibilità e architetture istituzionali del proprio Paese. Tuttavia, si possono identificare tre caratteristiche comuni nelle esperienze più riuscite, e che, tra l'altro, potrebbero essere replicate in un ipotetico CSN italiano. In primo luogo, il CSN dovrebbe essere un organo permanente. In altre parole, il suo compito non dovrebbe essere circoscritto alla gestione delle crisi ma fare un lavoro quotidiano di costante calibrazione delle policy di governo. Ne consegue che non dovrebbe riunirsi solo a livello di vertici, ma essere strutturato su un corpo di personale tecnico e a impiego permanente per garantire l'expertise e il focus necessari allo svolgimento della sua funzione. Infine, il CSN dovrebbe essere guidato da una figura di diretta nomina e fiducia del capo del Governo ed investita dell'autorità per gerarchizzare e conciliare le priorità delle diverse amministrazioni in una politica di sicurezza armonica. Per quanto riguarda le funzioni, nelle principali democrazie occidentali, la produzione del CSN si concentra primariamente sull'analisi delle minacce alla sicurezza nazionale a cui, al contrario dell'intelligence, somma la formulazione di proposte e raccomandazioni di policy destinate al vertice del Governo. Ancor più importante, però, l'operato dei CSN si impernia solitamente su una strategia di sicurezza nazionale, che spesso formula esso stesso e di cui valuta l'esecuzione. Come diceva, Italia e Germania sono gli unici Stati membri del G7 a non avere un CSN. Tuttavia, a differenza di Roma, Berlino ha pubblicato una strategia di sicurezza nazionale, definendo chiaramente interessi e priorità strategiche.
Quali sono i limiti dell'attuale architettura di sicurezza nazionale? In che modo l'istituzione del CSN potrebbe aiutare a superarli?
L'architettura di sicurezza nazionale in Italia risente soprattutto di una forte frammentazione e di una concezione di sicurezza nazionale superata e con un forte focus sulla gestione delle crisi. Manca un coordinamento centralizzato tra le diverse agenzie e istituzioni coinvolte che non si riunisca a livello di vertice (CISR) o semivertice (CISR tecnico) o "supervertice" (Consiglio Supremo di Difesa). Quest'ultimo, che fa capo al Presidente della Repubblica in quanto comandante delle nostre forze armate, ha inoltre un focus ipertradizionale sulla dimensione militare, e mette in luce la scomposizione delle competenze sulla sicurezza nazionale fra il potere esecutivo e la Presidenza della Repubblica. Più in generale, l'architettura istituzionale del nostro Paese è affollata da comitati, consigli, nuclei, commissioni e organi di coordinamento, ognuno dei quali detiene una parte delle competenze e dei compiti che, in un sistema più snello ed efficiente, dovrebbero essere accorpati. Questa frammentazione rischia di diluire l'efficacia complessiva della politica di sicurezza nazionale, creando sovrapposizioni e complicazioni nella gestione delle crisi ma soprattutto nel fare fronte alle sfide strategiche di lungo periodo. Questi limiti diventano ancora più evidenti quando, come oggi, si tratta di affrontare minacce non tradizionali come strategie di penetrazione e influenza basate su campagne ibride che sfruttano la superficie di attacco dei nostri sistemi democratici. La rapidità e complessità con cui si evolvono queste minacce richiedono una risposta altrettanto dinamica e integrata, che l'attuale architettura non è in grado di garantire. L'istituzione di un CSN potrebbe essere un passo fondamentale per superare questi limiti, promuovendo una visione unitaria e strategica sulla sicurezza nazionale. Attraverso una gestione centralizzata, il CSN potrebbe ridurre le sovrapposizioni di competenze, ottimizzare le risorse disponibili e garantire una risposta più rapida e mirata alle minacce sistemiche. L'istituzione di un organo simile, tra l'altro, ci renderebbe più simili ai nostri alleati e rafforzerebbe la nostra capacità di difendere l'interesse nazionale nel senso più profondo. In un policy brief di novembre 20231 lei afferma che oggi la sfida più grande all'Occidente, e dunque anche all'Italia, proviene da "attori statuali che, forti di meccanismi decisionali verticistici e dell'assenza di accountability interna, possono avvalersi di tutte le propaggini della società per perseguire obiettivi di proiezione, penetrazione e influenza". Se rapidità decisionale e assenza di accountability sono sicuramente fattori che avvantaggiano le autocrazie nella competizione globale, quali sono invece i punti di forza delle democrazie? Il principale vantaggio delle democrazie è sempre stato nella capacità di generare innovazione, progresso e prosperità, che trovano origine nella nostra libertà individuale e nel pluralismo delle idee. La competizione, sia a livello economico che politico, alimenta un ambiente dinamico e prospero, accelerando innovazione ed efficienza. Inoltre, lo stato di diritto e la tutela della proprietà hanno sempre generato stabilità e fiducia sociale. Per secoli questi elementi hanno garantito alle società democratiche di dominare nel campo della ricerca e dell'innovazione. Questo vantaggio, tuttavia, sembra che stia evaporando, soprattutto in Europa. Secondo una recente statistica della Commissione europea, fra le 2.500 imprese al mondo che spendono di più in ricerca e sviluppo quelle europee, dal 2013 a oggi, si sono dimezzate. Mi pare che fra le principali cause di questo ci sia l'eccessiva legiferazione. Basti pensare che, tra il 2019 e il 2024, l'UE ha prodotto 13.492 atti legislativi, contro i 3.725 negli USA. A pesare sull'erosione del vantaggio competitivo contribuisce anche l'indebolimento della qualità dell'istruzione, del dibattito pubblico e della cultura politica. Per poter difendere il loro primato, le democrazie dovranno quindi incrementare significativamente gli investimenti in formazione e innovazione e trovare un equilibrio fra deregolamentazione e welfare. Sta emergendo inoltre un tema di riformulazione del rapporto fra pubblico e privato alla luce dell'importanza sempre più strategica del progresso tecnologico in tutti i settori. In definitiva, visto che il "motore" dei sistemi democratici è il flusso di decisioni e idee dal basso verso l'altro, è fondamentale da una parte assicurarsi che la sua benzina sia di buona qualità e dall'altra rimuovere gli ostacoli al suo funzionamento. Non farlo significa abdicare al nostro vantaggio competitivo.
Descrivendo le caratteristiche della nuova minaccia posta dai regimi autoritari, lei delinea due tratti distintivi, asimmetria e gradualità/dispersione, che in qualche modo renderebbero diversa e peculiare questa sfida rispetto a quelle affrontate in passato dagli apparati di sicurezza del nostro paese. Si potrebbe obiettare, però, che una grande asimmetria esisteva già all'epoca della Guerra Fredda (ad esempio fra una campagna di disinformazione sovietica in Occidente e una meno probabile campagna di disinformazione occidentale nell'Urss) e già allora gli attacchi assumevano le caratteristiche di una "guerra ibrida", combattuta tramite proxy, target "dispersi" e azioni su diversi domini. È la dimensione tecnologica, dunque, la grande novità di oggi rispetto al passato?
È uno dei due fattori che hanno cambiato il panorama. Il primo è un cambiamento strutturale dei rapporti di forza. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ci troviamo di fronte ad avversari sistemici che si avvicinano alla capacità economica e militare dell' Occidente, supportati da una traiettoria demografica già nettamente superiore. Solo questa circostanza – la "potenza di fuoco" – è già sufficiente a cambiare la sfida. Più potere significa un'inclinazione maggiore verso la proiezione esterna e il revisionismo. Un'iniziativa ambiziosa e grandiosa come la BRI, ad esempio, sarebbe stata impensabile senza la straordinaria crescita che la Cina ha sperimentato negli ultimi decenni. Fino a quando non ha rallentato bruscamente nel 2013 con il crollo dei prezzi del petrolio, anche l'economia della Russia stava crescendo molto rapidamente. Il secondo è in effetti la tecnologia. L'esplosione dell'informatica ha esposto l'economia e le infrastrutture critiche a attacchi dirompenti, anonimi e remoti, e ha reso i dati e l'opinione pubblica vulnerabili agli sforzi di disinformazione e attacchi cognitivi. In particolare, la diffusione dei social media come principale fonte di informazione rappresenta forse una delle dinamiche più incisive sulle traiettorie della nostra società. L'elevata esposizione ai social media genera in primo luogo una percezione della realtà semplificata e distorta. Ma il secondo effetto, più preoccupante, è di tipo puramente cognitivo. Con il tempo, l'esposizione costante a stimoli brevi e superficiali diminuisce la capacità di concentrazione prolungata e di pensiero critico. Si può intuire che, fra due ipotetiche società, l'una esposta per molti anni a questa tendenza e l'altra più protetta, la seconda maturerà un vantaggio strategico sulla prima. Tutto questo era già vero prima dell'esplosione dell'IA. La raccolta di dati su vasta scala potrebbe cambiare nuovamente le dinamiche del gioco. Dati sui flussi commerciali raccolti attraverso le gru nei porti, sulla salute monitorati tramite dispositivi medici, o informazioni sulle abitudini di consumo estratte da app e social media possono ora essere elaborati e tradotti in macro-inferenze, che a loro volta possono essere trasformate in strategie di politica industriale a lungo termine. Abbiamo parlato di minacce provenienti da attori statuali. Che dire invece delle minacce provenienti da attori non statuali, come gruppi terroristici e organizzazioni criminali transnazionali? Le ritiene meno pericolose per l'Italia? Sebbene gli attori non statuali come i gruppi terroristici e le organizzazioni criminali transnazionali non rappresentino una minaccia sistemica diretta alle fondamenta delle democrazie liberali, essi possono comunque costituire pericoli significativi, specialmente se sfruttati come proxy da potenze esterne ostili. Basti pensare alle attività del gruppo Wagner in Africa, ora tetramente rinominato Africa Corps, e al suo coinvolgimento in attività come il controllo delle risorse minerarie in molti dei Paesi in cui è dislocato. Per quanto riguarda l'Italia, mi sento di dire che c'è un impatto sistemico della criminalità organizzata in senso economico, nel senso che la distorsione dell'economia indotta dalla sua pervasività è un freno significativo alla crescita del Paese. Per il discorso che ci interessa, però, metterei gli attori non statali in una categoria diversa, e li tratterei come strumenti di quelli statali.
Ricolleghiamoci al tema della Strategia di Sicurezza Nazionale, brevemente menzionato nella prima risposta. Diversi analisti sostengono che anche l'Italia dovrebbe adottarne una, per analizzare i rischi e le minacce al sistema-Paese, definire gli obiettivi e le priorità e fornire un quadro strategico unitario. Qual è il senso di comunicare all'opinione pubblica queste informazioni?
A seguito della pubblicazione della prima strategia di sicurezza nazionale tedesca, l'Italia rimane l'unico Paese del G7 a non disporre di un documento di questo tipo. Facciamo parte di una cerchia sempre più ristretta di Paesi che, per diverse ragioni storiche, culturali e politiche, non sono state in grado di sviluppare in modo sistematico e gerarchizzare le proprie priorità di sicurezza nazionale. Tuttavia, seppur con un certo ritardo, la discussione sulla necessità di adottare una Strategia di Sicurezza Nazionale sta finalmente prendendo piede anche in Italia. Il fatto che il tema sia entrato nel dibattito pubblico, e che anche il governo abbia espresso il proposito di formularne una rappresenta una notizia positiva in sé. Inoltre, abbiamo detto che le democrazie liberali dipendono in gran parte dall'istruzione e dalla consapevolezza dei loro cittadini, il che rende cruciale la partecipazione della società civile al dibattito sulla sicurezza nazionale. La sicurezza nazionale non può essere vista come una prerogativa esclusiva degli apparati statali o delle forze armate; è un obiettivo collettivo che coinvolge ogni cittadino. In un'epoca in cui le minacce sono sempre più trasversali e complesse, la cooperazione tra le istituzioni, settore privato e cittadini è fondamentale per costruire una resilienza duratura.
ENRICO ELLERO
A National Security council for Italy

Interview with Beniamino Irdi, Senior Fellow at the Atlantic Council and CEO of Highground
Dr. Irdi, you have long argued that Italy needs a National Security Council (hereafter NSC). As of today, our country is the only G7 member, along with Germany, that does not have such an institution. First of all, what is the NSC, and what functions does it serve in major Western democracies?
An NSC is a coordinating body where national security stakeholders are represented, including ministries, agencies, relevant state bodies, and sometimes, depending on the issues at hand, private companies of public interest or other entities. Looking at the NSCs established by our Allies, it is clear that each reflects the institutional structures and sensitivities of its own country. However, three common characteristics can be identified in the most successful experiences, which could also be replicated in a potential Italian NSC. First, the NSC should be a permanent body. In other words, its role should not be limited to crisis management but should involve a daily effort to continuously calibrate government policies. Consequently, it should not meet only at the highest levels but should be structured with a permanent technical staff to ensure the expertise and focus necessary to carry out its function. Second, the NSC should be led by a figure directly appointed and trusted by the head of government, with the authority to prioritize and reconcile the different administrations' objectives into a coherent security policy. Regarding its functions, in major Western democracies, an NSC primarily focuses on analyzing national security threats. Unlike intelligence agencies, however, it also formulates policy proposals and recommendations for the government leadership. Even more importantly, NSCs typically operate based on a National Security Strategy, which they often draft and oversee in terms of execution. As you mentioned, Italy and Germany are the only G7 members without an NSC However, unlike Italy, Germany has published a National Security Strategy, clearly defining its strategic interests and priorities.
What are the weaknesses of Italy's current national security architecture? How could an NSC help address them?
Italy's national security architecture suffers primarily from significant fragmentation and an outdated security concept that is overly focused on crisis management. There is no centralized coordination between the various agencies and institutions involved, except at high-level(CISR), semihigh-level (Technical CISR), or super-highlevel (Supreme Defense Council) meetings. The latter, which falls under the President of the Republic as commander of the armed forces, has a hyper-traditional military focus and highlights the division of security responsibilities between the executive branch and the presidency. More broadly, Italy's institutional framework is overcrowded with committees, councils, task forces, commissions, and coordinating bodies, each holding a piece of the responsibilities that, in a more streamlined and efficient system, should be integrated. This fragmentation dilutes the overall effectiveness of national security policy, creating overlaps and complications not just in crisis management but, more crucially, in addressing long-term strategic challenges. These weaknesses become even more evident when dealing with non-traditional threats, such as hybrid influence campaigns that exploit the vulnerabilities of democratic systems. The speed and complexity with which these threats evolve require an equally dynamic and integrated response, which the current system is unable to guarantee. Establishing an NSC would be a fundamental step toward overcoming these limitations by promoting a unified, strategic vision of national security. A centralized structure could reduce competency overlaps, optimize available resources, and ensure faster, more targeted responses to systemic threats. Moreover, such an institution would align us more closely with our Allies and enhance our ability to protect national interests in the fullest sense.
In a November 2023 policy brief, you stated that the biggest challenge facing the West—and thus Italy—comes from "state actors who, benefiting from centralized decision-making and a lack of internal accountability, can leverage all aspects of their society to pursue goals of projection, penetration, and influence." If quick decisionmaking and lack of accountability certainly give autocracies an advantage in global competition, what are the strengths of democracies?
The primary strength of democracies has always been their capacity for innovation, progress, and prosperity, which stems from individual freedom and pluralism of ideas. Competition, both economically and politically, fuels a dynamic and prosperous environment, accelerating innovation and efficiency. Additionally, the rule of law and property rights have historically ensured stability and social trust. These elements have long enabled democratic societies to lead in research and innovation. However, this advantage appears to be eroding, particularly in Europe. According to a recent European Commission statistic, the number of European companies among the 2,500 largest global R&D investors has halved since 2013. One key reason for this, in my view, is overregulation. Consider that between 2019 and 2024, the EU produced 13,492 legislative acts, compared to 3,725 in the U.S. Additionally, declining education quality, weakening public debate, and deteriorating political culture are contributing to the erosion of the West's competitive edge. To maintain their global leadership, democracies must significantly increase investments in education and innovationand find a balance between deregulation and social welfare. Furthermore, we need to rethink the publicprivate relationship, given the growing strategic importance of technological progress across all sectors. In short, since the "engine" of democratic systems is bottom-up decision-making, we must ensure that the "fuel" is of high quality while also removing obstacles to its functioning. Failing to do so means abdicating our competitive advantage.
You describe two key aspects of the new authoritarian threat: asymmetry and gradual dispersion, which, in some ways, make this challenge distinct from those faced in the past by Italy's security apparatus. However, one could argue that significant asymmetry already existed during the Cold War—such as Soviet disinformation campaigns in the West, which were much harder to replicate in the USSR. Hybrid warfare, fought through proxies, dispersed targets, and cross-domain actions, was already a reality then. Is technology the key difference between today's threats and those of the past?
It is one of two major factors that have transformed the landscape. The first is a structural shift in power relations. For the first time since World War II, the West faces systemic adversaries that are approaching its economic and military capabilities, backed by superior demographic trajectories. The second is technology. The rise of computing and digitalization has exposed economies and critical infrastructures to disruptive, anonymous, and remote attacks. Data and public opinion are now vulnerable to disinformation and cognitive warfare. The spread of social media as a primary source of information is particularly significant, as it generates simplified, distorted perceptions of reality and weakens longterm concentration and critical thinking. Additionally, the advent of AI-driven mass data collection could further change the geopolitical game. Data from trade flows, health records, consumer behavior, and social media activity can now be processed into macro-inferences, which, in turn, can inform long-term industrial and strategic policies.
We talked about threats from state actors. What about threats from non-state actors, such as terrorist groups and transnational criminal organizations? Are they considered less dangerous for Italy?
While non-state actors such as terrorist groups and transnational criminal organizations do not pose a direct systemic threat to the foundations of liberal democracies, they can still pose significant dangers, especially if exploited as proxies by hostile external powers. Just think of the activities of the Wagner group in Africa, now bleakly renamed Africa Corps, and its involvement in activities such as the control of mineral resources in many of the countries where it is located. As regards Italy, I would say that there is a systemic impact of organized crime in an economic sense, in the sense that the distortion of the economy induced by its pervasiveness is a significant brake on the country's growth. For the discussion that interests us, however, I would put non-state actors in a different category, and treat them as instruments of state actors.
Let's go back to the topic of the National Security Strategy, briefly mentioned in the first answer. Several analysts argue that Italy should also adopt one, to analyze the risks and threats to the country system, define the objectives and priorities and provide a unified strategic framework. What is the point of communicating this information to the public?
Following the publication of the first German national security strategy, Italy remains the only G7 country not to have a document of this type. We are part of an increasingly narrow circle of countries that, for various historical, cultural and political reasons, have not been able to systematically develop and hierarchize their national security priorities. However, albeit with a certain delay, the discussion on the need to adopt a National Security Strategy is finally taking hold in Italy too. The fact that the topic has entered the public debate, and that the government has also expressed its intention to formulate one represents positive news in itself. Furthermore, we have said that liberal democracies are largely dependent on the education and awareness of their citizens, which makes the participation of civil society in the national security debate crucial. National security cannot be seen as an exclusive prerogative of the state apparatus or the armed forces; it is a collective objective that involves every citizen. In an era where threats are increasingly transversal and complex, cooperation between institutions, the private sector and citizens is fundamental to building lasting resilience.
ENRICO ELLERO